12 dicembre, 2018

Anna Comnena

Anna Comnena (1083 – 1153) è stata una storica e principessa bizantina, oltre che una delle prime donne storiografe conosciute.
Figlia dell’imperatore Alessio I Comneno e di Irene Dukas, Anna Comnena fu fidanzata, a pochi giorni di età, a Costantino Dukas il quale venne associato al trono. Con il fidanzamento, si poneva fine alla profonda rivalità che aveva diviso le due famiglie. Alessio e Irene non avevano figli maschi e pertanto Anna fu insignita del diadema imperiale quale erede al trono insieme al futuro marito.
Ricevette una educazione completa particolarmente accurata come era costume nella famiglia imperiale.

Alessio I Comneno, padre di Anna Comnena
Si dedicò presto allo studio delle lettere. Conosceva il greco e il latino e, terminata la prima istruzione iniziò lo studio delle arti del trivio: grammatica, retorica e filosofia; dopodiché iniziò lo studio delle arti del quadrivio: geometria, aritmetica, astronomia e musica.
Era colta, intelligente e poco conformista: conosceva bene l’astrologia ma si rifiutava di credere che le stelle avessero qualche influenza sulla vita degli uomini. Nell'ambito della astronomia si studiava anche la medicina e la principessa divenne piuttosto esperta anche in questa arte. Su richiesta della madre, che non si fidava troppo dei medici, prese parte alla commissione che curava Alessio ammalato.

Anna Comnena
Era stata educata per essere imperatrice ma la nascita di un fratello, Giovanni, annullò le sue aspirazioni. Anche il fidanzamento con “l’amore dell’infanzia” fu rotto. Perso il primo amore, la principessa conquistò l’amore della vita, sposando “il suo Cesare”, Niceforo Briennio, un uomo dalla bellezza incomparabile, uno studioso, eroico sul campo di battaglia e abile diplomatico. Fu per entrambi l'amore della vita. Dal matrimonio nacquero quattro figli.
Tuttavia, non voleva rinunciare a quello che riteneva un suo diritto. Combatté a lungo per far valere la sua posizione di primogenita, sostenuta dalla madre, “l’orgoglio d’Oriente e d’Occidente”, alla quale la legava un profondo affetto. Quando Giovanni divenne imperatore tentò di sollevare una ribellione per sostituirlo con il marito, il quale però non volle essere coinvolto nel complotto e si allontanò dalla corte per dedicarsi ai suoi studi. Anna, sconfitta, fu punita e mandata in convento.

Anna Comnena, mosaico
Anna impiegò tutto il proprio tempo libero nella stesura dell‘Alessiade, una lunga cronaca della vita e del regno (1081 – 1118) di suo padre Alessio. Inoltre, contribuì alla lavorazione dei testi storici di suo marito, anch'egli appassionato narratore delle vicende del proprio tempo.
Fiera oppositrice della Chiesa latina ed ammiratrice entusiasta dell’Impero bizantino, Anna considerò le Crociate un grave pericolo politico e religioso. Suoi modelli furono gli antichi storici Erodoto, Tucidide, Polibio e Senofonte e il suo stile appare spesso forzatamente depurato degli elementi atticistici del periodo, finendo col risultare un linguaggio troppo artificiale.
In generale, la cronologia degli avvenimenti risulta fedele e attendibile, soprattutto nel caso di avvenimenti occorsi prima del suo internamento in convento, ma diventa particolarmente carente sui periodi successivi, data la sua evidente impossibilità ad attingere direttamente alle fonti di Palazzo.

06 dicembre, 2018

L'assedio di Otranto

Nel 1480 Maometto II, Sultano dell'Impero Ottomano, decise di attaccare Rodi. Ferrante II di Aragona, Re di Napoli, andò ad aiutare l'isola con due navi e così il sultano se la legò al dito, motivo per cui la sua flotta fece rotta su Brindisi, col sogno di espugnare Roma e punire Ferrante II. Fra 70 e 200 navi, trasportanti fra i 18 ed i 100 mila uomini, fecero rotta verso il Regno di Napoli, sotto il comando di Gedik Ahmet Pascià, noto come Giacometto. Nella notte del 28 luglio 1480 attraversò il canale d'Otranto, ma il forte vento di tramontana, invece di portarli a Brindisi, fece trovare la flotta davanti alla città di Otranto.

Castello di Otranto

La flotta turca sbarcò nei pressi dei laghi Alimini. In quel tratto di costa, oggi chiamato Baia dei Turchi, si scontrarono in isolate scaramucce con i soldati della guarnigione otrantina, che cercava di bloccarli mentre scendevano dai navigli. Tuttavia, i soldati pugliesi furono messi alle strette dal continuo accrescersi delle forze turche e costretti a riparare nelle mura. Ahmet inviò un primo messaggero, di nome Turcman o Turciman, a trattare con gli idruntini: gli propose il permesso di lasciare la città senza colpo ferire, a patto che prima abiurassero pubblicamente la fede in Cristo. Il popolo insorse contro il mediatore, che però scampò al linciaggio e comunicò al Pascià il rifiuto di Otranto alla conversione. Un secondo messaggero, forse latore di un ultimatum, non riuscì nemmeno ad avvicinarsi a Otranto perché fu trafitto da una freccia alle porte della città.

La baia dei turchi, luogo di sbarco degli Ottomani

Così il 29 luglio cominciò l'assedio della città: tutti gli abitanti del circondario si diressero in città, lasciando le campagne ed i piccoli borghi intorno ad Otranto. A difenderla c'erano solo 2.000 uomini guidati dai capitani Francesco Zurlo e Giovanni Antonio Delli Falconi; la città, sguarnita e mal difesa (non c'erano cannoni e le mura finivano facilmente danneggiate dall'artiglieria turca), non avrebbe potuto contenere a lungo l'impeto dell'artiglieria turca, ma volle resistere comunque. Quando Ahmet Pascià pretese la resa dai difensori, questi rifiutarono immediatamente. Zurlo sdegnosamente respinse la proposta di Ahmet - la vita in cambio della resa - e in risposta le artiglierie turche martellarono immediatamente con il loro fuoco la città. Subito partirono dei messaggeri per avvisare il re di Napoli, che si apprestò ad inviare richieste d'aiuto ai regni cristiani. Nella notte, la situazione era così disperata che il popolo si riunì nella cattedrale e scelse di resistere fino alla fine e alle estreme conseguenze.

Cattedrale di Otranto

L'11 agosto, dopo 15 giorni d'assedio, Ahmet ordinò l'attacco finale, durante il quale riuscì a sfondare. I Turchi entrarono nella città attraverso la "Porticella", il più piccolo ingresso a Otranto posto sul lato nord-est delle mura. In breve il castello fu espugnato. Il grande divario di forze aveva deciso l'esito dell'assedio.
Crudeltà furono commesse dagli assalitori sugli otrantini. Nel massacro tutti i maschi maggiori di quindici anni furono uccisi. Donne e bambini furono ridotti in schiavitù. Stando ad alcune stime, i morti furono 6.000 (inclusi quelli periti nei combattimenti e per effetto dei bombardamenti delle grosse artiglierie). Circa 800 persone vennero portate su di una collina, nei giorni successivi e giustiziate tramite decapitazione, in quanto si rifiutarono di abiurare la loro fede per convertirsi all'Islam. Verranno ricordati dalla storia come i Martiri d'Otranto. Tutt'ora, i loro resti riposano nella cattedrale della città.

I martiri d'Otranto, che scelsero di morire pur di non abiurare alla loro fede

La reazione di Ferrante d'Aragona fu lenta, tanto che gli Ottomani ebbero il tempo di risalire l'intera Puglia, prima che una flotta del regno di Napoli riuscisse ad attaccarli presso Vieste. La situazione era tale che nell'intera penisola italiana cominciò a diffondersi la psicosi: addirittura si temeva che il Papa stesso avrebbe abbandonato Roma! Solo nell'autunno, quando Papa Sisto IV dichiarò la crociata contro i turchi, e l'esercito aragonese fu sovvenzionato dai soldi fiorentini, la pressione napoletana divenne più forte, e dopo molte peripezie e grazie all'aiuto di diversi stati italiani (la chiesa aveva mosso sia le sue galee, che affittato quelle di Genova), si cinse d'assedio Otranto.
A risolvere la situazione fu la morte del cinquantaduenne Sultano Maometto II, avvenuta tra il 3 e il 4 maggio 1481. L'avvenimento decise le sorti dell'assedio e fu accolto con sollievo da parte dei cristiani, poiché la successione del sultano ottomano aveva aperto le ostilità tra i due suoi figli Bayezid e Cem. In conseguenza di ciò, era sorta una nuova crisi per l'impero turco, per il vuoto politico creatosi, e Ahmet venne richiamato in patria.
A Otranto l'esercito ottomano, privo di rinforzi e pressato dagli eserciti e dalle milizie cristiane, subì il 23 agosto un violentissimo attacco, che provocò nelle due parti notevoli perdite umane.
I turchi furono costretti, dopo una disperata resistenza a cedere, e Ahmet Pascià accettò una resa dignitosa. Il 10 settembre 1481 riconsegnò la città al duca Alfonso di Calabria, arrendendosi onorevolmente e tornando a Valona: i turchi restituivano una città ridotta a un cumulo di macerie, nella quale erano sopravvissuti solo 300 abitanti.
Così si concluse una delle vicende più devastanti per questa porzione di territorio italiano.

05 dicembre, 2018

Il Letto in epoca medievale

I letti nel Medioevo – riferendosi naturalmente a quelli di sovrani, aristocratici e benestanti – erano alquanto diversi dai nostri. Si trattava infatti di letti particolarmente larghi, ma soprattutto corti.
E questo sia per la statura dell'uomo medievale che, dagli studi antropometrici effettuati, risultava verosimilmente più bassa rispetto all'uomo contemporaneo, che per le abitudini degli stessi dormienti.

L'alcova, particolare opera Memmo di Filippuccio
Infatti, gli uomini del Medioevo non dormivano distesi, come avviene oggi, ma dormivano in una posizione a metà strada tra quella distesa e seduta, con alti cuscini che sorreggevano il busto e la testa.
Il termine "testata" del letto prende invero nome dal fatto che vi si poggiava la testa, così come "spalliera" prendeva nome proprio dal fatto che il dormiente vi poggiava le spalle.
Queste originali abitudini, che possono suscitare la nostra meraviglia, hanno tuttavia motivazioni di natura culturale ma, anche pratica. Culturale era infatti il riferimento alla morte: la posizione distesa, supina o prona che fosse, ricordava infatti quella dei cadaveri e la morte doveva essere ovviamente esorcizzata.
C'era poi un motivo, che abbiamo definito pratico: la posizione seduta favoriva la digestione e scongiurava gli effetti devastanti del reflusso gastro-esofageo, di cui soffrivano molti uomini di quel tempo, a causa di diete alimentari disordinate, oltre che dall'assunzione di cibi non sempre di buona qualità.

Troilo e Criseide si incontrano e vanno a letto insieme, miniatura tratta dal ‘Filostrato’, terzo quarto del XV secolo), Bodleian Library, Oxford
E qui andiamo all'altro discorso sul perché i letti fossero piuttosto larghi. Per curiosità, ricordiamo che nella casa di un ricco mercante è stato trovato un letto di circa tre metri e mezzo di larghezza.
Il motivo di questa apparente eccentricità era riconducibile al fatto che il letto fosse una vera e propria piazza d'armi, destinato ad ospitare non solo marito e moglie, ma anche i figli, e raramente perfino la servitù e ospiti di riguardo.
Uomini e donne non utilizzavano pigiami o camice da notte, ma dormivano con una tunica al di sotto della quale indossavano braghe e calzabraghe, coprendosi con lenzuola e pellicce, per combattere al meglio il rigido freddo invernale, soprattutto. Anche il capo doveva essere rigorosamente coperto, infatti ci si metteva a letto indossando l'infula, una sorta di copricapo di stoffa preferibilmente bianco, che difendeva i capelli da pidocchi e cimici e che comunque veniva indossato costantemente durante l'arco della giornata.

Il sogno dei Re Magi - miniature dalle Taymouth Hours, Inghilterra, XIV sec

Per quanto riguarda la struttura vera e propria del letto, possiamo affermare che esso fosse a baldacchino, soprattutto nelle abitazioni nobiliari, in modo da favorire la privacy attraverso delle tende che lo andassero completamente a circondare. Era costituito sostanzialmente di paglia, con un più raro utilizzo di pellicce che potessero dare calore. Il letto era poggiato su delle doghe in legno (struttura che si utilizza ancora oggi), di chiara origine romana.
Negli accampamenti che si creavano in battaglia invece, il letto era solitamente formato da quello che oggi definiremmo sacco a pelo, ma sempre fatto di paglia. Non esistevano cuscini ovviamente in quelle circostanze, e i soldati utilizzavano qualunque indumento avessero a disposizione, come ad esempio il mantello, per dormirci su.
Gli uomini di alto rango invece, riuscivano a portarsi dietro un letto che potesse dargli tutto il comfort di cui avessero bisogno, per affrontare al meglio i rischi e i pericoli dei conflitti che andavano ad affrontare.

30 novembre, 2018

Proposte di lettura: Lo sterco del diavolo

Jacques le Goff è stato uno degli storici più prolifici, a livello letterario, in ambito medievale. Oggi vi proponiamo il suo lavoro incentrato sull'uso del denaro nel Medioevo ed intitolato "Lo sterco del diavolo".



Il denaro, nel senso in cui lo intendiamo oggi, è un prodotto della modernità. Non è un protagonista di primo piano del Medioevo, né dal punto di vista economico e politico, né da quello psicologico ed etico; è meno importante e meno presente di quanto non lo fosse nell'Impero romano, e soprattutto assai meno centrale di quanto non diventerà nei secoli successivi. Dai pulpiti medievali risuona la condanna dell'avarizia come peccato capitale e le parole dei monaci e dei frati elogiano la carità ed esaltano la povertà come ideale incarnato da Cristo. Non l'accumulo, non la ricchezza garantiscono il buon vivere. La salvezza è nel dono e nel sostegno ai deboli. La pecunia è maledetta e sospetta, perché né il denaro né il potere economico sono arrivati a emanciparsi dal sistema globale di valori proprio della religione e della società cristiana. La moneta sonante tornerà a girare con i rifornimenti di metallo prezioso, con lo sviluppo dell'economia cittadina, con la fondazione alla fine del XV secolo di istituti di credito per la sussistenza di molti poveri, e con la nascita di una sorta di mercato unico. Sarà una rivoluzione lenta e silenziosa a modificare i pensieri delle donne e degli uomini del Medioevo e della stessa Chiesa, una rivoluzione che ha il nome di "capitalismo".

Le Goff illustra tutto questo nel suo stile, con cui ha sempre cercato di divulgare al grande pubblico l'era medievale nei suoi molteplici aspetti. Un libro da leggere se si vuole avere un'idea di quale fosse il rapporto col denaro in quell'epoca lontana.

28 novembre, 2018

Historie Medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:


BRASCIOLE DI CARNE DI VITELLO

Ingredienti:
6 fettine di carne di vitello abbastanza spesse (meglio se di coscia);
6 fettine di lardo;
sale; 
semi di finocchio pestati al mortaio.

Procedimento
Battere leggermente le fette di carne badando di non assottigliarle troppo.
Cospargerle di sale e semi di finocchio e, se si ha tempo, farle riposare così per una mezz'oretta. Metterle a cuocere sulla graticola (non avendo a disposizione né brace né graticola, le si può arrostire al forno, su di una griglia e il risultato sarà ugualmente delizioso), ponendoci sopra una fetta di lardo che le manterrà umide. A questo punto bisogna fare attenzione che le fettine non si secchino troppo.
Servirle ben calde, accompagnate generosamente da un buon vino.


LA CARBONATA

Ingredienti:
8 fettine di pancetta salata spesse circa ½ cm;
1 cucchiaino di zucchero;
1/4 di cucchiaino di cannella;
1 cucchiaio di prezzemolo tritato; 
il succo di un'arancia amara (o un'arancia + un limone).

Procedimento
Mettere le fettine di pancetta su una piastra o una bistecchiera ben calda, farle rosolare bene da entrambi i lati. Servire a tavola molto calde cosparse con lo zucchero, la cannella e il succo di arancia, scaldati brevemente in precedenza in un pentolino fino al completo scioglimento dello zucchero.

25 novembre, 2018

La Nascita della Regola dei Templari e la Gerarchia dell'Ordine

Come accennato in altri articoli, i Cavalieri Templari osservavano i tre precetti agostiniani di castità, povertà e obbedienza, ma in seguito alla crescente importanza economica e spirituale che il loro Ordine andava gradatamente acquistando, soprattutto grazie a donazioni, elargizioni e al largo consenso che riscuoteva un po' ovunque, si rese necessaria la formulazione di una regola ad hoc, sul modello di quelle che erano alla base degli ordini monastici tradizionali. Questa regola fu stabilita da due documenti: la Regola, approvata nel corso del Concilio di Troyes, che si tenne nell'omonima località nel 1129 e la bolla Omne datum Optimum di Papa Innocenzo II, emanata nel 1139.
Per la formulazione del testo della Regola fu chiamato Bernardo di Chiaravalle, una delle personalità di maggiore spicco della cristianità occidentale e principale diffusore della nuova regola cistercense.
Bernardo di Chiaravalle in un manoscritto medievale
Sin dalla nascita dell'Ordine dei Templari egli fu un loro convinto sostenitore, tanto da scrivere un breve trattato in difesa dei loro ideali, il De Laude Novae Militiae. Nel trattato Bernardo pone a confronto la nuova Militia Christi con la cavalleria del tempo: la cavalleria combatte esclusivamente per i propri interessi, così, se i cavalieri uccidono qualcuno, commettono un peccato mortale, mentre se vengono uccisi, perdono la loro anima. Inoltre il loro meraviglioso equipaggiamento è solo un inutile "ornamento da femmina". I nuovi cavalieri, invece, non uccidono per il loro bieco interesse, ma solo quando i pagani minacciano e opprimono i cristiani. Dunque "il cavalieri di Cristo dà la morte in tutta sicurezza e la riceve con assicurazioni ancora maggiori. Se muore, è per il suo bene, se uccide è per Cristo...Uccidendo un malfattore egli non commette un omicidio, ma, se oso dirlo, un malecidio" (De laude novae militiae, III, 4). Per compiere tutto ciò, i nuovi cavalieri non hanno bisogno di tutti quegli orpelli di cui usavano vanitosamente ornarsi i cavalieri, perché nel loro comportamento, così come nei loro ideali, non c'è né frivolezza né desiderio di gloria mondana.

Raffigurazione tipica dei Cavalieri Templari in un manoscritto inglese del 1250
La regola che ne seguì era composta di 72 articoli suddivisi in diverse parti. I primi sette articoli riguardavano la vita religiosa dell'Ordine, i seguenti undici regolavano la vita quotidiana, mentre i successivi disponevano la gerarchia dell'Ordine. Nel 1139 Papa Innocenzo II emanò la bolla Omne datum Optimum con la quale, per provvedere ai bisogni spirituali dell'Ordine, gli concesse di avere un proprio clero e proprie chiese, liberandolo da qualsiasi vincolo con l'autorità religiosa. Esso poté così costruire chiese e ordinare sacerdoti in totale indipendenza; inoltre, poiché non aveva alcun tipo di vincolo di fedeltà nei confronti del potere laico, l'Ordine si trovò totalmente padrone di se stesso e libero da qualsiasi tipo di autorità.
La gerarchia dell'Ordine era suddivisa in un Capo supremo che era il Gran Maestro, eletto da un Capitolo ristretto di cavalieri. Nonostante disponesse di ampi poteri, egli era comunque soggetto a molte limitazioni, in quanto l'organo supremo dell'Ordine era il Capitolo Generale, formato da alti ufficiali. Vi erano inoltre altri due tipi di Capitolo: il Capitolo Ordinario, che si riuniva ogni settimana per decidere questioni inerenti alla gestione ordinaria e il Capitolo Provinciale, che si riuniva quando venivano segnalati conflitti importanti attinenti alla vita dell'Ordine. Oltre al Gran Maestro, gli altri alti ufficiali erano il Siniscalco rappresentante del Maestro, e il Maresciallo, responsabile degli affari di natura prettamente militare. Vi erano poi i comandanti incaricati dell'amministrazione delle singole province. Il comandante del Regno di Gerusalemme fungeva anche da tesoriere dell'Ordine, mentre i restanti nove comandanti di Antiochia, Tripoli, Aragona, Portogallo, Apulia, Francia, Poitou, Inghilterra e Ungheria, non avevano altre funzioni specifiche. Ogni provincia era divisa in case, per ognuna delle quali vi era un comandante, mentre tutte le case erano sottoposte al controllo da parte del comandante dei cavalieri della provincia, che agiva come luogotenente del Gran Maestro. In stato di guerra, la divisione del comando corrispondeva esattamente alle gerarchie amministrative.

La gerarchia dell'Ordine Templare nel 1165

24 novembre, 2018

La Nascita della Filigrana

La filigrana è un marchio di fondo che spesso è visibile, anche oggi fra le righe di un testo, nei fogli di carta. Il marchio, di solito, rappresenta la cartiera che ha fabbricato quella determinata carta; ragion per cui, nello studio dei testi passati, rappresenta un elemento fondamentale per collocare geograficamente e temporalmente un determinato documento.

Esempio di filigrana

Nel XII Secolo la carta, importata dal Medio Oriente e già cominciata ad usare nell'XI secolo, cominciò a prendere il posto della più costosa pergamena. Già i cinesi, quasi un millennio prima, erano riusciti ad ottenere questo materiale essiccando e pressando una pasta di corteccia di particolari alberi; gradualmente, questa tecnologia si è diffusa sempre più verso ovest fino ad arrivare in Europa. Fabriano, in Italia, è stata una delle prime città ad intuire la convenienza economica di questo nuovo materiale; già nella seconda metà del 1300 Bartolo da Sassoferrato, insigne filosofo che studiò e lavorò nell'Italia centro settentrionale, in un suo trattato sull'araldica scrisse che gli artigiani di Fabriano erano soliti firmare i loro prodotti per certificarne l'origine, fra cui la carta. Nella figura sottostante, riportiamo il passaggio di suddetto trattato; questo è il documento più antico che si ha e che testimonia l'uso della filigrana.

Passaggio del manoscritto in cui si parla della filigrana di Fabriano

Il passaggio cita testualmente: "Exemplum: in marchia Anchonitana est quoddam castrum nobile cuius nomen est Fabrianum, ubi artificium faciendi cartas de papiro principaliter viget, ibique sunt edificia multa ad hoc et ex quibusdam edificiis meliores carte proveniunt, licet ibi faciat multum bonitas operantis. Et, ut videmus, quodlibet folium carte suum habet signum propter quod significatur cuius edificii est carta.".

Che tradotto significa:  "Un esempio: nella marca anconitana si trova la località di Fabriano, dove è particolarmente fiorente l’industria della carta e si trovano molti edifici adibiti a questo scopo, in alcuni dei quali viene prodotta una carta migliore, dato che riveste una grande importanza l’abilità dell’artigiano. Come si può vedere, ogni foglio di carta ha il suo segno, dal quale si può riconoscere da quale officina proviene la carta."

La più antica testimonianza di carta filigranata risale al 1282. Ma come si procedeva nell'incisione del marchio? Si pensa che esso sia stato lasciato incidentalmente dalla torsione di un'asticella della forma della pressa che comprime la pasta di carta. Da quel momento, ogni artigiano pensò di creare un suo segno e farne un marchio che rappresentasse una sorta di sigillo di qualità.

Filigrana in un codice conservato presso l'Accademia della Crusca

La filigrana, nel corso della storia, assumerà importanza in quanto simbolo di prestigio per documenti di un certo rilievo, ed in futuro anche per le banconote, in quanto usata come una delle tecnologie per evitarne la contraffazione.
Un'altra delle grandi tecnologie medievali nata con l'introduzione della carta, importante mezzo che consentirà un'accelerata nella diffusione del sapere e della conoscenza nell'Europa dell'epoca.

21 novembre, 2018

The Great Battles of Historie Medievali: la Battaglia di Tinchebray

La battaglia di Tinchebray venne combattuta nell'omonima cittadina della Normandia, il 28 settembre 1106, tra la fora di invasione guidata dal re Enrico I d'Inghilterra e suo fratello maggiore, Roberto II di Normandia.

Miniatura del Maestro di Bedford della battaglia di Tinchebray (XV secolo)
La guarnigione di Enrico era composta da circa 8400 uomini, di cui 2400 cavalieri, tra normanni, angioini e bretoni, e 6000 fanti, sia inglesi che normanni. Il re aveva organizato il suo esercito in tre gruppi: Ranulfo di Bayeux, Roberto di Beaumont, Il conte di Leicester, Guglielmo di Warenne e il conte di Surrey erano al comando delle due forze primarie; una riserva, capeggiata da Elia I del Maine, era collocata su un fianco dello schieramento, fuori dalla visuale nemica. Tra le fila di Enrico, si annoveravano anche Alano IV di Bretagna, Guglielmo d'Evreux, Ralph di Tosny, Roberto di Monfort e Roberto di Grandmensil.
Lo schieramento di Roberto II era composto invece da circa 6700 uomini, di cui circa 700 erano cavalieri, la restante parte di fanteria. I suoi soldati erano guidati da Guglielmo di Mortain e Roberto II di Belleme.

Roberto II di Normandia catturato durante la battaglia di Tinchebray, di James William Edmund Doyle
La battaglia durò soltanto un'ora circa. Enrico scese da cavallo ed ordinò alla maggior parte dei suoi cavalieri di fare altrettanto. Questo era insolito per la tattica di battaglia dei Normanni, e significava che la fanteria avrebbe giocato un ruolo decisivo nello scontro. La forza di riserva di Enrico risultò decisiva per le sorti dello scontro. La maggior parte dell'esercito di Roberto venne catturata od uccisa. Tra i prigionieri figuravano: Roberto stesso, Edgardo Atheling (zio della moglie di Enrico) e Guglielmo di MortainRoberto di Bellême, comandante della retroguardia del Duca, guidò la ritirata, salvandosi dalla morte o da una quasi sicura cattura. La maggior parte dei prigionieri vennero rapidamente liberati, ma Roberto e Guglielmo di Mortain trascorsero il resto della loro vita in carcere.

Schema tattico della Battaglia di Tinchebray

16 novembre, 2018

Le vette dell'arte medievale: La cattedrale di Metz

Uno dei più grandi capolavori francesi si trova a Metz. Dedicata a Santo Stefano, è una delle più belle e maestose opere gotiche mai realizzate al mondo.

Prospetto laterale della cattedrale di Santo Stefano

Alta più di 40 metri, ha impressionato i visitatori per le sue maestose vetrate, che coprono la strabiliante superficie di 6.500 metri quadri.
La sua edificazzione iniziò nel 1120, su di una basilica del X secolo ad opera del vescovo Conrad de Scharfenberg. Fondamentalmente la costruzione si svilupperà in due fasi: la prima vedrà la ricostruzione delle navate e delle torri, evento molto insolito, in quanto normalmente i cantieri iniziavano dal coro; la seconda si occuperà del transetto e del coro.
Si iniziò con la demolizione, fino alle fondamenta della navata ottoniana, e con il conseguente elevamento dei muri delle navate e la posa delle basi dei pilastri. Il materiale usato fu il Calcare di Jaumont, una pietra locale con forti presenze ferrose che le conferiscono il caldo color ocra. Sotto l'episcopato di Jacques de Lorraine (1239-1260), le parti del nuovo cantiere vennero già modificate. Lo slancio gotico doveva essere la prima considerazione. Si decise anche di abbattere la collegiata di Notre-Dame per integrarla al nuovo stile della cattedrale.

Vetrate della facciata

Con avverse vicende, la costruzione procedette. Nella seconda metà del XIII secolo le due elaborate torri della cattedrale furono terminate. I fondi sembravano non bastare per l'ambizioso progetto, così verso il 1330 venne fondata la Confrérie de Sainte-Marie et de Saint-Étienne (Confraternita di Santa Maria e Santo Stefano), con lo scopo di raccogliere nuove entrate con le offerte dei fedeli, vendita delle Indulgenze, ecc. I finanziamenti non furono cospicui e provocarono un'intermittenza continua del cantiere, che comunque vide finire la copertura del tetto verso la metà del XIV secolo e la costruzione della quinta cappella destra grazie alla donazione del vescovo Adhémar de Monteil.
Nel 1356 l'Imperatore Carlo IV, venuto a Metz per promulgare la Bolla d'oro, venne accolto nella cattedrale. La prima campagna dei lavori poté dirsi terminata con la volta della navata, di 41,41 metri, nella corsa ai record gotici. 

Navata centrale della cattedrale di Metz

L'interno è slanciato, imponente. Ma ciò che impressiona di più è la commovente serie di vetrate che caratterizzano la cattedrale, che con i suoi 6500 metri quadrati, costituisce la più grande composizione vetraria di tutta l'Europa intera.
La maggioranza delle vetrate è stata posizionata fra il XII ed il XIV Secolo: su di esse sono istoriate vicende di santi, evangelisti ed apostoli. Solo il coro ed il braccio sud vengono aggiunti nel XVI Secolo, mentre Marc Chagall disegnerà alcune delle vetrate che verranno distrutte nel corso della seconda guerra mondiale.

Vetrate del coro (XVI Secolo) e del transetto nord, di epoca medievale

Le vetrate conferiscono alla struttura una luminosità policroma quasi unica nel suo genere. Esempio straordinario del genere artistico che ormai aveva preso piede nel Medioevo.

14 novembre, 2018

I bagni pubblici

Anche se si dà per scontato che l'igiene personale nel Medioevo fosse pressoché quasi inesistente, pur non avendo fonti certe al riguardo, ciò non vuol dire che fosse nulla: abbiamo la certezza che intorno alla metà del 1100, in molti centri di ItaliaSpagna cristianaInghilterra e Germania, sorsero numerosi "balnea", ovvero bagni pubblici in cui le persone potevano recarsi per lavarsi.
Queste strutture, che in parte ricordavano le terme romane, furono di ispirazione all'utilizzo anche in Europa grazie al modo d'uso che ne facevano gli islamici, e che prontamente gli Europei portarono dopo la conquista della Terra Santa durante la prima Crociata. Erano dotate di vasche riempite con acqua riscaldata grazie al fuoco a legna e di “stufe”, stanze simili alle nostre saune. I bagni pubblici medievali, a differenza delle antiche terme romane, non erano considerati luoghi di aggregazione e di incontro dove conversare e socializzare con gli altri, ma solo come una meta quasi obbligata per essere più puliti e in salute, visto che il loro utilizzo doveva servire anche, si sperava, ad allontanare  le malattie.

Bagni pubblici medievali in Borgogna intorno al XV secolo. Uomini e donne si lavano insieme, i più ricchi mangiano durante il bagno
I bagni nel Medioevo avevano infatti anche una funzione curativa e molti medici li prescrivevano a tutti quei pazienti che, a loro giudizio, necessitavano di terapie a base di calore ed umidità.
Non mancarono tuttavia i pareri contrari, soprattutto quando iniziarono a diffondersi, tra la popolazione, affezioni attribuite proprio alla frequentazione di questi luoghi; la causa, probabilmente, era dovuta alla loro promiscuità e alla mancanza di alcune elementari norme di sicurezza.

Il rituale del bagno nel Medioevo
All'inizio i bagni pubblici erano aperti a persone di entrambi i sessi e di ogni età che, denudatisi completamente, si immergevano insieme in acqua o nel vapore, una prassi non solo discutibile dal punto di vista sanitario, ma che con il tempo fece anche sorgere scandali e polemiche sulle attività che si riteneva accompagnassero il rituale del bagno; voci non troppo infondate, a giudicare da quanto si può leggere su alcuni manoscritti tardomedievali, li dipingono più come case di tolleranza, che come ambienti adibiti all’igiene e alla cura del corpo.
Sembra in effetti che, nella maggior parte di queste strutture, lavorassero donne "disponibili" non solo a tagliare i capelli e a radere barbe, ma anche a prestazioni "extra" da compensare con pochi denari.

Sala da bagno pubblica 
In un simile stato di cose l’intervento delle autorità divenne indispensabile: si stabilì che uomini e donne dovessero recarsi presso i bagni pubblici in giorni differenti, fissati su un calendario, e si vietarono del tutto immersioni e trattamenti misti.
Ma neanche i suddetti provvedimenti furono sufficienti ad eliminare la prostituzione da questi luoghi, che per i loro proprietari costituiva una fonte di guadagno decisamente redditizia, i quali quindi non avevano alcun interesse a limitarne l’accesso; a tanta ostinazione fecero seguito continue denunce, che finirono inevitabilmente per sancire la fine degli stabilimenti stessi.
Dopo quelli di Londra, i primi ad essere vietati, tutti i balnea europei vennero chiusi l’uno dopo l’altro nel corso del XV secolo.