19 luglio, 2018

L'infanzia nel medioevo

Se vivere da adulti nel medioevo era già particolarmente difficile, per un bambino spesso poteva esserlo molto di più e di certo veniva subito abituato a una vita differente da quella che può essere mediamente l'infanzia attuale. Appena nato, dopo la fasciatura molto stretta, fatta seguendo la credenza secondo cui le ossa fragili sarebbero cresciute male o del tutto storte, si passava subito a un bel bagno caldo, specialmente nei periodi invernali, prima di preparare la culla - che in Italia aveva un movimento verticale testa-piede, mentre nel resto d'Europa era orizzontale, da spalla a spalla - in cui il neonato avrebbe poi riposato. In alcuni casi, la culla poteva essere appesa al soffitto con un sistema di corde posizionato proprio al di sopra del letto dei genitori che, sporgendo un braccio, potevano farla dondolare. Si trattava di una soluzione ingegnosa soprattutto per le case più piccole, molto frequenti nel Medioevo, ma ovviamente rischioso dato che le corde potevano spezzarsi.

Il tormento delle fasce
Si è calcolato che nel Medioevo un bambino su tre moriva prima dei cinque anni: le cause potevano essere di ogni tipo, da una semplice malattia alla denutrizione. Inoltre, si sovente, si assisteva anche al fenomeno dell'abbandono dei bambini, che per loro fortuna, spesso venivano lasciati all'esterno di monasteri, e da lì, presi in consegna dai monaci che li iniziavano alla vita monastica. 
La nascita di figlie femmine invece, se da un lato, nelle famiglie più povere, significava avere una bocca in più da sfamare che non poteva aiutare nel lavoro della terra, dall'altro rappresentava una possibilità di riscatto sociale per la famiglia perchè, una volta cresciuta, si poteva combinare un matrimonio con esponenti di famiglie di rango più elevato. Con la nobiltà ovviamente, questo fenomeno raggiunge i suoi massimi livelli.
Nel caso di scarsità di latte da parte della madre, il bambino poteva essere affidato a delle nutrici, pagate, che si occupavano di allattarlo, o nei casi più estremi, si ricorreva a latte di origine animale, come quello di asina o di pecora.

Due bambini giocano con un volano
Ad ogni modo, una volta cresciuto e lasciata la culla, il bimbo iniziava a muovere i primi passi aiutandosi con un girello a ruote, protetto da una vestina lunga fino ai piedi e aperta sul davanti, uguale per i due sessi, e da vari amuleti, soprattutto rametti di corallo. Quando erano in grado di camminare e correre, iniziavano a divertirsi con i primi giochi, del tutto diversi a quelli moderni e spesso dipendenti dalle stagioni. A dicembre, ad esempio, quando si ammazzava il maiale, i bambini gonfiavano la sua vescica come un palloncino; se nevicava andavano a tirare le palle di neve per le strade; altri cacciavano le farfalle, ma si racconta anche di fischietti a forma di uccello, bamboline, cavallucci con i loro cavalieri. Inoltre, i bambini amavano fare la guerra con spade di legno e sovente si misuravano in finti tornei: si giocava anche a nascondino, con una palla o una mazza di legno. Un giocattolo molto in voga era un piccolo mulino infilato in una noce. Insomma, vinceva la fantasia: erano bambini e come tali ogni scusa era buona per divertirsi.

Bambini impegnati in vari lavori
Ma l'infanzia spensierata aveva una durata molto breve, dato che i bambini medievali cominciavano a lavorare molto presto. Abbiamo testimonianze di contratti per ragazzini di dieci o dodici anni che vivevano già appieno la vita come degli adulti, non solo in ambito lavorativo. Talvolta si poteva cominciare però anche prima, mentre per le ragazze, la vita adulta poteva iniziare intorno ai 14 anni, età in cui già potevano sposarsi. Anche in questo caso comunque, si poteva cominciare prima. 
Il furto di bambini invece, era molto frequente: solitamente era chiesto un riscatto alle famiglie, specialmente le più ricche, che potevano permettersi di pagare somme di un certo livello.
In buona sostanza a un bambino, nel medioevo, non mancavano i momenti di spensieratezza, come è giusto che ci siano anche in un'epoca particolarmente dura, ma dovevano scontrarsi con la difficile realtà di un mondo che aveva poco spazio per i deboli. Si restava bambini relativamente per poco tempo, prima di essere introdotti praticamente subito alle faccende “da grandi”, sia tra i ceti più poveri, sia nell'altissima nobiltà: non sono pochi i casi registrati di giovanissimi eredi costretti a salire al trono effettivamente molto presto.

15 luglio, 2018

La tavola Peutingeriana

Fra i tanti documenti di epoca romana che si ricopiavano, uno in particolare ha suscitato sempre stupore ed interesse: si tratta di una sorta di stradario d'Europa ante litteram, o per meglio dire, una mappa delle strade imperiali romane. Conservata presso la Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna, con copie a Parigi e a Pola, questo atlante stradale è stato inserito dall'UNESCO nel Registro della Memoria del Mondo. Stiamo parlando della Tavola Peutingeriana.

Porzione della Tavola: dall'alto verso il basso abbiamo l'area Balcanica, Puglia, Calabria, Sicilia e l'odierna Libia

La mappa porta il nome dell'umanista e antichista Konrad Peutinger, che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell'imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscire nell'impresa. Come si può vedere dallo stralcio di mappa sopra mostrato, non si riescono a riconoscere le aree geografiche indicate nella didascalia, in quanto questa tavola non è una vera e propria cartografia, ma più un diagramma che mostra cosa collegavano le varie strade dell'Impero Romano, oltre ad indicare i vari mari, fiumi, foreste, montagne e città attraversate.

Zona dell'odierna Toscana settentrionale. Si riconoscono Pisa, Lucca e Luni; oltre a vedere l'Arno e la dorsale appenninica. In alto è visibile il fiume Po.

La tavola è composta da 11 pergamene che formano una composizione gigantesca: 6 metri ed 80 centimetri di lunghezza per 33 centimetri di altezza. La tavola arriva fino alla zona indiana, giungendo a menzionare addirittura la stessa Cina! Vi sono indicate circa 555 città e altre 3.500 particolarità geografiche, come i fari e i santuari importanti, spesso illustrati da una piccola figura. Le città sono rappresentate da due case, le città sede dell'Impero - Roma, Costantinopoli, Antiochia - sono segnalate da un medaglione. Vi sono inoltre indicate le distanze, sia pure con minore o maggior precisione.

Medaglione raffigurante Roma, sotto il porto di Ostia

Tale mappa è inoltre famosa perché è una delle prime testimonianze cartografiche di quell'insieme di vie che vanno a creare le strade della Via della Seta. Infatti, una delle pergamene mostra le strade attraversanti Armenia, Mesopotamia, Persia ed India, fino ai margini del mondo Orientale conosciuto all'epoca della sua stesura (IV Secolo dopo Cristo).

Le strade raffiguranti la via della Seta nella porzione orientale della tavola

Uno degli elementi interessanti di questa porzione della tavola è la presenza, in basso a destra, di un tempio romano dedicato ad Augusto. Questo tempio è localizzato sulla tavola nell'odierna regione del Kerala, che all'epoca corrispondeva alla costa di Malabar, col toponimo di "Templ' Augusti". Cos'ha di particolare questa regione del mondo? Beh, siamo in piena India meridionale!
Se un giorno questo toponimo dovesse venire confermato col ritrovamento archeologico di un tempio romano dedicato ad Augusto, avremmo la conferma che i romani arrivarono a colonizzare addirittura l'India meridionale.

Punto della tavola in cui è localizzato il tempio di Augusto e localizzazione geografica odierna

Ma chi copiò questa poderosa opera antica? Si ritiene che il manoscritto odierno sia opera di un monaco copista di Colmar, il quale la copiò nel XIII secolo, intorno al 1265, da un documento più antico. La tavola venne poi dimenticata, ma riscoperta intorno alla seconda metà del XV secolo da Conrad Celtis, che poi la passerà a Konrad Peutinger, il quale la farà riscoprire al mondo.

Incisione raffigurante Konrad Peutinger

La tavola Peutingeriana è la testimonianza di come, grazie al Medioevo, abbiamo opere la cui testimonianza attraversa i millenni. Dei veri e propri "profili autostradali" ante litteram, che mostrano anche i luoghi geografici attraversati. Un vero spaccato del mondo romano che, grazie ad un anonimo monaco amanuense medievale, è arrivato intatto fino ai giorni nostri, divenendo uno dei più grandi tesori dell'umanità.

Pergamena mostrante l'area campana

12 luglio, 2018

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:


POLLO AL FINOCHIO

Ingredienti: 
1 bel pollo di fattoria; 
100 gr. di mandorle non spellate;
1 pugno di foglie di finocchio o d'aneto;
1 pugno di prezzemolo

Procedimento:
Preparare il pollo e tagliarlo a pezzi. Fondere lo strutto in una casseruola e farvi colorire i pezzi di pollo a fuoco vivo. Quando sono ben dorati aggiungere acqua, salare, coprire e lasciar sobbollire per circa 40-50 minuti a seconda della qualità del pollo. Nel frattempo, lavare le erbe e tritarle insieme alle mandorle.
Quando il pollo è quasi cotto, togliere i pezzi dalla casseruola e tenerli in caldo fra due piatti. Disporre i pezzi del pollo sul piatto di portata. Passare la salsa al colino o al setaccio e ricoprirne il pollo. Spolverare con un bel pizzico di spezie fini e servire.


FUNGHI SALTATI ALLE SPEZIE

Ingredienti: 
500 gr. di funghi selvatici o di champignons;
Erba cipollina quanto basta; 
1 pizzico di pepe appena macinato;
1 pizzico di zenzero in polvere;
1 pizzico di noce moscata appena grattugiata;
2 pizzichi di coriandolo in polvere; 
Olio d'oliva quanto basta;
Sale quanto basta;

Procedimento:
Mondare e lavare gli champignons. Se sono grossi, tagliarli in due o in quattro parti. Cuocerli in acqua bollente per 10 minuti e scolarli con cura. Frattanto, tritare fine la cipolla e farla sciogliere in un filino di olio.  Aggiungere gli champignons e rosolarli per qualche istante a fuoco vivo. Salare e aggiungere le spezie; abbassare la fiamma, coprire e far sbollire per una quindicina di minuti. Sorvegliare la cottura mescolando di tanto in tanto e, quando sono ben dorati, servire.

09 luglio, 2018

Historie Medievali: Feudal Japan, Il Periodo Heian, parte 1

I samurai possono essere considerati i cavalieri del Giappone Medievale. Come i cavalieri medievali europei, essi nacquero come élite militare, trasformandosi poi in élite sociale. I loro riconoscimenti erano dati dai trionfi riportati con le loro spade. La storia del Giappone la si può identificare con la storia dei samurai. Il "Periodo Heian" (durante il quale si fece per la prima volta uso della parola "Samurai") deriva dal nome con cui a quel tempo era conosciuta la capitale Kyoto: "Heian-Kyo" ovvero città della pace celeste.
La nascita dei samurai è ancora oggi controversa, poiché non sono state fornite adeguate risposte. Il termine stesso non venne introdotto in Giappone prima dell'XI secolo d.C., dopo più di un millennio di guerre. Samurai significa letteralmente "coloro che servono", che offrono cioè i propri servigi militari ad un sovrano. Antichi documenti ci forniscono alcuni indizi su quali siano stati i progenitori dei samurai. Nei Nihongi, gli Annali del Giappone, compilati nel corso della prima metà dell'VIII secolo d.C. è possibile ritrovare il termine bugei, "arti marziali". Non vi sono dubbi, quindi, che negli eserciti di quel periodo esistesse già un grado di specializzazione, sia sotto il governo centrale che dal punto di vista locale. Il primo periodo storico del Giappone fu quello più denso di conflitti di tutta la storia samurai.

Una pagina dal Tanaka, una versione del Nihongi

Nel 672 d.C. troviamo già un primo accenno ad uno di quei ruoli che il futuro samurai avrebbe dovuto ricoprire e cioè quello di arciere a cavallo, figura che sembra avesse già raggiunto uno status d'élite. Nel 671 d.C. l'Imperatore Tenchi morì. La sua morte causò una di quelle lotte per il diritto di successione che troveremo spesso nella storia samurai. Tenchi aveva promesso il trono al fratello che, declinato l'onore, si era fatto monaco, per questa ragione, a succedergli fu suo figlio. Il fratello dell'Imperatore Tenchi, lasciò il monastero e si oppose al nipote per la successione al trono, attaccandolo con una schiera di arcieri a cavallo. Il colpo ebbe successo ed egli ascese al trono come Imperatore Temmu. I resoconti dell'attacco sferrato da Temmu e delle imprese militari durante il suo regno ci vengono descritti dai Nihongi, compilati sotto la giurisdizione della figlia di Temmu; anche se tali imprese sono oggi considerate con una punta di scetticismo. Fatto sta che tali azioni sono il primo resoconto scritto delle imprese degli arcieri a cavallo, tipico dell'élite samurai.

Disegno dell'Imperatore Temmu, disegnato nel 1908

Rivalità come questa tra principi imperiali erano ragioni di guerra molto meno comuni del continuo bisogno di campagne contro gli abitanti aborigeni delle isole del Giappone, le Ainu. Gli antichi resoconti dimostrano chiaramente che l'eliminazione di queste popolazioni era vista quasi come un dovere morale ed un atto di grande civilizzazione, definita negli Annali una emishi no seiobatsu o "punizione degli Emishi". Il termine Emishi, che probabilmente altro non è che una variante della parola Ainu per "uomo", era usato nel senso di "barbaro" ad indicare il disprezzo di una società civilizzata. Emishi era il termine più gentile che i nemici usavano per queste popolazioni; le popolazioni indigene, infatti, erano altrove appellate come "ragni di terra". Gli Emishi si dimostrarono guerrieri accaniti ed i primi imperatori presero ben presto l'abitudine di reclutarne pacifici nei loro eserciti, poiché rappresentavano una buona fonte di supporto per l'esercito. Gli Emishi diedero prova del loro valore militare, che più tardi venne associato ai samurai, i quali trassero le loro origini da questi formidabili guerrieri. Perfino la spada ricurva, simbolo del samurai, trova probabilmente le sue origini nelle armi portate dagli Emishi reclutati come guardie della Corte Imperiale nella seconda metà del IX secolo.

Due Emishi, stampa del 1324 circa

05 luglio, 2018

Porposte di lettura: Scritti sul pensiero Medievale


Umberto Eco è stato uno dei più grandi uomini di cultura italiana del nostro tempo. Bisogna dire che è stato anche un grande studioso del Medioevo, cosa che lo ha portato a scrivere un romanzo famoso come "il Nome della Rosa".
Quello che poco si sa, è che il grande scrittore raccolse i suoi pensieri in un unico libro. Infatti Eco, in questo volume, presenta scritti tutti già pubblicati, ma che riunisce per testimoniare della sua continua attenzione alla filosofia, all'estetica, alla semiotica medievale, sin dall'inizio dei suoi interessi storiografici risalenti agli anni universitari. Raccoglie così le ricerche sull'estetica medievale e in particolare quella di Tommaso d’Aquino, gli studi di semantica sull'arbor porphyriana e sulla fortuna medievale della nozione aristotelica di metafora, esplorazioni varie sul linguaggio animale, sulla falsificazione, sulle tecniche di riciclo nell'Età Media, sui testi di Beato di Liebana e della letteratura apocalittica, di Dante, di Lullo e del lullismo, su interpretazioni moderne dell'estetica tomista, compresi i testi giovanili di Joyce.

Una seconda sezione raccoglie scritti meno accademicamente impegnativi, ma che tuttavia possono fornire anche al lettore non specialista idee sul pensiero medievale e sui suoi vari ritorni in tempi moderni, con riflessioni sugli embrioni secondo Tommaso, l’estetica della luce nel paradiso dantesco, il Milione di Marco Polo, la miniatura irlandese e quella del tardo Medioevo, documentate visivamente in una succinta raccolta di immagini. Pur lasciando a questi scritti, che coprono un arco di sessant'anni, la loro natura originale, Eco li uniforma dal punto di vista bibliografico e redazionale, eliminando, seppure non del tutto, alcune riprese e ripetizioni.

Mantenendo sempre uno stile pulito, educato e gentile nei confronti del lettore, questo è un libro che non può mancare sugli scaffali della libreria di un appassionato di Medioevo.

02 luglio, 2018

Great battles of Historie medievali: la Battaglia di Les Formigues

La battaglia navale di Les Formigues ebbe probabilmente luogo la mattina del 4 settembre 1285 vicino alle omonime isole, situate a circa 85 km a nord-est di Barcellona, quando una flotta di galere catalane e siciliane, comandate da Ruggiero di Lauria, sconfisse una flotta di galere francesi e genovesi, comandate da Guglielmo di Lodeva, Arrigo De Mari e John de Orrea.
Ci sono tre resoconti completamente diversi di questa battaglia: quello di Ramon Muntaner, quello di Bernard Desclot e le "Gesta Comitum Barchinonensium". 

Un combattimento medievale tra due navi dove i francesi hanno la peggio
Quest'ultime collocano la battaglia a Les Formigues (o Formigas), mentre Muntaner favoriva una posizione al largo di Roses (Rosas), più a nord. 
Sia Lauria che i francesi erano a riva per la notte quando si scontrarono con gli altri, o secondo un'altra ipotesi, le due flotte erano entrambe in mare quando ebbe luogo lo scontro.
Tutti i resoconti concordano sul fatto che lo scontro avvenne di notte, il che era inconsueto per le battaglie navali dell'epoca, ma andava bene a Lauria, che era specializzato nei combattimenti notturni. Egli mise due lanterne su ogni galera per far credere di avere un numero superiore di forze. Dallo scontro fuggirono dalle dieci alle sedici galere genovesi, sotto il comando di John de Orrea, lasciando che circa quindici o venti navi francesi fossero catturate, affondate o bruciate.

Galera, tipica imbarcazione medievale
Il trovatore Johan Esteve de Bezers sosteneva che la causa della cattura dell'ammiraglio francese Guglielmo di Lodeva, fosse stata un tradimento. Si narra che trecento prigionieri francesi furono rimandati in Francia; tutti erano stati accecati tranne uno, a cui era stato lasciato un occhio per guidare gli altri. I prigionieri portavano un messaggio di Ruggiero di Lauria al re di Francia, Filippo III: "Neppure un pesce avrebbe potuto navigare in sicurezza nel Mar Mediterraneo, senza portare un permesso del re d'Aragona".

27 giugno, 2018

La basilica di Sant'Ambrogio

È la seconda chiesa più importante di Milano, punto di riferimento dell'epoca paleocristiana e medievale, nonché della storia della Chiesa Ambrosiana. Fondata dal Vescovo Ambrogio fra il 379 ed il 386 d.C. per celebrare i martiri cristiani lì uccisi dai Romani, venne dedicata a quest'ultimo quando vi fu sepolto alla sua morte, avvenuta nel 397 d.C.. Ma anche se venne fondata in epoca romana, quella di oggi non è la basilica che venne costruita allora: infatti, anche se la pianta segue fedelmente la disposizione di quella originale, essa è stata gradualmente costruita fra il 790 ed il 1099 d.C..

Facciata della basilica vista dal quadriportico

La basilica presenta un quadriportico antistante l'entrata con tre navate ed altrettante absidi. Lo stile è prettamente romanico, mentre il materiale di costruzione è povero: mattoni, pietra ed intonaco bianco. La facciata a capanna è larga e schiacciata. Presenta due logge sovrapposte. Quella inferiore ha cinque arcate uguali (di cui solo tre sono visibili in facciata) e si ricongiunge con il perimetro interno del portico, pur avendo queste arcate leggermente più alte, mentre quella superiore ha cinque arcate che scalano in altezza, assecondando il profilo degli spioventi. Presenta anche degli archetti pensili, cioè file di piccoli archi a tutto sesto che "ricamano" la cornice marcapiano e gli spioventi.
Vi sono presenti eleganti arcate sostenute da pilastri fiancheggiati da semicolonne. Tutte le membrature del portico sono ben evidenziate, anche coloristicamente. Le arcate hanno doppia ghiera, le cornici sono sorrette da archetti pensili analoghi a quelli della facciata, mentre sottili lesene si profilano sulle superfici superiori, dividendole con regolarità.

Navata centrale

L'interno venne strutturato secondo le più avanzate novità d'Oltralpe, con l'uso di volte a crociera a costoloni, nelle quali ogni elemento confluisce in una struttura portante apposita, con un'architettura rigorosa e coerente. In sostanza, ogni arco delle volte poggia su un semipilastro o una semicolonna propria, poi raggruppati nel pilastro a fascio, la cui sezione orizzontale non è quindi casuale, ma legata strettamente alla struttura dell'alzato. Le volte delle navate laterali, con campate di dimensioni pari alla metà del lato di una campata nella navata centrale, poggiano su pilastri minori e reggono i matronei. Questi ultimi occupano tutto lo spazio eventualmente disponibile per il cleristorio: lo sviluppo in altezza ne risulta bloccato ma, coerentemente con lo sviluppo complessivo, la luce si tende lungo l'asse maggiore (la stessa forma plastica dei pilastri polistili è subordinata a questa illuminazione bassa) e passa dalle finestre della facciata (qui, peraltro, filtrata dalle logge) e dal tiburio (come detto, successivo).

Ciborio ed abside

In corrispondenza del tiburio, nell'ultima campata della navata centrale, si trova il presbiterio con, al centro, l'altare maggiore, realizzato tra l'824 e l'859 da Vuolvino, con prezioso paliotto aureo in rilievo con pietre incastonate su tutti e quattro i lati. L'altare è sormontato dal ciborio coevo, commissionato dall'arcivescovo di Milano Angilberto II, dal quale prende il nome.
Nel catino absidale, si trova un mosaico, ricostruito dopo la seconda guerra mondiale riutilizzando i resti di quello precedente distrutto dalle bombe, risalente al IV secolo, ma più volte modificato entro il IX secolo. Al centro vi è il Pantocratore tra i santi Gervaso e Protaso e, ai lati, scene della vita di Sant'Ambrogio.

Mosaico absidale

Sant'Ambrogio vale una visita. È uno dei grandi capolavori medievali di Milano insieme al Duomo, e mostra tutta la grandiosità della storia medievale di questa città.

25 giugno, 2018

Il battesimo

Il problema principale legato all'infanzia, nel medioevo, era l'alto tasso di mortalità, motivo per cui la chiesa decise di rendere obbligatorio il battesimo in tenera età, piuttosto che continuare a celebrarlo in età adulta, come era sempre stato.
La campagna di diffusione di questo nuovo vincolo fu notevole; d'altronde la chiesa è sempre stata maestra in questo: in pochissimo tempo il nuovo ordinamento rituale raggiunse e si impose nei grandi castelli e nelle sperdute campagne.
È chiaro che in una società in cui la vita di un neonato non era controllabile dal punto di vista sanitario e la morte era frequente quanto la nascita, l'unica scelta che rimaneva ai genitori era quella di gestire almeno l'anima del bambino e garantirgli la salvezza nell'al di là.
In tutto il medioevo il battesimo ebbe una liturgia ben precisa che rappresentava l'emblema del controllo della chiesa su questo rito.

Battesimo di Isabella, figlia di Carlo V di Francia
Se in una prima fase del cristianesimo il battesimo degli adulti consisteva nella semplice immersione nelle acque di un fiume o di un torrente, nell'alto Medioevo l'unico luogo in cui si poteva battezzare era il battistero, un edificio adiacente ad una chiesa e dotato di una "fonte battesimale".Tutto il rito era gestito da sacerdoti e vescovi.
Riguardando bambini neonati, tutta la parte rituale che comprendeva l'accettazione e la consapevolezza dell'atto dovette essere affidata a due adulti di riferimento e così fu creata la figura dei padrini e delle madrine che"sceglievano in consapevolezza la salvezza dell'anima del neonato".
I padrini, cioè i tutori della volontà del neonato, si trovavano nella vera e propria posizione di catecumeni e, con grande serietà ed impegno, si sottomettevano ad una serie di rituali preparatori.
Prima di tutto c'era una serie di lezioni preparatorie di istruzione religiosa e, essendo in alcune circostanze quella di catecumeno una vera e propria professione, talvolta la scuola durava anche tre anni.

Battesimo per immersione
Il rito del battesimo si celebrava la notte del Sabato Santo, quando il Vescovo bagnava di saliva le orecchie e il naso del bambino, in modo da consentirgli un contatto diretto con Dio, poiché il Cristo aveva aperto orecchie ed occhi a ciechi e sordi.
Dopodiché veniva unto d'olio, come fosse un lottatore, a simboleggiare la guerra contro il peccato, quindi rivolto verso oriente, terra che si riteneva contenesse il messaggio di speranza e salvezza, mentre si recitava il"Credo". A quel punto si immergeva tre volte nella fonte battesimale.
Compiuti questi atti, il bambino veniva vestito di bianco ed era pronti ad entrare, a pieno titolo, nella comunità cristiana e ad essere, a sua volta, padrino di qualche altro bambino.
Il battesimo del neonato veniva seguito da una cerimonia di purificazione della madre che segnava, dopo alcune settimane dal parto, il suo rientro nella vita sociale.

Battesimo per infusione
Naturalmente per il popolo la cerimonia era più semplice ed ai padrini non era richiesta una preparazione meticolosa, anche perché il duro lavoro delle campagne non lo avrebbe consentito.
Entrambi i rituali, per ricchi e nobili o per contadini e povera gente, avevano proporzionalmente un costo elevato, anche se i preti di campagna accettavano di buon grado compensi in natura.
Uno dei più alti di cui si ha traccia è un intero maiale, compreso di interiora, che venne dato in compenso ad un celebrante delle terre dei Tusci, nell'attuale Romagna.

22 giugno, 2018

L'Origine dei Vichinghi, parte 3

Oggi ritorniamo a parlare dei Vichinghi.
Come descritto nei due articoli precedenti, L'Origine dei Vichinghi parte 1 e L'Origine dei Vichinghi parte 2 , i vichinghi erano abili marinai; i cronisti narrano che "essi abitavano sui mari e vivevano sulle navi", mentre i loro capi erano spesso chiamati re del mare. Un'usanza vichinga era quella di coprire le prue delle loro navi con simulacri di teste di drago o di serpente per allontanare gli spiriti maligni abitanti i mari. L'iconografia popolare che rappresenta delle grandi navi con teste di drago è sicuramente fuorviante. La maggior parte delle imbarcazioni dei vichinghi era di dimensioni piuttosto contenute per poter navigare in baie poco profonde e nei fiumi. Quando se ne presentava l'occasione, esse potevano anche essere trasportate da una distesa d'acqua a un'altra sulle spalle dei rematori. Fino al VIII secolo le navi vichinghe furono esclusivamente a remi, in seguilo esse vennero dotate di un albero al quale era attaccata una vela quadrata.

Nave vichinga nel museo di Oslo

Il fasciame era costruito con file di tavole sovrapposte, in modo che ogni fila di assi coprisse quella sottostante. Per gli attacchi venivano usate generalmente navi lunghe, mentre per i traffici commerciali erano utilizzate le Knarrs, imbarcazioni più corte dotate di una carena interna larga e profonda, nella quale si potevano stivare grandi quantità di merce. Dal momento che la bussola non era ancora in uso nell'Europa occidentale, molti studiosi hanno ipotizzato che, per orientarsi, essi si basassero solo sulla loro abilità e sul loro intuito; ma ultimamente è emersa l'ipotesi che, per identificare il nord, essi si servissero di magnetite e di semplici bussole solari. Le navi non erano considerate esclusivamente un mezzo di trasporto: molto spesso esse venivano tramutate in pire sulle quali veniva fatta ardere la salma del proprietario. A volte le imbarcazioni venivano addirittura sepolte con il defunto: recenti ritrovamenti di tumuli sepolcrali ne hanno portato alla luce alcune di grande splendore e perfezione tecnica.

Tumuli scandinavi con rune incise (Danimarca)

L'uso delle navi e l'inizio dell'espansione vichinga portò, a partire dalla fine dell'VIII secolo, l'affermarsi del commercio come attività principale di questo popolo, che si dimostrò abile e versatile, al punto di riuscire ad aprire nuove vie commerciali anche attraverso la Russia. In questo periodo sorsero, nell'Europa settentrionale e nord-orientale, le prime città sedi di importanti mercati e crocevia di innumerevoli commerci. Tra i centri più famosi vanno ricordati Birka (a ovest di Stoccolma), Ribe (nella parte occidentale della penisola dello Jutland), Hedeby (a sud dell'odierna città tedesca di Schleswig) e Starja Ladoga (attuale) in Russia.
Scavi recenti hanno portato alla luce un'enorme quantità di oggetti d'uso quotidiano e di scambio: gioielli in oro, ambra, vetro colorato, utensili in ferro, bronzo, ossa. Gli scavi del 1990 condotti nella zona di Birka hanno permesso agli archeologi di ricostruire gli usi e costumi dei vichinghi di 1000 anni fa. La città venuta alla luce, era divisa in lotti di terra fiancheggiati da fossati. Infatti su ogni lotto trovavano posto uno o due casette di legno di circa 5x8 m e diversi magazzini. Le case possedevano un intelaiatura in legno e mura in graticcio ricoperto di argilla, mentre i tetti erano in legno o in paglia. Si è calcolato che queste case avessero una durata media di 30 anni. Gli arredi consistevano esclusivamente in panche di legno appoggiate lungo le pareti, che venivano utilizzate sia come sedili che come letti. Al centro della stanza si trovava un focolare che serviva per fornire luce e calore per cucinare i cibi (generalmente carni stufate). Molti abitanti di Birka erano abili orafi o conciatori di pellami, altri invece erano mercanti, come dimostra la grande quantità di monete arabe e verghe d'argento ritrovate durante gli scavi.

Ricostruzione di una casa Vichinga

18 giugno, 2018

Ildegarda di Bingen

Per una donna, nel Medioevo, era estremamente difficile emergere: la difficoltà era infinitamente più elevata rispetto ad oggi; ragion per cui, quando si parla di un personaggio storico vissuto secoli or sono di sesso femminile, si può essere certi di essere dinanzi ad un personaggio fuori dal comune, come nel caso di Ildegarda di Bingen.

Miniatura raffigurante Ildegarda

Nacque, ultima di dieci fratelli, a Bermersheim vor der Höhe, vicino ad Alzey, nell'Assia-Renana, nell'estate del 1098, un anno prima che i crociati conquistassero Gerusalemme. Fin dalla tenera età fu colta da visioni e, data la sua cagionevole salute, fu mandata dai genitori nell'Abbazia di Disibodenberg, dove venne educata da Jutta di Sponheim, giovane aristocratica dell'epoca.

Resti dell'abbazia dove la piccola Ildegarda crebbe

Fra il 1112 ed il 1115 prese i voti e cominciò a studiare i testi dell'enciclopedismo di Dionigi l'Aeropagita e Agostino. Fondò un monastero a Rupertsberg, dove si trasferì dopo il 1150; si dice facesse vestire sfarzosamente le consorelle, adornandole con gioielli, per salutare con canti le festività domenicali. Nella sua visione religiosa della creazione, l'uomo rappresentava la divinità di Dio, mentre la donna idealmente personificava l'umanità di Gesù. Nel 1165 fonderà un'altra abbazia, tuttora esistente e floridissimo centro religioso-culturale, ad Eibingen, sul lato opposto del Reno. L'abbazia è visitabile, e nella chiesa si possono ammirare gli affreschi che ritraggono i momenti salienti della vita di Ildegarda e i segni straordinari che accompagnarono il momento del suo trapasso, avvenuto il 17 settembre 1179.

Liber divinorum operum

Ildegarda era contro i monastici dell'epoca, che preferivano predicare nel chiuso dei loro monasteri e non all'aperto. Si occupò di quasi tutto lo scibile. Ha lasciato alcuni libri profetici – lo Sci vias (Conosci le vie), il Liber Vitae Meritorum (Libro dei meriti della vita) e il Liber Divinorum Operum (Libro delle opere divine), tra le cui figure viene rappresentato l'Adam Kadmon cabbalistico, oltre a una notevole quantità di lavori musicali, raccolti sotto il titolo di Symphonia harmoniae celestium revelationum, diviso in due parti: i Carmina (Canti) e l’Ordo Virtutum (La schiera delle virtù, opera drammatica musicata). Un notevole contributo diede pure alle scienze naturali, scrivendo due trattati enciclopedici che raccoglievano tutto il sapere medico e botanico del suo tempo e che vanno sotto il titolo di Physica(Storia naturale o Libro delle medicine semplici) e Causae et curae (Libro delle cause e dei rimedi o Libro delle medicine composte). Ebbero anche grande fama le sue lettere a vari destinatari, che trattano di diversi argomenti, nelle quali Ildegarda risponde soprattutto a richieste di consigli di ordine spirituale.
Inventò addirittura una lingua nuova, denominata lingua ignota ildegardesca, i cui caratteri sono mostrati nella seguente immagine.

I 23 caratteri formanti la lingua ignota ildegardesca

Era una donna di carattere estremamente forte: Non ebbe timore di uscire dal monastero per conferire con vescovi e abati, nobili e principi. In contatto epistolare con il monaco cistercense Bernardo di Chiaravalle, sfidò con parole durissime l'imperatore Federico Barbarossa, fino ad allora suo protettore, quando questi oppose due antipapi ad Alessandro III. L'imperatore non si vendicò dell'affronto, ma lasciò cadere il rapporto di amicizia che fino ad allora li aveva legati.
Venne santificata nel 2012 da papa Benedetto XVI, in quanto Dottore della Chiesa ed una delle donne più influenti del medioevo.