13 agosto, 2018

Le agiografie di San Francesco

San Francesco, il patrono d'Italia, fu indubbiamente un santo di importanza fondamentale per tutto il Medioevo, e il suo ordine mendicante rivoluzionò profondamente la Chiesa dell'epoca. Il modo semplice e puro di Francesco di avvicinarsi agli umili, di praticare la povertà più estrema, ma anche di celebrare la più intima comunione con tutto l'universo creato da Dio (si pensi al Cantico dei cantici), lo resero un santo straordinariamente carismatico e destinato a plasmare l'immaginario religioso e popolare dei secoli successivi. A tutto questo si aggiungano i miracoli che costellarono la sua esistenza terrena per comprendere quanto le agiografie su Francesco, subito dopo la sua morte, proliferarono in tutta Italia e non solo.
San Francesco e storie della sua vita, Bonaventura Berlinghieri, 1235
Almeno tre sono i testi fondamentali tra le agiografie francescane. Una delle più tarde è lo "Speculum perfectionis", conosciuto anche come Legenda antiquissima e di autore anonimo, scritta intorno al 1318; per molto tempo si credette che fosse stata l'opera di uno dei compagni del santo, frate Leone, ma in realtà è una rielaborazione di una fonte ancora più antica, la Legenda perusina (o Compilatio assisiensis), scritta in lingua latina e scoperta solo nel 1922.

Scene dalla vita di san Francesco d’Assisi”, singolo foglio miniato tratto da un manoscritto frammentato della “Legenda aurea“, 1994.516, 1320–42 circa, Metropolitan Museum of Art, New York.
Ancora più importanti sono le altre due biografie di San Francesco; la prima, la Legenda Maior, venne scritta da San Bonaventura da Bagnoregio, il celebre Doctor Seraphicus che col suo «Itinerario della mente verso Dio» fu uno dei più importanti teologi dell'ordine francescano. Alla Legenda Maior si ispirò anche Giotto per i suoi celebri affreschi nella basilica di Assisi. L'altra biografia, la più antica di tutte (in realtà due diverse Vitae e un tractatus) fu composta da un altro francescano, che conobbe personalmente il santo: Tommaso da Celano, che venne incaricato di scrivere la biografia di Francesco direttamente da Gregorio IX e fu l'autore di due diverse redazioni (la Vita prima S. Francisci e la Vita secunda).

09 agosto, 2018

Great Battle of Historie Medievali: La Battaglia di Stamford Bridge

La Battaglia di Stamford Bridge avvenne il 25 settembre del 1066 presso il villaggio omonimo nell'Inghilterra orientale. La tradizione vuole che il campo di battaglia fosse collocato ad est del fiume Derwent, appena a sud est della città, in un area nota come Battaglia. Oggi molti storici considerano la battaglia come l'atto conclusivo dell'epoca vichinga in Inghilterra, anche se c'è molto  dibattito al riguardo, poiché l'invasione norvegese dell'isola avvenne prettamente col fine di conquistare, e non di saccheggiare o di colonizzare.
Lo schieramento Vichingo Norvegese contava circa 9000 uomini, con 300 navi da trasporto, mentre l'esercito Anglosassone disponeva di circa 10.500 fanti appiedati e 2000 cavalieri. Lo schieramento norvegese vichingo era comandato da Harald Hardrada e da Tostig Godwinson, mentre per gli anglosassoni, i rispettivi comandanti erano il re Harold II Godwinson, il Conte Morcar di Northumbria e infine il Conte Edwin di Mercia.
Re Harold II Godwinson si scontrò con l'esercito di Harald Hardrada, prendendolo di sorpresa, poiché molto probabilmente disarmato e impreparato (è possibile che avesse lasciato cotte di maglia e alcune armi sulle navi), dopo una marcia leggendaria a tappe forzate dalla parte meridionale del regno.

La Battaglia di Stamford Bridge in un manoscritto del XIII secolo

Secondo la cronaca anglosassone che è quella più accreditata, il ponte sullo Stamford da cui prendeva il nome il villaggio, venne occupato velocemente da un guerriero norvegese di elevata statura, armato di ascia, senza armatura e che combatteva in modo leggendario (probabilmente un Berserk), terrorizzando l'esercito inglese. Egli riuscì a tenere il ponte per circa un'ora, colpendo e uccidendo tutti quelli che cercavano di oltrepassarlo, fino a che gli inglesi riuscirono ad ucciderlo, posizionando una barca sotto al ponte e trafiggendolo con una lancia. Questo ritardo nell'ingaggiare battaglia diede ad Harald Hardrada sufficiente tempo per posizionare il suo esercito in formazione circolare su di un'altura, lasciando avvicinare gli inglesi che erano costretti a volgere le spalle al fiume. Dopo una furiosa e violenta battaglia con ingenti perdite da ambo i lati, soprattutto da parte vichinga, Harald Hardrada e Tostig Godwinson del Wessex furono uccisi.

La Battaglia

I rinforzi vichinghi che sopraggiunsero, servirono soltanto ad allungare la battaglia, che alla fine si risolse a favore dell'esercito inglese, il cui re concesse una tregua ai sopravvissuti guidati dal figlio di Harald Hardrada (Olaf ). Gli sconfitti furono lasciati salpare, dopo aver giurato che non avrebbero mai più attaccato in Inghilterra. Le perdite da parte vichinga ammontavano a circa 6000 uomini, mentre per l'esercito anglosassone arrivavano a circa 5000.
Questo successo non era comunque destinato a durare; infatti, poco più di 3 settimane dopo la battaglia, dopo aver condotto a tappe forzate il suo esercito dallo Yorkshire fino alla costa sud orientale dell'Inghilterra, Harold II venne sconfitto e ucciso da un esercito normanno guidato da Guglielmo il Conquistatore nella Battaglia di Hastings (Great Battle of Historie Medievali: La Battaglia di Hastings. Era il 14 ottobre del 1066, ed allora ebbe così inizio la conquista normanna dell'Inghilterra.

07 agosto, 2018

Le Mille e una notte

Oggi siamo davanti ad uno degli apici toccati dalla letteratura islamica. Nel X secolo, in Medio Oriente, si cominciano infatti a raccogliere novelle scritte da diversi autori del tempo. Così dall'Egitto, dalla Mesopotamia, dall'India e dalla Persia, arrivano le storie più disparate e che vengono raccolte in un unico tomo. "Mille", in arabo, non ha il senso numerico di mille storie differenti, bensì significa "innumerevole". Il tentativo del creatore di tale collana dunque, era di far capire che quella era una raccolta di innumerevoli storie. Poi, nel corso dei secoli, si è arrivati a raccogliere davvero fino a mille storie.

Pagina di una copia del XIV Secolo

Tali novelle, inizialmente tramandate in forma orale, avevano un'origine indo-iranica: tale aspetto si nota soprattutto negli elementi fantastici presenti nelle storie, che richiamano peculiarità legate al misticismo di quella regione dell'Asia. In molte altre novelle intervengono Jinn (entità soprannaturale ismalmica) e spiriti, che denotano un'antica derivazione persiana. Si individua pure un ciclo dei racconti di Baghdad (chiaramente di tradizione arabo-musulmana), nelle quali assume un ruolo fondamentale il califfo abbaside Hārūn al-Rashīd e un ciclo di novelle ambientate in Egitto (per lo più al Cairo), più avventurose e di origine più recente, nelle quali si riconoscono influssi giudaici. Accanto ai filoni indo-iranico, arabo-abbaside-iracheno, arabo-egiziano e giudaico, è presente pure un filone minore greco-ellenistico. Alcune novelle sono infine parzialmente ambientate in Cina e altre negli Urali. In tempi successivi vennero aggiunti racconti estranei, quali "Le avventure di Sindbad il marinaio" o "La storia dei sette vizir".

Il sultano decide del destino di Shahrzād

Tutte queste novelle vengono legate da un filo conduttore: una storia di fondo che serve a dare, ad esse, una connessione. Tale stratagemma risulterà così efficace che persino Boccaccio, secoli dopo, lo sfrutterà per la stesura del Decameron. Il filo conduttore è la storia del re persiano Shahriyār che, essendo stato tradito da una delle sue mogli, uccide sistematicamente le sue spose al termine della prima notte di nozze. Un giorno Shahrazād, figlia maggiore del gran visir, decide di offrirsi volontariamente come sposa al sovrano, avendo escogitato un piano per placare l'ira dell'uomo contro il genere femminile. Così la bella e intelligente ragazza, per far cessare l'eccidio e non essere lei stessa uccisa, attua il suo piano con l'aiuto della sorella: ogni sera racconta al re una storia, rimandando il finale al giorno dopo. Va avanti così per "mille e una notte"; e alla fine il re, innamoratosi, le rende salva la vita.

Shahrazād racconta le novelle al re persiano

Ciascuna delle storie principali delle "Mille e una notte" è quindi narrata da Shahrazād; e questa "narrazione nella narrazione" viene riprodotta su scale minori, con storie raccontate dai personaggi delle storie di Shahrazād e così via.

Nel corso dei secoli, in Europa, la raccolta avrà un successo incredibile, ragion per cui diverrà una delle più importanti mai scritte nella storia.

03 agosto, 2018

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:


FRITTATA DI SALVIA AL FORNO

Ingredienti:
30 gr. di salvia;
1 vaschetta di pancetta dolce; 
3 uova; 
sale e pepe.

Procedimento
L'unica cosa da fare è lavare la salvia e tritarla grossolanamente, poi mescolate tutti gli ingredienti insieme e versate il composto in una teglia rettangolare o quadrata, coperta con carta da forno e infornate a 200° per 15 minuti. Impiattare e servire.


COTOGNATA O PASTA DI MELE COTOGNE

Ingredienti:
2 kg. di mele cotogne molto mature;
1 litro o più di buon vino rosso; 
1,5 kg. circa di miele;
1 cucchiaio o più, a seconda dei gusti, di polvere d’ippocrasso.

Procedimento
Sbucciare e togliere il torso alla frutta, poi tagliare in quarti. Mettere in una casseruola e ricoprire a filo di vino rosso. Portare dolcemente a ebollizione e cuocere finché la frutta non è tenerissima (ci vogliono circa 15-20 minuti da quando comincia a bollire). Scolare accuratamente e passare la frutta al setaccio per ottenere un bel purè; pesarlo e aggiungervi, ogni 500 gr., 300 gr. di miele bollito e schiumato.
Cuocere a fuoco dolcissimo questa miscela finché non si riduce, formando una bella pasta leggermente traslucida. Per controllare la cottura, versare una goccia su un piatto: se si rapprende velocemente, la pasta è pronta (ricordare: il fuoco deve essere dolcissimo perché la confettura non si attacchi).
A fine cottura aggiungere le spezie e mescolare. Versare uno strato dello spessore di 1,5 cm in un piatto piuttosto grande. Far freddare, asciugare per qualche giorno, e tagliare in pezzi regolari per mangiarlo.

01 agosto, 2018

I cavalieri Ospitalieri: l'Ordine di San Giovanni d'Acri

A partire dalla metà dell' XI secolo, l'Ospedale di San Giovanni Battista, a Gerusalemme, si occupava di soccorrere e curare i pellegrini che si recavano in Terrasanta. L'Ospedale, appendice del Monastero di Santa Maria dei Latini, era stato voluto e costruito intorno al 1050 da alcuni mercanti di Amalfi; poco dopo un califfo egiziano aveva donato loro alcune terre a Gerusalemme in segno di ringraziamento per dei servigi prestatigli. Per una perfetta conduzione dell'Ospedale e del monastero giunse, in Palestina dall'Italia, un gruppo di monaci benedettini. Quando Ugo di Payens organizzò uno sparuto gruppo di cavalieri, formando una piccola confraternita militare che fu il primo nucleo del potente Ordine dei Templari, i monaci benedettini dell'Ospedale di San Giovanni Battista accoglievano i pellegrini già da circa cinquant'anni. Con la conquista di Gerusalemme e la formazione del neo stato orientale, meglio conosciuto come il Regno di Gerusalemme, portarono un certo benessere economico all'istituzione, grazie alla carità di notevoli Cavalieri stranieri che si recavano in Palestina per il pellegrinaggio, e alle donazioni che venivano fatte da ogni parte d'Europa.

Cavalieri Ospitalieri seduti accanto al Gran Maestro Pierre Aubusson, XIV secolo

Le nuove ricchezze acquisite permisero ai monaci di costituire una vera e propria fondazione internazionale al servizio del pellegrino, costruendo basi e ospizi in tutte le zone strategiche. Sotto la guida di Gerardo Sasso, loro governatore, i monaci di San Giovanni divennero un ordine a tutti gli effetti. Nel 1113 la bolla papale Pie Postulatio Voluntatis riconobbe ufficialmente il loro stato di ordine, accordando nel contempo protezione e indipendenza da ogni potere laico o religioso. Nel 1130 venne adottata la regola agostiniana, alla quale si aggiunsero alcuni capitoli che mettevano in evidenza la missione caritativa del nuovo Ordine monastico nei confronti dei poveri e ammalati. Nello stesso tempo fu imposto a tutti i confratelli di indossare il saio nero con croce bianca ottagonale. Non è ben chiaro quando gli Ospedalieri passarono alle attività di assistenza bellica, dando origine al secondo dei più grandi ordini militari religiosi. È molto probabile che inizialmente l'attività di soccorso ai pellegrini coincidesse con la difesa armata, essendo il Regno di Gerusalemme un territorio comunque sempre in guerra contro i musulmani; inoltre, ogni donativo terriero comportava la sua difesa militare.

La bolla papale Pie Postulatio Voluntatis

Possiamo sicuramente dire che la trasformazione degli Ospitalieri da ordine religioso a ordine militare, risalga circa al 1130. Nel 1136, il re di Gerusalemme, Folco, costruì la fortezza di Bethgibelin, un castello situato in una zona chiave della Palestina meridionale, e lo donò all'ordine che si assunse il compito di difenderlo. Donazioni di questo tipo, soprattutto nel nord del paese, furono numerose. L'assunzione di responsabilità militari ebbe come conseguenza l'organizzazione all'interno dell'Ordine, di cavalieri armati che prestavano la loro opera come fratelli laici; infatti tra il 1150 e il 1180 i compiti militari crebbero in maniera esponenziale. Possiamo ricordare che nel 1168, ad esempio, gli Ospitalieri arruolarono 50 cavalieri e un certo numero di mercenari per una spedizione in Egitto che avrebbe fruttato l'acquisizione di un più vasto territorio, ma l'impresa non ebbe successo, dando poi seguito ad altre iniziative di questo tipo. Nel 1179 una bolla di papa Alessandro III ammoniva l'Ordine, richiamandoli al rispetto della loro originaria vocazione e alla carità verso i sofferenti.

Un cavaliere Templare ed un cavaliere Ospedaliere, vetrata nella Saint Andrew's Church, Inghilterra

30 luglio, 2018

Itinerari medievali: Volterra

In Toscana esiste una città che ha 2500 anni. Ha avuto grandi fasti in epoca etrusca, romana e medievale. Forse, rispetto agli altri grandi poli che caratterizzano questa regione dell'Italia centrale, è meno conosciuta, ma noi di Historie Medievali vi assicuriamo che vale la pena andare a farci una passeggiata: questa è una città a cui le vestigia romane, etrusche e medievali, conferiscono gran fascino, ed il suo nome è Volterra.

Scorcio della città medievale. In primo piano il Battistero di San Giovanni

Si può entrare in città partendo da Porta Fiorentina: noterete fin da subito le mura difensive ben conservate; dinanzi a voi si parerà la classica porta-torre medievale, sormontata da un goticheggiante arco a sesto acuto. Da qui si dipartiva la via per Firenze.

Porta Fiorentina, sono visibili ancora i battenti della porta

Oltrepassata la porta, si entra in pieno centro città: salendo lungo la strada, ci imbattiamo in piazzetta San Michele, dove, dinanzi a noi, si parano due case torri e sulla sinistra la chiesa di San Michele Arcangelo, il cui esterno ha conservato lo stile romanico.

Chiesa di San Michele Arcangelo. Gli interni sono stati rifatti nel XIX secolo

Procedendo sempre diritto, ci immergeremo nel cuore medievale della città, nel suo nucleo più antico. Sulla destra si apriranno le strade per raggiungere la piazza principale di Volterra: la piazza dei Priori.

Piazza dei Priori

Su di essa si affacciano maestosi palazzi, tra cui Palazzo dei Priori da cui il nome, il Palazzo Vescovile, Palazzo Incontri e il Palazzo Pretorio. Su quest'ultimo esiste una targa posizionata a circa un metro di altezza, con inciso una linea e la scritta "M. 534 s.l.m.", con l'intento di riportare l'altitudine riferita al livello del mare.
La costruzione più importante che si affaccia sulla piazza è il Palazzo dei Priori: oggi è sede degli uffici comunali, in passato sede dei signori della città. Iniziato nel 1208 e terminato nel 1257, il palazzo ha una facciata in pietra ed è a ridosso del retrostante duomo. L'edificio ha subito delle modifiche nel corso dei secoli: il pian terreno era aperto grazie ai tre portali che si intuiscono ancora in facciata (l'unico rimasto è l'attuale ingresso) e vi si accedeva da una breve scalinata. 

Palazzo dei priori

Sempre al piano terra vi era poi un grande atrio, che serviva per riunioni e incontri. Al primo piano si trovava la sala più rappresentativa del Palazzo, la Sala del Consiglio, per le riunioni ufficiali del Comune. Sempre a questo piano vi erano una stanzetta per le riunioni più ristrette e una cappellina. Il secondo piano era destinato all'alloggio degli Anziani prima e dei Priori in seguito, con camere da letto, un grande salone per le adunanze e per i pasti, e una stanza per le riunioni.

Affreschi della Sala del Consiglio

Dietro il palazzo c'è il Duomo di Volterra, dedicato a Santa Maria Assunta. La chiesa è di stile romanico, ed è stata ricostruita dopo essere stata distrutta dal terremoto del 1117. 

Facciata della cattedrale
L'interno, pur conservando l'impianto originario medievale, è caratterizzato dagli interventi fatti nel corso dei secoli successivi, fra cui spicca un soffitto a cassettoni tardo rinascimentale.

Interno

Di fronte al duomo torreggia il battistero di San Giovanni in Fonte, della seconda metà del XIII secolo. Il portale è attribuito alle maestranze di Giovanni Pisano, mentre è caratteristica la presenza di fasce marmoree bianche e verde scuro.

Battistero di San Giovanni

Lasciando la piazza e salendo in alto, sarà possibile raggiungere la poderosa fortezza medicea, che protegge la città a Sud Est. La struttura si compone di due corpi uniti tra loro da alte mura difensive: la Rocca Vecchia, detta anche Cassero, fatta edificare nel 1342 dal duca d'Atene, Gualtieri VI di Brienne, governatore di Firenze e modificata da Lorenzo il Magnifico, e la Rocca Nuova, detta Il Mastio, costruita dallo stesso Lorenzo il Magnifico tra il 1472 e il 1474.

Rocca Nuova vista dai giardini che circondano la fortezza.

Oggi la struttura è usata come prigione di stato di media sicurezza, non accessibile e non visitabile, se non in particolarissimi giorni, non ricorrenti, ed in piccole porzioni.

Girando ancora per la città, sarà possibile notare ulteriori edifici medievali (come diverse case-torri) e rinascimentali. Non si può evitare di far menzione al grande patrimonio archeologico della città: un teatro romano, un'acropoli etrusca, un complesso termale, che rendono Volterra una città d'arte e cultura di primo piano nel panorama dell'Italia centrale.

Volterra vale una visita. E se in un week end di questa estate vorrete concedervi un'alternativa al mare, sicuramente varrà la pena intraprendere un itinerario in questo piccolo gioiello.

22 luglio, 2018

La via della Seta

E' forse la rotta commerciale più importante della storia dell'umanità. Ha origini antichissime: infatti si costituì per via del continuo scambio di merci fra l'Impero Romano, popoli situati in Asia Centrale e la Cina. La Cina esportava dalle sue terre la seta, che attraverso gli scambi arrivava fino ai Romani; mentre i romani mandavano verso oriente merci preziose. Ma non fu soltanto una semplice via di scambio commerciale: su di essa viaggiarono conoscenze, idee e religioni, oltre a svolgere una sorta di lavoro di unione tra i popoli su cui si snodava. La via della seta non era una semplice via, ma un fascio di rotte commerciali, che si snodava attraversando tutta l'Asia meridionale.

Le strade che costituivano la via della Seta

Quanto è importante per il Medioevo questa rotta? Beh, lo fu principalmente per l'Impero Bizantino. Pensiamoci un attimo: quello Bizantino è l'impero che per secoli ha fatto da porta all'Occidente per la via della Seta, di conseguenza era normale che ne beneficiasse più di tutti; inoltre, nell'alto Medioevo, la decadente Europa, ormai stremata dalle invasioni barbariche, non offriva un commercio fiorente come quello che arrivava dall'estremo oriente. Così l'Impero trovò vantaggioso concentrarsi di più nei rapporti con il continente asiatico. In questo modo i Cinesi si trovarono ad importare dai Bizantini vasellame e stoffe prodotte in Siria e ad esportare la loro seta. Gli scambi commerciali fra Bizantini e Cinesi erano indiretti, in quanto erano i Parti, i Sasanidi, i Berberi e le altre popolazioni asiatiche che favorivano tali scambi, attraverso una solida rete commerciale.
Il problema per i commerci Bizantini, comunque, era rappresentato dai Sasanidi, sul cui territorio passavano le rotte della via.

Impero Bizantino (in blu) e Sasanide (in giallo). La via della Seta passava attraverso i territori Sassanidi

Durante i conflitti con i Sasanidi era impossibile arrivare in Cina, e di conseguenza il commercio con l'estremo oriente non era praticabile. Giustiniano cercò di ovviare a questo problema tentando di aprirsi un passaggio per l'Oriente attraverso la Crimea, e in questa occasione i Bizantini avviarono delle relazioni diplomatiche con i Turchi, anch'essi venuti in conflitto commerciale con i Sasanidi. Sotto il successore di Giustiniano, Giustino II, Bizantini e Turchi si allearono contro i Persiani. Un altro modo con cui Giustiniano cercò di commerciare con la Cina senza passare per la Persia, fu giungervi via mare, attraversando mar Rosso e Oceano Indiano. In quest'occasione strinse rapporti commerciali con gli Etiopi del Regno di Aksum. Tuttavia entrambe le vie alternative presentavano inconvenienti: l'Oceano Indiano era dominato dai mercanti sasanidi, mentre la via asiatica era impervia e piena di pericoli.

Giustiniano, l'Imperatore che cercò di ripristinare la via della Seta durante i conflitti con i Sassanidi

Il problema fu risolto da due monaci provenienti dalla Cina o da qualche regione circostante, che si recarono a Costantinopoli nel 552 e svelarono all'imperatore il segreto della produzione della seta. Essi vennero allora incaricati dall'Augusto di procurarsi clandestinamente, in Cina, uova di bachi da seta in modo da portarle a Costantinopoli e permettere ai Bizantini di autoprodursi la seta, senza importarla. Tuttavia passarono parecchi anni prima che la seta autoprodotta divenisse sufficiente per soddisfare la domanda interna, cosicché l'importazione di seta dalla Cina attraverso la Persia, continuò per qualche tempo. Comunque la fioritura della produzione della seta nell'impero che ne seguì, fece sì che tale settore divenisse uno dei più importanti dell'industria bizantina e portò a un considerevole aumento delle entrate.
Costantinopoli, Antiochia, Tiro, Beirut e Tebe, divennero grandi produttori di seta, e la via divenne poco utilizzata per i commerci.

Viaggiatori lungo la via della Seta

Un nuovo revival si avrà nel XIII Secolo. L'espansione dell'impero mongolo in tutto il continente asiatico, dal 1215 circa al 1360, diede stabilità economica alla grande area e ristabilì l'importanza della via della seta come straordinario mezzo di comunicazione tra oriente e occidente, anche se ormai da diversi secoli la seta, prodotta già nella stessa Europa, vi aveva poca importanza. Tra il 1325 e il 1354, un grande viaggiatore musulmano marocchino, Ibn Battuta, arrivò ad attraversare la Crimea e l'attuale Medio Oriente, proseguendo fino ai principati mongoli degli eredi di Gengis Khan, di cui lasciò vivacissime descrizioni. Poco dopo la metà del XIII secolo, Marco Polo raccontò ne "Il Milione" di essere arrivato fino alla Cina e alla corte dell'imperatore-conquistatore mongolo Kublai Khan, di cui sarebbe diventato un consigliere di fiducia. Lo stesso Marco Polo farà capire ai popoli europei che, all'altro capo della Via della Seta, è presente l'impero cinese. Come lui (e in diversi casi prima di lui) viaggiarono su quelle piste, numerosi missionari cristiani.
La disintegrazione dell'Impero Mongolo getterà l'Asia Centrale nel caos; la Cina inoltre, dopo la cacciata della dinastia mongola degli Yuan, si chiuderà su se stessa, e questo segnerà la fine dell'importante strada di comunicazione.

Al giorno d'oggi si parla di nuovo di via della seta. La speranza è di vedere questa importante rotta commerciale di nuovo operativa, ripristinando il fascino di una storia che affonda le sue radici nei millenni passati.

19 luglio, 2018

L'infanzia nel medioevo

Se vivere da adulti nel medioevo era già particolarmente difficile, per un bambino spesso poteva esserlo molto di più e di certo veniva subito abituato a una vita differente da quella che può essere mediamente l'infanzia attuale. Appena nato, dopo la fasciatura molto stretta, fatta seguendo la credenza secondo cui le ossa fragili sarebbero cresciute male o del tutto storte, si passava subito a un bel bagno caldo, specialmente nei periodi invernali, prima di preparare la culla - che in Italia aveva un movimento verticale testa-piede, mentre nel resto d'Europa era orizzontale, da spalla a spalla - in cui il neonato avrebbe poi riposato. In alcuni casi, la culla poteva essere appesa al soffitto con un sistema di corde posizionato proprio al di sopra del letto dei genitori che, sporgendo un braccio, potevano farla dondolare. Si trattava di una soluzione ingegnosa soprattutto per le case più piccole, molto frequenti nel Medioevo, ma ovviamente rischioso dato che le corde potevano spezzarsi.

Il tormento delle fasce
Si è calcolato che nel Medioevo un bambino su tre moriva prima dei cinque anni: le cause potevano essere di ogni tipo, da una semplice malattia alla denutrizione. Inoltre, si sovente, si assisteva anche al fenomeno dell'abbandono dei bambini, che per loro fortuna, spesso venivano lasciati all'esterno di monasteri, e da lì, presi in consegna dai monaci che li iniziavano alla vita monastica. 
La nascita di figlie femmine invece, se da un lato, nelle famiglie più povere, significava avere una bocca in più da sfamare che non poteva aiutare nel lavoro della terra, dall'altro rappresentava una possibilità di riscatto sociale per la famiglia perchè, una volta cresciuta, si poteva combinare un matrimonio con esponenti di famiglie di rango più elevato. Con la nobiltà ovviamente, questo fenomeno raggiunge i suoi massimi livelli.
Nel caso di scarsità di latte da parte della madre, il bambino poteva essere affidato a delle nutrici, pagate, che si occupavano di allattarlo, o nei casi più estremi, si ricorreva a latte di origine animale, come quello di asina o di pecora.

Due bambini giocano con un volano
Ad ogni modo, una volta cresciuto e lasciata la culla, il bimbo iniziava a muovere i primi passi aiutandosi con un girello a ruote, protetto da una vestina lunga fino ai piedi e aperta sul davanti, uguale per i due sessi, e da vari amuleti, soprattutto rametti di corallo. Quando erano in grado di camminare e correre, iniziavano a divertirsi con i primi giochi, del tutto diversi a quelli moderni e spesso dipendenti dalle stagioni. A dicembre, ad esempio, quando si ammazzava il maiale, i bambini gonfiavano la sua vescica come un palloncino; se nevicava andavano a tirare le palle di neve per le strade; altri cacciavano le farfalle, ma si racconta anche di fischietti a forma di uccello, bamboline, cavallucci con i loro cavalieri. Inoltre, i bambini amavano fare la guerra con spade di legno e sovente si misuravano in finti tornei: si giocava anche a nascondino, con una palla o una mazza di legno. Un giocattolo molto in voga era un piccolo mulino infilato in una noce. Insomma, vinceva la fantasia: erano bambini e come tali ogni scusa era buona per divertirsi.

Bambini impegnati in vari lavori
Ma l'infanzia spensierata aveva una durata molto breve, dato che i bambini medievali cominciavano a lavorare molto presto. Abbiamo testimonianze di contratti per ragazzini di dieci o dodici anni che vivevano già appieno la vita come degli adulti, non solo in ambito lavorativo. Talvolta si poteva cominciare però anche prima, mentre per le ragazze, la vita adulta poteva iniziare intorno ai 14 anni, età in cui già potevano sposarsi. Anche in questo caso comunque, si poteva cominciare prima. 
Il furto di bambini invece, era molto frequente: solitamente era chiesto un riscatto alle famiglie, specialmente le più ricche, che potevano permettersi di pagare somme di un certo livello.
In buona sostanza a un bambino, nel medioevo, non mancavano i momenti di spensieratezza, come è giusto che ci siano anche in un'epoca particolarmente dura, ma dovevano scontrarsi con la difficile realtà di un mondo che aveva poco spazio per i deboli. Si restava bambini relativamente per poco tempo, prima di essere introdotti praticamente subito alle faccende “da grandi”, sia tra i ceti più poveri, sia nell'altissima nobiltà: non sono pochi i casi registrati di giovanissimi eredi costretti a salire al trono effettivamente molto presto.

15 luglio, 2018

La tavola Peutingeriana

Fra i tanti documenti di epoca romana che si ricopiavano, uno in particolare ha suscitato sempre stupore ed interesse: si tratta di una sorta di stradario d'Europa ante litteram, o per meglio dire, una mappa delle strade imperiali romane. Conservata presso la Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna, con copie a Parigi e a Pola, questo atlante stradale è stato inserito dall'UNESCO nel Registro della Memoria del Mondo. Stiamo parlando della Tavola Peutingeriana.

Porzione della Tavola: dall'alto verso il basso abbiamo l'area Balcanica, Puglia, Calabria, Sicilia e l'odierna Libia

La mappa porta il nome dell'umanista e antichista Konrad Peutinger, che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell'imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscire nell'impresa. Come si può vedere dallo stralcio di mappa sopra mostrato, non si riescono a riconoscere le aree geografiche indicate nella didascalia, in quanto questa tavola non è una vera e propria cartografia, ma più un diagramma che mostra cosa collegavano le varie strade dell'Impero Romano, oltre ad indicare i vari mari, fiumi, foreste, montagne e città attraversate.

Zona dell'odierna Toscana settentrionale. Si riconoscono Pisa, Lucca e Luni; oltre a vedere l'Arno e la dorsale appenninica. In alto è visibile il fiume Po.

La tavola è composta da 11 pergamene che formano una composizione gigantesca: 6 metri ed 80 centimetri di lunghezza per 33 centimetri di altezza. La tavola arriva fino alla zona indiana, giungendo a menzionare addirittura la stessa Cina! Vi sono indicate circa 555 città e altre 3.500 particolarità geografiche, come i fari e i santuari importanti, spesso illustrati da una piccola figura. Le città sono rappresentate da due case, le città sede dell'Impero - Roma, Costantinopoli, Antiochia - sono segnalate da un medaglione. Vi sono inoltre indicate le distanze, sia pure con minore o maggior precisione.

Medaglione raffigurante Roma, sotto il porto di Ostia

Tale mappa è inoltre famosa perché è una delle prime testimonianze cartografiche di quell'insieme di vie che vanno a creare le strade della Via della Seta. Infatti, una delle pergamene mostra le strade attraversanti Armenia, Mesopotamia, Persia ed India, fino ai margini del mondo Orientale conosciuto all'epoca della sua stesura (IV Secolo dopo Cristo).

Le strade raffiguranti la via della Seta nella porzione orientale della tavola

Uno degli elementi interessanti di questa porzione della tavola è la presenza, in basso a destra, di un tempio romano dedicato ad Augusto. Questo tempio è localizzato sulla tavola nell'odierna regione del Kerala, che all'epoca corrispondeva alla costa di Malabar, col toponimo di "Templ' Augusti". Cos'ha di particolare questa regione del mondo? Beh, siamo in piena India meridionale!
Se un giorno questo toponimo dovesse venire confermato col ritrovamento archeologico di un tempio romano dedicato ad Augusto, avremmo la conferma che i romani arrivarono a colonizzare addirittura l'India meridionale.

Punto della tavola in cui è localizzato il tempio di Augusto e localizzazione geografica odierna

Ma chi copiò questa poderosa opera antica? Si ritiene che il manoscritto odierno sia opera di un monaco copista di Colmar, il quale la copiò nel XIII secolo, intorno al 1265, da un documento più antico. La tavola venne poi dimenticata, ma riscoperta intorno alla seconda metà del XV secolo da Conrad Celtis, che poi la passerà a Konrad Peutinger, il quale la farà riscoprire al mondo.

Incisione raffigurante Konrad Peutinger

La tavola Peutingeriana è la testimonianza di come, grazie al Medioevo, abbiamo opere la cui testimonianza attraversa i millenni. Dei veri e propri "profili autostradali" ante litteram, che mostrano anche i luoghi geografici attraversati. Un vero spaccato del mondo romano che, grazie ad un anonimo monaco amanuense medievale, è arrivato intatto fino ai giorni nostri, divenendo uno dei più grandi tesori dell'umanità.

Pergamena mostrante l'area campana

12 luglio, 2018

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:


POLLO AL FINOCHIO

Ingredienti: 
1 bel pollo di fattoria; 
100 gr. di mandorle non spellate;
1 pugno di foglie di finocchio o d'aneto;
1 pugno di prezzemolo

Procedimento:
Preparare il pollo e tagliarlo a pezzi. Fondere lo strutto in una casseruola e farvi colorire i pezzi di pollo a fuoco vivo. Quando sono ben dorati aggiungere acqua, salare, coprire e lasciar sobbollire per circa 40-50 minuti a seconda della qualità del pollo. Nel frattempo, lavare le erbe e tritarle insieme alle mandorle.
Quando il pollo è quasi cotto, togliere i pezzi dalla casseruola e tenerli in caldo fra due piatti. Disporre i pezzi del pollo sul piatto di portata. Passare la salsa al colino o al setaccio e ricoprirne il pollo. Spolverare con un bel pizzico di spezie fini e servire.


FUNGHI SALTATI ALLE SPEZIE

Ingredienti: 
500 gr. di funghi selvatici o di champignons;
Erba cipollina quanto basta; 
1 pizzico di pepe appena macinato;
1 pizzico di zenzero in polvere;
1 pizzico di noce moscata appena grattugiata;
2 pizzichi di coriandolo in polvere; 
Olio d'oliva quanto basta;
Sale quanto basta;

Procedimento:
Mondare e lavare gli champignons. Se sono grossi, tagliarli in due o in quattro parti. Cuocerli in acqua bollente per 10 minuti e scolarli con cura. Frattanto, tritare fine la cipolla e farla sciogliere in un filino di olio.  Aggiungere gli champignons e rosolarli per qualche istante a fuoco vivo. Salare e aggiungere le spezie; abbassare la fiamma, coprire e far sbollire per una quindicina di minuti. Sorvegliare la cottura mescolando di tanto in tanto e, quando sono ben dorati, servire.