17 aprile, 2019

I Gargoyles: mostri di pietra

I più famosi sono quelli della Galleria delle Chimere di Notre-Dame a Parigi: in essa, all'altezza di 46 metri dal suolo, si trovano le inquietanti e spettacolari statue, volute dall'architetto Viollet-Le-Duc nel XIX secolo. Si tratta di animali ibridi, a metà tra uccelli e mostri favolosi, che dalle torri di Notre-Dame fissano terribili e ricurvi la città. La più conosciuta è forse la chimera, ma tutte hanno ottenuto grande successo, al punto da diventare protagoniste di un cartone animato, di fiction, e anche personaggi della nota trasposizione cinematografica Disney del celebre romanzo di Victor Hugo, "Notre Dame de Paris".

Gargoyle di Notre-Dame

Ma qual è la genesi di queste creature? Come nascono e perché? Un buon modo per trovare una spiegazione è, come spesso capita, partire dall'etimologia del nome: il termine latino gurgulium, ovvero un'omatopeica che indica il rumore dell'acqua, il gorgoglìo, è passato in tutte le lingue (italiano gargolla, francese gargouille, inglese gargoyles), ad indicare la struttura architettonica che ha funzione di doccione, ovvero la parte finale dello scarico per l'acqua piovana che si protende da un cornicione o da un tetto per far defluire l'acqua lontano dai muri.
È a partire dal X-XI secolo che, come materiale per la costruzione di questo tipo di struttura, cominciò a diffondersi la pietra e grazie alla ben nota fantasia medievale, essa assunse forme sempre nuove e diverse, di solito rappresentanti mostri e creature fantastiche.

Gargolla a forma di drago, duomo di Milano

Le forme sempre diverse e impressionanti sono da attribuirsi alla simbologia complessa che le caratterizza e fonde, motivo per il quale, è il caso di dirlo, le sue origini sono da ricercare sia nelle Sacre Scritture, sia nel Physiologus, noto bestiario medievale, che altro non è che un manoscritto in cui si narra l'esistenza di animali dalle caratteristiche strane e inquietanti, visti come simbolo di virtù o forze occulte, nati – si credeva – dalla contaminazione di esseri naturali diversi, di cui le miniature dei codici mostravano le orribili sembianze agli occhi dei contemporanei. 
Tornando ai Gargoyles, le immagini affascinanti che ne risultarono sono diventate, a distanza di secoli, oggetto di svariate interpretazioni al punto da dividere gli studiosi in due scuole: il pensiero dell'una vuole che i Gargoyles altro non siano se non rappresentazione dei demoni dai quali i buoni cristiani possono rifuggire solo entrando in chiesa, il pensiero dell'altra vede in essi creature protettrici della città, poste a guardia dei demoni stessi.

Gargoyle di forma umana della cattedrale di Praga

Infine occorre dare conto anche di un'antica leggenda francese che ha come protagonista un mostro terribile che viveva sulle rive della Senna; si chiamava Gargouille e, secondo i più, aveva le fattezze di un drago. Ogni anno gli abitanti del luogo erano costretti a placare la sua ira con offerte sacrificali, finché il sacerdote Romanus, futuro vescovo di Rouen, non riuscì ad ammansirlo e portarlo fuori al guinzaglio della sua tonaca. La creatura fu arsa sul rogo, ma il collo e la testa non bruciarono e furono posti sulle mura della città di Rouen, divenendo così il primo modello di gargolla.

15 aprile, 2019

L'uomo d'arme e il suo seguito

Col miglioramento delle armature che avvenne nel corso del XIV e XV secolo, si ebbe un notevole aumento dei costi da parte dei nobili per acquistare armature di piastre, a differenza delle cotte di maglia dei secoli precedenti che costavano decisamente meno. Si calcola che, all'inizio del XV secolo, l'equipaggiamento difensivo di un cavaliere costasse due o tre volte più di quello di un fante. Vi era inoltre il gravissimo problema di cavalli, poiché i destrieri, ossia i robusti cavalli da guerra di cui necessitava la cavalleria pesante d'elite del XIV e del XV secolo, erano costosissimi e il loro numero era sempre insufficiente. Lo Stato garantiva il rimborso del valore del cavallo eventualmente perduto in guerra, ma questo comportava, per evitare truffe, una complessa procedura di valutazione e registrazione del cavallo al momento dell'entrata in servizio.

Manoscritto miniato di un cavaliere del XV secolo in armatura italiana

I rimborsi non potevano rappresentare la sola soluzione per le "rimonte", ossia la sostituzione dei cavalli da guerra perduti in battaglia con altri animali, poiché i cavalli da guerra avevano caratteristiche particolari da poter essere utilizzati dalla cavalleria pesante in battaglia, ma essendo pochi, preziosi ed enormemente costosi, erano difficili da trovare. Ragioni economiche contribuirono quindi ad affiancare al cavaliere pesantemente armato, altre figure di combattenti a cavallo che  affiancavano il nobile. Nei secoli precedenti e in antichità, solo i più facoltosi disponevano di "guardie personali" composte da 2 o massimo 3 combattenti, anche se si trattava di casi estremamente rari. Il tipico cavaliere medievale di nobile stirpe e dotato di equipaggiamento completo, doveva entrare al servizio del signore in caso di guerra, accompagnato da altri combattenti e da personale ausiliario.

Degli aiutanti caricano i carri; Bibbia Maciejowski

Il seguito del cavaliere si fece via via sempre più numeroso; accanto all'Uomo d'Arme propriamente detto (Men at Arms), vi erano combattenti ausiliari a cavallo e personale di supporto che dovevano occuparsi delle esigenze dei combattenti, senza prendere parte direttamente agli scontri. Questo piccolo gruppo costituiva l'unità di base dell'esercito ed era detto "Lancia". Le ordinanze dei bandi di arruolamento indicavano con precisione il numero e la composizione delle "Lance" che dovevano costituire l'esercito. Alla metà del XIV secolo una "lancia" era solitamente costituita da due uomini e due cavalli, mentre un secolo più tardi (XV) la "Lancia" poteva essere composta da tre o quattro uomini con altrettanti cavalli.
Alla fine del XV secolo, il seguito di un singolo uomo d'arme poteva contare anche sette uomini tra paggi, scudieri e valletti, incaricati di accompagnare il cavaliere nel corso del suo servizio in guerra. Ogni membro del seguito doveva assolvere compiti specifici, dal supporto in combattimento alla cura dei cavalli, al trasporto del bagaglio. Solo nel XV secolo, con l'introduzione in Francia delle "Compagnie di Ordinanza", si giunse a costituire unità più grandi dotate di maggior omogeneità e soprattutto, con quel carattere permanente che costituì la premessa per la nascita degli eserciti moderni.

Uomo d'arme del 1498

12 aprile, 2019

Proposte di lettura: I pilastri della Terra



I Pilastri della Terra è un romanzo storico scritto da Ken Follett. Ritenuto da tutti il suo capolavoro, ne è stata tratta anche una serie televisiva.
Il romanzo si apre con il prologo in cui è narrata una maledizione, e si svolge in un periodo che va dal 1135 fino all'epilogo che avviene nel 1174. Vari sono i personaggi fra la finzione e la realtà; uno di questi è Tom, che ha un sogno: costruire una cattedrale; altri sono Stefano di Blois ed Enrico II Plantageneto. Si scorge, fra le figure storiche, quella di Thomas Becket. È appena accennata la tematica della lotta religiosa, che contrappone le ambiziose figure di vescovi, priori ed abati.
È un romanzo estremamente lungo, ma vale la pena leggerlo, in quanto Follett ha una scrittura coinvolgente ed accattivante. I colpi di scena sono continui, e rendono la lettura piacevole e scorrevole.
I Pilastri della Terra sono un grande classico della narrativa contemporanea a tema medievale, un must da leggere per chi è appassionato di Medioevo.

10 aprile, 2019

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che oggi vi proponiamo sono le seguenti:


PESCE SAN PIETRO IN SALSA DI ZAFFERANO

Ingredienti:
300 gr. di filetto di pesce San Pietro;
mezzo limone; 
farina; 
2 cucchiai di burro; 
sale e pepe bianco.

- Per la salsa
1 cucchiaio di cipolla grattugiata;
1 cucchiaio di burro; 
2 punte di coltello di polvere di zafferano; 
100 ml. di vino bianco; 
100 ml. di brodo di verdure; 
5 cucchiai di panna; 
un pizzico di buccia di limone grattugiata; 
sale e pepe bianco.

Procedimento:
Si prepara prima la salsa tritando la cipolla e facendola rosolare adagio nel burro; a questo punto aggiungere lo zafferano, il sale, il pepe e stemperare con il vino bianco. Far cuocere 2 minuti e aggiungere il brodo di verdure, lasciando consumare e restringere, per ridurre di circa la metà la salsa.
Poi si passa alla preparazione del pesce, che va pulito, lavato in acqua fredda e, una volta asciugato, irrorato con il limone; dopodiché bisogna ricavarne dei filetti, condirli con sale e pepe e infarinarli. Scaldare il burro nel tegame e far rosolare il pesce a fiamma viva per 4 minuti.
Appena prima di servire aggiungere la panna e la buccia di limone grattugiata alla salsa, lasciare che si addensi ancora, se necessario. Versare nei piatti un velo di salsa e adagiarvi sopra il pesce.


MOUSSE DI PERE

Ingredienti (per 4 persone):
500 gr. di pere;
1,5 dl. di vino bianco secco; 
20 gr. di burro; 
50 gr. di zucchero; 
cannella q.b.; 
4 cucchiai di panna; 
3 tuorli.

Procedimento:
Sbucciare le pere, privarle del torsolo e tagliarle a pezzetti. Metterle in un tegame con vino e burro e farle bollire. A cottura ultimata passare il composto di pere al setaccio, insaporirlo con zucchero e cannella, aggiungere la panna. Rimettere il composto nel tegame e aggiungere i tuorli, mescolando con cura e facendo addensare, sempre mescolando. Travasare in coppette e far raffreddare.

04 aprile, 2019

Le vette dell'arte medievale: il Duomo di Orvieto

Fra il XIII ed il XVI secolo, una ventina di artisti hanno lavorato su di una fabbrica della città di Orvieto che ha fatto la storia dell'arte: il duomo della città, infatti, è uno degli apici toccati dall'arte nell'era medievale. Oggi la esaminiamo insieme.

Il Duomo visto dalla Torre del Moro

Il Duomo è stato costruito per dare un degno spazio al corporale del miracolo di Bolsena (durante un'eucarestia a Bolsena infatti, l'ostia cominciò a sanguinare). Progettata in stile romanico (probabilmente da Arnolfo di Cambio), la possente cattedrale domina la città, ergendosi imponente sopra tutte le altre case.

Il reliquiario del corporale del miracolo di Bolsena, ragione dell'esistenza del Duomo di Orvieto

Ai primi del trecento, Lorenzo Maitani ampliò la cattedrale in forme gotiche, facendola così diventare come la vediamo oggi.
Il duomo è uno scrigno di arte: solo i mosaici presenti sulla facciata e le varie decorazioni presenti, meritano la visita alla chiesa.

La facciata del duomo

Nonostante la complessità, essa risulta armoniosa, equilibrata e dotata di continuità compositiva. I mosaici rappresentano storie del Vecchio, del Nuovo Testamento e del Giudizio Universale. I bassorilievi vennero scolpiti da Nino ed Andrea Pisano, che erano gli scultori più importanti dell'epoca.

L'interno del duomo

L'interno è composto da tre navate ampie e luminose, che presentano un soffitto a capriate lignee. Dieci grossi e alti pilastri circolari o ottagonali (cinque per lato) e archi a tutto sesto articolano lo spazio in sei campate. Nel complesso il corpo longitudinale è armonioso e permette di vederne, da ogni punto, tutte le parti, compreso il soffitto delle navate laterali. Il transetto consta in tre sole campate coperte da volte a crociera e non è sporgente: le sue estremità sono cioè al livello delle pareti laterali del corpo longitudinale. Dalle due estremità destra e sinistra si aprono, rispettivamente, le importanti cappelle di San Brizio e del Corporale. La pianta è terminata da un presbiterio a pianta pressoché quadrata, al di là della campata centrale del transetto.

Il presbiterio
Le pareti della navata centrale e i suoi pilastri sono caratterizzati dall'alternanza di fasce di basalto e travertino di matrice senese, che ripete la decorazione laterale esterna. Le pareti esterne delle navate laterali sono state lasciate in origine vuote, poi ricoperte da affreschi cinquecenteschi, infine dipinte a fine Ottocento con le attuali fasce bianche e verdi scuro, che riproducono i motivi della navata centrale.
Il duomo di Orvieto è uno dei grandi capolavori da vedere assolutamente almeno una volta nella vita, una delle vette raggiunte dall'arte medievale.

03 aprile, 2019

Il sapone nel medioevo

Siamo tra l'800 e il 900 quando in tutta Europa si diffonde l'uso del sapone. Ad inventarlo, in realtà, come gli scacchi e le carte da gioco, sono gli arabi, che lo portano in Francia, dove la formula originaria viene migliorata e diventa perfetta per accompagnare bagni rigeneranti all'insegna del relax e del benessere.
D'altra parte, se nella Grecia classica il bagno era considerato soprattutto un completamento dell'attività atletica (doveva essere preso con acqua fredda e rapidamente, per dare energia più che ristoro) i romani si lavavano tutte le mattine le braccia e le gambe e, ogni nove giorni, il resto del corpo, in occasione del giorno di mercato.

Re Vencesilao al bagno
Nel medioevo, però, la decadenza degli acquedotti mette in crisi l'utilizzo degli impianti termali: le campagne si spopolano e nelle città si instaurano abitudini che si scontrano con le più elementari norme igieniche, come l'allevamento in casa di animali domestici, polli, oche e maiali. Nelle acque dei fiumi si lavano abiti e biancheria, si scaricano immondizie, carogne, liquami provenienti dalle concerie di pelli e dalle tintorie, e le mura fortificate che cingono le città - limitandone lo sviluppo - costringono gli abitanti in spazi sempre più ristretti e le strade, prive di pavimentazione fino al XII secolo, sono invase da fango e rifiuti.
A cambiare le abitudini igieniche intervengono principalmente due fattori di portata storica: le invasioni barbariche che sconvolgono le strutture economiche, ideologiche e sociali su cui poggiava l'Impero Romano, e il progressivo affermarsi del Cristianesimo con la condanna del corpo e della sua cura.

Miniatura raffigurante un uomo ed una donna che condividono il bagno

Nonostante questo, nelle case dei benestanti il bagno non viene mai a mancare e si fa in grandi tinozze di legno, spesso in compagnia.
A partire dal XII-XIII secolo, poi, si assiste ad un recupero della cura del corpo: fanno la loro comparsa le terme moderne e le saune pubbliche (dette "stufe") e tanto la pulizia della pelle, quanto la cosmesi, tornano di moda.
Dopo la conquista di Toledo – nel 1085 – da parte di Alfonso VI di Castiglia, la città diventa sede di un movimento culturale di dimensioni europee, grazie alle traduzioni latine dei padri della medicina (Ippocrate, Aristotele, Galeno) e delle opere arabe. E proprio alla espansione della cultura araba si deve dunque la conoscenza del sapone che, come detto, viene sviluppato e migliorato in Francia, e in particolare a Marsiglia, da cui prende il nome quello più celebre del mondo, la cui composizione contempla l'uso esclusivo di oli vegetali (prevalentemente quello d'oliva), la cenere di piante marine come alcalinizzante, l'essiccazione al sole e il taglio a mano.

Donna che si pettina, decorazione dai margini del Salterio di Luttrell, XIV secolo

Una delle prime ricette particolareggiate per fare il sapone la troviamo in una raccolta di formule segrete per gli artigiani, che risale al XII secolo. Il procedimento chimico con cui si produce è rimasto sostanzialmente invariato nel corso del tempo: oli e grassi di varia natura vengono bolliti con una soluzione di alcali caustici, producendo una reazione da cui si ottiene il sapone grezzo, detta saponificazione.
Il principio fondamentale su cui si basa l'azione del sapone è la capacità di rendere solubili sostanze che sono insolubili, come batteri e sporcizia di vario genere, portati via poi con l'acqua. Insomma, a discapito di ciò che può essere il pensiero comune, il medioevo è stata un'epoca che ha rivoluzionato anche l'igiene e la cura del corpo.

01 aprile, 2019

I sarti nel medioevo

Una delle categorie più importanti durante tutto il medioevo, specialmente nel periodo che va dal XIII secolo fino alla fine dell'età di mezzo, è quella dei sarti. Agli albori del Medioevo il sarto non era considerato come una delle migliori categorie artigianali del tempo, poiché dopo le invasioni dei popoli dell'est Europa, e a seguito della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, il modo di vestire si omologò e poche classi sociali avevano l'opportunità di permettersi stoffe pregiate e intarsiate. Soltanto nel XIII secolo le categorie di artigiani si divisero in arti e corporazioni. Alcuni dei rappresentanti delle arti maggiori approfittarono dei contatti commerciali internazionali per ottenere più potere, infatti proprio la corporazione dei sarti, nei vari paesi, riuscì a conquistarsi una serie di benefici ed esenzioni fiscali.

Un sarto a lavoro nella sua bottega. Manoscritto miniato. 

Queste agevolazioni ne accrebbero la ricchezza. L'arte del taglio si diffuse in breve tempo nelle maggiori città del continente, accrescendo il volume di affari della corporazione. Le migliori condizioni economiche dei ceti medi avevano fatto sì che aumentasse pure l'interesse per i beni superflui. Nel XIII secolo i disegni degli abiti si fecero molto fantasiosi, con colori sgargianti, grazie anche all'influenza dell'estremo Oriente dove, già da molto tempo, si usava questa tipologia di colori e sfarzosità. Le famiglie dei sarti potevano competere, quanto ad eleganza, con le migliori famiglie borghesi e nobili, non senza un certo disappunto da parte di questi ultimi.

Un sarto a lavoro. Manoscritto miniato.

Gli abiti che si andavano facendo sempre più arditi nella foggia, nei ricami e nei disegni, potevano avere dei costi esorbitanti per l'epoca. Si poteva giungere a corrispondere l'equivalente del salario annuo di un manovale per un abito "all'ultima moda". Non era un fatto tanto insolito che famiglie di nobili finissero sul lastrico, anche a causa degli ingenti debiti contratti per simili acquisti.
L'attività del sarto si era costituita in ambito prevalentemente militare, confezionando una sorta di corpetto di lino e lana abbastanza resistente ad eventuali colpi di armi bianche, il noto "farsetto". Questo indumento veniva indossato indifferentemente da ogni uomo, nobile o plebeo che fosse.

Piero della Francesca. Esempio di Farsetto tardo-gotico, XV secolo
Per lungo tempo l'attività dei sarti fu assimilata alla confezione di un tale capo d'abbigliamento. Non molte arti annoveravano tra i lavoratori anche le donne, le quali svolgevano i propri compiti all'interno di una bottega. Stoffe e tessuti, sagome e vestiti confezionati, era quanto si poteva trovare in una qualsiasi bottega. Il cliente sceglieva il tessuto, il colore e il modello, secondo i dettami estetici dell'epoca, che non mutavano così di frequente come ai giorni nostri. Prese in modo approssimativo le misure grazie a delle sagome, aveva inizio il lavoro vero e proprio di confezione dell'abito.

Un sarto con le forbici in fase di lavorazione di un abito. Affresco presso il castello di Issogne

29 marzo, 2019

Il dolce stil novo

Fra il 1280 ed il 1310, nasce a Bologna e si sviluppa a Firenze un movimento poetico innovativo, che influenzerà la poesia fino ai tempi di Petrarca. Un movimento che fa dell'amor cortese e della ricerca di pensieri raffinati e nobili, la propria missione. Il dolce stil novo si stacca dalla lingua del volgare municipale, e porta in tal modo la tradizione letteraria italiana verso l'ideale di un poetare ricercato e aulico.

Dante e Beatrice

Nascono le rime nuove, una poesia che non ha più al centro soltanto la sofferenza dell'amante, ma anche le celebrazioni delle doti spirituali dell'amata. A confronto con le tendenze precedenti, come la scuola di Guittone d'Arezzo (Scuola Guittoniana), la poetica stilnovista acquista un carattere qualitativo e intellettuale più elevato: il regolare uso di metafore e simboli, così come i duplici significati delle parole.
Esempio su tutti è l'amore che Dante Alighieri prova per Bice Portinari, meglio conosciuta come Beatrice.
L'origine dell'espressione è da rintracciare nella Divina Commedia di Dante Alighieri (Canto XXIV del Purgatorio): in essa infatti il rimatore guittoniano, Bonagiunta Orbicciani da Lucca, definisce la canzone dantesca "Donne ch'avete intelletto d'amore" con l'espressione dolce stil novo, distinguendola dalla produzione precedente (come quella del Notaro Jacopo da Lentini, di Guittone e sua), per il modo di penetrare interiormente luminoso e semplice, libero dal nodo dell'eccessivo formalismo stilistico (Guittone d'Arezzo). Di seguito si riporta il pezzo del canto del Purgatorio di cui, poc'anzi, abbiamo accennato:

                                 «"Ma dì s'i' veggio qui colui che fore
                                   trasse le nove rime, cominciando
                                     Donne ch'avete intelletto d'amore."
                                     E io a lui: "I'mi son un che, quando
                                       Amor mi spira, noto, e a quel modo
                                   ch'è ditta dentro vo significando."
                                          "O frate, issa vegg'io", diss'elli, "il nodo
                                          che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
                                           di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!"»
                   (Purg. XXIV, vv. 49-57)

Il manifesto di questa corrente è la poesia Al cor gentil reimpara sempre amore". La figura femminile evolve verso la figura di una "donna-angelo", intermediaria tra l'uomo e Dio, capace di sublimare il desiderio maschile, purché l'uomo dimostri di possedere un cuore gentile e puro, cioè nobile d'animo; amore e cuore gentile finiscono così con l'identificarsi totalmente.
Questa teoria, avvalorata nel componimento da molteplici sillogismi, rimarrà la base della poesia di Dante e di coloro che fecero parte dello Stil Novo, di generazione successiva, che vedranno in Guinizzelli e Alighieri i loro maestri. La corrente del "Dolce Stil Novo" segue e contrasta, grazie ad un approccio e ad una visione dell'amore del tutto innovativi, la precedente corrente letteraria dell'"amor cortese". Contro quest'ultima, infatti, introduceva nei testi riferimenti filosofici, morali o religiosi, tanto che autori contemporanei si lamenteranno dell'oscurità e della "sottiglianza" delle poesie, specificando che un tale registro poetico non avrebbe suscitato né interessi né adesioni nel mondo toscano; la critica era quella di aver unito la filosofia alla poesia.

Una pagina della poesia "Al cor gentil reimpara sempre amore"

La poesia stilnovista è l'espressione della cultura dell'antica nobiltà e della borghesia ricca e mercantile (giudici; notai; maestri di retorica, di grammatica e di diritto), ossia gli strati socialmente più alti del Comune. I vecchi valori della precedente cultura cedono definitivamente il passo di fronte alle nuove generazioni della civiltà comunale, che si sentono nobili per una loro nobiltà spirituale conquistata con l'esperienza, la vita, la meditazione e la dottrina, e che si riassume in una nuova coscienza di aristocratica gentilezza d'animo e di mente.
In sintesi, questa è una delle testimonianze della raffinatezza raggiunta nel Medioevo.

27 marzo, 2019

Pietro Cavallini

Pietro Cavallini, il cui vero nome era Pietro de' Cerroni, soprannominato il "Cavallino", è stato il maggior pittore romano negli anni a cavallo tra Duecento e Trecento. Personalità di grande interesse, fu forse tra i primi pittori italiani ad affrancarsi dai modi stilistici bizantini e percorrere una nuova direzione stilistica, nata dallo studio delle testimonianze artistiche classiche presenti in grande quantità nella città eterna.

Giudizio Universale (part.), Santa Cecilia in Trastevere
La sua produzione è tuttavia scomparsa quasi del tutto, così che rimane difficile, oggi, ricostruire la sua evoluzione stilistica e soprattutto il suo apporto al rinnovamento pittorico italiano di quegli anni. A Roma lavorò in quasi tutte le basiliche maggiori, per le opere di rinnovamento che accompagnarono l'istituzione, da parte di Bonifacio VIII, del primo Anno Santo nel 1300. 
Il destino purtroppo ha voluto che le basiliche nelle quali egli lavorò, siano andate quasi tutte perse: San Paolo fuori le Mura fu distrutta da un incendio nel 1823, San Pietro in Vaticano fu demolita alla fine del Quattrocento, San Giovanni in Laterano fu completamente rinnovata alla metà del Seicento.

L'Annunciazione
Rimangono solo pochi frammenti di affreschi, realizzati tra il 1291 e il 1293, per le due chiese romane intitolate a Santa Maria in Trastevere e Santa Cecilia in Trastevere. Dopo queste realizzazioni, la sua presenza è attestata tra i grandi decoratori del ciclo di affreschi realizzati alla metà dell’ultimo decennio del secolo, nella Basilica Superiore di Assisi. Le fonti storiche ci attestano che, in quel periodo, furono sotto contratto con l'ordine francescano, quattro pittori: il Cavallini, Giotto, Cimabue e l'artista assisiate, Puccio Capanna. Ma quale sia stato il ruolo di ciascuno e cosa da essi realizzato, rimane un mistero. Se finora la tradizione storiografica, a partire dal Vasari, ha attribuito i maggiori meriti di questi affreschi a Giotto, i recenti restauri sulle opere di Assisi e su quelle del Cavallini, superstiti a Roma, hanno permesso di chiarire il ruolo di primo piano che ebbe l'artista romano nel ciclo assisiate.

La Natività della Vergine
In seguito Pietro lavorò a Napoli, chiamatovi dai sovrani angioini, negli stessi anni (1317-20) che videro la presenza nella città partenopea anche di Simone Martini. Gli affreschi che egli realizzò per il Duomo e per la chiesa di Santa Maria Donnaregina, sono tra le sue ultime realizzazioni, condotte però con il largo concorso di collaboratori vicini allo stile gotico di Simone Martini.

25 marzo, 2019

Proposte di lettura: Vita e morte dell'Ordine dei Templari

L'ordine religioso cavalleresco dei Templari fu una delle massime potenze militari ed economiche del Medioevo, secondi soltanto ai loro fratelli Ospitalieri dell'Ordine di San Giovanni d'Acri in Gerusalemme.

Il libro trattato

Nati nel XII secolo per la difesa del Santo Sepolcro dopo la riconquista di Gerusalemme da parte dei crociati nel 1099, i Templari ebbero una storia ricca e drammatica: giunsero al culmine della potenza all'epoca dei regni Latini d'Oriente, ma poi i crescenti contrasti tra il papa e le monarchie europee, da cui la forza di queste ultime uscì molto rafforzata, ne decretarono il declino.
L'autore di questo libro, Alain Demurger, ricostruisce le vicende dell'ordine religioso e militare dei Templari, dalla stagione della loro straordinaria potenza alla durissima persecuzione, dalla prestigiosa protezione del Santo Sepolcro a Gerusalemme fino alle innumerevoli leggende fiorite dopo la loro drammatica scomparsa, voluta dal sovrano francese, Filippo il bello re di Francia, e contrastata dal pontefice Clemente V, nel 1314. Un libro assolutamente interessante, ricco di un'ampia bibliografia storica, numerose tabelle, mappe, cronologie e genealogie riguardanti questo periodo; inoltre il testo si avvale di 284 pagine ben scritte, divise in sei capitoli, partendo dalle origini dell'Ordine fino alla caduta dell'ultimo dei Templari, Jacques de Molay. "Vita e morte dell'Ordine dei Templari" è una lettura indispensabile riguardo una pagina di storia affascinante e misteriosa.