25 novembre, 2015

Tingere nel Medioevo

La storia della tintura in epoca medievale inizia con la storia stessa dei tessuti. Già in epoca antica tutte le sostanze coloranti erano ricavate da sostanze di origine naturale, sia vegetale che animale. Quasi sempre il tessuto veniva venduto col suo colore naturale; solo in alcuni casi, come stoffe pregiate o per usi esclusivi dell'acquirente, la si tingeva. La tintura era un processo non facile che illustreremo subito dopo. I tessuti tinti quasi sempre erano molto costosi, richiedevano tecniche di preparazione e applicazioni molto lunghe e complicate ed i metodi usati rendevano molto difficile riprodurre esattamente lo stesso colore; i risultati dipendevano soprattutto dall'abilità dell'artigiano e se il processo di lavorazione erano seguito molto bene.


Lavorazione di tinteggiatura XIV-XV sec.


La tintura si realizzava in grossi recipienti di terracotta, o di leghe di ferro, rame e altri; il metodo più usato era la tintura al tino: il materiale tessile veniva immerso totalmente in un bagno colorante (utilizzando prodotti vegetali o animali) gradualmente portato ad ebollizione e agitato in continuazione per facilitare la penetrazione della tinta . A seconda del tipo di fibra e colorante usati, si aggiungevano sali o acidi che miglioravano l'assorbimento del colore. La difficoltà principale di questa tecnica stava nel far ottenere, nei filati e tessuti misti, la stessa gradazione di colore su ogni tipo di fibra: le fibre di cotone, ad esempio, assorbono il colore rapidamente; mentre quelle di lana, se si vuole raggiungere la medesima intensità, hanno bisogno di un tempo di bollitura molto più lungo, che avrebbero potuto addirittura danneggiarle. Quindi era compito del mastro artigiano far colorare unicamente e intensamente un capo.

Tintura al Tino

La tintura al tino richiedeva un tipo di colorante a forte tonalità e stabile, ossia resistente al lavaggio e all'esposizione alla luce; generalmente, con questi coloranti si ottenevano colori opachi.
Nel XIII secolo si distingueva fra artigiani della "piccola tinta", alle prese con i coloranti meno nobili e costosi, e quelli della "grande tinta", che poteva disporre dei pigmenti più pregiati quali indaco, robbia, kermes e altri pigmenti preziosi. I pigmenti sono quasi sempre ricavati dalla macerazione e dalla cottura in acqua delle erbe oppure delle essenze. Prima di entrare in contatto con i pigmenti, il tessuto da tingere necessita di un trattamento in grado di fissare il colore: la mordenzatura.
La Mordenzatura era quel procedimento atto a fissare efficacemente i pigmenti sulle fibre e la stoffa che consisteva nella bollitura in acqua (con temperature comprese fra i 70 e i 90° C) con i cosiddetti mordenti. Esso preparava le fibre tessili all'immersione in un ulteriore bagno per l'ottenimento del colore definitivo.
Fra i coloranti più antichi ci sono:
la robbia, un colorante rosso ricavato dalle radici di Rubia tinctorum,
il blu indaco ottenuto dalle foglie di Indigofera tinctoria,
il giallo tratto dagli stimmi di Crocus sativa, o zafferano, e la sanguinella (o Cornus) estratta dall'albero omonimo.
Un rosso molto apprezzato era noto come porpora di Tiro, estratto dal tegumento delle murici appartenenti alla famiglia dei gasteropodi marini.
Dal guado (isatis tinctoria)si ricavava la sostanza più importante tra le tintorie medievali, in grado di donare una ricca gradazione di azzurri, toni carichi e vivaci; se lo si mischiava con la robbia si ottenevano tonalità di violetto, o ancora con la braglia si ottenevano sfumature di verde.

Illustrazione del trattato dell'arte della seta
 

Ora elencheremo in modo schematico i colori che si utilizzavano in epoca medievale e dove si estraevano.

PIANTE TINTORIE MEDIOEVALI
   
Rosso
  • rubia tinctorum (robbia domestica)
  • bixa orellana (annato)
  • carthamus tinctorius (zafferanone coltivato)
  • dracena draco (sangue di Drago)
  • roccella tinctoria (oricello)
  • kermes (estratto da insetti della famiglia Kermesidae o quercus coccifera)
  • robinia pseudoacacia (acacia)
  • caesalpina Sapan (legno brasiliano)
  • rosso di Tiro o rosso porpora (estratto dalle murici, famiglia delle gasteropodi marine).
Giallo
  • reseda luteola (reseda biondella)
  • anthemis tinctoria (camomilla per tintori)
  • berberis vulgaris (crespino comune)
  • crocus sativus (zafferano vero)
  • curcuma longa (curcuma)
  • genista tinctoria (ginestra minore)
  • sparticum jenceum (ginestra)
  • pyrus malus(melo)
  • rubus frutticosus (mora)
  • rhus Cotinus (scotano)
Blu
  • indigofera tinctoria (indaco)
  • isatis tinctoria (guado)
  • polygonum tinctorium (poligono tintorio)
Verdi
  • calicotome villosa (spazio villoso)
  • cytisus scoparius (ginestra dei carbonai)
  • iris pseudacorus (giaggiolo acquatico)
  • lavandola stoechas (lavanda selvatica)
Viola
  • haematoxylum campechianum (campeggio)
  • papaver rhoeas (papavero comune)
  • vaccinium myrtillus (mirtillo nero)
  • rocella tinctoria (oricella)
Marrone
  • alnus glutinosa (ontano comune)
  • acacia catechu (catecù)
  • juglans regia (noce comune)
  • lawsonia inermis (henné)
  • salix purpurea (salice rosso)
  • corylus avellana (nocciolo)
  • plantago major(piantaggine)
Nero
  • corteccia di ontano, castagno, leccio, faggio, quercia comune.
Sartoria medievale

23 novembre, 2015

L'università nel Medioevo

In questo post, come già anticipato in precedenza, ci occuperemo della nascita e del conseguente sviluppo delle università nell'Europa medievale.
Studenti raffigurati in un frammento dell'arca di Giovanni
da Legnano. Opera di Pierpaolo dalle Masegne, 1383,
Bologna, Museo medievale
È il XII secolo che segna l'inizio di una nuova era per la diffusione del sapere e della conoscenza. Infatti, in questo periodo, gli studenti e i maestri cominciarono a riunirsi in associazioni, le universitates, che avevano il fine di regolamentare la vita della scuola, dallo stabilire i piani di studio  al calendario degli esami, fino alla decisione dell'ammontare della retta che doveva essere versata per accedere agli studi. Oltre a ciò, queste associazioni puntavano anche, e oserei dire soprattutto, al riconoscimento di determinati privilegi da parte delle pubbliche autorità. Fu così che nacquero le prime università. Inizialmente, questo nome non indicava un luogo fisico sede di un centro di studi (come nell'accezione moderna del termine), bensì un gruppo di persone che si riuniva per studiare insieme. Ben presto, alcune università si distinsero per il loro alto livello culturale, specializzandosi in determinati campi di studio: ad esempio, l'università di Parigi divenne celebre per lo studio della teologia; quella di Salerno per gli studi in medicina; Bologna divenne il punto di riferimento per quanto riguarda il diritto e la giurisprudenza mentre, a Oxford, le scienze naturali la facevano da padrone.

Le università potevano conferire, sulla base di esami, titoli di studio con valore legale:  gli studenti ricevevano infatti, in ordine crescente, prima il titolo di baccelliere, poi quello di maestro ed, infine, quello di dottore.
Lezione di medicina in un'università medievale,
 miniatura dalla Chirurgia di Ruggiero da Frugardo
Una grande peculiarità di queste nuove istituzioni era rappresentata dal fatto che le università potevano assumere un carattere internazionale. Gli studenti ed i docenti potevano provenire da diverse regioni ed avevano il privilegio di studiare o lavorare in un istituto al quale le autorità, laiche od ecclesiastiche che fossero, concedevano ampi margini di libertà ed indipendenza.
Ogni università, solitamente, ospitava almeno una di queste quattro facoltà: facoltà delle arti, medicina, diritto e teologia. Soltanto ad Oxford furono istituite due facoltà di diritto, una per il civile ed un'altra per il canonico. Lo studio delle arti invece, garantiva un insegnamento basilare incentrato sulle sette arti liberali, con un interesse particolare per la dialettica.
Inoltre, fu proprio in queste sedi che venne codificato il "metodo scolastico" degli studi superiori, costituito da lectio (lettura), quaestio (individuazione dei problemi), disputatio (disputa interpretativa) per giungere alla determinatio che costituiva la sintesi finale.

Una menzione particolare va riservata alla nascita delle prime biblioteche universitarie, avvenuta verso la metà del XIII secolo. In questi luoghi, si raccoglievano i libri scritti dai maestri e molte copie degli scritti utili all'insegnamento, talvolta in formati meno costosi e più pratici di quelli che, per diverso tempo, i monaci amanuensi avevano sapientemente ricopiato e custodito nei monasteri.

una lezione all'università di Bologna
Con l'avvento delle università, la chiesa vide sfumare quel monopolio dell'insegnamento che aveva mantenuto fino a quel momento, anche se, bisogna precisare, continuava ad esercitare un certo controllo sugli argomenti oggetto di studi nelle neonate università. l'allontanamento dall'egida culturale ecclesiastica partì, nel XIII secolo, soprattutto dalle città, dove divenne forte il bisogno di una cultura e di un insegnamento più libero dal controllo della chiesa. La prima università laica, fondata da uno stato e non da associazioni di letterati o istituzioni di natura ecclesiastica, fu quella voluta dall'imperatore Federico II di Svevia a Napoli nel 1224. Essa venne concepita come studium per la formazione delle classi dirigenti dell'impero e per agevolare la formazione culturale dei suoi sudditi.

Bisogna dire che, già nel corso del XIII secolo, le università erano diventate delle potenti corporazioni. Per questo motivo, le autorità civili (sovrani in Francia ed Inghilterra, magistrati dei comuni in Italia) iniziarono ad imporre il loro controllo. Nonostante le violente reazioni degli universitari, i quali ricorsero persino all'arma dello sciopero, le università videro inesorabilmente scomparire la loro autonomia ed indipendenza.

17 novembre, 2015

Le fibre tessili nel medioevo


La storia delle fibre tessili risale sin dall'antichità. Il tessuto si è evoluto durante l'arco dei vari secoli, fino ad ottenere capi davvero pregiati, grazie alle mani esperte di chi, al tempo, tesseva il prodotto finale. Nel medioevo, il tessuto ha avuto origine dalla coltivazione delle piante, da cui si ricavavano le fibre naturali (Lino, Canapa e Cotone) e dalla lavorazione del pelo animale, da cui si ricavavano lana, Cashmere, seta ed infine l'alpaca.

Dall' XI al XIV secolo, i tessuti usati dalla gente comune furono lino, lana e canapa.
La canapa in epoca medievale era coltivata in tutta Europa, pertanto riscontriamo sul territorio italiano numerosi canapai per la sua lavorazione. Per la canapa, che si estrae dalla corteccia interna del fusto della pianta, si ottengono fibre tessili che vengono destinate alla produzione di stoffe, reti, corde e altri tessuti resistenti.

 Libro-dOre-Fiandre-1500-1525
A differenza della canapa, la pianta del cotone produce frutti all'interno del quale ci sono le fibre utilizzate per la produzione tessile.

Durante il periodo altomedievale, la coltivazione del lino si diffuse ampiamente in tutta Europa in relazione ad un’economia di tipo domestico: le donne tessevano in casa e vendevano sul mercato locale i loro prodotti finiti, contemporaneamente producevano vestiario e biancheria per la famiglia. Con
l’espansione economica, tra XI e XIII secolo, la linicoltura conobbe un forte incremento: si
affinarono i sistemi di lavorazione del terreno e della semina, per ottenere fibre sempre più
morbide. La coltivazione e poi la trasformazione delle fibre in prodotto finito, rese possibile l'esportazione dei prodotti lavorati in tutte le aree del Mediterraneo e dell'Europa intera.
La seta, possiamo dire, è un’invenzione della civiltà cinese, furono i primi a ricavare filamenti, attraverso numerose tecniche, applicate al baco da seta; il baco produceva questi filamenti tramite la sua bava. La seta non era un tessuto molto utilizzato in Europa occidentale in epoca alto-medievale, pertanto sono state ritrovate sete orientali e bizantine, testimonianza di uno scambio, seppur minimo, di tessuti pregiati tra oriente ed occidente.


Mercanti di stoffa
A partire dal Basso Medioevo (XIII secolo) il mercato della seta divenne più ampio, tanto che dal XIV secolo in poi la seta affiancherà la lana nella manifattura dei tessuti e diventerà un prodotto caratterizzante degli ambienti di corte e dell'alta nobiltà. Per molti secoli, il monopolio della seta era esclusivamente ad appannaggio dell’Oriente. Comunque è bene ricordare che nell’Alto-Medioevo l’industria della seta era attiva già nell’Impero Bizantino e in molti territori dell’immenso dominio islamico (Siria, Persia, Mesopotamia, Egitto). Proprio nelle aree del Mediterraneo in cui maggiori furono i contatti con il medioriente, come l’Italia meridionale e la Spagna, si svilupparono le prime manifatture occidentali. I vestiti della corte erano vere e proprie opere d’arte, il guardaroba
regale di Ruggero II e di Guglielmo il Buono comprendeva tuniche in seta, mantelli ricamati
in oro, perle, filigrane e smalti (il più celebre è il mantello di re Ruggero II, datato 1133 e
conservato a Vienna nel Kunsthistorisches Museum).
 



Mantello di re Ruggero II, datato 1133 Kunsthistorisches Museum


Per quel che riguarda la lavorazione della lana, un importante elemento di novità, in età
medievale, è costituito dall’uso delle gualchiere. La gualcatura era un procedimento al quale, dopo la tessitura, venivano sottoposti i panni, più volte piegati su se stessi, e immersi in bacini in una soluzione composta da acqua, sapone, argilla e a volte anche urina. Battendo i tessuti per molto tempo si impediva l'infeltrimento, le fibre si ritiravano chiudendosi l'una all'altra, rendendo la stoffa più compatta, morbida, resistente e anche un po impermeabile.
I tessuti che vennero impiegati in epoca medievale hanno avuto influenze per buona parte dal medioriente, sin dalla prima crociata. Nei porti di Tiro ed Acri si ha l'importazione del cotone: esso non era ancora diffuso pienamente in Europa quanto il lino, ma grazie all'esportazione e ai traffici commerciali in oriente, si è avuto una grossa importazione di stoffe pregiate come il cashmere e la seta, finemente lavorate e di altissimo valore storico.
Lavorazione delle fibre



15 novembre, 2015

L'istruzione nel Medioevo

Frequentare la scuola è qualcosa che i bambini ed i ragazzi di oggi danno per scontato. Ovviamente l'educazione scolastica non è stata sempre così come oggi la conosciamo. In passato, i giovani, di sovente, non frequentavano la scuola ma venivano educati in casa da precettori privati, qualora le condizioni economiche della famiglia lo permettessero, mentre era la stessa madre ad occuparsi dell'istruzione dei figli (se ne era capace) nei casi riguardanti le famiglie più povere.

Entrando più nello specifico, bisogna dire che, il Medioevo diverse forme di istruzione e di scuole, durante i suoi dieci secoli di storia. Alcuni tipi di scuola sono sopravvissuti fino ad oggi, pur subendo radicali cambiamenti, mentre altri sono completamente scomparsi. Comunque sia, prima di addentrarci all'interno dell'argomento in questione, è bene precisare che, nel Medioevo, l'istruzione scolastica rappresentava un lusso che non tutti potevano permettersi. Inoltre, non era obbligatoria.
San Girolamo nello studio
L'autorità pubblica non aveva le capacità e le risorse per garantire l'obbligatorietà e soprattutto la gratuità dell'istruzione per tutte le classi sociali. Ed è per questo che, nell'Alto Medioevo, fu soprattutto la chiesa ad occuparsi dell'istruzione dei giovani, all'interno dei monasteri. Tutto ciò era possibile perchè erano stati proprio i monaci a conservare ed a tramandare la cultura non solo cristiana, ma anche classica, greca e latina, durante i complicati secoli caratterizzati dalle invasioni barbariche, seguite alla caduta dell'Impero Romano d'occidente. I monaci amanuensi ricopiavano gli antichi codici con cura e perizia, ed è proprio grazie al lavoro certosino di questi uomini che molte opere si sono salvate  e non sono andate perdute.

Per quanto riguarda l'istruzione all'interno dei monasteri, si distinguevano due tipi di scuole: una era la schola exterior, destinata ai bambini sia ricchi che poveri, che vivevano con le loro famiglie nelle zone circostanti il monastero e che ogni mattina si recavano a scuola nel convento; l'altra era la schola interna, dove venivano educati i cosiddetti oblati. Gli oblati erano bambini di sei o sette anni di età che venivano letteralmente donati al monastero. Tra le mura del chiostro seguivano il loro percorso formativo e lì trascorrevano tutto il resto della loro vita dopo aver pronunciato i voti. Questa drastica scelta effettuata dai genitori, presa in maniera unilaterale, evidentemente segnava per sempre la vita del figlio.

Nonostante il grande impegno profuso dai monaci per la trasmissione del sapere nell'Alto Medioevo, la maggior parte della popolazione era comunque priva di qualsiasi tipo di istruzione.
Alcuino di York e Rabano Mauro. Miniatura del IX secolo
Fu l'imperatore Carlo Magno a dare grande impulso alla diffusione delle istituzioni scolastiche, durante la sua reggenza. Egli non aveva ricevuto una istruzione particolarmente accurata durante l'infanzia. Leggenda vuole che fosse addirittura analfabeta. In realtà, Carlo sapeva leggere e far di conto, ma aveva grosse difficoltà nella scrittura, anche perchè, a quel tempo, scrivere era un'operazione tutt'altro che facile e molto meno frequente di quanto non sia oggigiorno. Ed è proprio per questo che l'imperatore promosse l'utilizzo e la diffusione di un nuovo tipo di scrittura, antenata dei nostri caratteri di stampa, ovvero la scrittura "carolina", di cui ci siamo già occupati in un precedente post.

Malgrado tutto, Carlo Magno era un uomo decisamente votato alla cultura. durante il suo regno, ci fu una vera e propria rinascita culturale con la fondazione di molte scuole, sia all'interno di monasteri che presso le chiese cattedrali delle maggiori città dell'Impero. Inoltre, intorno alla corte del re si nacque l'accademia della schola palatina, diretta dal monaco anglosassone Alcuino. Questa accademia doveva educare principi ed aristocratici, i quali si formavano nell'arte militare e nel governo del popolo. Fu anche un importante centro di studi di alto livello, in cui trovarono spazio alcuni dei maggiori intellettuali europei dell'epoca. Purtroppo questa istituzione non sopravvisse a lungo dopo l'887, ovvero dopo la deposizione di Carlo il Grosso, ultimo successore di Carlo Magno.

La cattedrale di Reims
Nei secoli successivi, e più precisamente tra la fine del X e l'inizio dell'XI, le scuole monastiche si occuparono, esclusivamente, dell'istruzione elementare e di quella dei futuri monaci. L'istruzione superiore invece, si trasferì in pianta stabile all'interno delle scuole nate accanto alle cattedrali cittadine. Le cosiddette scuole cattedrali si diffusero soprattutto nelle città del nord della Francia, da Parigi a Reims, passando per Chartres e Laon.
Nelle scuole cattedrali gli studenti deputati a diventare sacerdoti sostenevano gli studi con i fondi della cattedrale stessa; gli altri pagavano una modesta retta.
Per quanto concerne le materie oggetto di studio, c'è da dire che il programma iniziava con le basi della grammatica, della retorica e della logica che, insieme, costituivano, le cosiddette "arti del trivio". Soltanto in un secondo momento si affrontavano le materie scientifiche, ossia aritmetica, geometria, astronomia e musica, ovvero le "arti del quadrivio".
Queste scuole non erano organizzate come quelle odierne. Non si sostenevano esami ed il livello dell'insegnamento era tutt'altro che uniforme, in quanto dipendeva sostanzialmente dalla preparazione e bravura del maestro. Inoltre, gli insegnanti non erano obbligati da nessun vincolo contrattuale a rimanere nella stessa scuola per un determinato numero di anni. Anzi, si spostavano frequentemente da una scuola all'altra, seguiti spesso dai loro studenti.
A partire dal XII secolo però, il numero dei giovani che chiedeva di ricevere un'istruzione superiore aumentò in maniera esponenziale. Fu proprio questa enorme domanda di cultura che portò alla nascita delle università, tema che però richiede un particolare approfondimento e di cui ci occuperemo in un prossimo post.

09 novembre, 2015

La scrittura nel medioevo

Vi siete mai chiesti come si scriveva nel medioevo? Oppure in che lingua veniva preferibilmente scritto un testo? Oggi vi illustreremo e vi spiegheremo in modo semplice e conciso come si scriveva e in che lingua veniva redatto un testo, dal libro alla pergamena.

Come sappiamo la scrittura ha origini antichissime. I primi furono i lontani Sumeri, a cui si attribuisce la creazione della scrittura cuneiforme nel 3000 a.c. circa; poi si passa dai geroglifici egiziani, come scrittura simbolica, fino ad arrivare in occidente in epoca romana e infine in quella medioevale.
La scrittura medievale veniva incisa su pergamene di pelle di pecora o di altri animali, perciò fu chiamata anche "carta pecora", i monaci immergevano le pelli nella calce, poi le raschiavano e le facevano essiccare tagliandole in fogli. In media si può calcolare che per ogni pecora si potevano ottenere 4 fogli di pergamena, che usualmente veniva avvolta in rotoli, o cucita su cuoio o pelle per ottenere un libro. I monaci, per ovviare all'uso eccessivo di pelli di pecora, decisero di raschiare alcuni fogli di antiche pergamene e di riscriverci sopra. Ciò si è scoperto, grazie all'ausilio di  alcune analisi fatte con laser specifici, su alcuni manoscritti medievali.


Pergamena Medievale



Per tutto il Medioevo la scrittura fu un’attività praticata quasi esclusivamente dall’apparato ecclesiastico; veniva svolta nelle scuole (scriptoria) annesse alle cattedrali o ai monasteri.
Nel visualizzare i manoscritti medievali si nota una grande varietà di tipi di scrittura; partendo infatti dalla minuscola corsiva latina, utilizzata dal I-II d.C., si svilupparono le cosiddette scritture nazionali (dal VII all' VIII secolo).
Minuscola corsiva latina

Tutte le scritture minuscole sono state identificate per la loro appartenenza geografica o per essere state utilizzate da un determinato scriptorium. Le più importanti furono:
L'onciale fu la scrittura dei codici miniati per eccellenza; più indicata per la penna d’oca e la pergamena. Il più antico esempio conosciuto si trova su un papiro del III secolo, contenente un compendio delle opere di Tito Livio;  
Onciale
La semionciale fu stata usata a partire dal III secolo fino alla fine dell'VIII secolo; inizialmente fu adoperata da autori pagani e scrittori romani di giurisprudenza e, a partire dal VI secolo, venne utilizzata per trascrivere testi cristiani in Africa ed in Europa con l'esclusione delle isole britanniche. Raggiunse l'Irlanda nel V secolo e da questa la Gran Bretagna, dove fu usata anche dopo l'VIII secolo, trasformandosi nella scrittura insulare;
Semionciale
La scrittura insulare si sviluppò in Irlanda nel VII secolo e fu usata fino al tardo XIX secolo, anche se il periodo di maggior fioritura fu tra il 600 e l'850. È strettamente collegata con la onciale e la semionciale, che sono le scritture che l'hanno influenzata;
Pagina iniziale del vangelo di Marco dall'Evangeliario di Durrow.

La scrittura detta beneventana o cassinese si sviluppò nel VII secolo, con derivazione dalla minuscola corsiva romana, nell'Italia meridionale. Gli scriptoria più celebri furono quelli di Montecassino e Cava de' Tirreni (Salerno), nei quali fu sviluppata. Si presenta ordinata, regolarissima, con molte legature che danno l'impressione di una linea continua, strutturata in brevi aste verticali e spezzate. Rimase in uso fino al XIII secolo, decadendo ad opera di Federico II;

Beneventana


La merovingica nacque in Francia (così detta dalla dinastia dei re Merovingi); la scrittura minuscola fu piuttosto una scrittura documentaria e solo più tardi divenne anche libraria. In essa è notevole l'influsso della scrittura semionciale e si presenta in parecchie varianti; il suo impiego in Francia durò dal VI all'VIlI secolo, cioè fino alla riforma di Carlo Magno, con la quale apparve la scrittura carolina;

Esempio di scrittura di Luxeuil dal Lezionario di Luxeuil (merovingica)

La visigotica (dalla popolazione dei Visigoti). Fu una scrittura minuscola libraria, usata in Spagna dall'VIlI al XII secolo; anch'essa deriva dalla minuscola corsiva romana e presenta influenze evidenti della onciale e della semionciale. Cacciati i Mori (778) ad opera dei Franchi, da questi venne introdotta la scrittura carolina, che assunse importanza tale da divenire lo stile nazionale;
Alfabeto Visigotico
La minuscola carolina, o scrittura di cancelleria, è uno stile di scrittura creato durante il regno di Carlo Magno nei secoli VIII e IX. Fu utilizzata per la prima volta nel monastero benedettino di Corbie, trasformando la minuscola corsiva, allora usata dai notai in varie versioni regionali, in una nuova scrittura, caratterizzata da una forma regolare delle singole lettere e dall'eliminazione delle legature e delle abbreviazioni. Fu prima adottata dai grandi monasteri per la trascrizione delle sacre scritture, poi fu insegnata nelle scuole vescovili e monastiche e quindi utilizzata dalle pubbliche amministrazioni per tutti gli atti ufficiali;
Minuscola Carolina
La scrittura gotica minuscola libraria (dal XI-XII fino al XIV sec.) fu il tipo più comune delle lettere "gotiche"; essa presenta, oltre all'angolosità caratteristica, le aste molto pesanti, che cambiano bruscamente direzione, ed i trattini delle lettere d'inizio o d'unione, molto sottili, che creano un forte contrasto con le aste. Sviluppo «calligrafico» ebbe invece nei manoscritti liturgici e nei codici solenni, con lettere molto grandi, massicce, rigide, di una regolarità quasi geometrica, con abbondanti legature ed un tratteggio assai pesante; questo tipo di scrittura venne chiamata «lettera da messale» o «textur»;
Gotica minuscola

 Coloro che scrivevano erano prettamente i monaci. Essi utilizzavano una penna d'oca, un raschietto per cancellare e tagliare, ed infine gli inchiostri fatti con ricette segrete e con prodotti naturali. I testi erano scritti con inchiostro scuro e i titoli in rosso, pertanto nei manoscritti importanti la lettera iniziale era scritta in modo molto grande per contenere scene religiose o di vita quotidiana. Erano eseguite in maniera particolare e così chiamate "miniature", di cui la sostanza colorante maggiormente usata era il minio che era di un rosso brillante.
Nei conventi si produssero soprattutto codici, cioè libri di grandi dimensioni, composti da fogli piegati in due e cuciti insieme, questi sostituirono le pergamene per un utilizzo più comodo e più semplice. L'arte di copiare i codici fu tramandata anche in oriente prima ai bizantini e poi agli arabi.
Copisti al lavoro di trascrizione



07 novembre, 2015

I Cavalieri del Tempio

L'ordine monastico-cavalleresco dei templari viene fondato nel 1119 dall'aristocratico Hugues de Payens, insieme ad altri otto confratelli, a Gerusalemme. Essi sono sia monaci che cavalieri ed il vero inizio della loro storia risale a vent'anni prima rispetto all'anno della fondazione dell'ordine. 

Templari in battaglia
Tutto ha inizio con la fine della prima Crociata, quando Gerusalemme viene riconquistata e sottratta ai Saraceni. Negli anni successivi, la Terra Santa resta comunque un terreno pericoloso, teatro di frequenti scontri con gli arabi che cercano di riprendersi la città perduta. È a questo punto che nasce l'idea di costituire un ordine militare (organizzato internamente come un ordine monastico) che fosse in grado di garantire protezione ai pellegrini che si recavano al Santo Sepolcro. Il re di Gerusalemme, Baldovino I, e tutto il clero appoggiano l'idea e concedono al neonato ordine di stabilirsi nelle scuderie ricavate ne sotterranei della moschea di Al-Aqsa, luogo dove un tempo sorgeva il Tempio di Salomone. È proprio per questo che il neoformato ordine comincia ad essere etichettato con il nome di "Cavalieri del Tempio". In realtà, bisogna dire che la concessione di ordine monastico fu data soltanto nel 1228, con il Concilio di Troyes, tenutosi sotto il pontificato di Onorio II. 
I successivi pontefici iniziano a concedere sempre maggiori privilegi ai cavalieri, i quali cominciano a vedere accresecersi il loro potere. Risale invece al 1147 l'autorizzazione di apporre una croce rossa sulla tunica bianca che i cavalieri indossano da parte di papa Eugenio III.

Templari negli affreschi di San Bevignate (PG)
Nei secoli successivi, i Templari diventano sempre più ricchi e potenti, acquisendo territori in tutta Europa, soprattutto in Italia e Francia. Anche dopo la definitiva perdita della Terra Santa, l'ordine continua a prosperare, proseguendo la sua opera di difesa dei pellegrini in Europa, lungo le strade che conducono ai più importanti luoghi di culto del tempo, come la Basilica di san Pietro, a Roma. A tal proposito, una menzione particolare la merita la via Francigena, che collegava Canterbury con Roma, attraverso il territorio francese. Ebbene, lungo la strada conosciuta anche come via Romea, è ancora oggi frequente imbattersi in testimonianze della presenza di chiese, mansioni e commanderie templari.

All'inizio del XIV secolo i Templari sono ormai così potenti che, negli stati dove sono presenti, non riconoscono alcuna autorità, se non quella del papa. Le immense ricchezze accumulate nei secoli precedenti fanno di loro le personalità più potenti d'Europa, al punto che molti sovrani ricorrono a loro per ottenere prestiti finanziari. I cavalieri del tempio infatti, sono da considerare come i precursori del moderno sistema bancario, attraverso l'invenzione della "lettera di cambio", antenata degli odierni assegni circolari. Ed è proprio un monarca a decidere di porre fine al predominio dei templari (ed anche al suo debito finanziario): il re in questione è Filippo IV il Bello, re di Francia, il quale convince papa Clemente V a tacciare l'ordine di eresia ed a farlo perseguire. Ed è così che venerdì 13 ottobre 1307, di primo mattino, per ordine del re, vengono arrestati tutti i cavalieri templari di Francia, tra cui il Gran Maestro Jacques De Molay ed il precettore di Normandia Geoffrey de Charnay. Una curiosità: risale proprio a questo venerdì 13 la credenza, diffusa ancora oggi, che questo giorno sia portatore di sventura e disgrazie.
miniatura del XV secolo. Filippo il Bello assiste al rogo
 dei Templari
Tutte le commanderie vengono sciolte, gli adepti catturati e torturati per fargli confessare le peggiori malefatte che i persecutori volessero attribuirgli. Molti infatti, abiurano la loro fede, altri vengo arsi al rogo mentre altri ancora vengono ricollocati in altri ordini come quello degli Ospetalieri o dei Cavalieri Teutonici.
L'atto finale di questa farsa su grande scala si consuma il 18 marzo 1314 quando, su un'isoletta della Senna, vengono arsi al rogo il Jacques De Molay e Geoffrey de Charnay. Leggenda narra che il Gran Maestro, prima di morire, pronunciò una tremenda maledizione contro il re ed il papa:"Aspetto davanti al Tribunale di Dio il re di Francia prima di trecento giorni, ed il papa Clemente V prima di quaranta giorni!". Ebbene, meno di quaranta giorni dopo, il papa, che da tempo soffriva di vomito incoercibile, muore vicino ad Avignone. Inoltre, prima della fine dello stesso anno, muore anche Filippo il Bello, stroncato da una malattia incurabile secondo alcuni; vittima di un incidente di caccia secondo altri. Ma c'è di più: in breve tempo muoiono anche tutti i discendenti del re e la sua dinastia praticamente si estingue.

Nonostante tutto, negli anni a venire, i Templari continuano a prosperare segretamente e continuano a custodire immense ricchezze. A loro vengono attribuiti molti misteri: dalle conoscenze delle tecniche per l'edificazione delle imponenti cattedrali gotiche alla esatta ubicazione dell'Arca dell'Alleanza.

 

01 novembre, 2015

La basilica di Sant'Angelo in Formis

Se si cerca con attenzione, si scopre che la piana campana è ricca di testimonianze storiche di epoca medievale. Una delle più importanti la possiamo trovare nel fazzoletto di pianura compreso fra Capua ed i primi rilievi appenninici, non lontano dal fiume Volturno. Si tratta di una basilica altomedievale, la cui costruzione è cominciata nel sesto secolo dopo Cristo, per terminare nel dodicesimo.

In questi sei secoli è stata costruita non solo una basilica, ma un vero e proprio capolavoro della storia dell'arte e dell'architettura, stiamo parlando della basilica di Sant'Angelo in Formis.

Facciata della basilica di Sant'Angelo in Formis. Quella che si vede oggi è dovuta alla ricostruzione nell'anno mille, mentre il porticato è del dodicesimo secolo.

La basilica nasce sui resti del romano tempio di Diana; dibattuto invece è il significato del termine "in formis". Infatti si ritiene che possa essere riferito o al vicino acquedotto (dal latino "forma"), oppure derivato dalla parola "informis", ovvero informe, nel senso di spirituale.

La basilica venne costruita per la prima volta dai longobardi, rispettando il tracciato dell'antico tempio, e dedicata a San Michele Arcangelo; sul finire dell'anno mille, essa venne donata agli abati di Montecassino. Essi pensarono di ricostruirla, donandoci così sia la forma attuale, sia uno dei cicli pittorici medievali meglio conservati di tutto il sud Italia. Nel dodicesimo secolo si aggiungono il portico esterno, con gli archi a sesto acuto, ed il campanile laterale.

Escludendo tale portico, i cui archi ogivali appartengono già ad uno stile architettonico più recente, la chiesa rappresenta un interessante modello di arte romanica. Infatti essa è composta da finestre piccole, mura spesse, esterno austero fatto di nuda pietra; l'interno invece, come prevedeva il canone architettonico romanico, è di una bellezza estasiante: i cicli di affreschi, decorati dall'abate Desiderio di Montecassino, abbelliscono tutte le pareti.

Navata centrale. L'abside è dominato dal Cristo Pantocratore

Gli affreschi interni di una chiesa erano un elemento essenziale dell'epoca romanica. Essi avevano un duplice scopo: in primo luogo esaltare la semplicità dell'esteriorità (rappresentata dalle pareti di nuda pietra) e la ricchezza interiore (gli affreschi interni per l'appunto); in secondo luogo spiegare attraverso le immagini al popolo, sostanzialmente analfabeta, le storie descritte nella Bibbia, conseguendo così un risultato di natura didattica.

Abside, Cristo Pantocratore

Nell'abside della chiesa di Sant'Angelo in Formis è ritratto il Cristo Pantocratore (cristo benedicente), con sotto i tre arcangeli affiancati da Desiderio di Montecassino e San Benedetto da Norcia. La presenza del santo serve a ricordare che la basilica appartiene all'ordine benedettino, mentre Desiderio rappresenta la proprietà del monastero di Montecassino sulla chiesa.

Parete della navata centrale raffigurante le storie del Nuovo Testamento. In secondo piano, dietro le colonne, le pareti della navata laterale descrivono le storie dell'Antico Testamento.
Le ricche pareti laterali delle navate invece, raccontano storie dell'antico e del nuovo testamento. Sulla controfacciata è dipinto il giudizio universale.
Come si può capire, ogni elemento è pensato per dare al fedele che entrava in chiesa un messaggio dei brani della Bibbia.

Particolare degli affreschi che decorano le arcate che separano le navate. Di particolare pregio è la cura dei singoli particolari

Osservando i particolari, come ad esempio nella foto in alto, è possibile notare come essi siano curati nei minimi dettagli, e quanto magnifica dovesse apparire questa chiesa nel momento di massimo splendore.

La basilica di Sant'Angelo in Formis testimonia la presenza di una comunità viva nell'alto medioevo, dove i fermenti artistici e culturali erano presenti in modo pervasivo. D'altronde l'influsso del vicino mondo bizantino, che influenza profondamente lo stile degli affreschi, è ancora forte e preponderante. La chiesa è un'opera architettonica dall'importante valore artistico e culturale, che deve rammentare quanta strada può e deve essere fatta nella promozione e valorizzazione del nostro patrimonio artistico locale.