27 febbraio, 2016

L'incastellamento

Fra il 920 ed il 1030 saraceni , ungari e normanni imperversavano sulle coste italiane portando avanti incursioni e saccheggi. Le popolazioni, spaventate, si ritirarono nell'entroterra, su rilievi isolati, arrivando a costruire castelli e fortificazioni che includevano l'intero abitato. Questo fenomeno prenderà il nome di incastellamento.

Motta and Bailey, uno dei primi tipi di castelli medievali. Fra le mura in legno si può notare il villaggio, dove si svolgeva la vita dei sudditi del signore del castello

Il fenomeno fu così diffuso ed importante, per l'intero mondo occidentale, da divenire una caratteristica peculiare del mondo medievale.
Tutto cominciò quando i saraceni, partendo dai porti controllati dali arabi, gli ungari da est ed i normanni, dalle regioni settentrionali dell'Europa, cominciarono, fra il IX ed il X secolo, ad attaccare e fare razzia dei villaggi costieri. Col potere dell'impero carolingio ormai in crisi, i feudatari cominciarono a fortificare autonomamente i loro possedimenti e ad organizzare una difesa indipendente: infatti nella penisola italiana, in Spagna e nell'odierna Germania, i personaggi di spicco, di solito nobili o vescovi, organizzarono la difesa delle popolazioni. Fu così che vennero creati dei veri e propri luoghi di riparo che inizialmente furono costruiti in legno. Ma il legno risultò presto essere un materiale poco efficace contro gli assalitori, e fu così che si passò alla pietra. Le campagne furono un proliferare di castelli e, soprattutto in Italia, dove era forte l'influenza romana, si videro sorgere fin da subito cinte murarie, che avevano il principale scopo di scoraggiare i malintenzionati.
Le difese, nel corso dei decenni e dei secoli, si svilupparono sempre di più, fino a creare fossati intorno alle mura e ponti levatoi per connettere gli ingressi delle città, muniti di torri di guardia, all'esterno.

Gradara, uno degli esempi meglio sviluppati di incastellamento nel corso dei secoli


All'interno delle mura, al riparo delle incursioni dei malintenzionati, la comunità viveva la sua vita. Il centro di tutto era il castello che, da iniziale villaggio fortificato, arrivò a distinguersi dall'abitato con un mastio turrito. Il nome del castello deriva dal latino "castrum", termine che significa fortezza o accampamento militare. Inizialmente edificati su di un'altura, come nel modello dei motta and bailey, in cui il castello era circondato dapprima da una rudimentale palizzata, ed in seguito da una difesa in muratura. Anche le cortine murarie esterne ebbero un'evoluzione che portò dalla semplice palizzata alla cinta in muratura turrita. Le torri, inizialmente quadrangolari, divennero rotonde per meglio assorbire i colpi.
Caratteristica del castello è quella di avere una torre centrale, detta Mastio o Donjon, dove viveva il signore o castellano.

Mastio in provincia di Siena

I castellani, essendo in grado di proteggere la popolazione, assunsero sempre più potere ed autonomia rispetto al potere centrale, arrivando ad affermare la propria autonomia rispetto al re ed i feudatari. Avevano il potere di vietare, giudicare, punire, riscuotere imposte, arrivando ad una degenerazione del vassallaggio che porterà alla frammentazione dell'impero Carolingio.

24 febbraio, 2016

Cenni di Araldica



L'araldica è lo studio del blasone, comunemente chiamato stemma araldico, di una casata. I blasoni sono detti anche armi o scudi perché in epoca medievale i simboli ed i colori comparvero su degli scudi. L'araldica è quello studio che ha lo scopo di individuare, riconoscere, descrivere e catalogare gli elementi grafici utilizzati, nel loro insieme, per identificare in modo certo una persona, una famiglia.


L'araldica si è sviluppata nel Medioevo in tutta l'Europa come un sistema coerente di identificazione, non solo delle persone, ma anche delle linee di discendenza (in quanto il blasone poteva essere trasmesso in eredità ed esprimere il grado di parentela), il che la rende, malgrado tutto, un sistema unico nel suo tempo.

Non esiste una teoria veramente soddisfacente che possa spiegare la nascita e il repentino sviluppo dell'araldica, in tutti i paesi d'Europa. La maggioranza degli studiosi ritiene sia apparsa nel XII secolo con la nascita dei tornei, utilizzata dai membri dell'aristocrazia o nobiltà e del clero, ma è stata anche avanzata l'ipotesi che essa sia nata durante le Crociate, quando i cavalieri cristiani avrebbero imitato l'usanza islamica di distinguere i cavalieri per mezzo di emblemi, colori e disegni simbolici applicati sugli abiti e sulle bardature dei cavalli, sugli scudi e sugli stendardi, al fine di riconoscere alleati ed avversari, ed in seguito si sarebbe diffusa a poco a poco in tutta la società occidentale. Per quanto riguarda l'Italia, la più antica immagine dell'araldica ebraica (1383) si trova in un manoscritto appartenuto ad un certo Daniele di Samuele, proveniente da Forlì ed oggi al British Museum.


Codex Manesse






I primi emblemi nacquero sicuramente durante la fine dell' XI secolo, con l'avvento delle crociate che segnarono la prima comparsa arcaica di stemma: la croce di stoffa, portata al lato sinistro dell'usbergo di molti cavalieri che partirono per il lungo viaggio. Altre possibilità di prime comparse, come precedentemente detto, furono i tornei cavallereschi comparsi in maniera ufficiale nel XII secolo, anche se fonti attestano che comparvero nell' XI secolo. Lo stemma veniva inciso sugli scudi nei periodi iniziali, poi passò pian piano anche sui gonfaloni e sugli stendardi, ed in ultima fase fu fatta anche la gualdrappa al cavallo del possessore.

Se lo scudo, accompagnato dai suoi ornamenti, è la rappresentazione grafica dello stemma, la blasonatura ne è la rappresentazione verbale. Poiché l'identificazione araldica si è limitata per molto tempo ai soli elementi rappresentati sullo scudo, la blasonatura si riduce spesso a descrivere solo questo. Gli ornamenti sono diventati importanti solo più tardi, e la blasonatura completa ha avuto il compito di integrarli.


Turnierbuch des René von Anjou



Questa impostazione concettuale deriva dall'origine stessa dell'araldica, il cui nome deriva evidentemente da araldo, cioè da colui che, basandosi esclusivamente sui colori e sui disegni presenti sullo scudo, sulla gualdrappa dei cavalli o sugli stendardi che innalzavano, aveva il compito di riconoscere a distanza i cavalieri coperti da armature, e occultati anche nel viso.

Infine, col passare dei secoli, dal post medievale fino ad epoca ottocentesca, l'araldica ha avuto una profonda evoluzione nei colori degli stemmi, delle partizioni dello scudo, nel significato dei simboli annessi allo stemma, ed a tutte le sue piccole evoluzioni che hanno reso questo studio sempre più complesso ed affascinante, in un epoca dove si crede essere buia ma che non lo è stata affatto.



Codex Manesse

20 febbraio, 2016

Jus primae noctis: un falso storico

Durante il Medioevo, in moltissime città, sembra che vigesse il cosiddetto "jus primae noctis", secondo cui la novella sposa dovesse giacere, la sua prima notte di nozze, con il duca o il barone del luogo, con l'obbligo di dimostrare di essere anche illibata.

Questo diritto/dovere (diritto per il feudatario, dovere per la sposa), in realtà, non è mai esistito. Lo "jus primae noctis" infatti, non è altro che un'invenzione letteraria diffusasi nei decenni che segnano il passaggio tra il Medioevo e l'Età Moderna. Difatti, di esso non vi è traccia né nella legislazione dei cosiddetti regni romano-barbarici, di cui abbiamo ampie conoscenze, né tanto meno nella legislazione longobarda, analizzata in ogni singola virgola dagli antropologi e dagli storici. Analogo discorso è valido anche per la giurisprudenza carolingia, per quella del Sacro Romano Impero e per quella dei comuni. In nessuna dei sopra citati ordinamenti giuridici vi è traccia del diritto alla prima notte. A questo punto, viene spontaneo chiedersi come sia nato un falso mito come questo e come abbia fatto a godere di così tanta fortuna fin quasi ai giorni nostri.

I primi a fantasticare su di un simile diritto sono stati i giuristi di fine Medioevo. Essi ipotizzano l'esistenza di questo diritto già in un passato molto lontano dal loro tempo, interpretando, in realtà, in maniera errata alcuni tributi che venivano pagati dai villani al signore, nel momento in cui avveniva un matrimonio. In altre parole, questi giuristi non  fanno altro che confondere il maritagium o foris maritagium come una sorta di riscatto di un antico diritto reale del signore sugli sponsali. Difatti, invece, si trattava più semplicemente di una somma di denaro che il padre della sposa elargiva per guadagnarsi il permesso di poter dare una dote alla figlia. Praticamente, terre e poderi di cui il signore si privava e che passavano alla sposa, in cambio di un indennizzo. Risulta quindi evidente che il diritto gravasse sui beni e non sulle persone.
Un altro fattore che contribuisce ad alimentare il mito è rappresentato dal tributo che i coniugi, in determinate aree, dovevano pagare alla chiesa al fine di ottenere il consenso a poter consumare il matrimonio la prima notte di nozze. Questo perché, precedentemente, gli sposi particolarmente religiosi, dopo la cerimonia laica, erano soliti farsi impartire una benedizione speciale dal sacerdote e, per rispetto di essa, si astenevano dal consumare la prima notte. Successivamente, questa forma di rispetto fu tramutata in obbligo per tutti. È in questa fase che nasce l'opportunità di riscuotere una tassa per permettere agli sposi di avere rapporti sessuali durante la prima notte.

Secondo studi recenti, lo "jus primae noctis" sarebbe "nato"  nel 1526 grazie alla penna dello scozzese Hector Boethius, il quale scrisse la storia della Scozia partendo dal periodo celtico.  Trattando delle riforme di re Malcolm III Canmore, parlò di un'usanza instaurata dal tiranno Evenus secondo cui i signori dotati di potere dovessero disporre della verginità di tutte le spose del loro territorio e che, da allora, lo sposo potesse riscattare quella notte, versando una somma di denaro nelle casse del nobile. Evidentemente, non si tratta altro che del vecchio maritagium con contorni più piccanti.
La storia attecchì così tanto che passò per veritiera, al punto tale che nessuno si prese l'impegno di verificarne l'autenticità.

18 febbraio, 2016

Consigli di lettura: La vita quotidiana nel medioevo

Il medioevo, l'età di mezzo fra quella classica e quella moderna. Un periodo, durato più di mille anni, dove strutture sociali secolari si sono create. Strutture sociali che hanno influenzato il modo di vivere, la cultura e le abitudini quotidiane degli abitanti dell'Occidente.

Un insigne studioso francese del novecento, Robert Delort, ha scritto un saggio la cui lettura è alla portata di tutti. Il lavoro spiega nei minimi dettagli la vita quotidiana di tutti gli strati sociali che hanno caratterizzato il complesso tessuto umano dell'epoca, il loro ambiente di vita, le relazioni che intercorrevano fra loro, arrivando ad analizzare persino gli schemi mentali che caratterizzavano le azioni dell'abitante medievale.




Un ritratto dell'evoluzione europea attraverso un millennio di profondi cambiamenti, dove si è passati dall'accantonamento del modo di vivere classico alla fondazione di muovi modelli, dapprima rozzi e, nel corso dei secoli, sempre più raffinati.

Nel corso della sua trattazione, Delort passa in rassegna quattro grandi categorie che saranno protagoniste della società civile medievale: i contadini, i cavalieri, i chierici e gli abitanti di città (mercanti, artigiani, borghesi). Descrive minuziosamente come questi quattro elementi, corrispondenti in un certo senso a quattro modi diversi di vedere e concepire il mondo, interagissero fra loro, risultando interdipendenti e formando strutture complesse. Strutture la cui influenza riverbererà fin quasi all'inizio del novecento.

Il libro è arricchito da una nutrita appendice di supporto che comprende una vastissima bibliografia, indicante un intenso e lungo lavoro di ricerca; un glossario con i termini più importanti; ed una cronologia degli eventi maggiori che sono avvenuti fra la caduta dell'Impero Romano d'Occidente e la scoperta delle Americhe, avvenimenti che, canonicamente, segnano l'apertura e la chiusura del periodo medievale. Gli eventi che più hanno influenzato la società medievale, dalla sua mentalità alla sua cultura, sono evidenziati in corsivo.

Il successo del libro è testimoniato dalla serie di ristampe che ha avuto fin dalla sua prima edizione, nel 1972. Un libro completo per comprendere il fenomeno dell'evoluzione sociale medievale, fin nei suoi meccanismi più intimi.

11 febbraio, 2016

L’avventurosa vita del Principe di Antiochia

Ora era uno, per dirla in breve, di cui non s'era visto prima uguale nella terra dei Romani, fosse barbaro o Greco (perché egli, agli occhi dello spettatore, era una meraviglia, e la sua reputazione era terrorizzante)...
Anna Comnena, Alessiade.




Principe di Taranto, comandante della Prima Crociata, signore di Antiochia.
Boemondo, al secolo Marco in onore del patrono della città di Canosa, nacque nel 1058 a Canosa di Puglia. Figlio di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e Calabria, e Alberada di Buonalbergo, di stirpe normanna. Boemondo si distinse nel corso della sua vita per le sue grandi abilità politiche e strategiche in battaglia.

Boemondo di Taranto



Comandato da suo padre, partecipò all’attacco portato contro l’esercito bizantino in penisola balcanica; fra il 1082 ed il 1084 comandò l’esercito normanno, durante l’assenza di Roberto il Guiscardo, conducendo l’esercito in Tessaglia e a Larissa. Questo attrito coi bizantini influenzerà i rapporti futuri del signore di Taranto. Non riuscendo a tenere i territori balcanici, alla morte del padre dovrà affrontare accese dispute coi fratelli per il possedimento dei territori pugliesi. Solo grazie alla mediazione di Papa Urbano II, nel 1085, riuscì ad avere dei territori intorno a Taranto, divenendo in tal modo Boemondo, signore di Taranto.
Durante l’assedio di Amalfi del 1096 venne a sapere di un pellegrinaggio armato indetto dal Papa, che in seguito la storia avrebbe battezzato “Prima Crociata”, per liberare la Terra Santa: intuendo la possibilità di poter realizzare la politica paterna, ossia l’espansione territoriale su suolo greco, Boemondo decise di parteciparvi.

Il principe di Taranto radunò un esercito di circa 500 normanni; si ritiene fosse l’esercito meglio organizzato del pellegrinaggio armato. Attraversò l’Adriatico e, memore degli antichi attriti con i bizantini, cercò di stemperare la tensione con l’imperatore ingraziandoselo: infatti si comportò in modo rispettoso e gli rese omaggio una volta giunto a Costantinopoli.
Messosi in viaggio alla volta della Terra Santa giunse ad Antiochia e, al cospetto di questa città, capì che quella era l'occasione propizia per entrare in possesso di una terra in un'area geograficamente strategica; per questo Boemondo ed il suo esercito furono in prima linea durante l'assedio della città.
L’assedio, cominciato nell’ottobre del 1097, fu lungo e difficile per via delle ottime difese di Antiochia: vennero persi molti uomini e cavalcature, e soltanto con un’astuta mossa di corruzione di una delle guardie delle mura, il 3 giugno 1098 riuscì a penetrarvi e conquistarla. Le vicende dell’assedio però non si conclusero con la presa della città, perché un nutrito esercito musulmano si radunò sotto le mura per liberarla, e solo dopo un’aspra battaglia fu possibile mettere la parola fine alle vicende di Antiochia.


Assedio di Antiochia, dipinto medievale

Nonostante si fosse distinto col suo esercito, Boemondo dovette contendersi la città con Raimondo di Tolosa, altro principe della prima crociata. Quest’ultimo sosteneva i diritti dell’imperatore bizantino Alessio sulla città, ma il nobile di Taranto riuscì a far valere le sue ragioni, non senza lo scontento delle truppe, e alla fine divenne signore di Antiochia, mentre Raimondo continuò, col resto dell’esercito, la sua marcia verso Gerusalemme.

Mappa degli stati nati dopo il passaggio dell'esercito crociato. Il Principato di Antiochia è visibile a sud ovest della Contea di Edessa
Boemondo è ormai all'apice del suo potere: governa un territorio importante in una regione chiave del medioriente ed è il principe della crociata che ha portato ad uno sconvolgimento degli equilibri fra oriente ed occidente. Visitò Gerusalemme nel natale del 1099, ma venne fatto prigioniero l'anno successivo durante la battaglia di Melitene. Ciò comportò un ridimensionamento delle mire espansionistiche del principato di Antiochia.
Liberato tre anni dopo, cercherà di portare stabilità al suo principato con una serie di battaglie, molte delle quali perse; per trovare rinforzi, nel 1104 tornò in Europa, dove convinse il Papa Pasquale II ad indire una crociata contro Bisanzio; in Francia riuscì ad ottenere la mano della figlia del re di Francia Filippo I, Costanza. Da Costanza ebbe un solo figlio, nel 1108, che chiamò Boemondo, e che diverrà secondo principe di Antiochia.

Essendo genero del re di Francia, Boemondo poté disporre di un vasto esercito col quale, invece di difendere Antiochia, attaccò i nemici di sempre, ovvero i Bizantini. Ma questi ultimi, aiutati dai veneziani, inflissero al principe di Antiochia una cocente sconfitta. Le condizioni della resa furono di diventare vassallo dell'imperatore Alessio, l'ammissione di un patriarca greco in città e la rinuncia ai territori che stava cercando di conquistare. La sottomissione all'imperatore bizantino fu lo smacco definitivo per Boemondo.
Tornò in Italia per trovare altri uomini che gli consentissero di continuare le politiche in Terra Santa, ma nel 1111 morì a Bari. Fu sepolto a Canosa di Puglia, sua città natale.

Boemondo è divenuto un famigerato personaggio storico grazie alle cronache che nel tempo vennero scritte sulla prima crociata. In particolare l'opera letteraria di Torquato Tasso, la "Gerusalemme Liberata", resero celebre questa figura dal forte carisma, dalla grande cultura e dal fine intuito strategico.

09 febbraio, 2016

Le regole di una giostra medievale al tempo del re Alfonso XI di Castiglia (1330 circa).

Al tempo di re Alfonso XI di Castiglia, egli fondò nel 1330 l'Ordine delle Bande, creò una serie di regole sul cavalierato, stilando uno statuto. Tali regole erano centrate prettamente su due principi: comportamento e sul combattimento di un membro del cavalierato. Una parte di questo statuto è riferito alla "Giostra medievale", esso è uno dei primissimi testi che abbiamo ritrovato risalenti al medioevo. Noi ci limiteremo a descrivere le otto regole principali durante una giostra, che grazie a questo statuto di re Alfonso XI di Castiglia, riusciamo a riproporvelo.

Codice Manesse

  • Prima regola
I cavalieri giostranti devono dichiarare di correre soltanto quattro corse e non di più. In queste quattro corse un giostrante dovrebbe colpire il suo avversario, rompendo la sua lancia, il cavaliere il quale  non ha rotto la propria lancia colpendo il suo avversario, sarà il vincitore perchè non ha rotto la propria lancia nello scontro.

  • Seconda regola
Si dichiara, se un cavaliere rompe due lance e l'altro cavaliere ne rompe soltanto una, il vincitore sarà colui che ha rotto due lance. Inoltre, se il cavaliere che ha rotto la lancia, nello scontro toglie l'elmo al suo avversario, con un uguale colpo, sarà dichiarata una parità tra il cavaliere che ha rotto un sola lancia e il cavaliere che ha rotto due lance.

  • Terza regola
Se un cavaliere frantuma due lance colpendo, e il suo avversario lo ha colpito precedentemente disarcionandolo dal suo cavallo, anche se non rompe la sua lancia, sarà dichiarato una parità tra i due contendenti sia colui che ha spezzato due lance e sia dal suo avversario che lo ha precedentemente disarcionato.

  • Quarta regola
Se un cavaliere abbatte l'avversario c il suo cavallo, mentre l'altro disarciona soltanto il suo avversario, viene dichiarato vincitore il cavaliere di chi è caduto con tutto il cavallo, perchè la caduta in questo caso è stata del cavallo e non del cavaliere in groppa. Nel caso del cavaliere disarcionato, la caduta resta del cavaliere e non del cavallo.

Miniatura del tardo XV secolo
  • Quinta regola
Si dichiara che una lancia non è giudicabile veramente spezzata, ma solo rotta trasversalmente, solo se si è spezzata in modo impressionante sull'obiettivo.

  • Sesta regola
Si dichiara se in quattro corse ogni cavaliere rompe due lance, o una per ciascuno, o se essi colpiscono nello stesso punto, viene dichiarata una parità tra i due. Se in queste quattro corse non riescono a colpirsi vicendevolmente, si lascia da se di un giudizio pessimo per i due giostranti.

  • Settima regola
Se un cavaliere in fase di carica gli cade la lancia, senza essere mai colpito, il suo avversario potrebbe raccogliere la sua lancia e non colpirlo, sarebbe non cavalleresco colpire un avversario senza lancia.

  • Ottava regola
Dalle ordinanze del giudice, ci sarebbero quattro giudici nella giostra: due assegnati alla prima squadra, e altri due assegnati alla seconda squadra, essi assicurano che i cavalieri giostranti abbiano dato del loro meglio durante la giostra per essere dichiarati o meno vincitori.

Miniatura del 1470

04 febbraio, 2016

Amin Maalouf - Le crociate viste dagli Arabi

Tutti noi siamo a conoscenza degli attuali fatti di cronaca che riguardano il medio Oriente. I fondamentalisti islamici infatti, hanno indetto una crociata contro l'Occidente cristiano, esattamente come il mondo cristiano fece ormai quasi mille anni fa. Da dove nasce tale astio? Indubbiamente le crociate sono state uno degli elementi scatenanti della contrapposizione fra questi due mondi: quasi mille anni fa i cristiani invasero i territori musulmani per liberare le terre dove Gesù Cristo predicò e diffuse il suo credo, dando così il via ad una contrapposizione che, fra alti e bassi, va avanti da mille anni.
Capire le origini di tale conflitto di civiltà, mai come oggi, è basilare. In tal senso molti lavori sono stati scritti: tutti partono dal punto di vista dell'uomo occidentale; ma Amin Maalouf, giornalista libanese autore di diversi libri di successo, ha analizzato il fenomeno storico delle crociate dall'altro  punto di vista, quello dei musulmani.



Maalouf offre così una finestra sul mondo arabo, sulla sua complessa situazione politica e sulle ragioni che hanno portato, fra l'XI e il XIII secolo, all'invasione occidentale e alle successive vicende. Questo libro, basilare per chi vuole avere molteplici punti di vista sull'evento storico, è basato "quasi esclusivamente sulle testimonianze di storici e cronisti arabi dell'epoca", che hanno descritto minuziosamente le reazioni ed i sentimenti vissuti dalle popolazioni e dai governanti locali, mostrandoci le crociate come una vera e propria guerra di invasione.

Il testo, preferendo l'autore mettere delle annotazioni alla fine del libro invece di note a piè di pagina, risulta scorrevole e di facile comprensione; inoltre la presenza di aneddoti e fatti storici pregressi, aiuta ad avere un quadro esaustivo e completo sulla situazione sociopolitica del mondo arabo al tempo.
Il taglio romanzato del testo fa di quest'opera un lavoro accessibile a tutti, dagli addetti ai lavori agli appassionati. Ciò fornisce, usando le parole dell'autore, "il vero romanzo delle crociate, il romanzo di questi due secoli movimentati che hanno definito l'Occidente e il mondo arabo influenzandone a tutt'oggi i rapporti".

01 febbraio, 2016

I tornei e le giostre

Quando si pensa ai tornei medievali, la mente va subito ai cavalieri dei film, alle armi che cozzano, alle pesanti armature ed ai cavalli che indossano lunghe gualdrappe. Il tutto non è molto lontano dalla realtà.

I primi tornei, o perlomeno le prime testimonianze di essi, risalgono all'XI secolo, mentre, nella prima metà del XII secolo, il gallese Goffredo di Monmouth, mette in evidenza la differenza tra gli aspetti della singolar tenzone (la sfida a due) e quelli relativi agli spettacoli di abilità militare.
Per ciò che concerne invece i luoghi in cui questo tipo di "attività" vede la luce, bisogna dire che il torneo cavalleresco nasce, senza dubbio, in Francia per poi, da lì, diffondersi in tutta Europa.

Giostra medievale
Entrando nel dettaglio della contesa, c'è da sottolineare che il torneo è differente dalla giostra. Infatti, il primo è un combattimento collettivo, il cui nome deriva dal francese  "tourner", ovvero "girare", mentre la giostra, termine che appare in questa forma nel volgare non prima del XIII secolo, è un combattimento individuale.

Tornei e giostre rappresentano una sorta di valvola di sfogo per una gioventù spesso turbolenta, sovente armata fino ai denti, che cerca di metter in mostra la propria grandezza familiare. Azzardando un paragone con i giorni nostri, possiamo affermare che i giovani, oggi, preferiscono ai maestosi destrieri di allora, le centinaia di cavalli vapore delle auto e delle moto odierne.

affresco raffigurante un cavaliere con lancia in tenuta da torneo
È importante evidenziare il fatto che il torneo, nel Medioevo, rappresentasse in tutto e per tutto una simulazione di guerra, Infatti. il torneo serve soprattutto per esercitarsi proprio nell'arte della guerra, di solito durante il periodo invernale, ovvero quando non si calcavano i campi di battaglia. Una delle fasi principali del torneo è rappresentata dalla melée (mischia), ossia un combattimento a cavallo tra squadre di cavalieri.
Ovviamente, i tornei e le giostre sono, almeno inizialmente, appannaggio esclusivo dell'aristocrazia. Infatti, soltanto la nobiltà può permettersi gli ingenti costi che questi esercizi comportano, in termini di cavalcature, armi, genti al seguito, vesti preziose ed ornamenti di vario tipo.

Generalmente, nei tornei, vengono privilegiate quelle armi che riducono al minimo le possibilità di ferirsi o di uccidersi. L'arma simbolo è la lancia, meno pericolosa delle altre, più adeguata a disarcionare l'avversario che non a fargli davvero male.

vista complessiva dei gruppi di cavalieri al torneo di Eglinton
Per quanto riguarda l'abbigliamento, la fantasia dei giostranti, letteralmente, si scatena. E questo è evidente soprattutto nei colori, nelle fogge delle sopravesti e delle gualdrappe, e negli scudi.
Tutti questi elementi vengono abbelliti da ricchi disegni, complicate allegorie, un complesso intreccio di caratteri destinato ad essere compreso non sempre da tutti gli spettatori presenti.
A testimonianza di ciò, le cronache storiche narrano di Renato D'Angiò che, all'inizio del XV secolo, si presenta ad un torneo a Chinon con indosso un'armatura nera, montando un cavallo nero, brandendo una lancia dello stesso colore ed impugnando uno scudo sempre nero, ma tempestato di lacrime d'argento. Il tutto a significare che, anche in epoca medievale, l'apparenza e l'estetica hanno la loro importanza e l'occhio vuole sempre e comunque la sua parte.