27 marzo, 2016

Proposte di lettura: Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel medioevo.

Il periodo medievale è caratterizzato soprattutto dal suo stretto legame con la guerra e le battaglie. Parliamo di un periodo sanguinario e colmo di violenza che, più che i fini politici, perseguiva l'opportunità di poter mettere le mani su di un bottino.
Uno degli autori che meglio hanno studiato ed analizzato, con un linguaggio fluido e sintetico, tipico della sua formazione militare, è Aldo Settia, professore di storia medievale presso l'Università di Pavia.


Distruggere e depredare l'avversario era la filosofia operativa del belligerante medievale, ossessionato dall'idea del bottino. In questo libro vengono passate in rassegna le varie tipologie di ostilità che ha caratterizzato il millennio a cavallo fra l'era classica e quella moderna. Scopriamo così quanto fosse importante l'assedio più che la battaglia in campo aperto, e quanto poco spazio ci fosse per il combattimento faccia a faccia.
Si parla così, nell'ordine, di rapine (evidenziando tutte le differenze fra le varie tipologie di rapine esistenti), di assedi (tipi di assalto dell'assediante e difesa dell'assediato), degli aspetti psicologici dei belligeranti, e come tali aspetti influissero sul campo di battaglia; dei tempi della guerra, incluse le stagioni in cui si tendeva a combattere normalmente anche in funzione del cibo disponibile. Un capitolo finale viene dedicato solo ed esclusivamente alle fatiche ed ai traumi che doveva subire il corpo del soldato con consigli su come curarsi, fino alla morte ed al suo rapporto con quest'ultima.
Una trattazione esaustiva sul fenomeno principe del medioevo, che l'ha caratterizzato in pieno fin dai primi secoli.

24 marzo, 2016

Le Regole e l'alimentazione dei Cavalieri del Tempio di Gerusalemme - I Templari.

L'Ordine del tempio di Gerusalemme assunse regole ben precise intorno al XII secolo, l' epoca medievale più cruenta in ambito militare. È infatti dalla seconda crociata in poi che i cavalieri templari stabilirono la loro fama e supremazia in quella che un tempo era stata la terra santa musulmana. Eppure, si san ben poco della loro vita monastica e di come si nutrissero in quel periodo, sia in tempo di pace, che in tempo di guerra. Oggi, grazie ad alcuni manoscritti, siamo riusciti a capire come si cibavano e le regole che vigevano nella vita quotidiana; la Regola primitiva, che nelle sue successive versioni si amplierà, espose la vita dei Templari in tempo di pace e in tempo di guerra, nelle commende d'Oriente come in quelle d'Occidente.

Cavalleria templare in battaglia


Anche gli inventari redatti dai delegati di Filippo il Bello, ci offrono la possibilità di capire quale fosse il bestiame allevato nelle commende, le riserve di grano e di foraggio, le provviste, i barili di birra e di vino, il materiale agricolo, gli utensili da cucina, e persino i compiti dei domestici.
Nell’alta società medievale, carnivora e dedita alle più sfrenate gozzoviglie, i Templari si distinsero per l’adozione di un’alimentazione equilibrata e sana che, secondo la Regola, escludeva anche il ricorso alla caccia. 
Sono elencate alcune regole che i templari avevano l'obbligo di seguire in maniera impeccabile.

VIII
Il riunirsi per il pasto

In un palazzo, ma sarebbe meglio dire refettorio, comunitariamente riteniamo che voi assumiate il cibo, dove, quando ci fosse una necessità, a causa della non conoscenza dei segni, sottovoce e privatamente è opportuno chiedere. Così in ogni momento le cose che vi sono necessario con ogni umiltà e soggezione di reverenza chiedete durante la mensa, poiché dice l'apostolo: Mangia il tuo pane in silenzio. E il Salmista vi deve animare, quando dice: Ho posto un freno alla mia bocca, cioè ho deciso dentro di me, perché non venissi meno nella lingua cioè custodivo la mia bocca perché non parlassi malamente.

IX
La lettura

Nel pranzo e nella cena sempre si faccia una santa lettura. Se amiamo il signore, dobbiamo desiderare di ascoltare attentamente le sue parole salutifere e i suoi precetti. Il lettore vi intima il silenzio.

Templare in tenuta da battaglia


 X
Uso della carne

Nella settimana, se non vi cadono il Natale del Signore, o la Pasqua, o la festa di S. Maria, o di tutti i Santi, vi sia sufficiente mangiare tre volte la carne: l'abituale mangiare la carne va compresa quale grave corruzione del corpo. Se nel giorno di Marte cadesse il digiuno, per cui l'uso della carne è proibito, il giorno dopo sia dato a voi più abbondantemente. Nel giorno del Signore appare senza dubbio, opportuno dare due portate a tutti i soldati professi e ai cappellani in onore della Santa Resurrezione. Gli altri invece, cioè gli armigeri e gli aggregati, rimangono contenti di uno, ringraziando.

XI
Come debbono mangiare i soldati

E' opportuno generalmente che mangino due per due, perché l'uno sollecitamente provveda all'altro, affinché la durezza della vita, o una furtiva astinenza non si mescoli in ogni pranzo. Questo giudichiamo giustamente, che ogni soldato o fratello abbia per sé solo una uguale ed equivalente misura di vino.

XII
Negli altri giorni siano sufficienti due o tre portate di legumi

Negli altri giorni cioè nella seconda e quarta feria nonché il sabato, riteniamo che siano sufficienti per tutti due o tre portate di legumi o di altri cibi, o che si dica companatici cotti: e così comandiamo che ci si comporti, perché chi non possa mangiare dell'uno sia rifocillato dall'altro .

Salmi letti in battaglia


 XIII
Con quale cibo è necessario cibarsi nella feria sesta

Nella feria sesta riteniamo lodevole accontentarsi di prendere solamente un unico cibo quaresimale per riverenza alla passione, tenuto conto però della debolezza dei malati, a partire dalla festa dei santi fino a Pasqua, tranne che capiti il Natale del Signore o la festa di S. Maria o degli Apostoli. Negli altri tempi, se non accadesse un digiuno generale, si rifocillino due volte.

XV
Il decimo del pane sia sempre dato all'elemosiniere

Benché il premio della povertà che è il regno dei cieli senza dubbio spetti ai poveri: a voi tuttavia, che la fede cristiana vi confessa indubitabilmente parte di quelli, comandiamo che il decimo di tutto il pane quotidianamente consegniate al vostro elemosiniere.

XVI
La colazione sia secondo il parere del maestro

Quando il sole abbandona la regione orientale e discende nel sonno, udito il segnale, come è consuetudine di quella regione, è necessario che tutti voi vi rechiate a Compietà, ma prima desideriamo che assumiate un convivio generale.
Questo convivio poniamo nella disposizione e nella discrezione del maestro, perché quando voglia sia composto di acqua; quando con benevolenza comanderà, di vino opportunamente diluito.
Questo non è necessario che conduca a grande sazietà o avvenga nel lusso.

Altre restrizioni riguardavano il divieto di giocare d'azzardo,  l'astinenza sessuale, il non bere vino al di fuori del pasto, mangiare senza godersi la pietanza e tanti altri ancora.


Templari mentre giocano a scacchi

20 marzo, 2016

Storie di incastellamento: Agropoli

Un promontorio a picco sul mare è sempre un luogo di avvistamento strategico: si gode di una vista ampia, che consente di prevedere con largo anticipo l'arrivo delle navi, siano esse amiche o nemiche; si ha un punto di vista preferenziale sul territorio in cui sorge il suddetto promontorio, dando così l'opportunità di potersi preparare per tempo all'arrivo dei malintenzionati.

Se poi questo promontorio ha anche delle coste rocciose e scoscese, difficilmente scalabili, ed una sola via d'accesso alla sua vetta, ecco che allora diviene un oggetto di conquista appetito da chiunque. Sia per insediare strutture militari strategiche, sia per le popolazioni in cerca di un'efficace difesa naturale dalle frequenti scorrerie medievali.

In Campania, il promontorio che ha offerto uno dei migliori baluardi difensivi naturali ha visto sorgere la bella città di Agropoli

Vista del promontorio di Agropoli. In alto a destra è visibile la sagoma del castello
Da Agropoli è possibile avere la visuale di un ampio tratto di costa campana: Capri, Costiera amalfitana, costa salernitana, foce del fiume Sele, primi contrafforti della penisola cilentana. Per queste ragioni è indubbio che un luogo tanto strategico facesse gola a molti ed infatti, fin dal V secolo dopo Cristo, gli abitanti dei borghi a valle si trasferirono sulla sua vetta per evitare le incursioni dei vandali, anticipando di secoli il fenomeno dell'incastellamento. Persino il vescovo di Paestum, per sfuggire alle incursioni longobarde, nel sesto secolo si rifugiò in questo luogo, trasformando il borgo sede vescovile. Il centro urbano, all'epoca, era in mano bizantina, ed essi avevano battezzato la città acropolis, ossia città alta. I saraceni riuscirono a conquistare la città, e costruirono diverse fortificazioni al fine di creare una base di partenza per le incursioni alla città di Salerno.
La città tornò presto in mano ad i vescovi e, nel corso dei secoli, le fortificazioni che circondano la città assunsero la forma attuale.

L'elemento militare che più di tutti si è conservato è indubbiamente il castello

Castello di Agropoli, ingresso
Di pianta triangolare, è stato molto rimaneggiato nella sua struttura originaria in epoca aragonese. Il castello presenta un'ampia corte interna, torri tozze ed un'evidente merlatura. Inoltre ha conservato intatto il suo fossato difensivo, che separava la fortezza dalla cittadina, rendendola così difficilmente espugnabile. In passato, il castello era dotato di un ponte levatoio. Sono presenti diversi ambienti interni, che nel corso dei secoli sono stati aggiunti arricchendone la struttura. Il castello sorge su di uno sperone di roccia inglobato dalle stesse mura.

Fossato, da notare l'ampia vista sulle coste campane che faceva del castello un ottimo punto di osservazione
 Poco è rimasto invece delle mura a difesa della città, ma iconica e caratteristica è la porta medievale di ingresso al centro storico, raggiungibile attraverso una ripida scalinata. La porta presenta un arco a tutto sesto sormontato dallo stemma della città; lateralmente si apre una porta ad arco ribassato, di epoca novecentesca. Fra le due porte è visibile una feritoia che consentiva l'identificazione e, eventualmente, la difesa da eventuali assalti.
Le mura in cui si apre la porta cittadina sono sormontate da una merlatura finemente lavorata, che fa di questa porta uno degli ingressi monumentali alla città vecchia.

La porta di accesso al centro di Agropoli

Il centro antico invece, presenta le tipiche strade strette e tortuose che erano pensate per disperdere e disorientare eventuali invasori che fossero riusciti ad entrare in città.

Le ammassate case del centro storico, sulla destra è visibile la porta di accesso al centro antico.
Agropoli è un'altra testimonianza del diffuso fenomeno dell'incastellamento, che ha pervaso l'Italia e la Campania, donandoci mirabili esempi e creando posti di una bellezza unica.

14 marzo, 2016

Storie di incastellamento: Caserta Vecchia

Sono passati otto secoli dalla morte di Cristo, poco meno di quattro da quando Odoacre depose Romolo Augustolo, segnando la fine dell'Impero Romano d'Occidente.
Nei pressi della città di Capua, un longobardo di nome Landolfo prende possesso di una piccola cittadina a quattrocento metri di altezza poco lontana, sita sui monti Tifatini. Però suo zio, Pandone detto il Rapace, bramoso di terre e potere, riesce a strappare la piccola cittadina al nipote. Il figlio di Pandone il Rapace la occupa al posto del padre, ma sarà solo con suo fratello, Pandolfo, che Casa Irta farà capolino nelle vicende storiche della piana campana, divenendo uno dei borghi medievali più belli e caratteristici del meridione italiano.

Il borgo medievale di Casertavecchia
Sito su di una collina a dieci chilometri a nordest di Caserta, il borgo medievale di Casertavecchia rappresenta un mirabile esempio di incastellamento italiano. Così come per Avella, gli abitanti della Terra di Lavoro, in particolar modo quelli della scomparsa città di Calatia, trovarono sicuro riparo dalle incursioni saracene su questa collina dalle pendici irte, dove era presente la piccola cittadina dominata da Pandolfo, figlio di Pandone il Rapace. Le incursioni saracene furono così violente che persino la stessa sede vescovile venne trasferita da Calatia a Casa Irta, facendo espandere enormemente l'abitato.
Nel 1062 i normanni dominavano la città, e cominciarono la costruzione di una splendida cattedrale dedicata a San Michele Arcangelo, che presenta mirabili decorazioni architettoniche sia nel tiburio che nel campanile.

Cattedrale di Casertavecchia - facciata
Cattedrale di Casertavecchia - particolare del tiburio

La cattedrale, costruita in stile romanico, presenta al suo interno tombe dall'alto valore artistico, oltre che frammenti di affreschi di epoca altomedievale, testimoniando il grande livello di splendore raggiunto dalla città normanna.

Navata centrale della cattedrale medievale - da notare i frammenti di affresco nell'abside e l'acquasantiera retta dal leone stiloforo in primo piano
Il borgo era inoltre protetto da mura (oramai diroccate) e da un castello, posto sul punto più alto del colle. I ruderi del castello dominano ancora l'abitato; esso era composto da un corpo di fabbrica centrale, affacciante su di una corte interna. La corte era circondata da mura, difese da torri quadrate, da cui spiccavano due torri cilindriche: una più grande a valle, ed una più piccola, diroccata, a monte.

Fabbricato del castello, con a destra la torre maggiore

Torre di guardia all'ingresso del castello. Da notare il basamento calcareo che culmina con dei motivi decorativi

La città passò agli Svevi, con i quali giunse all'apice del suo splendore, per poi cominciare a decadere dall'avvento degli aragonesi in avanti. Decadde definitivamente in epoca borbonica quando, con la costruzione della vicina reggia, la sede vescovile venne trasferita nella costruenda nuova Caserta. Casertavecchia conoscerà così un degrado ed un abbandono che la accompagneranno fino alla seconda metà del XX secolo, quando verrà nuovamente valorizzata ed elevata al meritato rango di meta turistica, entrando nella lista dei monumenti nazionali italiani.

Casertavecchia è un modello di cittadella medievale. Arroccata sulla vetta di una collina e difesa da un castello e da mura dalle incursioni saracene, dimostra come l'incastellamento, in Italia, abbia lasciato mirabili tracce di un mondo tutto da valorizzare.

Casertavecchia testimonia che anche in Campania esistono importanti vestigia di un lungo passato medievale

12 marzo, 2016

Trotula de Ruggiero, un'eroina medievale

Si dice che sia stata la prima ginecologa della storia, si dice che in realtà fosse un uomo, qualcuno afferma addirittura che non sia mai esistita. Di Trotula de Ruggiero si è scritto molto, e fantasticato ancora di più.
Trotula de Ruggiero
Quello che oggi sappiamo per certo è che Trotula è vissuta nell'XI secolo, a Salerno, e che faceva parte delle Mulieres Salernitanae, ovvero era una delle dame della Scuola Medica di Salerno, che è stata la prima e più importante istituzione medica medievale. In questo periodo, la città risultava essere un ricco crocevia di scambi economici, ma soprattutto culturali con il Mediterraneo. Infatti, è proprio per questo fervore culturale che nasce la suola medica.

Trotula faceva parte della nobile famiglia dei "de Ruggiero", famigerata soprattutto per aver finanziato i lavori per il duomo di Salerno. Grazie alle sue altolocate origini, Trotula, pur essendo donna, potè frequentare facilmente gli studi superiori, per poi continuare il suo percorso formativo presso la scuola di medicina, specializzandosi in ginecologia. La sua personalità era talmente forte che non si limitò soltanto a studiare, ma passò anche alla fase dell'insegnamento, sempre presso la scuola medica salernitana. Le sue lezioni furono ritenute molto importanti per gli argomenti trattati, al punto tale da essere raccolte all'interno del "De Agritudinum Curatione", un volume di insegnamenti redatto dai sette grandi maestri della scuola.

A differenza dei suoi colleghi uomini, Trotula dimostrò ben presto di avere idee decisamente innovative, per l'epoca, sulla medicina. Infatti, incitava a fare prevenzione e considerava l'igiene personale, una sana ed equilibrata alimentazione ed il fare un pò di moto, come fattori di fondamentale importanza per mantenersi sempre in un buono stato di salute.

Illustrazione dal 'De Passionibus Mulierum'
Nuovi, ed in un certo senso anche desueti per l'epoca, erano i trattamenti medici ed i metodi che prescriveva ad i suoi pazienti: bagni, massaggi, pomate ed unguenti che potevano essere agevolmente reperiti anche dalle classi sociali più disagiate.

A dir poco straordinarie, furono le sue conoscenze nell'ambito ginecologico, al punto che moltissime donne si rivolgevano a lei. Fu Trotula infatti, a comprendere, prima di altri, come rendere meno dolorosi i parti e come evitare gli aborti naturali. Non solo. Cercò inoltre di capire anche quali potessero essere le cause dell'infertilità, sia maschile che femminile.

Tutte le sue cure e le sue scoperte, ebbe cura di riportarle all'interno del suo "De Passionibus Mulierum Curandarum", che fu seguito dal "De Ornatum Mulierum", due veri e propri vademecum per combattere le  malattie femminili che ben presto si diffusero in tutta Europa, venendo adottati come testi di studio presso le scuole mediche di tutto il continente.

09 marzo, 2016

Great Battles of Historie Medievali: La Battaglia di Poitiers (732 d.C.)

La battaglia di Poitiers (conosciuta anche come battaglia di Tours) fu combattuta in un giorno di Ottobre del 732 d.C. tra l'esercito arabo-berbero musulmano di al-Andalus, comandato dal suo governatore, ʿAbd al-Raḥmān b. ʿAbd Allāh al-Ghāfiqī, e quello dei Franchi merovingi di Carlo Martello.

L'esercito musulmano, ormai stanziato da molto tempo nella penisola iberica, marciò con buona parte delle sue truppe attraverso la catena pirenaica giungendo in Aquitania. Da lì passò consecutivamente per Bordeaux, puntando alla ricca basilica della città di Tours, con l'obiettivo di depredarla; se non fosse stato possibile prendere la basilica e la città, allora si erano imposti di conquistare la città e quindi presidiarla. Oddone, duca della marca d'Aquitania, che precedentemente aveva avuto utili intese coi musulmani e pessime invece con Carlo Martello, tentò di arrestare il passaggio dell'esercito musulmano schierando le sue truppe a protezione della città, ma fu sconfitto nella battaglia della Garonna. Fu allora costretto a chiedere, suo malgrado, l'intervento del potente Carlo Martello. Il franco si presentò con un composito esercito, essenzialmente composto da Franchi e altre popolazioni europee: fra le sue fila vi erano Borgognoni, Bavari, volontari Sassoni, cavalleria leggera visigota, mercenari vari ecc. Carlo Martello accettò di soccorrere Oddone a patto che a lui spettasse il comando supremo dell'esercito, infatti così fu.

Dipinto della battaglia di Poitiers

Il piano di Carlo Martello era quello di schierare la fanteria pesante franca alla confluenza di due fiumi. In questo modo sarebbe stato protetto sui fianchi dai corsi d'acqua, contro i quali non era possibile un'azione offensiva sui lati della cavalleria nemica. La fanteria di prima linea era composta soprattutto da uomini armati della tradizionale ascia (la francisca), mentre in seconda linea erano schierati fanti armati di picche e giavellotti; in questo modo, ai fanti armati di ascia toccava il compito di tenere il corpo a corpo con la fanteria leggera musulmana; mentre ai fanti armati di picche e di lance quello di tener a debita distanza la cavalleria avversaria. La cavalleria di Oddone era invece mimetizzata in un bosco con un duplice incarico: intervenire al momento concordato, per depredare il campo musulmano sguarnito; attaccare il fianco destro della formazione avversaria, una volta che questo si fosse sbilanciato per eliminare la seconda fila dei fanti franchi.
L'esercito cristiano attese pertanto il nemico in una compatta formazione quadrata, in mezzo alla confluenza di due fiumi, forte di una posizione naturale pressoché inespugnabile. Si schierò in un'unica formazione, robusta e profonda, formata da una prima linea nella quale si era disposta la fanteria pesante intervallata da piccoli reparti di cavalleria. Altri cavalieri si erano posizionati sui lati esterni della seconda linea, lasciando il vuoto nella parte centrale, per evitare improvvisi aggiramenti.
Inoltre alla sinistra dello schieramento, molto arretrato e nascosto in un bosco, vi era Oddone I d'Aquitania insieme alla sua cavalleria, pronto ad attaccare in ambo le direzioni.

Fase 1 della Battaglia di Poitiers


I musulmani invece si schierarono nel seguente modo: la cavalleria leggera, posizionata sull'ala sinistra, costeggiava il fiume; la parte centrale, composta interamente da fanti ed arcieri, si era posizionata sull'antica via romana; mentre l'ala destra del fronte musulmano era schierata su una bassa collina. Dietro ad ognuna delle due ali vi erano due schieramenti di dromedari da trasporto: gli Arabo-Berberi infatti sapevano che l'odore pungente di questi animali poteva far imbizzarrire i cavalli dei Franchi, smobilitandone le schiere.
La formazione iniziale era quella tipica a forma di mezzaluna, con le cavallerie un po' avanzate rispetto alle fanterie e disposte a tenaglia, allo scopo di stringere il nemico sulle ali ed accerchiarlo.
La mischia iniziò alle prime luci dell'alba e durò fino al tramonto: i musulmani si lanciarono all'attacco per primi, facendo partire le cavalleria Berbera che investì i fanti cristiani con una vera e propria pioggia di giavellotti, concentrando ripetuti assalti nelle zone del fronte avversario dove credevano possibile l'apertura di un varco.
La linea di condotta di Carlo Martello fu quella di non cadere nella trappola della tattica musulmana, caratterizzata da un attacco seguito da una programmata ritirata. Tale strategia mirava ad illudere l'avversario dell'imminenza di una facile vittoria e di un ancor più facile bottino, per poi portare un improvviso e inatteso nuovo attacco. Ordinò dunque che i suoi guerrieri attendessero l'attacco senza altra reazione che non fosse quella del momentaneo eventuale corpo a corpo, impartendo severe disposizioni affinché i suoi uomini non cadessero nella tentazione dell'inseguimento del nemico in apparente fuga.

Fase 2 della battaglia

Il muro cristiano di Carlo Martello resse splendidamente, forte anche della scarsa velocità delle sue cavalcature europee, che s'accompagnava però a una loro maggior solidità, a fronte dell'agilità della cavalcature arabo-berbere, ma d'una loro scarsa resistenza e d'una minor mole. L'espediente del diversivo sul campo musulmano fu decisivo per far retrocedere parte della cavalleria nemica all'inseguimento di quella aquitana, lasciando così senz'alcuna copertura gli arcieri musulmani che vennero letteralmente massacrati dalla fanteria franca.
Quando gran parte della cavalleria musulmana era pronta per ritirarsi contro gli scudi della fanteria cristiana, ma soprattutto contro le picche dei fanti, Carlo Martello diede un segnale che fece avanzare in campo, dal bosco in cui era nascosta, la cavalleria di Ottone, che caricò il fianco destro dei musulmani, travolgendolo e mettendolo in fuga.
 Nel frattempo cominciava l'avanzata compatta della fanteria che, abbandonate le posizioni di partenza, travolse tutto ciò che le si poneva di fronte. I fanti musulmani, privi di corazzatura, non potevano reggere il corpo a corpo con i robusti guerrieri del nord, pesantemente armati.

Fase 3 della battaglia

Dallo scontro si passò quindi alla carneficina che durò fino al tramonto, quando anche ʿAbd al-Raḥmān venne ucciso da un colpo d'ascia, infertogli forse dallo stesso Carlo Martello. Quando si sparse questa notizia, gli Arabo-Berberi sopravvissuti scapparono rapidamente, lasciando sul terreno feriti e tende, ma soprattutto il bottino conquistato durante tutte le razzie in Aquitania.



05 marzo, 2016

Il castello di Avella

Nel post precedente abbiamo parlato delle scorrerie dei saraceni, degli ungari e dei normanni, e di come esse abbiano influito sulla configurazione dell'Europa medievale, dando una spinta importante al fenomeno dell'incastellamento.
Un suggestivo e scenografico esempio di incastellamento, che ben testimonia la dinamica storica dell'epoca, è apprezzabile fra le provincie di Avellino e Napoli. Il forte longobardo di Avella, stupendo esempio di castello diroccato sulla sommità di una verde collina.

Il castello di Avella, circondato dalle mura che delimitavano l'insediamento.
L'antica Abella romana era un centro urbano all'imbocco di una vallata, attraverso cui passava la via Appia. Essa venne gradualmente abbandonata fino a quando, nel settimo secolo dopo Cristo, i longobardi del ducato di Benevento pensarono di edificare una fortificazione in un luogo rilevato nelle vicinanze. Il proposito di tale progetto era quello di proteggersi dalle scorrerie dei malviventi che imperversavano nelle vallate circostanti. Si scelse così il monte a nord della vecchia Abella, alto circa 320 metri sul livello del mare, dai pendii abbastanza ripidi e più difficili da attaccare. Così, si edificò una fortificazione che, insieme ad altre che costellavano la vallata, avrebbe dovuto controllare l'accesso e, eventualmente, fermare i malintenzionati dediti alle razzie.
La vista dal primo nucleo del forte di Avella era strategica: a ovest si poteva controllare l'intera piana campana fino al golfo di Napoli, la cui vista era sbarrata dal solo Vesuvio; a est invece era possibile far da guardia alla vallata fino al valico di confine con il territorio Irpino. Di conseguenza era possibile monitorare i movimenti sospetti di gruppi armati ed organizzarsi con largo anticipo. La tradizione vuole che il castello sia stato costruito sui resti di un tempio pagano, il tempio di Ercole per la precisione; il castello venne edificato dai longobardi con una prima cinta muraria relativamente piccola rispetto a quella dell'espansione successiva, di forma semiellittica, che seguiva la topografia del pianoro sommitale del monte, visibile in grigio nella mappa sottostante.

Pianta del castello di Avella. A nord è visibile il mastio con la torre principale, mentre in grigio il primo nucleo longobardo; le mura nere sono l'espansione di epoca normanna.
Quando i normanni conquistarono il territorio, pensarono di ampliare la cinta muraria, costruire un nuovo mastio più grande e fortificato, ed una torre cilindrica.

Resti del mastio di Avella
Notevole è anche l'imponente cinta muraria che circondava il castello, costellata di torri di guardia di forma quadrata, ornata di merlature di tipo guelfo.

Mura occidentali del castello che dominano i prati circostanti

Resti della cinta muraria dell'Avella medievale
Per secoli il castello di Avella sarà un presidio per l'imbocco della vallata baianese. Con il susseguirsi delle vicende storiche, le popolazioni abbandoneranno le alture per ripopolarla nuovamente, ed il castello finirà con l'essere abbandonato.

Attualmente è in corso un intenso progetto di recupero che sta portando alla fruizione turistica del castello; castello che, nonostante lo smantellamento messo in atto dal tempo e dall'uomo, simboleggia il fascino di un'epoca che, in una regione come la Campania, è spesso sottovalutata, ma che in realtà ha lasciato notevoli e suggestive vestigia storiche. Il castello di Avella offre panorami che nulla hanno da invidiare ad altri luoghi italiani ed europei rievocanti l'epoca medievale. Un patrimonio importante da rivalutare e da rivivere, un luogo insospettabile a pochi passi da casa e che, se valorizzato a dovere, potrebbe assurgere a ruolo di icona di un territorio ricchissimo di storia.

Castello di Avella e Vesuvio.