26 settembre, 2016

La crociata contro i Catari

"Che si sterminino questi seguaci di Satana!": furono più o meno queste le parole con cui si espresse papa Innocenzo III nel 1209, furente per l’influenza che il Catarismo aveva ormai raggiunto nel Sud della Francia medievale.

I Catari, che non si definirono mai in questo modo, ma cristiani o buonuomini, si battevano in nome di una fede pura. Si opponevano in questo senso alla Chiesa, che secondo loro aveva dimenticato le lezioni impartite nelle Sacre Scritture, impegnandosi, ormai corrotta, invece nelle lotte per la conquista del potere e nella ricerca del denaro.

I catari cacciati da Carcassonne nel 1209
È in Occitania, che corrisponde alle regioni della Linguadoca-Rossiglione e Midi-Pirenei, che le prediche dei Catari fecero maggiormente breccia. Le città di Tolosa, Albi (da cui il nome alternativo dato a questa crociata, che infatti è conosciuta anche come crociata contro gli Albigesi), Foix, Mirepoix e Carcassonne, sono le città in cui riscossero maggiori consensi e trovarono i migliori alleati.
Per lungo tempo, la Chiesa cattolica provò, attraverso la mediazione, a porre un freno all’influenza dei Catari, sostenuti dai conti di Tolosa e dai loro vassalli. La situazione degenerò quando un importante legato pontificio, Arnaud Amaury, venne assassinato. Nel 1209, Papa Innocenzo III ordinò una imponente offensiva che assunse, fin da subito, una dimensione politica. Come ricompensa, venne concesso ai crociati di appropriarsi dei beni e delle terre dei seguaci del Catarismo. Poco a poco il regno di Francia riuscì ad annettere l’Occitania che, fino a quel momento storico, era stata indipendente.

Il martirio dei catari in un dipinto antico
Per 20 anni, la crociata iniziata a Béziers (20.000 morti) mise il Sud della Francia a ferro e a fuoco. Simon de Montfort, barone della provincia dell’Ile-de-France, era il capo della crociata. Tuttavia, nonostante l’avanzata delle conquiste, i Catari opposero una strenua resistenza, e la spedizione non ottenne i risultati sperati.
Nel 1226 venne organizzata una seconda crociata sotto l’autorità di Luigi VIII. L’inquisizione cominciò la sua cruenta attività a Tolosa, ma anche nelle altre città della regione: era giunto il tempo degli interrogatori e dei roghi. Sede principale della chiesa catara, Montségur cadde nel 1244 e, nel 1271, la contea di Tolosa divenne parte del regno di Francia.

I Catari al rogo in una miniatura medievale
Ma fu soltanto nel 1321 che l’ultimo cataro allora conosciuto, Guillaume Balibaste, fu dato alle fiamme a Villerouge-Termenes (Aude). Ci volle dunque più di un secolo per eliminare definitivamente ciò che restava del popolo cataro


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24 settembre, 2016

San Gimignano

Su una delle direttrici della via francigena sorge una piccola città, una città che sarebbe passata alla storia per l'iconicità delle sue torri e, proprio per questo, forse l'unica superstite di ciò che doveva essere una città medievale. Stiamo parlando di San Gimignano.

San Gimignano e le sue torri, elemento architettonico caratteristico del medioevo
Sita sulla sommità di una collina, è il miglior esempio sopravvissuto di un comune medievale. Se ne parla per la prima volta nel 929 d.C., ed il suo nome deriva da un santo monaco modenese che difese il villaggio dall'occupazione di Attila. Il primo nucleo è la rocca di Montestaffoli, che all'epoca era proprietà del vescovo di Volterra.

Rocca di Montestaffoli, il primo nucleo della città
Il borgo crebbe al di fuori delle mura di questa rocca; fiorirono i commerci, nonostante la via Francigena non passasse più da lì, e cominciarono a sorgere i primi palazzi signorili, come conseguenza all'arricchimento dovuto ai fiorenti commerci.
Al centro delle lotte tra guelfi e ghibellini, nel 1214, delle nuove mura inglobarono questi borghi, e la città cominciò ad assumere l'aspetto che oggi conosciamo. Guadagnò l'indipendenza da Volterra, si diede al commercio delle spezie come lo zafferano, sorsero classi di banchieri che permisero l'emersione di un ceto ricco ed opulento, che diede sfoggio della propria supremazia con la costruzione delle torri

Torri di San Gimignano
Il numero della torri arrivò a 72 e, anche se oggi se ne possono contare soltanto 14, sono divenute la caratteristica di questa città.
La Torre Rognosa è la più antica di tutte; alta 52 metri, è tutt'oggi in piedi.

Torre rognosa, 52 metri dal piano stradale
La torre più alta invece è la torre grossa, di 54 metri, che fiancheggia il duomo. Venne terminata poco dopo la partenza di Dante dalla città.

Torre grossa e duomo

Lo statuto cittadino prevedeva che non si potessero innalzare torri più alte della rognosa, regola infranta dalla famiglia Salvucci, che edificò due torri gemelle più alte di quest'ultima, in seguito scapitozzate come punizione.

Torre rognosa con, a sinistra, le torri Salvucci
Uno scrigno ricco d'arte è il duomo, conosciuto anche come collegiata di Santa Maria: Benozzo Gozzoli, Taddeo di Bartolo, Domenico Ghirlandaio e tanti altri, ne hanno affrescato e decorato l'interno, rendendolo uno dei monumenti più insigni della città.

Collegiata di Santa Maria
Degno di nota è, nei pressi del duomo, il palazzo del comune che, con le sue merlature e le sue opere d'arte (si pensi solo alla presenza dei dipinti di Filippino Lippi), si erge ad altro elemento iconico della città.

Palazzo del comune
San Gimignano è l'icona di un mondo che osava spingersi verso l'alto, creando punti di riferimento di assoluto livello nel paesaggio. Un simbolo del medioevo, l'immagine cristallizzata di un mondo fiorente.

22 settembre, 2016

Proposte di lettura: I Templari

Centinaia di testi sono stati scritti sull'ordine monastico religioso dei Templari, un ordine così potente che, nel 1314, l'ultimo dei cavalieri dell'ordine templare fu arso vivo per eresia, seguendo il volere di Filippo il Bello e di papa Clemente V. Il testo proposto quest'oggi, è scritto dalla Dott.ssa Barbara Frale, storica italiana e archivista presso l'Archivio Segreto Vaticano. Molto noti sono anche i suoi studi riguardanti la Sacra Sindone di Torino e, infine, sull'Ordine dei cavalieri templari.


La Frale, in questo libro, mette in ordine con uno stile semplice e scorrevole la successione degli eventi che hanno caratterizzato l'ordine: dalla nascita della confraternita, con Baldovino II, fino alla tragica fine nel 1314, con la morte del Gran Maestro J.De Molay. Il testo mette in risalto le complessità della storia europea dal XII al XIV secolo in modo molto articolato e vasto, evidenziando l'ideale "laico" a scapito del cristianesimo ed del cattolicesimo in particolare. La Frale spiega in modo semplice ed efficace l'ideale cavalleresco e guerriero, conciliando il tutto con la fede cristiana; inoltre l'autrice descrive in maniera semplice anche l'ascesa dei primi due secoli dopo l'anno mille dell'Ordine Templare, arricchendolo ulteriormente. Grazie alla numerosa e puntuale documentazione e alla scoperta degli "Atti dell'inquisizione", contenuti nell'Archivio Vaticano, la Frale ha creato una vera e propria rivoluzione nel mondo templare, sfatando molte dicerie su ciò che si credeva riguardo alla loro scomparsa. Tutti i capi d'accusa rivolti all'ordine sono descritti e messi alla luce limpidamente; inoltre, con le ricerche effettuate,  viene spiegato in modo limpido come gli "Atti" siano la chiave che consente di scagionare i Templari dai capi d'accusa che li portarono al rogo.

Un testo ottimo per comprendere la dinamica dei fatti di uno degli ordini più famosi e romanzati della storia. Per capire come i templari sono nati, evoluti e finiti, vittime di un gioco più grande di loro.

17 settembre, 2016

Roberto d'Angiò

Se vi dicessimo che Napoli, nel medioevo, ha ospitato il non plus ultra della cultura e dell'arte italiana?
Immaginate Petrarca e Boccaccio passeggiare per i chiostri della basilica di San Domenico Maggiore, mentre Simone Martini dipinge quadri alla corte dei sovrani ed addirittura lo stesso Giotto affresca le sale dei loro palazzi! Immaginate, nel frattempo, Tino da Camaino, innalzare, in un'altra chiesa della città, la più grande tomba medievale che l'Europa avesse mai visto, ad eterna memoria di colui che permise ciò. Fasti simili ci sono stati e, a onor del vero, periodicamente Napoli li ha vissuti nel corso della sua storia: sotto Carlo III di Borbone, Ferrante d'Aragona, e durante l'epoca greco-romana se ne possono avere esempi mirabili, ma colui che riunì tutti i personaggi sopra citati a Napoli, fu Roberto d'Angiò, per queste ragioni definito "il saggio".

Simone Martini: San Ludovico da Tolosa incorona Roberto d'Angiò Re di Napoli - Napoli, museo di Capodimonte
Gli angioini capiscono fin da subito l'importanza che l'arte e la cultura rivestono nel prestigio di una capitale, tanto è vero che subito avviano la costruzione di numerosi castelli e chiese. Il normanno castel dell'ovo e castel Capuano non sono sufficienti, così fanno ampliare quest'ultimo e costruire un nuovo castello, più a ridosso della città, con le più recenti tecniche costruttive: il maniero viene innalzato con un maschio centrale e circondato da sei torri ottagonali; per questa ragione verrà chiamato Maschio Angioino.
Dell'antico maschio resta solo la cappella dedicata a Santa Barbara; tutto il resto è finito distrutto in parte per un terremoto, in parte ristrutturato dagli aragonesi, che lo resero una delle regie fortezze più imponenti ed eleganti del rinascimento.

Maschio Angioino, Cappella di Santa Barbara
Quando sale al potere Roberto, fece subito chiamare Giotto, Simone Martini e Tino da Camaino dalla Toscana. L'obiettivo è rendere Napoli la città più bella d'Europa, capace di rivaleggiare in bellezza con la stessa Firenze, dove le maestranze ingaggiate dalle corporazioni stavano trasformando la città.
Ed i tre si mettono subito all'opera: Giotto affresca la cappella di Santa Barbara, san Domenico Maggiore, il Duomo, Santa Chiara, castel Capuano. Purtroppo i terremoti ed il tempo hanno lasciato pochi frammenti del lavoro del pittore, questo è uno degli esempi.

Basilica di Santa Chiara, crocifissione (Giotto)
Roberto fa costruire Santa Chiara, San Domenico Maggiore, il Duomo. Ed è in Santa Chiara che vuole la sua tomba, che commissiona a Tino da Camaino; scultore che, oltre ad avere questo lavoro, deve decorare anche le altre chiese della città. I portali all'ingresso del duomo ad esempio, sono opera sua.

Tino da Camaino: portali di ingresso del duomo di Napoli; il resto della facciata è di epoca ottocentesca, ed è in stile neogotico in onore della fondazione angioina della cattedrale
La grande opera della tomba del sovrano invece, domina tutta la basilica di Santa Chiara.

Basilica di Santa Chiara, presbiterio con le tombe dei sovrani angioini. Al centro la tomba di Roberto d'Angiò
L'austera monumentalità della basilica è merito delle idee delle maestranze chiamate da Roberto. Ma il sovrano capisce che Napoli deve crescere anche nell'ambito della letteratura, così invita il meglio che l'epoca potesse offrire, fra cui due grandi poeti: Petrarca e Boccaccio. Il primo viene esaminato dal re per il conferimento della corona d'alloro (che dava diritto al titolo di poeta); il secondo soggiorna per un periodo molto lungo a Napoli, tanto da ambientarci alcuni episodi del Decamerone. Piazza Mercato e la rua Catalana sono state l'ambientazione delle storie. Inoltre si sostiene che a San Domenico Maggiore, Petrarca abbia conosciuto la sua musa ispiratrice: Fiammetta.
Dante non venne mai a Napoli, in quanto era contro le politiche di Roberto d'Angiò.

Chiesa di San Domenico Maggiore, altro lascito importante angioino, il cui convento ha ospitato Petrarca e Boccaccio

L'eredità dei sovrani angioini è colossale; insieme ai Borbone e agli aragonesi, sono coloro che han conferito buona parte del patrimonio artistico e storico di cui si fregia la città.

14 settembre, 2016

Great Battles of Historie Medievali: La Battaglia di Falkirk

L'indipendenza!! Che cos'è l'indipendenza di un paese?
Oggi vi proponiamo una delle battaglie più importanti dell'indipendenza scozzese: la Battaglia di Falkirk.
Era il 22 Luglio del 1298, quando gli inglesi di re Edoardo I d'Inghilterra, ed i ribelli scozzesi comandati da William Wallace, si scontrarono nei pressi del bosco di Callendar e della palude antistante; questa fu una delle battaglie più importanti per l'indipendenza scozzese. 
A quel tempo re Edoardo I era impegnato a combattere in Francia per la conquista delle terre d' oltremanica; in quel frangente apprese che la sua armata del nord, stanziata sul suolo inglese, era stata pesantemente sconfitta dall'esercito ribelle scozzese nella battaglia di Stirling Bridge. 

Statua di William Wallace ad Aberdeen, Scozia
Conclusa una tregua con il re francese Filippo il Bello, nel marzo del 1298, Edoardo salpò dall'oltremanica per ritornare in patria, con l'intento di organizzare velocemente un esercito con cui invadere nuovamente la Scozia. Una volta giunto in patria, spostò il suo centro di governo a York (molto più prossima al paese ribelle); poi, in aprile, tenne un consiglio di guerra per mettere a punto gli ultimi dettagli dell'invasione. Il re inglese convocò tutti i nobili scozzesi, dichiarando poi come traditori tutti quelli che non si erano presentati al consiglio di guerra. Conclusasi l'organizzazione dell'esercito, le truppe furono riunite a Roxburgh il 25 giugno. L'esercito organizzato dal re, contava su 14.000 unità, di cui 2000 di cavalleria pesante e 12.000 fanti, tra cui gallesi armati con arco lungo; inoltre si aggiunsero alla causa 11.000 fanti irlandesi. Era giugno quando l'esercito inglese si mise in marcia verso nord; nel contempo, Wallace fu nominato Guardiano di Scozia. Con la notizia del re inglese in marcia, egli decise di fare terra bruciata davanti alla sua strada, in modo tale da togliere agli invasori ogni possibilità di approvvigionamento. 

Edoardo I re d'Inghilterra
La situazione peggiorò per l'esercito inglese a causa della mancanza di approvvigionamenti: la fame crebbe a tal punto che si verificarono delle ribellioni tra i gallesi. Giunto nei pressi di Edimburgo, l'esercito del re, quasi allo stremo della fame e deciso all'ignominiosa ritirata, ricevette la notizia che Wallace si era attestato nel bosco di Callendar vicino Falkirk, a tredici miglia di distanza. L'esercito di Wallace, organizzato con 6000 lancieri e 1000 cavalieri non pesanti, si schierò con una formazione conosciuta come schiltron (formazione di battaglia a mo di porcospino). Lo spazio tra queste quattro formazioni, fu occupato dagli arcieri armati con arco corto scozzese. Infine, nelle retrovie, si appostò una truppa di cavalleria leggera composta da nobili. 

Formazione a schiltron
Martedì 22 luglio, la cavalleria inglese, divisa in tre battaglioni, giunse in vista dell'esercito scozzese attaccandolo frontalmente: lo scontro fu durissimo, la cavalleria inglese andò frettolosamente alla carica e fu respinta gloriosamente. La cavalleria scozzese si diede alla fuga in quel frangente. Il re, vistosi respinta la cavalleria pesante, la richiamò subito all'ordine; dopodichè diede ordine ai suoi arcieri di bersagliare le linee scozzesi con i loro archi. Per via della mancata copertura della cavalleria scozzese sullo schiltron, gli uomini di Wallace furono facile bersaglio per gli arcieri inglesi prima, e della cavalleria pesante poi. Gli scozzesi furono decimati, mentre Wallace riuscì a scappare, sopravvivendo. 

Fase 1

Fase 2

Questa sanguinosa battaglia segnò il declino di W.Wallace e del suo carisma da condottiero, anche se gli inglesi non riuscirono a portare a termine la campagna, perché indeboliti dalla tattica della terra bruciata escogitata dagli scozzesi. Il re Edoardo ordinò di ritirarsi a Carlisle, nella speranza di recuperare viveri e far riposare le truppe, ma molti disertarono, costringendo il re a smobilitare la maggior parte dell'esercito a sud.

Non mancate al prossimo appuntamento con Great Battles of Historie Medievali, vi sarà descritta la battaglia di Stirling Bridge dove William Wallace fu nominato Guardiano di Scozia e il suo nome conosciuto come il più grande condottiero della storia scozzese.

12 settembre, 2016

Federico II di Svevia, "stupor mundi"

Federico II di Svevia nacque nel 1194, a Jesi, da Enrico VI di Svevia, imperatore dei Romani, e Costanza, ultima discendente della dinastia normanna d’Altavilla. Si fondevano così nelle mani di un unico bambino i poteri del Regno di Sicilia e dell’impero germanico. Federico, alla morte del padre, venne affidato, alla tenera età di quattro anni, alle cure di papa Innocenzo III; poi si trasferì a Palermo dove fu incoronato con il nome di Federico I, re di Sicilia. Poco tempo dopo morì anche Costanza e, da quel momento, il giovane sovrano si trovò nel bel mezzo di intrighi di potere e lotte intestine tra coloro che aspiravano al potere. Alla fine prevalse Marcovaldo di Annweiler, il principale sostenitore tedesco di Enrico VI, che, col sostegno di Filippo di Svevia, invase la Sicilia reclamando la tutela del giovane Federico. A quattordici anni, la maggiore età per i re, Federico fu finalmente in grado di distaccarsi da qualsiasi tutore o intermediario.

Le nozze di Enrico VI e Costanza d'Altavilla, genitori di Federico II
Cresciuto in una corte cosmopolita, si era appropriato di eccellenti doti cavalleresche, di un grande desiderio di conoscenza ed aveva un carattere superbo, determinato, audace e avventuroso. Consigliato dal papa, sposò Costanza d’Aragona, che aveva dieci anni più di lui. Nel frattempo, in Germania, continuavano i conflitti tra i pretendenti al trono di Enrico IV. Federico sfruttò la situazione a proprio vantaggio, riuscendo a farsi incoronare, nel 1212, re di Germania con il nome di Federico II. 
Ritratto di Fedrico II con il falco, dal suo trattato "De arte cum avibus"
Al suo rientro in Italia, pose fine agli scontri in Sicilia con l’arresto di alcuni baroni e, nel 1224, fondò l’Università di Napoli, la prima istituzione universitaria laica e statale del mondo Occidentale. Il sovrano spostò la capitale del Regno da Palermo alla città partenopea per la sua posizione strategica e per il fatto che Napoli fosse, in quel tempo, un fiorente centro culturale ed intellettuale. Per incentivare i suoi sudditi ad iscriversi all'univeristà, concesse addirittura delle facilitazioni a coloro che volessero frequentarla.
Università Federico II, Napoli
Rimasto vedovo, sposò Isabella, figlia del re di Gerusalemme, la quale morì dando alla luce Corradino, secondogenito di Federico. Il passo successivo fu ottenere la corona di re di Gerusalemme. Scomunicato da papa Gregorio IX, prese parte alla VI Crociata nel 1228, che gli fruttò un’altra corona. Tornato dalla Terrasanta sancì l’inizio di un periodo di pace emanando, nel castello di Melfi, il codice legislativo del Regno di Sicilia, il più importante documento di legge laico del Medioevo, con il quale si passava dal sistema feudale ad un nuovo modello di Stato centralizzato. È in questo momento storico che prosperò anche la cosiddetta Scuola Siciliana, contraddistinta da “canzonette” d’amore e sonetti. Lo stesso imperatore, che diede prova di essere anche esperto filologo con traduzione di diverse opere dal greco e dall’arabo, creò la prima lirica in volgare italiano.

Miniatura da "De arte cum avibus" di Federico II
Il periodo di pace terminò quando Federico II fece imprigionare il primo figlio, Enrico che, divenuto re di Germania, cercò delle alleanze per rivoltarsi contro il suo stesso padre. Parallelamente continuavano i problemi con il papato, di cui, il sovrano, contestava la volontà di supremazia che il pontefice ambiva ad esercitare nei confronti dell’impero. Gli attriti si fecero così aspri che durante il concilio di Lione, nel 1245, papa Innocenzo IV accusò l'imperatore di spergiuro ed eresia. L’assemblea deliberò la sua deposizione dal trono anche se questa decisione non fu mai applicata. E i problemi non erano ancora finiti: infatti, i rapporti erano tesi anche con i Comuni dell’Italia settentrionale che, al fine di tutelare la propria autonomia, resuscitarono di nuovo la Lega Lombarda. Federico II non riuscì a porre rimedio a queste questioni: infatti morì il 13 dicembre 1250, e con lui terminò anche un’epoca caratterizzata dall'attenzione per la cultura e per l'innovazione.

10 settembre, 2016

Il reimpiego delle costruzioni romane

E' uno dei fenomeni caratteristici del medioevo: l'uso delle vestigia passate per creare il nuovo, l'appropriarsi di una realtà storica, per certi versi leggendaria, e farla propria, integrandola nelle costruzioni e portandola così alla quotidianità medievale.

Roma: il Tabularium (l'allora archivio romano) che si affacciava sul foro, venne usato come basamento per la costruzione del palazzo senatorio, attuale sede del municipio.
Le ragioni principali per cui si ricorre al reimpiego sono due: quella del prestigio, illustrata sopra, e quella della praticità.
Trovare una cava per estrarre materiali da costruzione e trasportare quel materiale fino in città, all'epoca era particolarmente difficoltoso. Così, gli edifici romani sono divenuti delle vere e proprie cave di pietra e marmo da cui attingere il materiale per costruire il nuovo mondo.

Ne han pagato le conseguenze luoghi monumentali come i fori, letteralmente rasi al suolo.

Foro romano dopo secoli di reimpiego
Diversi templi sono serviti da base per la costruzione delle nuove chiese, come ad esempio la basilica di San Paolo maggiore a Napoli.

Basilica di San Palo maggiore costruita sulla pianta del tempio dei Dioscuri, di cui sopravvivono due colonne
La struttura stessa del tempio di Atena è servita alla costruzione del duomo di Siracusa.

Tempio di Atena, sulla cui struttura si è addossato il duomo di Siracusa
Altri templi addirittura sono stati letteralmente riciclati, e sono divenuti chiese. E' il caso del Pantheon a Roma che, da tempio dedicato a tutte le divinità, divenne basilica cristiana, divenendo così una delle strutture romane più intatte nell'occidente.

Pantheon
Anche i portici di antichi edifici romani sono stati usati per la costruzione di nuovi luoghi urbani. E' il caso delle colonne di San Lorenzo a Milano che, con la porta ticinese, sempre di epoca romana, formavano uno degli ingressi medievali in città.

Le colonne di San Lorenzo a Milano
Le porte militari romane sono state spesso usate nel medioevo. Uno degli esempi più affascinanti è la porta pretoria di Aosta.

Aosta - porta pretoria
Diversi sarcofagi romani hanno trovato altre funzioni nel corso dei secoli: e così scopriamo un macabro aspetto del romantico balcone di Giulietta a Verona.

Casa di Giulietta: il balcone sulla sinistra è un sarcofago romano
Oggi, un uso del genere delle vestigia del passato, sarebbe inconcepibile, in quanto la tendenza è quella di conservare il più possibile gli aspetti storici che han fatto la nostra storia. Però anche al giorno d'oggi si tende a fare un uso intelligente dei reperti archeologici che si trovano quando si costruiscono grandi opere. Un esempio eclatante viene dalla metropolitana di Napoli dove, ritrovando reperti tardomedievali - inizio rinascimentali di pregevole fattura, si è deciso non di spostare le stazioni o di abbatterli, ma di costruirci le stazioni intorno, al fine di far emergere la storia passata e, in questo modo, renderla protagonista della vita quotidiana presente.

Mura di cinta aragonesi della città di Napoli inglobate nella stazione Toledo

Bastioni del Maschio Angioino inglobati nella stazione Municipio a Napoli
Insomma anche oggi il reimpiego continua, ma stavolta nel rispetto del monumento: mantenendolo nella sua posizione originaria, cercando di smembrarlo il meno possibile, e facendogli assumere un ruolo preminente all'interno delle nuove architetture, cercando di preservare il prestigio e rispettando così l'illustre passato che ci donano i millenni di storia che ci hanno preceduto.

07 settembre, 2016

L'Elmo Sassone di Sutton Hoo

L'elmo sassone di Sutton Hoo è l'elmo con maschera più famoso al mondo ed è attualmente conservato in Inghilterra nel British Museum. È un manufatto Sassone dell'età del ferro germanica, probabilmente risalente tra il 400 e l' 800 d.C., che è stato ritrovato grazie ad uno scavo archeologico del dott. Basil Brown in un tumulo, a Sutton Hoo (Inghilterra), nel 1939. La manifattura dell'elmo è molto pregiata anche se, come tutti gli elmi dell'epoca, è realizzato in ferro e bronzo. La particolarità dell'almo di Sutton Hoo consiste nell'essere riccamente decorato e caratterizzato dalla sua maschera facciale, che consente la copertura quasi totale del suo portatore.

L'elmo di Sutton Hoo 
L'elmo di Sutton Hoo faceva parte del corredo funerario ritrovato nella nave accanto ai resti del nobile guerriero. La nave era situata nel sito archeologico n.1 nei pressi di Sutton Hoo, dove altri tumuli, e quindi altri siti archeologici, furono ritrovati. Si stima che i resti ritrovati all'interno di questa area cimiteriale risalgano ai secoli VI e VII secolo d.C. Questa meraviglia fa parte di uno dei quattro elmi alto-medievali di fattura scandinava ritrovati nel Regno Unito, gli altri tre furono l'Elmo di di Benty Grange, l'Elmo di Wollaston e l'Elmo di York.
Gli studiosi ritengono che l'area di Sutton Hoo sia il luogo di sepoltura del tempo e, in particolare, il sito in cui è stato ritrovato l'elmo in questione, sia una sepoltura di un nobile o del capo guerra, oppure del capo tribù chiamato Redwald dell'Anglia orientale, morto nel 617 o forse nel 625 d.C.
Se le ipotesi fossero appropriate, vorrebbe dire che l'elmo fosse di sua proprietà, quindi si tratterebbe di un elmo cerimoniale e non un elmo da guerra, poiché i suoi fregi e le raffinatezze della maschera, collocherebbero il proprietario in un alto grado della società del tempo.

L'elmo e suoi fregi
L'attribuzione a Redwald è però basata solo ed esclusivamente sulla ricchezza del corredo funebre, ritenuto sufficiente a giustificare la sua appartenenza al primo sovrano anglo-cristiano del fiume Humber. Ovviamente, non vi sono dati certi a conferma di ciò..
Le caratteristiche dell'elmo sono le seguenti: si compone di un coppo a campana (elmo vero e proprio) sul quale sono incernierati i guanciali, il paranuca e la maschera facciale. Tutte le componenti sono collegate tra loro, tramite strisce metalliche con le piastre di ferro. Buona parte delle piastre dell'elmo sono riccamente incise e raffigurano guerrieri a cavallo o a piedi; inoltre, una cresta in metallo più spesso e lavorato, attraversa il coppo dalla fronte al retro. La maschera facciale è costituita da una piastra piatta con tratti somatici realistici, come ad esempio le arcate sopraccigliari, il nasale piatto a rilievo aperto da dei buchi per respirare, baffi e labbra sbalzate. Questi elementi descritti sono stati impreziositi da una lamina in oro. Per concludere, l'elmo di Sutton Hoo è la massima espressione di forgiatura, maestria e di ricchezza di un elmo sassone con tratti scandinavi, pur considerando che altri elmi simili (descritti sopra) fossero anch'essi delle opere d'arte dell'alto medioevo.

Replica fedele dell'elmo di Sutton Hoo

05 settembre, 2016

La figura del giullare nel Medioevo

 Il giullare, in contrapposizione decisa rispetto alla figura del monaco, incarnava ed interpretava tante altre figure sociali: difatti egli poteva essere un intrattenitore, un mimo, un attore, un giocoliere, un cantante, il cui fine era quello di divertire il pubblico nelle piazze, ma anche di catalizzare l'attenzione del pubblico stesso attraverso racconti di epiche avventure e di leggende. Tuttavia, nonostante il grande successo che i giullari solitamente riscuotevano, la loro opera e la loro stessa figura vennero duramente attaccate e fermamente condannate dalla chiesa, che sostanzialmente si opponeva categoricamente a tutto ciò che richiamasse la sfera "carnale", e quindi l'esibizione del corpo, del riso, del godimento sia visivo che uditivo.
Per la chiesa l'animo umano restava decisamente corruttibile, e questo rischio aumentava esponenzialmente in presenza di tali arti demoniache.
Codice miniato dei proverbi medievali. Il giullare non crede se non riceve,
 XV sec. Bibliothèque Nationale de France
 La figura del giullare veniva anche considerata come temibile e concreto legame con quelle che erano le tradizioni pagane, al punto che l'iconografia, abitualmente, ritraeva questi eccentrici intrattenitori in posizione capovolta, a testa in giù, al fine di far arrivare un messaggio secondo il quale questi personaggi rappresentassero un pericolo di sovversione dell'ordine prestabilito delle cose.
Un giullare durante un'esibizione
Malgrado le gravi condanne, la figura del giullare era comunque destinata a diffondersi sempre di più, sia nel ruolo di puro intrattenitore di piazza che di corte, sia come vero e proprio mediatore tra il mondo ecclesiastico e la cultura popolare. Infatti, i giullari non erano impegnati soltanto nella diffusione capillare di tutto ciò che era la  tradizione epica, ma anche di altri insospettabili contenuti. Con il tempo difatti, la chiesa non fu più in grado di astenersi dall'ammettere che questi bizzarri buffoni avessero una innegabile presa sul popolo attraverso i loro racconti. 
Giullare a corte, miniatura.
Questa presa di coscienza, dunque, portò gli ordini religiosi alla decisione di utilizzare questa nuova forma di arte comunicativa per incaricare proprio i giullari della diffusione della parola di Dio. Così, mentre nel XII secolo nasceva l'ordine dei mendicanti che si univano ai giullari nelle piazze, imitandone le capacità recitative, San Francesco si dichiarava giullare di Dio.
L'evoluzione dell'arte giullaresca non era ancora finita, però. Essi infatti si perfezionarono ancora di più, e questo li portò ad essere chiamati ad esibirsi nelle corti, dove venivano assunti in pianta stabile e pagati per la loro arte e il loro mestiere: nasceva così la figura del menestrello.

03 settembre, 2016

Il ducato di Benevento

Questa è la storia di un centro dell'Italia meridionale che, da periferia, divenne un punto focale della politica della penisola, per poi tornare di nuovo ai margini dopo secoli da protagonista.
Circa un secolo dopo il crollo dell'Impero Romano d'Occidente, un popolo, i Longobardi, occupò la penisola italiana, contendendola così al sopravvissuto Impero Romano d'Oriente. I Longobardi si spartirono il territorio della penisola, e la propaggine più meridionale dei loro possedimenti andò a formare un ducato, la cui capitale fu collocata presso Benevento.

Cartina del ducato di Benevento, posta al centro dell'omonima città

Peculiarità di tale ducato fu quella di essere praticamente indipendente dal resto della Longobardia. Infatti, solo per un breve periodo Benevento fu legata ai destini del regno a cui apparteneva. Così, col declino della Longobardia, il ducato poté sopravvivere per quasi trecento anni.

Il ducato nacque nel 570 d.C.: un generale longobardo, Zottone, discese la penisola italiana, sconfiggendo ripetutamente i bizantini ed accampandosi a Benevento. Dopo aver tentato di conquistare Napoli senza riuscirci, decise di fare di Benevento la capitale dei territori conquistati. L'influenza di Autari, che controllava i territori del nord, era scarsa, e per questa ragione il ducato divenne parte dei territori longobardi solo nel 590 d.C..
Con il resto della Longobardia si condividevano radici, lingua e religione. Nonostante ciò, il ducato restava ancora sostanzialmente indipendente. Ben presto però, la distanza fra Benevento e Pavia si fece sentire, differenziando culturalmente i due territori: canti liturgici e modi di scrivere cominciarono gradualmente a divergere.
Nel frattempo Benevento si dotò di nuove mura, di costruzioni in legno, tipiche dell'architettura longobarda, e di una torre che difendesse le strutture romane rimaste fuori dal circuito murario cittadino. Inoltre confinarono la poca popolazione romana rimasta nella parte bassa della città e venne anche edificata la nuova cattedrale.

Facciata della cattedrale di Benevento

Nel 660 il ducato giunse alla massima espansione a discapito dei bizantini, che però non stettero a guardare: infatti l'imperatore Costante promosse una campagna di riconquista dei territori persi, che nel 663 culminò con l'assedio della capitale. L'assedio fu respinto e, sulla via della ritirata verso Napoli, fu annientato dai beneventani. Il peso politico di un evento del genere era grande, e Benevento venne dichiarata dai longobardi territorio straniero, in quanto non più in grado di imporsi sul ducato.
Arechi II dichiarò il territorio principato, però dovette soccombere ai franchi, finendo sotto la loro influenza. Nonostante ciò Benevento era vista come la vera e propria capitale di un regno, della stessa dignità di Pavia, ragion per cui la città fu ampliata ulteriormente.
Approfittando del declino dei Franchi, Benevento acquisì maggiore indipendenza.

Basilica di Santa Sofia, designata chiesa di stato del ducato di Benevento

All'apice del proprio potere, Benevento conquistò Amalfi ed impose tributi alla stessa Napoli, all'epoca possedimento bizantino. La conquista di Amalfi culminò con l'uccisione del suo duca, e questo comportò lo scoppio di una guerra civile che si concluse con la divisione del principato, attraverso il capitolare dell'anno 851 d.C., di Benevento in due parti: Salerno e Benevento.

Principati di Benevento e Salerno

Le parti in lotta si servirono dei saraceni, che devastarono e saccheggiarono tutte le città costiere nel corso degli anni. I principati così, ne uscirono letteralmente distrutti. Nell'XI secolo Benevento declinò sempre più velocemente, fin quando non finì, nel 1053, nelle mani dei Normanni. Da allora la città divenne sempre più marginale nelle sorti storiche italiane e, nonostante l'unificazione dell'Italia meridionale sotto i normanni, finì nell'orbita di Roma che, formalmente, nominava gli amministratori che dovevano governarla, i quali erano prevalentemente normanni.