29 ottobre, 2016

La chiesa di Sant'Eligio Maggiore

Aprire lo scrigno dei tesori medievali di Napoli significa trovarsi di fronte ad un patrimonio piuttosto vasto. Normanni, Svevi ed Angioini hanno lavorato molto, nel corso dei secoli, per abbellire la città. Uno dei monumenti lasciati dagli angioini, nel lontano XIII secolo, è una delle due due chiese, edificate in epoca medievale, che delimitano i due lati opposti di piazza Mercato. Una è la basilica del Carmine maggiore, la cui impronta primitiva a stento si intravede nel rifacimento barocco; mentre l'altra è la chiesa di Sant'Eligio.

Sant'Eligio maggiore, navata centrale
Uno degli esempi di gotico napoletano meglio conservati in città, una delle prime chiese edificate da Carlo d'Angiò, nei pressi del luogo dove venne decapitato Corradino di Svevia, dai cavalieri al seguito del nuovo sovrano. La chiesa fu affiancata da un ospedale, che godette della protezione della sovrana Giovanna d'Angiò.

Le stratificazioni, nel tempo, hanno fatto traslare l'ingresso della chiesa a lato mare, dove è presente anche un arco sormontato da un orologio.

Sant'Eligio maggiore, abside
Il portale marmoreo è finemente decorato, e dialoga con il vicino passaggio sormontato dall'orologio suddetto.

Ingresso alla chiesa
L'interno è suggestivo: sono presenti ancora alcune decorazioni risalenti all'epoca medievale, che probabilmente dovevano ricoprirne l'intera superficie.

Frammento di affresco all'interno della chiesa
L'austero interno è composto da tufo e piperno, la luce arriva dalle finestre a sesto acuto che si trovano in corrispondenza dell'abside e del transetto.

Interno della chiesa
Anche se è in un contesto degradato, la chiesa rappresenta uno degli scorci urbani più suggestivi della città. Uno scorcio pittoresco che meriterebbe più attenzione negli itinerari turistici, in quanto una delle porte storiche di ingresso alla Napoli più antica.

26 ottobre, 2016

Proposta di lettura: Storia dei Longobardi

Oggi vi proponiamo un libro davvero interessante e affascinante, su di un popolo che cambiò non solo il nostro paese, ma tanti altri con la sua migrazione dalle terre del nord della Germania nei primi decenni del II secolo dopo Cristo, fino a raggiungere la totale migrazione nel VI secolo dopo Cristo.
Questo libro ha la particolarità di non avere una descrizione storiografica riguardante solo la presenza in Italia, anzi, l'autore J.Jarnut spiega in modo ottimale questo popolo interessantissimo, in conformità con l'analisi antropologica e storica. In alcuni capitoli del libro, l'autore mette in risalto i caratteri e la mobilità del popolo longobardo che dal nord della Germania settentrionale, discese nel VI secolo, invadendo della nostra penisola.

Copertina del libro
  Un popolo che si contraddistinse per le sue migrazioni, non solo dell'Italia. Essi, almeno inizialmente, occuparono gran parte del nord Italia, tralasciando il resto della penisola (diversamente da ciò che avverrà poi nell'VIII secolo con i Franchi); pertanto vi si trasferirono integralmente, lasciando ben poco della loro popolazione nelle regioni di provenienza. L' insediamento nel territorio italiano portò il popolo longobardo ad adottare ed interpretare nella loro maniera "germanica" i modelli italiani con influenza prettamente bizantina (precedentemente loro alleati militari); inoltre questo modello si integrava alle tradizioni romane ed agli schemi culturali dell'antichità, costituendo per il nostro paese il legante più vitale fra il tardo impero romano e l'inizio del pieno Medioevo.
L'Italia nel pieno inizio del Medioevo si ritrovò divisa in due parti grazie al popolo Longobardo: a nord, nella "Langobardia", posarono le fondamenta del <<Regnum Italicum>> avendo contatti ancora con i popoli germanici; al sud invece, dove dominarono molto più a lungo, ebbero contatti stretti con i popoli mediterranei.
L'autore conclude la sua opera con l'interruzione del loro cammino verso l'integrazione latino-germanica, dovuta all'invasione di Carlo Magno.
Jarnut non tralascia la narrazione nelle sue pagine, il testo è scritto con leggerezza e accuratezza nei dettagli lasciando al lettore tutte le informazioni di base richieste per comprendere a pieno questo popolo.

24 ottobre, 2016

Guglielmo il Conquistatore

Guglielmo I di Inghilterra, noto anche come Guglielmo il Conquistatore, nasce l' 8 novembre 1028 a Falaise da Roberto I di Normandia e dalla sua concubina, motivo per cui i suoi nemici, prima che diventasse re di Inghilterra, lo chiamavano "il bastardo". Nel 1035, ad appena otto anni, eredita il ducato del padre. Nel 1048 stronca, con l'aiuto di Enrico I re di Francia, una rivolta in Normandia. Il suo è uno dei feudi più grandi di Francia e l'amicizia del re gli facilita l'ampliamento del suo potere.

Ritratto di Guglielmo il Conquistatore
La sua capacità di mantenere un equlibrio di potere tra i gli altri feudatari ed Enrico I, è la causa principale dei suoi successi, anche in Inghilterra. Il re, infatti, invidia le capacità di comando e di organizzazione di Guglielmo, ma quest'ultimo, grazie soprattutto alle vittorie di Mortemer (1054) e di Varaville (1058), consolida il suo potere ed il suo prestigio, consacrando il suo ruolo di duca e potente feudatario di Francia. Le sue capacità di comando e di strategia politica, unite a determinazione e coraggio, in poco tempo lo rendono capace di controllare un vasto territorio.

Guglielmo il Conquistatore, con i suoi fratellastri, alla destra, Oddone di Bayeux e alla sinistra,
 Roberto di Mortain, arazzo di Bayeux.
Negli anni di regno come feudatario debella alcune rivolte e allarga i confini del territorio sotto il suo controllo.Nel 1053, alcuni anni prima della conquista del Maine, sposa Matilde, figlia di Baldovino di Fiandra.
Nel 1066 muore Edoardo il confessore, re d'Inghilterra e, fra le varie parentele, cugino del padre di Guglielmo. Il duca decide che è arrivato il momento di indossare  una corona e con l'aiuto del papa, dell'imperatore e del suocero Baldovino, avanza la pretesa al trono. Una coalizione di feudatari lo contrasta, ma nella battaglia di Hastings, che si svolge il 14 ottobre del 1066, vince ogni resistenza.
Guglielmo il Conquistatore nella battaglia di Hastings, arazzo di Bayeux
Guglielmo il Conquistatore viene dunque incoronato re d'Inghilterra il 25 dicembre del 1066. Alle sue spalle ha una potente coalizione e, grazie all'appoggio del papa e all'alleanza con i feudatari normanni che gli consentono di avere un imponente esercito, attua una radicale riorganizzazione territoriale dell'Inghilterra. In questo modo riesce a ricompensare i suoi alleati ed a controllare direttamente il flusso delle tasse, censendo dettagliatamente le terre e i feudi del regno. È in questo contesto che si inserisce il "Domesday Book", ovvero una sorta di censimento delle proprietà terriere e dei loro proprietari, scavalcando i diretti feudatari. Nel 1086, convocando i proprietari per il censimento, il re fece giurare loro che sarebbero stati fedeli a lui contro ogni altro uomo. Il suo ordinamento fiscale si dimostra rigoroso e preciso. Una riforma ecclesiale poi garantisce alla chiesa il potere temporale, assicurando al clero ampia autonomia morale.
Guglielmo I d'Inghilterra nell'arazzo di Bayeux
Determinato a mantenere il controllo sia in Inghilterra che in Normandia, non lascia spazio e autonomia nemmeno a suo figlio Roberto, con cui si scontra nel 1079. Reprime anche le rivolte di alcuni suoi vassalli, e sbaraglia anche il re di Francia Filippo I, sconfitto a Mantes nel 1087.Questa però sarà la sua ultima battaglia: infatti Guglielmo morirà poco dopo a causa delle ferite subite per una caduta da cavallo, e della conseguente peritonite, durante lo scontro con i soldati del re.
Le spoglie del re verranno seppellite nella chiesa di Santo Stefano a Caen, voluta dallo stesso Guglielmo. Pare che, durante la funzione, un incendio divampato all'interno della chiesa, fece esplodere la salma piena di purulenza dovuta alla peritonite. 

22 ottobre, 2016

L'abbazia di San Galgano

Un mirabile esempio di sito archeologico medievale, il cui fascino degli ambienti ha ispirato e suggestionato tanti escursionisti.

Navata centrale della chiesa abbaziale
L'abbazia sorge ad una trentina di chilometri da Siena, in mezzo alle campagne. Al giorno d'oggi presenta soltanto le mura portanti, mentre è assente il tetto, cosa che la accomuna ad altre rovine di abbazie sparse per l'Europa.
Galgano, giovane disordinato che morì nel 1181 dopo essersi convertito, nel dire addio alla sua vita di dissolutezze, infisse, un anno prima di morire, una spada nella roccia per farne una croce.

Spada nella roccia presente nell'abbazia. Le suggestioni sul mito arturiano hanno fatto sorgere molte speculazioni su questo evento della vita di San Galgano
Intorno alla spada venne fondato un primo eremo, l'eremo di monte Siepi; in un secondo momento, poco distante, sarebbe stata costruita la grande abbazia, precisamente fra il 1220 ed il 1268. L'abbazia è particolare, perché nasce in un periodo in cui, in Italia, si sta passando dal Romanico al Gotico. Di conseguenza, essa è una fusione dei due stili: mura possenti, ma nel contempo costellate da finestre a sesto acuto, che si innalzano verso il cielo. Quella di San Galgano divenne la più potente fondazione cistercense d'Italia e, per questa ragione, l'abbazia fu abbellita di tutto punto.

Cento anni dopo, per via di una gestione scellerata del complesso monastico, l'abbazia cominciò ad involvere, tanto che nel 1550 si arrivò a vendere il tetto in piombo. Il risultato fu l'asportazione della copertura della chiesa.

Panoramica dell'abbazia di san Galgano
Nel 1789 la vicina rotonda di monte Siepi, in cui è conservata la spada nella roccia, venne elevata a pieve e, nonostante i tentativi di recupero, l'abbazia, un tempo ricca,
fu sconsacrata ed andò in rovina.

Alla fine del diciannovesimo secolo, forse anche sulla spinta delle correnti romantiche, che rivalutavano il fascino delle rovine, l'abbazia fu recuperata e, dal secolo scorso, è divenuta ambita meta turistica, oltre che set per diversi film. Il fascino intramontabile delle monumentali vestigia del passato in rovina hanno infatti conquistato molti letterati ed artisti, e così, oggi, l'abbazia è divenuta icona vera e propria dell'Italia centrale.

20 ottobre, 2016

Great Battles of Historie Medievali: La Battaglia di Stirling Bridge.

La battaglia di Stirling Bridge fu una delle più famose della "Prima Guerra d'Indipendenza" scozzese, combattuta l'11 settembre 1297. Le forze inglesi schierate sul campo di battaglia erano tra le 9000 e le 12000 unità, di cui 8/10000 erano fanti, sia pesanti che leggeri con arcieri, mentre un migliaio o, al massimo 2000, di sola cavalleria pesante corazzata.
Lo schieramento scozzese invece, possiamo supporre fosse formato da 2300 a 2500 unità, di cui 2000 appiedati non pesanti e i restanti 300 o forse 500 unità di cavalleria media non corazzata. I comandanti della fazione inglese erano John de Warenne e Hugh de Cressingham; la fazione scozzese invece era al comando del celeberrimo William Wallace e di Andrew de Moray.

Il ponte di Stirling, oggi

Gli scozzesi arrivarono nella piana di Stirling molto ore prima degli inglesi, ebbero tempo di imbastire una strategia di difesa, ma altrettanto di attacco, rendendo difficile il terreno ai cavalieri e alla fanteria pesante nemica. Anche se l'esercito inglese superava di netto il triplo di uomini schierati sul campo di battaglia, gli scozzesi non si persero d'animo nemmeno di fronte ai noti longbowman, gli insuperabili arcieri inglesi con il loro temibile arco lungo. Quando l'esercito inglese arrivò sul campo di battaglia, subito si adoperarono con un  assalto verso il fronte scozzese: l'attacco era costituito dal lancio di frecce degli arcieri inglesi per coprire l'avanzata della fanteria pesante che si dirigeva verso gli scozzesi. Il contingente ammontava a circa 5500 fanti pesanti con diverse centinaia di cavalieri. L'esercito inglese, una volta superato il ponte, passò alla carica vera e propria, a quel pinto i lancieri scozzesi scesero dal terreno sopraelevato per scontrarsi con gli inglesi che lo avevano appena superato. La mischia fu furibonda, gli scozzesi stavano avendo la meglio nello scontro; in quel frangente Hugh de Cressingham tentò di ritirarsi e fuggire, ma fu inseguito e raggiunto da William Wallace che lo uccise.

La Battaglia di Stirling Bridge
Lo scontro tra le due forze fu cruento, tanto che gli inglesi persero alcune migliaia di soldati. Nel frattempo l'avanguardia inglese di John de Warenne conte del Surrey, fu tagliata fuori dall'esercito, al punto che che la cavalleria pesante situata a nord del fiume, si ritrovava bloccata in un angusto spazio di manovra che le impediva di caricare e di prestare aiuto alle truppe al di là del ponte. L'altra parte del numeroso contingente inglese, posizionato più indietro rispetto al terreno dello scontro vero e proprio, e che non aveva ancora attraversato il fiume, evitò il combattimento, distrusse il ponte e si rititò verso Berwick, lasciando isolata la guarnigione al castello di Stirling e consegnando la vittoria agli scozzesi sul campo di battaglia.

La battaglia di Stirling Bridge

17 ottobre, 2016

L'abbigliamento ecclesiale

Nel Medioevo, così come avviene anche oggi, non tutti gli ecclesiastici svolgevano le stesse funzioni, avevano lo stesso rango o la medesima importanza.
Il parroco si occupava dei fedeli di una parrocchia, il monaco lavorava i campi, il frate viaggiava predicando da una città all'altra, il cardinale a Roma partecipava al governo dello Stato pontificio ed alle scelte che comportavano conseguenze per tutta la Cristianità. Queste diverse figure operavano in settori ed a livelli differenti, la loro azione agiva sia sul piano spirituale che intellettuale, ma anche su quello materiale.
Miniatura di un monaco medievale
E visto che nel Medioevo il valore simbolico dell'abito era elevato, le diverse figure si differenziavano anche per la veste che indossavano.
Così, ad esempio, i Frati Minori o francescani, ordine fondato da san Francesco di Assisi nel XIII secolo, indossavano una tunica color grigio cinta in vita da una corda e, ai piedi, sandali senza calze. Questo abbigliamento così essenziale era dovuto al fatto che Francesco, figlio di un ricco mercante, decidendo di vivere in povertà, aveva scelto di indossare un abito che raffigurasse una sorta di albero la cui forma ricordasse la croce e che fosse realizzato con il materiale più povero conosciuto, ovvero la lana grezza non tinta.
Analogamente, anche per i componenti di altri ordini l'abito da indossare veniva sancito dalla regola che seguivano, la quale ne fissava forma, tipo di stoffa e colori. In ogni caso si trattava di abiti
semplici ma funzionali, adeguati anche allo svolgimento del lavoro manuale che monaci e frati dovevano affrontare: calzature, eventualmente calze, e due tuniche leggere per l'estate; lo stesso, ma con tessuti pesanti, per la stagione fredda.

Un vescovo con altri religiosi, miniatura.
Spostando la nostra attenzione sulle più alte cariche della Chiesa, la situazione si presenta completamente diversa. Vescovi e cardinali, provenienti di sovente da famiglie ricche e potenti, vivevano come nobili e godevano di diversi poteri, sia spirituali che materiali.
 Il vescovo, figura di primo rilievo nella gerarchia ecclesiastica, era a capo della cattedrale della città, gestiva tutte le parrocchie, amministrava solitamente un cospicuo patrimonio fondiario, e aveva potere di autorità, giurisdizione e amministrazione su tutti i cristiani della sua diocesi; talvolta non ricopriva solo il ruolo ecclesiale, ma era un vero e proprio principe che amministrava il territorio.

Un cardinale riccamente vestito
Il cardinale, poi, era il vero principe della Chiesa. Spesso proveniva da famiglie di re, o comunque nobiliari di alto rango, e riceveva il titolo in giovane età. Viveva in lussuosi palazzi e disponeva anche di una piccola corte. Tutti questi signori ecclesiastici ostentavano, sia nello stile di vita che nel vestire, un lusso che poco si confaceva al loro ruolo di capi spirituali. Si circondavano di un seguito di cavalieri riccamente vestiti con stoffe preziose che spesso riportavano i colori dello stemma famigliare del loro signore. Nelle occasioni pubbliche indossavano l'abito ecclesiastico, che nel caso dei cardinali era rosso; spesso però portavano abiti raffinati, contornati da gioielli di immenso valore. 

12 ottobre, 2016

Le streghe

Dato che mancano poche settimane ad Halloween, oggi parleremo di un argomento che è in tema con questo periodo: le streghe.

Strega intorno ad un calderone. Xilografia del 1489

La strega era una donna sospettata di compiere atti di magia come sortilegi, malefici, fatture; oppure di intrattenere rapporti con forze oscure ed infernali, da cui trarre potere per danneggiare l'uomo. Tributando a tali forze onori e devozione, le streghe si qualificavano come eretiche. Ragion per cui, erano viste come una forza da perseguitare. Questa visione, foraggiata soprattutto dalla politica della chiesa, si sviluppa nel medioevo, precisamente fino a pochi secoli prima dell'anno mille; ma inizialmente la strega era vista come una donna mitologica, dotata di poteri soprannaturali, che trae la sua origine dalle credenze popolari.
Le streghe erano di solito associate alle classi inferiori: erano vedove, levatrici, herbarie, anche se i casi di cronaca registrano anche streghe provenienti da ceti nobiliari. In gran maggioranza si trattava di persone innocenti che, preparando decotti o infusi per la guarigione e la cura di alcune malattie, erano viste con sospetto. Solo alcuni soggetti erano effettivamente dei criminali, in quanto compivano delle messe nere per ottenere il favore del demonio a scapito di una persona, obiettivo del maleficio.

Rogo di una strega nel medioevo

Inizialmente la Chiesa non credeva alla stregoneria, rifacendosi ai testi dei dottori della Chiesa come Sant'Agostino; ma, in un secondo momento, tali tesi vennero riviste, soprattutto sul finire del 1300. Vennero divulgati una serie di testi contro la superstizione, e alla fine un testo in cui si affermava l'esistenza della magia e del maleficio. Uno di questi testi, il formicarum, sarebbe presto confluito nel più tristemente noto malleus maleficarum.
La Chiesa poteva solo condannare l'eresia, ma la punizione era inflitta da tribunali civili, in quanto l'eresia, all'epoca, era un reato. E la punizione a tale reato era il rogo. Durante il processo per stregoneria era possibile far sostenere all'accusata la prova dell'ordalia: la strega infatti, se affogata o bruciata, poteva salvarsi grazie ai propri poteri magici. Se invece non si salvava, l'anima innocente sarebbe stata accolta nel regno dei cieli.

L'inquisizione, il tribunale che si occupava delle eresie, si estese un po' in tutta l'Europa cristiana. L'ultimo processo per stregoneria fu addirittura celebrato nel diciottesimo secolo in Valsesia.

Attualmente la figura della strega ha molto fascino nell'immaginario popolare, fascino rimasto intatto nonostante le persecuzioni dei secoli passati verso una figura puramente mitologica.

08 ottobre, 2016

La Moschea della Roccia

Chiunque vada a Gerusalemme, la vede scintillare fra i bianchi e piatti tetti della città. La sua copertura dorata, la posizione dominante sulla spianata del tempio, il colore azzurro dei mosaici di cui è rivestita, la fanno risaltare e risplendere sulla città santa delle tre grandi religioni monoteiste. Stiamo parlando della moschea della Roccia, meglio conosciuta come Cupola della Roccia.

La cupola della roccia che riflette il sole all'orizzonte

Come nasce una delle architetture più belle del Medioriente e, forse, del mondo intero? Innanzitutto bisogna dire che il santuario nasce sul luogo di un evento molto importante per l'Islam: l'ascesa di Maometto al cielo; e nel contempo è in un luogo importante sia per gli Ebrei (al centro del Tempio di Salomone, sul punto esatto dove l'angelo fermò la mano di Abramo, prima che tagliasse la gola di Isacco), che per i Cristiani (nel Tempio predicò e venne giudicato Gesù prima della sua morte). Per completare il panorama su cosa significhi questo luogo per l'Islam, bisogna dire che sia Abramo che Gesù sono profeti della religione musulmana.
Praticamente la moschea sorge su uno dei luoghi teologicamente più significativi del mondo. L'episodio di Abramo avviene su di una roccia che è posta al centro della moschea, ed è il suo punto più sacro.

La roccia all'interno della moschea, sacra alle tre religioni monoteiste
Nel settimo secolo dopo Cristo, il califfo ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb prega su quella roccia e, poco tempo dopo, comincia la costruzione del tempio. Già all'epoca il tempio di Salomone non esisteva più, in quanto distrutto dai romani; quindi, in quel posto, c'era una spianata disabitata. Un primo oratorio in legno finisce presto bruciato; successivamente comincia la costruzione della moschea vera e propria, pensata e concepita da maestranze bizantine, che adornarono tutta la superficie di marmi e mosaici di tonalità azzurre. Infatti l'edificio è uno dei più alti esempi di arte bizantina.

La moschea, coi suoi marmi ed i suoi mosaici, vista dall'ingresso settentrionale
La cupola dorata è pensata e concepita per la contemplazione, l'esaltazione e la venerazione delle sacre reliquie custodite (la roccia in primo luogo); essa è eretta su di una costruzione a pianta ottagonale, e si staglia per trentacinque metri al di sopra della spianata del tempio. L'interno è riccamente dipinto e decorato da mosaici, che esaltano la bellezza dell'architettura.

Interno della cupola
I portali sono aperti in corrispondenza dei quattro punti cardinali, ed anch'essi, come ogni elemento di questa struttura, riccamente decorati.

Uno dei portali della moschea della roccia
La moschea è ricca di iscrizioni sull'unicità della natura divina, che si contrappongono a quelle della basilica della natività, le cui iscrizioni esaltano invece la trinità di Dio. In questi particolari si può leggere la contrapposizione esistente, fin dal medioevo, fra cristianesimo ed islam, nonostante i personaggi in comune e la stessa origine dal ceppo ebraico.

Ciò non toglie che la cupola della Roccia sia una delle più grandi elaborazioni della creatività umana. Un inno alla poesia e alla bellezza, che da più di 1300 anni domina Gerusalemme, in un contesto ricco di storia, miti e leggende, nel luogo forse più mistico del mondo.

05 ottobre, 2016

Un misterioso libro magico: l'Enchiridion

Secondo la tradizione, l'Enchiridion, un trattato di magia bianca veneratissimo da  molti occultisti, fu concepito proprio da papa Leone III. In base a ricostruzioni mai accertate dal punto di vista storico, il papa consegnò il misterioso volume a Carlo Magno nella fatidica notte di Natale dell'800 d.C., con la raccomandazione di non divulgare le verità contenute nel volume al popolo immaturo e di "mentalità fanciullesca", che, tra l'altro, avrebbe mal interpretato l'esistenza di una "dottrina anteriore alla Bibbia e all'Apocalisse". Il libro circolò ugualmente negli ambienti più svariati, scatenando anche fantasie sul suo utilizzo come strumento di dominio sul mondo intero.

Una pagina dell'Enchiridion

Più di uno studioso evidenziò la somiglianza dell'emblema che campeggiava nell'opera (una spada a forme di croce patente) con quella della Santa Vehme, società segreta fondata forse ai tempi di Carlo Magno con il compito di difendere il cattolicesimo e l'imperatore con ogni mezzo, anche il più repressivo, l'Enchiridion si presenta come un interessante compendio di preghiere cristiane, associate allo studio di alcuni segni della Kabbalah ebraica.

Pagine del testo l'Enchiridion

Secondo alcuni studiosi di occultistica del 1800, il libro rivelerebbe "l'esistenza di una tradizione segreta riservata ai sommi pontefici" nonchè quella "di una rivelazione primitiva e universale che spiegherebbe tutti i segreti della natura accordandoli con quella della grazia". I forti dubbi sull'attribuzione a Leone III del trattato esoterico restano comunque ancora da sciogliere; a maggior ragione, analizzando la parte conclusiva del testo, probabilmente rimaneggiato più volte da ignoti esoterici nel corso dei secoli. Questa appendice, dal titolo "Chiave misteriosa delle orazioni e dei segreti contenuti nell'Enchiridion", passa in rassegna tutta una serie di formule magiche "popolaresche",utili, per esempio, nel guarire dalle ulcere, per evitare la peste e per vincere al gioco.

03 ottobre, 2016

Carlo Magno

Carlo Magno, primogenito di Pipino detto "il Breve" e Bertrada di Laon, è l'imperatore che ha dominato per ben quarantasei anni sull'Europa occidentale (dal 768 al 814), un arco temporale in cui riuscì ad estendere il regno a più del doppio rispetto a quello del padre. Ciò che lo contraddistinse fu la caratteristica di essere sempre personalmente alla guida di tutte le imprese militari, cosa che ne fece un vero esempio di monarca eroico e trascinatore.

Ritratto di Carlo Magno, di Albrecht Dùrer (1471-1528)
Nato il 2 aprile del 742, dopo aver condiviso per alcuni anni il regno col fratello Carlomanno, alla morte di quest'ultimo, avvenuta nel 771, assunse il potere su tutti i territori conquistati ed unificati, dal padre, sotto un unico dominio. Dopo il ripudio della moglie Ermengarda, figlia di Desiderio re dei Longobardi, divenne il principale difensore del papato contro le mire espansionistiche di questi ultimi. L'alleanza col papato fu strategica soprattutto per rafforzare il suo potere sull'occidente cattolico. La guerra tra Franchi e Longobardi ebbe inizio nel 773, per concludersi l'anno seguente, con la caduta, dopo un estenuante assedio di Pavia e il "confino" di Desiderio in un monastero francese.
Trono di Carlo Magno (Duomo di Aquisgrana)
Nel 776 Carlo Magno impose in Italia il sistema feudale franco, introducendo i comitati e le marche, in sostituzione dei ducati longobardi. Su nuovo incitamento del papato, Carlo si recò per una terza volta in Italia, nel 780, per ribadire il suo potere: è per questo che, nel 781, diede vita al regno d'Italia, affidandolo ad uno dei suoi figli. Grazie alle vittoriose campagne militari contro i Bizantini, gli Arabi in Spagna, i Sassoni, gli Avari, gli Slavi e i Danesi, Carlo ampliò notevolmente i confini del suo regno, che divenne di fatto il Sacro Romano Impero con l'incoronazione celebrata da papa leone III nella notte di Natale dell'anno 800.

Papa Leone III incorona Carlo Magno (Miniatura del XV sec. - Parigi, Biblioteca Nazionale)
L'imperatore diede vita ad una struttura di funzionari statali (laici ed ecclesiastici) con la finalità di amministrare i territori, che comunque continuavano ad avere istituzioni e caratteristiche diverse. Il governo era centralizzato ed i suoi scopi erano quelli di mantenere la pace, tutelare i deboli, bloccare alla nascita ogni focolaio di violenza, diffondere l'istruzione attraverso la creazione di scuole, incentivare l'arte e la letteratura.

Miniatura della morte di Carlo Magno, Parigi, Biblioteca Nazionale
Nell'anno 806, attraverso il testamento politico "Divisio regnorum", l'imperatore sancì la spartizione del suo regno, in parti uguali, tra i suoi tre figli legittimi, Carlo, Pipino e Ludovico. La prematura scomparsa dei primi due negli anni a venire, fece in modo che le disposizioni di questo documento non venissero mai applicate.
Dopo quarantasei lunghi anni di reggenza e dopo aver provveduto a garantire la successione con l'incoronazione ad imperatore del figlio Lodovico, Carlo lasciò la scena per ritirarsi ad Aquisgrana (la città che di fatto era stata la capitale del suo impero), dedicandosi, fino al giorno della sua morte, avvenuta il 28 gennaio 814, allo studio ed alla preghiera

01 ottobre, 2016

La corte

Cos'è, nel medioevo, la corte? Il signore feudale, quando doveva esercitare il suo potere, lo faceva in un insieme di ville ed edifici in cui soggiornava. Questa è una reminiscenza del mondo rurale romano, dove era la villa a svolgere questa funzione.
La corte, a questo punto, può configurarsi come l'insieme di tali edifici, residenza del signore. In quest'ambito si svilupperà un'economia, cosiddetta curtense, che sarà un'economia di passaggio e che, nel corso dei decenni, porterà al feudalesimo vero e proprio.

Olgiate, esempio di corte medievale

Il modello di corte meglio studiato, in quanto ci sono pervenuti più documenti, è quello affermatosi in Francia, fra la Loira e la Senna; ma tale modello, con piccole varianti, può essere tranquillamente applicato a tutta l'Europa del tempo.

L'origine, come si è detto, è dovuta alla villa romana. Da essa si esercitava un potere su un latifondo più o meno esteso. Per via della grossa pressione fiscale, i piccoli coltivatori preferivano sottostare al potere del padrone della villa, al fine di evitare le tasse, divenendo così coloni; stessa cosa, nel tempo, fecero anche artigiani e commercianti, creando così un vero e proprio microsistema economico e produttivo al servizio del signore della villa. Ciò conferiva un grosso potere ai signori della villa.

Il lavoro della terra nella corte medievale

Ci si rende conto che, con le invasioni barbariche, questi poli di attrazione divennero fortissimi, in quanto le città andarono spopolandosi. I cittadini infatti, preferivano rifugiarsi in campagna, e trovavano dove vivere nelle ville che, ormai, si stavano trasformando in veri e propri piccoli centri.
I barbari d'altronde, dovevano trovare il modo di controllare un territorio tanto frammentato e le cui infrastrutture erano ormai andate distrutte, e così in Germania si arrivò all'idea del feudo: io concedo a te, signore della villa, il controllo del territorio in nome del sovrano; le ingenti tasse pagate garantivano la protezione da parte dell'esercito invasore.
In questo modo i popoli invasori si assicurarono il controllo indiretto dei territori appartenuti ai romani.

Popoli che premevano ai confini dell'impero romano

Tutta l'economia curtense viveva in un'ottica di autoconsumo: si consumava ciò che si era prodotto. Quindi, oltre alla produzione delle derrate alimentari (agricoltura, caccia, produzione vinicola), c'era chi pensava alla loro preparazione (macellerie, panifici, fabbriche per la produzione di attrezzi da lavoro).
Si arrivò al punto che, le poche città spopolate rimaste, si rifornissero di prodotti da queste corti.
La scarsità di denaro portò al baratto per gli scambi interni; e si arrivò, grazie all'autarchia, ad un lungo periodo di pace.

La corte, oltre alle case dei servi, prevedeva stalle, granai, una cappella, la casa del signore (maniero) che spesso inglobava tutte queste strutture.
Il signore era protetto da amici e guardie del corpo, che formavano i Vassi (sarebbero divenuti i futuri vassalli nel periodo feudale).

Le corti, nel corso dei secoli, sarebbero divenute così grandi da divenire dei veri e propri centri abitati. Ne sono un esempio città come Villafranca o Francavilla, che non sono null'altro che i toponimi delle antiche "ville libere".

Villafranca di Verona, di origine curtense