30 dicembre, 2016

L'alimentazione nel medioevo

Come ci si alimentava nel medioevo? Bisogna dire che alla base dell'alimentazione medievale, i protagonisti indiscussi erano i cereali: pane, farinate d'avena, polenta e pasta erano gli elementi costitutivi di tale tipologia di dieta. Le verdure integravano i cereali, mentre la carne, essendo più costosa, era ad appannaggio dei nobili. Questi ultimi consumavano soprattutto maiale e pollo, mentre il manzo era più raro, in quanto era necessaria più terra per il suo allevamento.

Viaggiatori che condividono un pasto a base di pane

Fatta questa premessa, è necessario dire che, nel medioevo, il cibo era un importante segno di distinzione sociale ed aveva una valenza che non conosce paragoni nella maggior parte dei paesi sviluppati del giorno d'oggi: ad esempio, il cibo della classe lavoratrice doveva essere meno raffinato. Il verbo dovere non è usato a caso, infatti esistevano norme sociali che codificavano il tipo di cibo che un determinata classe sociale poteva consumare.
Il grano era il protagonista della cucina medievale insieme all'olio al formaggio ed al vino. Ciò era dovuto sia alla cultura cristiana che permeava l'Europa, dove l'eucarestia era celebrata attraverso l'uso del pane, sia al fatto che i 3/4 della dieta medievale era fondata sull'uso dei cereali. L'uso del grano era limitato soltanto nell'Europa settentrionale, in quanto il clima più rigido non permetteva un buon attecchimento di quest'ultimo.
La Chiesa, con la Quaresima, i digiuni e le varie festività, influenzava moltissimo lo stile alimentare del tempo.

Pietro Lorenzetti: monache in refrettorio

Le feste erano alternate ai digiuni; durante i digiuni non era possibile mangiare carne e prodotti di origine animale, come latte, formaggio, uova o burro, eccezion fatta per il pesce. In tal mondo si mirava a fortificare l'anima del digiunante e a ricordare il sacrificio di Gesù per l'umanità. Il tentativo della Chiesa, attraverso tali riti, consisteva nell'infondere una morigeratezza dei costumi ed un tentativo di moderazione nella consumazione dei cibi.
Spesso, un periodo di digiuno lungo come quello della quaresima, in cui si avevano quattro settimane in assenza di alimentazione di origine animale, era duro da sopportare. Ragion per cui si cercava di ovviare alla mancanza della carne e dei suoi derivati, con pasti di molte portate e con una notevole varietà di pesci. Nel XIII secolo inoltre, per sopperire all'assenza di latte durante i digiuni, si pensò alla sua sostituzione col latte di mandorla.
I precetti di astinenza, comunque, nel corso dei secoli, subirono degli allentamenti.

Nel medioevo si soleva fare due pasti al giorno: un pranzo ed una cena, anche se piccoli spuntini fra i pasti erano piuttosto comuni.

Banchetto di Carlo V a Parigi, 1378

La colazione veniva consumata soprattutto dalle classi lavoratrici, per gli anziani ed i malati; mentre per le classi più agiate non si vedeva di buon occhio l'interruzione mattutina del digiuno notturno. Addirittura gli uomini tendevano a vergognarsi della colazione mattutina, vista come un peccato di gola. Immorali erano anche le cene a tarda notte con notevole consumo di alcolici, associati ad un comportamento dissoluto paragonabile all'ubriachezza ed al gioco d'azzardo.
Durante i pasti esisteva un'etichetta da rispettare: bisognava mangiare insieme, mangiare da soli era considerato un comportamento egoista ed altezzoso; bisognava stare attenti affinché i servi non si allontanassero con gli avanzi di cibo, per evitare le cene notturne, e che quegli avanzi fossero dati in beneficenza. Tale "collettivismo", nel corso del medioevo, venne progressivamente abbandonato, in quanto l'assenza di privacy, soprattutto fra i nobili, era un problema che si faceva sentire. Tanto è vero che, verso la fine del medioevo, nobile e consorte si ritiravano in stanza per consumare il pasto in un luogo più intimo.

Pranzo del duca di Berry: sulla destra è visibile un contenitore d'oro, a forma di barca, contenente il sale.

Catini d'acqua ed asciugamani di lino erano offerti al fine di permettere ai commensali di pulirsi le mani; le donne, non potendosi sporcare e non potendo essere viste sporche, dovevano consumare i loro pasti in separata sede. Ciò era necessario al fine di conservare l'immagine di purezza normalmente associata alla donna. Lo strato sociale più basso doveva assistere quello più alto, i giovani dovevano assistere i vecchi.
I cibi venivano serviti in piatti o grosse pentole; i commensali prendevano il cibo, aiutandosi con le mani o con un cucchiaio, e lo adagiavano su di una fetta di pane o su di una tavoletta di legno. Ognuno aveva il proprio coltello, e solo agli ospiti di assoluto riguardo veniva dato un coltello riservato. La forchetta, all'epoca a due denti, veniva usata per infilzare i pezzi di cibo.

Focolare medievale

Si cucinava direttamente sul fuoco vivo, approfittando di un focolare o di un camino. Il forno come strumento di cucina comune, arriverà soltanto nel XVIII secolo, tanto che nel medioevo si trovava soltanto nelle case dei più ricchi o nelle botteghe dei fornai. Inizialmente la cucina era la stanza principale della casa, e soltanto dal XIII secolo in poi diverrà un ambiente separato rispetto al resto, in modo da tenere gli odori, la confusione ed i fumi lontano dagli ospiti. Padelle, pentole, bricchi, piastre, spiedi erano normali nelle cucine dei ricchi, rare in quelle dei più poveri; inoltre il cuoco aveva un vasto assortimento di cucchiai, coltelli, mestoli e grattugie. Nelle case più agiate erano presenti anche il mortaio ed il setaccio, in quanto diverse ricette medievali richiedevano la tritatura fine degli ingredienti. Per questa ragione, la farina più fine era riservata alle classi sociali più ricche.

23 dicembre, 2016

Il Natale nel medioevo

Dato che siamo in periodo natalizio una domanda potrebbe sorgere: come si festeggiava il Natale un migliaio di anni fa?
Il concetto di Natale, nasce nell'ultimo secolo di vita dell'Impero Romano d'Occidente per opera di Papa Leone Magno. Serviva sostituire i riti pagani dei Saturnalia (dedicati a Saturno e all'ingresso della Natura nell'inverno) e del Sol Invictus (l'invincibilità del sole, la cui rinascita era celebrata il 25 dicembre).
Or bene, Leone Magno afferma una cosa semplicissima: che il "Vero Sole", a cui sono attribuiti valori di luminosità e supremazia, non è null'altro che il Cristo, ragion per cui, il 25 dicembre diviene il giorno i cui si celebra la sua nascita che illumina il mondo dopo il lungo periodo di buio delle tenebre. D'altronde, dopo il solstizio, le giornate cominciano ad allungarsi nell'emisfero boreale del pianeta, confermando così la riaffermazione del Sole sul mondo.

Papa Leone Magno, "ideatore" del Natale
Con l'introduzione del Natale, le ultime velleità di culto pagano vengono definitivamente soppresse, ed il Cristianesimo ha campo libero nell'influenzare la vita, la cultura e la mentalità dei popoli, che ormai si avviano a vivere l'era medievale.
Studiando le scritture, Leone Magno stabilisce anche come doveva essere la scena della nascita di Gesù: una stalla, in cui un bue ed un asino, rappresentassero rispettivamente i pagani ed il popolo ebraico. Nel VII secolo invece, si decide di posizionare la stalla in una grotta, in quanto la gelida pietra raffigura la durezza della vita che il Cristo dovrà affrontare per salvare l'umanità dal peccato.
Tutti questi elementi, nel XII secolo, verranno presi da San Francesco per rappresentare al popolo la nascita di Gesù attraverso il presepe di Greccio.


Giotto (basilica di San Francesco d'Assisi): San Francesco allestisce il presepe a Greccio

Nel 1223, durante la notte di Natale, a Greccio, in provincia di Rieti, San Francesco allestì il presepe. Le agiografie affermano che, durante la rappresentazione, all'interno della culla apparve un bambino in carne ed ossa che il santo prese in braccio. Da quel momento, in Italia, venne introdotta la tradizione del presepe.

Paese di Greccio (Rieti), luogo di nascita del presepe

Anche i re Magi sono un'invenzione tipicamente medievale: il significato dei loro nomi (Gaspare - re della luce; Melchiorre - re dell'aurora; Baldassarre invece ha ancora un significato sconosciuto), e dei loro doni (oro - avvento di un re; incenso - avvento di una divinità; mirra - usato per l'imbalsamazione, e quindi trionfo sulla morte), sono invenzioni del VI secolo dopo Cristo. che servono a risaltare l'importanza di questa celebrazione.

L'albero di Natale è anch'esso un'introduzione medievale: il presepe, la presenza dei re Magi, la grotta erano ormai una tradizione radicata da almeno duecento anni; ma nel 1444, a Tallinn, si decide di rappresentare la presenza vitale di Cristo come giardino in terra; ragion per cui si addobba a festa un albero, proprio per riprodurre il futuro rifiorire della vita dopo il buio della notte che ne ha limitato la presenza sulla terra.

Tallinn, luogo di nascita dell'albero di Natale
Altro elemento importante era il cibo consumato: il Natale arrivava dopo l'ultimo raccolto dell'anno, non c'era un granché da fare nelle fattorie e, se non era necessario mantenere gli animali tutto l'inverno, era conveniente macellarli. Ragion per cui è possibile immaginare la relativa quantità di cibo a disposizione per questo periodo. Scartabellando fra i documenti degli archivi di stato delle varie nazioni, è possibile notare come nel XIII secolo, Re Giovanni ordinò un pranzo di Natale pantagruelico: 24 barilotti di vino, 200 teste di maiale, 1.000 galline, 500 libbre di cera, 50 libbre di pepe, 2 libbre di zafferano, 100 libbre di mandorle, insieme ad altre spezie, tovaglioli e tovaglie, 10.000 anguille salate; Richard di Swinfield, vescovo di Hereford, invitò 41 ospiti al suo banchetto di Natale nel 1289. Oltre ai tre pasti serviti quel giorno, gli ospiti mangiarono due manzi e tre quarti, due vitelli, quattro cervi, quattro maiali, sessanta polli, otto pernici, due oche, insieme a pane e formaggio. Nessuno ha tenuto il conto della birra bevuta ma gli ospiti riuscirono a consumare 40 galloni di vino rosso e altri quattro galloni di bianco.

Banchetto natalizio medievale

Probabilmente, il concetto di "cenone" di Natale, viene proprio da questi pantagruelici banchetti dovuti alla raccolta delle messi e delle derrate alimentari in vista dei tre mesi invernali.
Nel periodo natalizio, inoltre, era molto diffusa la pratica del gioco dei dadi. Molti vescovi, in Europa, cercarono di bandirlo, ma ottennero scarsi risultati. Inoltre, in Francia, si diffuse un gioco piuttosto violento e cruento: il gioco del soule, che consisteva nel confronto fra due squadre rivali che competevano per il possesso di un grande ciocco di legno o di una palla di cuoio riempita di muschio, chiamata eteuf o pelote. Si giocava colpendo la palla di cuoio con i pugni, con calci o con bastoni incurvati. Durante le partite, a cui partecipavano dozzine di giocatori, ogni colpo era consentito, con gran numero di feriti o perfino di morti!

Gioco del Soule, incisione.

In sintesi, dal medioevo derivano gran parte dei modi in cui intendiamo festeggiare il Natale, dal cenone passando per il presepe, all'albero addobbato e persino alla tradizione del gioco, trasformando questo giorno in un giorno di festa e spensieratezza.
In questo quadro non trova collocazione la tradizione dei doni, che arriverà solo secoli più tardi, a seguito della rivoluzione industriale che interesserà l'Europa.

21 dicembre, 2016

La Scuola Medica Salernitana

La Scuola Medica Salernitana fu la prima illustre Accademia medica dell’Occidente cristiano e fu la prima istituzione universitaria legata alla medicina a vedere la luce in Europa. La sua fondazione, avvolta ancora oggi da un'aura mitologica e leggendaria, si colloca intorno all’anno 1000. Il primo documento ufficiale in cui è citata come un istituzione, si trova nelle costituzioni di Federico II, pubblicate a Melfi nel 1231, epoca reputata di massimo splendore per la Scuola, paragonata addirittura alle grandi eccellenze europee di quel momento storico, come la facoltà di Teologia a Parigi.
L'acquedotto di Salerno, sotto il quale, si narra che si incontrarono i quattro sapienti Maestri
Si racconta che tutto inizò con l'incontro di quattro sapienti Maestri, che incrociarono, per caso, i loro destini a Salerno, in una notte tempestosa: essi erano un ebreo, un arabo, un latino ed un greco. Il pellegrino greco di nome Pontus, trovò riparo per la notte sotto gli archi dell’antico acquedotto cittadino. Poco dopo, venne raggiunto dal latino Salernus, ferito e acciaccato, il quale iniziò a curare le sue ferite. Il maestro greco si incuriosì per le medicazioni che il latino applicava alla sua ferita. Nel frattempo giunsero a cercare ricovero altri due viandanti: l’ebreo Helinus e l’arabo Abdela. Anche questi ultimi mostrarono il loro interesse per la ferita di Salernus; cominciò dunque un conciliabolo tra i quattro, i quali scoprirono che si occupavano, tutti, proprio di medicina. Fu a questo punto che decisero di dare vita ad un sodalizio e di creare una scuola in cui far confluire le loro conoscenze, accrescerle, raccoglierle e diffonderle.

La scuola medica in una miniatura del Canone di Avicenna
La Scuola Medica Salernitana ha fornito per secoli, attraverso i trattati, quei principi che sono diventati la base della moderna medicina ed ha, inoltre, permesso per la prima volta l’ingresso delle donne agli studi medici, alle quali venne, straordinariamente, concesso di adoperarsi nelle arti guaritorie. Nel XII secolo la Scuola medica salernitana era già conosciuta in tutta Europa, non solo per i suoi principi, ma anche per le celeberrime “Mulieres Salernitanae“, le donne che insegnarono e operarono nella Scuola. Tra tutte, si ricorda soprattutto la “medichessa” salernitana Trotula de Ruggiero, la “sapiens matrona” di nobile famiglia longobarda, che si specializzò nell’ostetricia e nella ginecologia.

Trotula de' Ruggiero
Allo sviluppo della Scuola medica diede slancio anche la strategica posizione geografica della città di Salerno, situata nel cuore del Mediterraneo, culla per antonomasia degli scambi commerciali e culturali, sia con l’Oriente che l’Africa.
Nata dal connubio della tradizione greca con quella latina, la Scuola basava i suoi principi sulle idee di Galeno e sulle teorie umorali di Ippocrate, ragion per cui Salerno ottenne il titolo di Hippocratica Civitas. Il suo metodo si completava con una ricca cultura fitoterapica e farmacologica, e con numerose teorie ebraiche ed arabe, a cui si accompagnava una costante sperimentazione nella pratica quotidiana. Tutto questo gettò le basi per la medicina moderna e la cultura della prevenzione, sancendo l'introduzione del metodo empirico e la pianificazione della profilassi.

19 dicembre, 2016

The Great Battles of Historie Medievali: La Battaglia di Hattin

La battaglia di Hattin, ebbe luogo il 4 luglio del 1187 tra le fazioni del Regno di Gerusalemme Crociato e le forze musulmane Ayyubidi, comandate da Saladino. Il Regno di Gerusalemme Crociato fu fondato poco dopo la fine della prima Crociata del 1099; fu creato per difendere le terre sotto il controllo crociato ed espandere i propri domini oltre le zone interessate. In quegli anni molti furono gli scontri che avvennero da entrambe le parti; i musulmani cercavano da tempo la conquista dei territori persi e della Città Santa, mentre lo scopo principale crociato era la netta espansione e la sottomissione totale dei musulmani. Gli scontri si prolungarono per anni, fino a quando un grande comandante, Saladino, riuscì ad unire sotto un unico stendardo tutte le genti che avrebbero voluto cacciare via il popolo invasore.


Battaglia di Hattin, manoscritto medievale del XV secolo
   
Il 3 Luglio, i Crociati iniziarono la loro marcia da Seforia. L'esercito era guidato dall'avanguardia di Raimondo III di Tripoli; nel suo centro da Guido di Lusignano e da Baliano di Ibelin; nella retroguardia si disposero gli Ordini religiosi e Rinaldo di Châtillon. Dopo appena poche ore dalla partenza, i crociati furono bersagliati dalla cavalleria musulmana. La tattica musulmana era stata già da tempo adottata in questi contesti bellici, pertanto logorò molto i crociati.
Alle 12:00 Saladino incontrò il suo esercito a Cafarsett e marciò in direzione dei Crociati, già da molto in cammino verso lo scontro. La retroguardia Crociata fu bersagliata tanto forsennatamente che fu costretta a fermarsi per rispondere agli attacchi nemici. Questo causò un rallentamento dell'esercito. Dopo una giornata sfiancante e senza acqua, i Crociati furono costretti ad accamparsi nel mezzo della pianura, dove l'esercito musulmano iniziò la lenta morsa di accerchiamento all'intero accampamento. Una volta accampati, durante la notte, i musulmani incendiarono le sterpaglie e l'erba intorno al campo Crociato fino alla mattina del 4 Luglio, quando furono accecati dal fumo delle sterpaglie e bersagliati dalle frecce della cavalleria musulmana.


Movimenti dei due eserciti

Rinaldo di Châtillon consigliò a Guido di Lusignano di schierare l'esercito e attaccare per la battaglia campale. La manovra di schieramento fu effettuata dal fratello di Guido che era al suo fianco, Amalrico II di Lusignano. Nello schieramento Raimondo III di Tripoli guidava la prima divisione dell'esercito, mentre Baliano di Ibelin e Joscelin III di Edessa formavano la retroguardia. Durante l'organizzazione dell'attacco, cinque cavalieri di Raimondo III di Tripoli disertarono, rivelando la situazione del campo Crociato a Saladino. Venuti a sapere della diserzione e del tradimento, i capi Crociati decisero di abbandonare il campo per dirigersi velocemente verso le fonti di Hattin, ormai assetati e demoralizzati. Il loro tentativo fu però prontamente bloccato dai musulmani, che subito tentarono una manovra di accerchiamento, evitando così possibili fughe. Il conte Raimondo tentò per due volte di caricare le linee nemiche senza alcun esito favorevole. Il suo scopo era di rompere le linee nemiche e creare una via di fuga per arrivare alle scorte d'acqua nei pressi del Mare di Galilea. Al secondo tentativo di carica, si rese conto di essere stato isolato dal resto dell'esercito e si diede alla fuga.


Fasi della Battaglia

Un numero considerevole di soldati della fanteria si diede alla fuga cercando di raggiungere i Corni di Hattin, mentre il resto dell'esercito, che cercò di affrontare il nemico, venne letteralmente trucidato. Guido di Lusignano tentò una forte carica contro la cavalleria nemica, ma ebbe la peggio: non supportati dalla fanteria alleata, i cavalieri Crociati furono miseramente bersagliati dalla cavalleria nemica, pertanto decisero di combattere anche a piedi, ma presto si diedero alla fuga anche loro verso i Corni di Hattin. I Crociati in fuga ben presto furono raggiunti e circondati, per ben tre volte l'Occidente Cristiano caricò l'Oriente musulmano, ma ormai stanchi, affaticati e assetati, furono falciati dalla mezza luna crescente.


Fase finale della Battaglia

I musulmani catturarono il padiglione reale di Guido di Lusignano, trovando la Vera Croce. Furono presi prigionieri Guido, Amalrico, Rinaldo, Guglielmo V del Monferrato, Umfredo IV di Toron e molti altri. I fanti furono venduti come schiavi; tra i Crociati, le perdite ammontarono a 16.000 unità, compresi i prigionieri, mentre per quelle musulmane, il cui dato risulta essere ancora oggi sconosciuto, se ne contarono pochissime. I cavalieri dei vari Ordini monastici furono tutti uccisi, compreso Rinaldo di Châtillon, che fu decapitato dallo stesso Saladino per aver violato la tregua tra l'Oriente Musulmano e l'Occidente Cristiano.

17 dicembre, 2016

La cattività Avignonese

Non sempre la sede della Chiesa Cattolica è stata Roma. C'è stato un periodo, nel Trecento, in cui la sede venne trasferita in Francia. Il termine "cattivo", deriva dal latino "captivus", ossia "prigioniero". Con tale termine però, i letterati dell'epoca pensavano più ad un esilio, sul modello dell'esilio del popolo ebraico, nel periodo in cui furono prigionieri in Babilonia, considerata all'epoca la città del peccato e della perdizione.

Palazzo dei Papi di Avignone

Come mai la Chiesa cattolica Romana si trovò bloccata in quel di Avignone?
Tutto cominciò ai tempi di Bonifacio VIII, agli inizi del 1300: il suo tentativo di espandere il potere della Chiesa lo mise in conflitto con molte famiglie nobili dell'epoca e con i monarchi di Francia, tanto da arrivare alla distruzione di  un feudo della famiglia Colonna, Palestrina. La ribellione dei Colonna verso il Papa, culminò con lo schiaffo di Anagni. Morto Bonifacio, ci fu un periodo di profonda instabilità che terminò con il conclave di Perugia. In questo conclave, durato ben undici mesi, fu decisa la linea da seguire. Fu scelta una linea politica più morbida, e alla fine fu eletto il cardinale francese Bertrand De Got, arcivescovo di Bordeaux, che chiese di essere incoronato Papa a Lione. L'incoronazione fuori sede era prassi comune all'epoca, di conseguenza non ci furono problemi ad acconsentire a tale richiesta.

Bertrand De Got, che verrà incoronato Papa Clemente V

Bertrand diverrà papa Clemente V. Una volta incoronato, per venire incontro al Re di Francia Filippo il Bello, acconsentirà alla distruzione dell'Ordine Templare e, per tenere strettissimi contatti col sovrano francese, ed al contempo affermare la propria indipendenza, chiese al re di Napoli Roberto d'Angiò, nel 1309, la concessione di un suo possedimento in Francia meridionale, Avignone. Il sovrano di Napoli cedette Avignone al Papa per 80.000 fiorini, ed in questo modo fu possibile, per il papato, giocare un ruolo importante nello scacchiere dell'Europa trecentesca.

Roberto d'Angiò e la moglie Sancia di Majorca, con intorno la corte napoletana

Sia Clemente V che i papi che seguirono, considerarono quella avignonese una sede temporanea, nell'attesa che le situazioni romana ed europea si stabilizzassero. Tanto è vero che vennero finanziate diverse spedizioni militari nello stato della Chiesa, per favorire il controllo del territorio romano. Fra il 1309 ed il 1370 infatti, ci furono ben sette spedizioni ed un giubileo.
Già nel 1367 Urbano V dovette rientrare a Roma per tre anni, per sedare alcune rivolte nella città eterna; ma sarà il suo successore, Gregorio XI, a riportare la sede in Italia, su particolare sollecito di Santa Caterina da Siena. Infatti la Francia era impegnata nella Guerra dei Cent'anni, e la situazione romana si stava stabilizzando. La chiesa cattolica romana, poteva tornare a casa.

Gregorio XI, il papa che chiude il periodo della cattività avignonese

Ci si rende conto, da questa sintetica descrizione dei fatti, che la cattività avignonese non è stata una prigionia, ma un volontario auto esilio, definito prigionia dai letterati dell'epoca, che non vedevano di buon occhio l'allontanamento della sede papale dalla penisola italiana. La Chiesa non abbandonerà più il territorio italiano, e la Roma dei papi, per molto tempo ancora, giocherà un ruolo di primo piano nel quadro politico europeo.

15 dicembre, 2016

Il galateo nel Medioevo

Le cosiddette buone maniere a tavola furono oggetto nel Medioevo di una gran quantità di direttive. Ci si aspettava infatti, che ognuno fosse consapevole del proprio rango e che si comportasse di conseguenza, sia nei modi che nella conversazione.
La lunga serie di regole da seguire partiva della disposizione dei commensali, che doveva rispettare una determinata gerarchia, speculare al loro rango sociale: si iniziava dallo scranno ad uso esclusivo del principe, passando per la panca, fino allo sgabello per l’ultimo dei dignitari. La tavola veniva posizionata generalmente a ferro di cavallo.
L’etichetta a corte portò allo sviluppo di cerimoniali sempre più complessi e pomposi per il banchetto, in occasione dei quali anche la servitù doveva essere in grado di adempiere alle sue mansioni con eleganza, precisione e ordine. Con il compito di allietare l'atmosfera del banchetto, erano presenti, di sovente, giullari o musici. La servitù del padrone di casa si occupava chiaramente che il convivio procedesse a dovere e del benessere di tutti i commensali.

Miniatura di una tavolata natalizia medievale
 Il galateo medievale prevedeva di lavarsi le mani prima del pasto e, in funzione di ciò, erano stati creati dei singolari contenitori, detti acquamanili, i quali potevano essere talvolta molto sfarzosi, come quello di Carlo Magno, in oro e intarsi preziosi, oppure in argento o bronzo dalle fogge più bizzarre.
Oltre che all’inizio e alla fine del pasto, gli ospiti si pulivano le dita anche durante il banchetto, immergendole in coppe riempite di acqua profumata (solitamente con rosmarino), il cui scopo era un utilizzo collettivo, tant'è vero che l’acqua veniva cambiata in più occasioni dagli addetti al servizio.Le autorità più importanti, come i porporati, insieme al padrone di casa, potevano talora disporre di piccole tovaglie su cui asciugarsi e pulirsi le mani. 
Il comportamento dei commensali doveva essere molto decoroso. Il decoro e il portamento erano indice di signorilità; per fare un esempio, già allora era un gesto maleducato quello di poggiare i gomiti sulla tavola. Si mangiava con grazia e a piccoli bocconi, utilizzando solo tre dita (pollice-indice-medio) della mano destra, attingendo, direttamente dal vassoio comune, il cibo e bagnarlo nella salsa.

In questa miniatura si può facilmente intuire la disposizione dei commensali in base al rango sociale
Per salare il boccone era necessario intingere la punta del coltello pulito, che rappresentava l’unica posata sempre presenta in tavola e che spesso veniva “portata da casa”, nella saliera, perché anche il semplice gesto di toccare il sale con le dita veniva considerato scortese. Il cucchiaio invece, era utilizzato quando, in tavola, erano presenti cibi liquidi, come minestre o zuppe. Talvolta poteva esserci anche una grossa forchetta, con soli due denti, che serviva ad infilzare pietanze di una certa dimensione, come fagiani o maiali.
Non di rado era l’uomo che premurosamente, in segno di galanteria, tagliava in pezzi di più piccole dimensioni il boccone migliore per offrirlo alla dama, infilzandolo con la punta del suo coltello. Ed era la signora del castello che per onorare il cavaliere vincitore del torneo, offriva il vino che lei stessa beveva, porgendogli la propria coppa.
Infine, gli scarti delle pietanze, come ad esempio le ossa della carne, venivano gettati sotto la tavola, in modo tale che i cani potessero cibarsene ed adempiere al loro compito di spazzini.

13 dicembre, 2016

Le mappe geografiche

La conoscenza del mondo ha sempre affascinato l'uomo fin dall'inizio della sua esistenza sulla Terra. Questo perché, oltre al semplice desiderio di soddisfare la propria curiosità e voglia di conoscere e scoprire, studiare il territorio, comportava un vantaggio di dominio e sopravvivenza notevole, che nel corso dei millenni, si tradurrà in ottenimento di maggiore potere, sia esso commerciale, economico, politico.
Le mappe geografiche, in tutto ciò, giocheranno la parte del leone.
Nel medioevo, oltre alla copia degli antichi manoscritti di epoca romana, anche le mappe venivano copiate. Nel XII, XIII secolo, ad esempio, venne ricopiata la tavole Peutingeriana, un autentico stradario dell'antichità, in cui erano disegnate le principali vie di comunicazione imperiale. Una sorta di diagramma, uno schema della rete stradale dell'epoca, esattamente come oggi si usano le rappresentazioni schematiche della rete di una metropolitana.

Frammento della tavola Peutingeriana

Il primo grande contributo che il medioevo diede alla cartografia, fu dato dal mercante bizantino Cosma Indicopleuste, nel VI sec. d.C . Cosma viaggiava spesso fra il mar Rosso e l'oceano Indiano; di conseguenza, acquisì conoscenze approfondite delle terre bagnate da questi mari. Riportò le sue conoscenze in un tomo, topographia Christiana, in cui Cosma ritenne che la Terra fosse piatta e che il cielo fosse una sorta di baule che la ricoprisse, contestando così le tesi degli astronomi antichi, che invece sostenevano la sfericità del pianeta.

Modello di mondo immaginato da Cosma Indicopleuste, dove il cielo forma un arco sopra la Terra, creando così una sorta di baule che sovrasta le terre emerse.

Anche i musulmani, a partire dal IX sec. d.C., cominciarono a dare un forte impulso alle conoscenze cartografiche dell'epoca. A differenza dei bizantini, gli arabi credevano nella sfericità della terra, tanto è vero che riuscirono a calcolare, con buona approssimazione, la larghezza di un grado di meridiano. Gli arabi crearono anche una mappa del mondo, con l'aiuto di 70 geografi diversi.

Il libro arabo delle strade e dei regni

Gli arabi rividero il lavoro di geografia fatto da Tolomeo, fondarono una importante scuola di geografia,  la scuola di Balkh, dove vennero redatti diversi atlanti del mondo conosciuto, crearono un trattato sulle proiezioni cartografiche, introducendo la proiezione polare, che portò addirittura ad una stima molto precisa, per l'epoca, del diametro della Terra, correggendo quella fatta da Eratostene nell'età classica.
In Sicilia, alla corte di Ruggiero II, un altro importante astronomo arabo redasse un importante mappamondo che prese il nome di Tabula Rogeriana, che era un'immagine del mondo dall'Europa fino all'estremo oriente, passando per Arabia, India ed Indocina.

Tabula Rogeriana, notare come il nord sia nella parte inferiore della carta

La tabula Rogeriana fu la più grande, avanzata ed importante creazione cartografica del XIII secolo; venne redatta in settanta tavole ed allegate al libro di Re Ruggiero, un libro di geografia dove si riportava la suddivisione del mondo in sette fasce climatiche, a loro volta suddivise in dieci zone.
La tavola portava il sud in alto ed il nord in basso, e rimase la carta più precisa per almeno tre secoli, e cioè per tutto il periodo medievale.

In Europa occidentale invece, si diffusero i mappamondi, che riportavano le terre allora conosciute (Europa, Africa ed Asia). Il più famoso mappamondo fu quello T-O (abbreviativo di Terra-Orbis), mappe circolari in cui i mari Rosso, Nero e Mediterraneo costituivano una T che divideva i tre mondi conosciuti sopra elencati.

Mappa T-O

Negli ambienti marittimi invece erano apprezzati i portolani, carte nautiche in cui erano rappresentate tutte le località costiere. Erano carte del mare bordate da una fitta frangia di nomi di località, che servivano a trovare riferimenti nella navigazione lungo la costa ed in mare aperto.

Portolano medievale: notare come i nomi, generando una frangia, delineino la forma delle coste, che già si avvia ad una certa fedeltà alla realtà

Infine nel 1300, a Costantinopoli, viene trovato un lavoro di Tolomeo in cui si trova una carta del mondo chiamata mappamondo tolemaico. Questo lavoro, tradotto in latino, avrà un successo tale da soppiantare sia le mappe T-O che i portolani.

Planisfero tolemaico

Nel 1400 infine, si uscirà dalla cognizione medievale di mappa, eccessivamente approssimata rispetto alla realtà, e si tenderà a riprodurre la realtà in un modo sempre più fedele, preciso, cominciando così la grande corsa verso una rappresentazione, quanto più perfetta possibile, di ciò che è reale .

09 dicembre, 2016

Il banchetto e le influenze della società medievale

La preparazione della tavola, nel banchetto medievale, era un momento di notevole importanza. In questo articolo, ci occuperemo di come un banchetto fosse influenzato dalla cultura e dalla società del tempo. 
È chiaro che un pranzo fastoso si organizzava in occasione di avvenimenti importanti per la comunità, come potevano essere i matrimoni; è da qui infatti che deriva l'odierna tradizione di celebrare il matrimonio con un opulento banchetto.
Entrando nel merito della questione, bisogna, prima di tutto, sottolineare che l'uso di servire ai commensali una serie di piatti uguale per tutti, che oggi consideriamo normale, un tempo non lo era affatto (questo tipo di servizio, definito "alla russa", si diffuse soltanto nel XIX secolo). Nel Medioevo la consuetudine voleva che bisognasse portare in tavola, allo stesso tempo, molte vivande, suddivise in "servizi" di due tipi diversi: di credenza, ossia piatti freddi, e di cucina, ovvero piatti caldi. Il numero e la varietà delle pietanze dipendeva dall'importanza del banchetto: decine e decine di portate si susseguivano nei pranzi fastosi delle corti signorili, mentre sulla tavola delle classi meno abbienti, erano presenti, al massimo, una o due vivande. In ogni caso, non venivano mai serviti piatti già preparati (o, come si dice oggi, "impiattati"). 
Banchetto alla Corte del Dio d’Amore, da “Le Chevalier Errant” di Tommaso di Saluzzo,
 Parigi, Bibliothéque Nationale de France (1405 circa)
I commensali facevano da sé, servendosi da piatti comuni. Solo gli ospiti più prestigiosi erano serviti dal personale di sala o da propri servi personali. Per questo motivo risulta difficile definire un menù "tipico" del Medioevo: l'allestimento conviviale tipico del periodo, per alcuni aspetti simile a quello degli odierni buffet, privilegiava le scelte personali, sia sul piano qualitativo e che quantitativo.
La presentazione delle vivande a tavola, così come i metodi di cottura e i criteri di abbinamento dei cibi, era determinato anche dalla cultura dietetica dell'epoca. L'idea secondo cui tutti i convitati potessero cibarsi nello stesso modo, non era minimamente contemplato: il concetto-base della scienza nutrizionale prevedeva che i bisogni corporei variassero in base ad alcuni criteri come con l'età, il genere, lo stato di salute, l'umore (e con il personalissimo rapporto fra l'individuo e gli elementi esterni, quali il clima, la stagione, ecc.).
banchetto medievale, arazzo di Bayeux
Inoltre si pensava che ogni individuo fosse capace di comprendere ciò che in quel momento fosse più idoneo al proprio corpo (e quindi lo attraesse maggiormente). Per queste ragioni, si lasciava a ciascun ospite la responsabilità di decidere cosa mangiare.
A tutto ciò andavano aggiunte considerazioni di natura sociale, come ad esempio, l'idea che determinati cibi particolarmente pregiati fossero riservati alle persone di più alto lignaggio: per questo, sulle tavole, alcune carni (o altre vivande) venivano posizionate in maniera tale da essere raggiungibili solo da qualcuno.
Da ciò si evince come la caratterizzazione e la cultura della società medievale si andassero a ripercuotere anche sul momento della convivialità e della condivisone del cibo.

05 dicembre, 2016

The Great Battles of Historie Medievali: La battaglia di Grunwald

La battaglia di Grunwald o battaglia di Tunnenberg ebbe luogo il 15 luglio del 1410, fu combattuta nelle piane tra i villaggi di Grunwald (attuale Stebark) e Tannenberg (attuale Lodwigowo) al tempo nello Stato dell'Ordine Teutonico. Lo scontro armato fu combattuta da un alleanza polacco-lituana, coadiuvata da altri popoli di cui, ruteni, cechi e tatari, tutti sotto il comando del re di Polonia e granduca di Lituania, Ladislao II di Polonia; invece sull'altro fronte, vi era l'armata teutonica con molte unità provenienti dall'Europa occidentale comandati dal Gran Maestro dell'Ordine Teutonico Ulrich Von Jungingen.

Miniatura raffigurante la Battaglia di Grunwald

L'esercito Polacco-Lituano si riunì forse a nord di Varsavia per poi mettersi in marcia verso la capitale teutonica a Marienburg nello Stato teutonico, ma l'Ordine religioso teutonico si difese con azioni di disturbo usando la possente cavalleria pesante, così  l'alleanza Polacco-Lituana ripiegò verso est con l'intento di attraversare il fiume Drweca. Vi riuscirono e il 15 luglio del 1410 di ritrovarono nella piana compresa tra il villaggio di Grunwald e di Tannenberg. Ad attendere l'alleanza Polacco-Lituana vi era il Gran Maestro dell'Ordine Teutonico Ulrich Von Jungingen, dal suo conto aveva a disposizione circa 20.000 uomini di cui 8.000 erano mercenari, 11.000 provenivano dalle città e dalle milizie, mentre i cavalieri veterani e armati pesantemente se ne contavano 1000 in tutto. Il campo di battaglia si completò con lo schieramento dell'alleanza con 30.000 unità circa tra Lituani, Polacchi, Boemi, Russi, Moldavi, Magiari ed alcuni mercenari tartari. Entrambe i due schieramenti disponevano di una cavalleria pesante ben equipaggiata e con notevole esperienza, a differenza della milizia e dei mercenari da entrambi i due eserciti che era mal equipaggiata, con poca esperienza e a dir poco affidabile.

Schieramento delle due fazioni nella Battaglia di Grunwald

L'alleanza si schierò su 3 linee, la fanteria occupò la prima linea poi la cavalleria leggera dietro e in retroguardia la cavalleria pesante. L'Ordine Teutonico si schierarono prima su 3 linee poi dopo su due linee più ampie, con davanti la cavalleria e dietro la fanteria. L'Ordine Teutonico schierò l'artiglieria ma non venne usata, l'alleanza invece non si accinse a mettere in campo la propria artiglieria, probabilmente a causa del terreno fangoso che ne impediva lo spostamento. 
La battaglia iniziò alle nove del mattino, le prime azioni furono le schermaglie tra la cavalleria leggera lituana (che attaccò l'ala destra teutonica) e la cavalleria leggera teutonica, lo scontro fu breve, la potenza dell'Ordine si fece subito sentire respingendo i lituani contro le proprie linee dei fanti russi e tartari, creando il caos totale. La risposta polacca fu quella di inviare a contrastare la controcarica dell'ordine con la fanteria attaccando il fianco destro.
I Teutonici spostarono le proprie truppe a sinistra per attaccare il fianco nemico lasciato scoperto, in realtà la cavalleria lituana probabilmente simulò la ritirata al fine di allontanare la cavalleria pesante avversaria. In quel momento la cavalleria teutonica si trovò a combattere in una mischia furibonda con la fanteria nemica, il loro obiettivo era di acciuffare la cavalleria lituana per eliminarla del tutto, ma con la mischia che avvenne, la cavalleria lituana si riorganizzò velocemente.


Fasi della Battaglia di Grunwald

Ora frazionato l'esercito teutonico, i Polacchi attaccarono il fronte sinistro, dove erano in superiorità. 
I cavalieri teutonici riuscirono ad allontanarsi dalla mischia furibonda e per tre volte caricarono il nemico, la loro esperienza sul campo di battaglia li portò a respingere anche attacchi nemici provenienti sul fianco sinistro dello schieramento. Nel vivo della battaglia vi era anche il Gran Maestro che combatté con la sua scorta armata. Respinti i nemici, la cavalleria pesante teutonica cercò di tornare sulla destra per ricongiungersi con il resto dell'esercito, ma fu anticipata e attaccata dalla cavalleria pesante polacca posta in riserva e dai cavalieri lituani riorganizzatisi precedentemente. La strage ebbe inizio, infatti la cavalleria teutonica sfiancata e ancora in combattimento non ebbe modo di controcaricare il nemico che ne approfittò per distruggere definitivamente la cavalleria pesante teutonica. Le cronache del tempo riferiscono che i cavalieri Teutonici furono costretti a combattere appiedati non solo per la grande mischia che avvenne, ma anche perché con i pochi spazi di manovra vennero disarcionati facilmente. Una volta eliminata la cavalleria pesante avversaria l'alleanza Polacca-Lituana, attaccò in massa il restante esercito nemico  la cui fanteria e i pochi cavalieri rimasti ormai sfiancati e appiedati ebbero la peggio. Fu un massacro e una sconfitta notevole per l'Ordine Teutonico, le perdite da parte dell'Ordine Teutonico furono tra le 8000 e le 9000 unità, mentre i prigionieri furono tra le 14.000 e le 15.000 unità; per l'alleanza invece i caduti se ne calcolarono tra le 4.000 e le 5.000 unità di cui 8.000-10.000 furono i feriti, inoltre caddero per lo schieramento teutonico il Gran Maestro e tutti i suoi comandanti.

03 dicembre, 2016

La chirurgia nel medioevo

Il mondo medico medievale è molto diverso da quello che intendiamo oggi; esso subisce, nell'arco di questo lungo periodo storico, grandi evoluzioni e cambiamenti. Per comprendere cosa fosse la medicina di allora, bisogna innanzitutto capire qual è stata l'influenza cristiana su di essa: il Cristianesimo medievale interpreta la guarigione come intervento divino; ragion per cui, nel corso dei secoli, sorgeranno luoghi per dare ospitalità agli infermi, gli ospitali, o ospedali, che solo successivamente saranno deputati anche alla somministrazione delle cure necessarie alla loro guarigione.

Ospedale medievale
Solo nei casi più difficili, come extrema ratio, si ricorreva alla chirurgia. La chirurgia era una pratica estremamente pericolosa; si usava per tumore al seno, emorroidi, cataratta, fistole, ferite andate in cancrena.
Fino a quando si trattava di interventi come la ricomposizione di una frattura, l'arresto di un'emorragia o il contenimento di un'ernia, si interveniva con bende e legacci; nella maggioranza dei casi, dato che si pensava fosse necessario riequilibrare i fluidi corporei, si procedeva con i salassi.
I problemi cominciavano se bisognava fare un'operazione vera e propria e, di conseguenza, anestetizzare il paziente.

Un'operazione chirurgica
Se l'anestesia moderna nasce solo nel XIX secolo, nel medioevo, per addormentare una persona, si utilizzano diverse metodologie:

  • l'imbevimento di una spugna con succo di cicuta, mandragora, belladonna, oppio,lattuga, cistifellea di cinghiale castrato;
  • l'uso di pozioni con diversi tipi di oppiacei.
In entrambi i casi bisognava stare ben attenti alle dosi, perché il rischio che il paziente si addormentasse e non si svegliasse più, oltre che il rischio di arrivare addirittura ad ucciderlo, era molto alto.
Una volta anestetizzato, era possibile incidere i tessuti di colui che doveva essere operato: fino alla fine del XIII secolo si usava il ferro rovente, tecnica chirurgica araba; dalla fine del 1200 in poi, entrò in gioco il bisturi.

Riproduzione degli strumenti chirurgici medievali
Fra il XIII ed il XIV secolo, la chirurgia dovette avere un forte sviluppo, in quanto, per questo periodo, sono stati rinvenuti documenti in cui si descrivono oltre 200 tipi di strumenti fra bisturi, forbici, cateteri, sonde, pinze e cauteri.
Il loro scarso successo (le operazioni, ovviamente, erano molto pericolose per l'epoca), il loro eccessivo contatto col corpo del paziente, portò i chirurghi ad essere considerati alla stregua dei macellai. Disprezzati, e spesso sospettati di essere degli assassini, visto il bassissimo tasso di successo delle operazioni chirurgiche, i chirurghi venivano ormai visti con grande sospetto e timore, considerati come medici inferiori, oltre che mal visti dalla stessa Chiesa, che aborriva il contatto fisico.

Inoltre l'estrazione dei denti, la cura degli ascessi e dei salassi erano delegati al barbiere, che aveva un ruolo che non si limitava alla cura estetica del corpo.

Anche il barbiere era visto come un medico
Henry de Mondeville, medico di Filippo il Bello di Francia, sosteneva che i barbieri fossero dei "chirurghi orgogliosi e illitterati, stupidi e completamente ignoranti". Ciò non toglie che, per forgiare i loro stessi ferri del mestiere, fossero degli ottimi fabbri; tanto è vero che alcuni barbieri furono incaricati anche di forgiare delle punte di lancia.