30 gennaio, 2017

The Great Battles of Historie Medievali: La Battaglia delle Aringhe

La Battaglia delle Aringhe fu una delle numerose battaglie che caratterizzò la Guerra dei Cento anni, ove le fazioni in guerra furono la Francia e l'Inghilterra; il nome di questa battaglia le fu dato a seguito di un'azione militare vicino la città di Rouvray, in Francia, precisamente a nord di Orléans. La battaglia ebbe luogo il 12 febbraio del 1429 durante l'assedio di Orléans condotto poco a Nord della stessa. Lo scontro avvenne a causa di un tentativo da parte delle forze francesi, guidate da Jean de Dunois (noto anche come il Bastardo di Orléans) e da Carlo I di Borbone, conte di Clermont, di intercettare e dirottare un convoglio di rifornimenti destinato alle truppe inglesi che assediavano la città di Orléans dall'ottobre precedente. I francesi da parte loro, erano rafforzati da un contingente scozzese capeggiato dal Conestabile di Scozia, Sir John Stuart di Darnley.


Il convoglio era condotto da Sir John Falstof  (noto cavaliere inglese della Guerra dei Cento anni) che fu allestito a Parigi, dove era partito poco tempo prima. Secondo alcuni storici, il convoglio era composto molto probabilmente da circa 300 carri e vagoni, di cui al loro interno erano carichi di frecce, cannoni, palle di cannone e di barili di aringhe. Le parte del pescato era presumibilmente stato inviato a seguito dell'avvicinarsi della quaresima, periodo di astensione nel consumare carne. Da questa particolarità si diede il nome a questo scontro armato.
La battaglia delle Aringhe fu combattuta nei pressi di una piana di Rouvray.
L'esercito francese, capitanato da Carlo I e da John Stewart di Darnley, contava all'incirca 4000 uomini di cui solo 3000 erano francesi, mentre da parte scozzese ne diedero man forte solo 1000 uomini; lo schieramento inglese invece era composto da soli 1500 uomini.
I condottieri francesi Etienne de Vignolles e Jean Poton Xaintrailles intercettarono l'avanguardia del convoglio inglese costringendola a schierarsi per la battaglia in posizione difensiva; i convogli furono messi in modo tale da realizzare una piccola fortificazione, rinforzata da grossi pali aguzzi, onde evitare cariche della cavalleria francese.

Battaglia delle Aringhe da un manoscritto (LesVigiles de Charles VII; circa 1477-1484)
Il conte Carlo I tardò ad arrivare sul campo di battaglia proibendo ogni azione militare.
Gli inglesi assediati erano ripetutamente colpiti dalle colubrine francesi, pertanto il Conestabile John Stuart, impaziente, intraprese l'assalto contro gli inglesi senza attendere il conte Carlo I; con esso si precipitò anche Jean de Dunois (Bastardo di Orléans). Nella carica francese e scozzese al seguito, furono bersagliati dagli arcieri  e dai balestrieri inglesi, che lanciavano dietro i carri messi a riparo contro la cavalleria francese. La cavalleria in carica fu decimata notevolmente; nel vedere i numerosi caduti, Carlo I si ritirò col grosso delle forze per non rischiare una grave sconfitta. Gli inglesi, vedendo che una nutrita parte francese stava unendosi a quella scozzese per un nuovo attacco, organizzarono velocemente un contrattacco. Attaccarono il retro ed i fianchi delle disorganizzate forze franco-scozzesi mettendoli in fuga; quei pochi sopravvissuti si rifugiarono dentro le mura di Orléans. Il cavaliere Xaintrailles e il condottiero Etienne de Vignolles, con ben 60 uomini, protessero la ritirata. Lo schieramento franco e quello scozzese persero circa 500-600 uomini, incluso il Conestabile John Stuart.


La Battaglia delle Aringhe
Tra i feriti dello scontro armato ci furono, oltre a numerosi soldati e cavalieri, anche Jean de Dunois (noto anche come il Bastardo di Orléans), che più tardi ebbe un ruolo importante al seguito di Giovanna d'Arco durante la Guerra dei Cento anni.

26 gennaio, 2017

Itinerari medievali: castel dell'Ovo

Nel XII secolo, i Normanni avevano bisogno di proteggere i confini occidentali della città di Napoli. Il promontorio di Pizzofalcone, penisola che si protendeva verso il mare, era una buon baluardo, ma re Ruggiero mise gli occhi sull'isolotto antistante, dove spuntava una piccola fortificazione, l'Arx Sancti Salvatoris. L'idea del re fu quella di costruire una reggia-fortezza, tanto imponente da scoraggiare gli attacchi via mare. Fu così che nacque un castello normanno che, insieme a castel Capuano ad est, avrebbe protetto la città da eventuali malintenzionati: castel dell'Ovo.

Castel dell'Ovo visto dal lungomare di Napoli

Quello che oggi vi proponiamo, è l'itinerario attraverso le costruzioni altomedievali, normanne ed angioine sopravvissute all'interno del castello, visibili percorrendo l'itinerario proposto nell'immagine seguente.

Itinerario proposto per Castel dell'Ovo

Per seguire l'itinerario, basta semplicemente percorrere la strada che attraversa l'intero complesso fortificato. Presa la rampa di ingresso, si arriva al punto 1, dove si transita al di sotto di una torre di epoca normanna.

La torre normanna di castel dell'Ovo: in alto sono visibili le merlature, inglobate nelle costruzioni di epoca successiva

Alla base della torre sono visibili una finestra di avvistamento e, di fronte, una balconata che dà su ambienti di epoca vicereale spagnola, dove erano presenti antiche batterie di cannoni.
La sala attraverso cui si passa è austera, ma pregevole ed imponente, è l'arco che immette sulla strada che attraversa la fortezza, fino a giungere alle terrazze di tetto.

Salendo lungo la strada, si arriva al punto 2: sulla sinistra sono presenti una serie di archi di epoca Aragonese, mentre sulla destra c'è la chiesa del Salvatore, caratterizzata da colonne di epoca Romana e testimonianze di affreschi Bizantini.

Chiesa del Salvatore, sono visibili le colonne romane
Salendo ancora, si arriva ad una serie di balconate su cui si ha una meravigliosa vista sul golfo; vicino alla balconata, è presente il romitorio basiliano, di epoca Altomedievale. Il romitorio, sito al punto 3 dell'itinerario, è scavato nel tufo che costituisce l'isolotto su cui sorge il castello.

Romitorio basiliano, importante testimonianza medievale di riutilizzo di materiale di epoca Romana

Le colonne dovrebbero appartenere alla villa di Licinio Lucullo, che un tempo occupava l'isolotto. Probabilmente, fra queste colonne, potrebbe aver passeggiato Romolo Augustolo quando fu deposto da Odoacre e mandato in esilio proprio in tale villa.

L'itinerario si conclude al punto 4 dove, attraversato un ultimo passaggio coperto di epoca Medievale, si accede alla meravigliosa vista dalle terrazze, degno coronamento di un itinerario breve ma piacevole.

Terrazze di Castel dell'Ovo

Castel dell'Ovo è un luogo dove passare piacevolmente un'oretta al cospetto della storia, un esempio di come le testimonianze del medioevo siano tutt'oggi pervasive, anche in una città solitamente conosciuta per il suo vastissimo patrimonio di epoca Barocca.

24 gennaio, 2017

La navigazione nel Medioevo

I viaggi via terra nel Medioevo, si contraddistinguevano per la grande lentezza, caratteristica che portava a percepire il mondo occidentale dell'epoca come molto più vasto, rispetto ai giorni nostri. Per questa motivo, la via fluviale, ma soprattutto marittima, erano preferibili, perchè più rapide: una nave capace di tenere un andatura intorno ai 5 nodi, poteva coprire anche 200 chilometri in 24 ore, se si trovava al largo e non si fermava per la notte. Il trasporto via acqua, per le grandi quantità di merci, era quindi quello prediletto: verso la fine del Medioevo, vi erano navi in grado di trasportare fino a 500 tonnellate di derrate di diverse tipologie. Inoltre, rispetto ai viaggi via terra, quelli marittimi e fluviali erano decisamente vantaggiosi anche dal punto di vista della comodità e della sicurezza.

Marco Polo lascia Venezia, in direzione della Cina, nel 1271. Dettaglio di un manoscritto del XV secolo.
In linea di massima, le navi restavano ferme durante l'inverno, sotto la protezione di un tetto o comunque tenute al riparo dai ghiacci. Con i primi soli ed i primi tepori primaverili, venivano ridipinte dagli addetti alla manutenzione e ripartivano fra canti, musica e benedizioni ecclesiastiche. Di fondamentale importanza erano, infatti, coloro che si occupavano della cura delle navi nei periodi in cui queste erano inattive. I marinai non avevano alcun tipo di formazione ufficiale: non vi erano scuole o accademie nautiche, né ricevevano un'istruzione in tal senso, visto che, nella quasi totalità dei casi, non sapevano leggere. Di conseguenza, non si poteva far altro che affidarsi all'esperienza dei loro predecessori o dei colleghi: le direttive di quest'ultimi erano di importanza vitale, per non trasformare il viaggio in una catastrofe.

Luigi IX, re di Francia, in viaggio, in mare verso la Tunisia
C'era una certezza, comunque, ossia quella che i marinai possedessero un senso dell'orientamento davvero fuori dal comune, e lo dimostravano navigando lungo le coste, rivelando una conoscenza pressochè assoluta di qualsiasi punti di riferimento la terra offrisse: dai singoli speroni di roccia, alle montagne, passando per i gruppi di alberi, castelli, torri, mulini, e persino campanili che si elevassero oltre gli altri monumenti. Nei punti in cui la navigazione poteva essere più rischiosa, si procedeva chiaramente all'edificazione di una meda, di un faro, o quantomeno si apponevano dei segnali luminosi. Quando invece, durante la navigazione, ci si allontanava dalla costa a tal punto da non riuscire ad avere alcun punto di riferimento sulla terraferma, ci si orientava grazie al sole, mentre, nelle giornate grigie, di cattivo tempo, si adoperava lo spato d'Islanda, un particolare minerale trasparente in grado di polarizzare la luce anche se il sole era coperto da nubi.

Spato d'Islanda
Il cambiamento del colore delle acque durante le ore di luce e lo scandaglio, consentivano di evitare di arenarsi: il marinaio incaricato scagliava il piombo quanto più lontano possibile, in maniera tale che raggiungesse una posizione verticale nel momento in cui la nave arrivasse nel punto dove si fosse conficcato. Una minuscola cavità sul piombo raccoglieva piccoli frammento del fondo da sottoporre all'analisi di un occhio esperto.

Miniatura di una battaglia tra due navi, fine XIII secolo.
Una menzione particolare va riservata al popolo vichingo, che si caratterizzò per le grandi doti marinaresche. Come è ben noto, furono proprio loro i primi a raggiungere le Americhe, ben prima di Cristoforo Colombo. Inoltre, si spinsero fin dentro il Mediterraneo. Tutto ciò fu possibile grazie alle eccellenti imbarcazioni di cui disponevano, realizzate dalle sapienti mani straordinari falegnami e carpentieri, la più performante delle quali era il drakkar, una nave stretta e slanciata, con un pescaggio poco profondo, che le permetteva di raggiungere elevate velocità.

Drakkar vichingo
I rischi, ovviamente, facevano parte del mestiere: se costrette a transitare quasi tutte negli stessi luoghi, la possibilità che le navi entrassero in collisione tra loro, era molto elevata. Senza trascurare i pericoli rappresentati da fondali bassi, scogli affioranti o nascosti sotto il pelo dell'acqua, mentre, quando si navigava nei mari del nord, bisognava fare i conti con ghiacci precoci o persistenti. In questo non proprio roseo quadro, si doveva considerare l'eventualità di uragani o tempeste improvvise, che potevano protrarsi per giorni, oltre agli atroci pericoli rappresentati da pirati, predoni, corsari o navi da guerra. Insomma, navigare, nell'epoca medievale, non era impresa da tutti.

20 gennaio, 2017

La storia di Giovanni di Pietro Bernardone

Nel settembre del 1182 nasce, in una famiglia agiata di Assisi, un bambino di nome Giovanni. I suoi genitori erano il mercante Pietro Bernardone, arricchitosi grazie al commercio delle stoffe, e la nobildonna Giovanna Pica, che decise di battezzarlo Giovanni, come il battista, nella chiesa principale del loro paese.

La cattedrale di San Rufino, dove venne battezzato Giovanni

Il padre Pietro però non fu d'accordo con la decisione della moglie. Voleva rendere omaggio al regno che aveva decretato le sue fortune e la sua ricchezza, il regno di Francia. Voleva un nome che onorasse la terra che aveva avuto clemenza di lui, e così scelse un nome che, per l'epoca, risultava piuttosto insolito: lo chiamò Francesco.

Francesco trascorse la sua infanzia in una casa al centro della cittadina, dotata di un fondaco adibito ai commerci, dove Pietro esponeva le stoffe che comprava dalla Provenza. E dalla sua città, il negozio vendeva a tutto il ducato di Spoleto. Il padre insegnò al piccolo Francesco, dopo la scuola, a prendersi cura degli affari di famiglia; a quattordici anni il ragazzo era ormai pronto a gestire il negozio, oltre a trascorrere il tempo libero nelle brigate dell'aristocrazia locale.

Mercanti di stoffe

Ma la guerra stava aspettando il giovane Francesco lungo il suo cammino: La vicina Perugia, di parte guelfa, attaccò Assisi, di parte Ghibellina. Francesco partecipò come soldato e venne catturato; l'esperienza del carcere, lo avrebbe cambiato per sempre. Vivendo fra gli stenti infatti, cadde malato; il padre riuscì a liberarlo tramite un riscatto, e nei mesi che passò in convalescenza a casa, capì che la sua vita nell'opulenza andava totalmente rivista, che una vita umile, in cui non sarebbe stato schiavo delle cose materiali, lo avrebbe reso più forte e lo avrebbe avvicinato a Dio.

Nasce così la figura del frate che avrebbe rivoluzionato il mondo della Chiesa cattolica, colui che oggi conosciamo come San Francesco d'Assisi.

Cimabue: affresco ritraente San Francesco, nella basilica superiore di Assisi

Le agiografie si dividono sulle ragioni della conversione di Francesco: da una parte ci sarebbe una volontà frustrata di non potersi fare cavaliere e partire per la Crociata; dall'altra parte invece, una crescente compassione verso poveri, malati, emarginati e sofferenti, che avrebbero alimentato un sempre più crescente desiderio di amore nei confronti degli ultimi. Fatto sta che Francesco cercò di partire per la Crociata, ma presso Spoleto cadde malato, ed un sogno rivelatore lo convinse ad accantonare definitivamente il progetto: infatti si rese conto che il suo desiderio intimo era servire gli ultimi, e non i potenti che stavano portando avanti il conflitto; così tornò ad Assisi e cambiò radicalmente il proprio stile di vita, passando la maggior parte del tempo a pregare e meditare in luoghi isolati.
Da questo momento cominciano le stranezze che lo mettono contro al padre: andato a Roma, vendute tutte le stoffe, dona il ricavato ai poveri; ripete la stessa cosa a Foligno, oltre alle vesti vende anche i propri vestiti ed il cavallo, e dà tutto in beneficenza alla chiesa di San Domenico affinché venga ristrutturata. Il padre Pietro va su tutte le furie: va bene la beneficenza, ma fino al punto da vendere tutti i ricavati delle mercanzie, è un'azione inaccettabile. Francesco viene visto come un figlio stravagante che non esegue i voleri del padre che, per disperazione, lo trascina in processo.
Alla fine del processo, Francesco chiede di parlare; depone tutte le vesti e, nudo. pronuncia le seguenti parole al genitore: "Finora ho chiamato te, mio padre sulla terra; d'ora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro che sei nei cieli, perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza"


Giotto: San Francesco rinuncia ai beni terreni

Francesco in pratica ha rinunciato a legami e beni terreni; il Vescovo di Assisi, nel tentativo di coprire le sue pudenda, non si rende conto dell'immane percorso in salita intrapreso dall'uomo davanti a lui. La folla vede un folle esaltato; pochi realizzano che quell'ultimo avrebbe portato profondo scompiglio nel mondo della Chiesa, e avrebbe dato inizio ad un modo nuovo di vedere le cose che avrebbe portato Francesco a divenire santo e patrono d'Italia. 

16 gennaio, 2017

La breve storia di Cristoforo Colombo e delle rotte nautiche

Cristoforo Colombo nacque a Genova nel 1451 da una famiglia di lanaioli. Ben poco si sa sulla sua infanzia, tranne che scelse fin da giovane la vita di mare; tra il 1473 e il 1475 viaggiò su navi mercantili nell'Egeo e lungo le coste del Portogallo e delle Fiandre. Si stabilì a Lisbona intorno al 1477, sposando Felipa Moniz Perestrello. Compì numerosi viaggi sulle rotte atlantiche allora frequentate: per Londra, Bristol, Gallaway (Irlanda); arrivò in Islanda, visitò più volte le Canarie e si spinse fino a La Mina in Guinea. Colombo era marinaio per istinto e per vocazione, acquisì una profonda conoscenza delle correnti e dei venti dell'Atlantico. Durante questi viaggi, raccolse numerosi indizi provanti l'esistenza di terre al di là dell'Oceano.
In questo periodo sviluppò le sue riflessioni sull'andamento delle correnti oceaniche e sulla dinamica delle maree; approfondì le letture di trattati di navigazione e di geografia, antichi e dell'epoca.

Cristoforo Colombo in un dipinto

 Il crollo della teoria medievale che riteneva l'emisfero Sud inabitabile, convinse Colombo che gli antipodi fossero abitati e non soltanto le isole, ma una terra ampia dall'estremo Nord fino all'Equatore, al di là dell'Oceano. Al tempo nessuno dubitava che i continenti fossero solo tre, egli ritenne che quella terra dovesse essere l'Asia. A Lisbona Colombo venne a conoscenza delle teorie di Toscanelli, che confermavano la sfericità della Terra. Il geniale progetto di <<buscar el Levantepor el Poniente>> (arrivare al Levante per la via di Ponente), prese forma concreta, tanto che nel 1484, Colombo lo sottopose a re Giovanni II di Portogallo, che però lo rifiutò. Nello stesso anno, rimasto vedovo, si trasferì in Spagna e presentò il suo progetto ai sovrani Isabella e Ferdinando; l'esito fu negativo, ma non non del tutto. Le decisioni finali vennero prese solo alla fine della guerra contro i Mori, quando i regnanti stabilirono, con le Capitolazioni di Santa Fe, di finanziare l'impresa: in caso di successo, Colombo avrebbe avuto il grado di ammiraglio dell'Oceano e il titolo di viceré delle terre scoperte.

Carta di Enrico Martello- Beinecke Rare Book & Manuscript Library- Yale Univerity

Alla città di Palos, fu imposto di armare due caravelle per la spedizione, la Nina e la Pinta, mentre la nave ammiraglia, Santa Maria, apparteneva alla flotta reale. Il 3 Agosto 1492 Colombo salpò da Palos, toccò le Canarie, attraversò l'Atlantico lungo il 28°parallelo e il 12 ottobre, dopo due mesi di navigazione e di incognite, giunse a un'isola delle Bahamas, denominata dagli indigeni <<Guanahanì>>.  Essa gli apparve diversa da quell'Oriente, descritto anche da Marco Polo, che credeva di poter di raggiungere: scoprì le isole di Santa Maria de la Concepcio'n, Fernandina, Isabela, Juana (Cuba) e Hispaniola (Haiti), dove lasciò una guarnigione di 39 uomini al forte Navidad. Il 16 gennaio 1493 intraprese il viaggio di ritorno e il 15 marzo sbarcò in Spagna, dove fu accolto trionfalmente. Il 25 settembre dello stesso anno, allestì una seconda grossa spedizione, ripartì da Cadice con 17 navi: il viaggio durò fino all'11 giugno 1496, e portò alla scoperta di isole come la Dominica, Guadalupa, Antigua, Puerto Rico, Giamaica e la costa sud-occidentale di Cuba. Ad Haiti, avendo trovato distrutto il forte Navidad e uccisi i coloni spagnoli, fondò con il fratello Bartolomeo, un nuovo insediamento chiamato Isabela. Nel viaggio successivo che compì (30 maggio 1498- 20 novembre 1500), partito da Sanlùcar, toccò Trinidad e poi l'America Meridionale presso le foci dell'Orinoco, quindi si diresse ad Haiti: qui trovò la popolazione spagnola in rivolta perché non si erano trovate le ricchezze sperate.

I viaggi di Colombo
I sovrani spagnoli, informati di ciò, lo destituirono dalle sue cariche e l'inviato governativo, Francisco de Bobadilla, lo fece ricondurre in Spagna in catene. Riottenuta la libertà, l'11 maggio 1502, Colombo intraprese il suo ultimo e quarto viaggio, navigando nei mari dell'America Centrale, fra le Antille e lungo le coste settentrionali dell'Honduras, da Cabo de Gracias a Dios a Portobello. Fatto naufragio e fermatosi un anno in Giamaica, il 7 novembre 1504 rientrò a Sanlùcar. Defraudato nei suoi diritti e privato dei titoli promessigli, si ritirò a Valladolid dove morì il 20 maggio 1506.

13 gennaio, 2017

Itinerari medievali: Bologna

Bologna la dotta, Bologna la grassa. Due attributi che le vengono dati nel medioevo: la dotta per via della prima università del mondo occidentale, nata nel XII secolo; la grassa per la grande tradizione alimentare, che affonda le sue radici fin nel lontano medioevo.
E le tracce di queste tradizioni, incluse le testimonianze artistiche ed architettoniche, costellano il centro antico di questa meravigliosa città del nord Italia. Seguiteci in questa passeggiata in un gioiello del medioevo.

Piazza Maggiore, cuore della città

L'itinerario nella Bologna medievale è sinteticamente illustrato nella mappa seguente:

L'itinerario che proponiamo per il centro di Bologna

Esso può cominciare presso Corte de' Galluzzi (punto 1), dietro la basilica di San Petronio. Qui si può vedere una delle torri medievali, tipiche della città bolognese. La torre, come abbiamo già trattato in precedenti articoli, era il simbolo del potere della famiglia nobiliare che la costruiva, e la torre in corte de' Galluzzi non fa differenza. Il basamento in pietra selenite, una pietra pesante e dura che conferiva stabilità alla struttura, ha una porta che conduce ad una libreria.


Torre de' Galluzzi, nell'omonima corte
Usciti dalla corte, si accede in via d'Azeglio, che porta a piazza Maggiore (punto 2 sulla mappa), una delle piazze dove si affacciano alcune fra le più importanti testimonianze dell'Italia medievale: San Petronio, una delle opere gotiche italiane più importanti, chiesa costruita dalla classe mercantile cittadina. Il suo imponente interno gotico ospita testimonianze dei cinque secoli lungo cui si è protratta la costruzione. Palazzo D'Accursio, sede del comune di stile gotico; palazzo di Re Enzo, altro elemento gotico cittadino di notevole importanza.

Basilica di San Petronio

Palazzo d'Accursio


Palazzo di re Enzo

Le tre strutture sono dotate di torri, tutte simbolo del potere cittadino. In piazza si affaccia anche il duecentesco palazzo dei notai, dalle belle finestre trifore.

Continuando, si accede al mercato, passando al di sotto del palazzo dei Banchi, a est della piazza. Il mercato di Bologna: a vicolo Ranocchi (Punto 3 dell'itinerario) è presente un palazzo di epoca medievale, dove una targa ricorda che, dal XIII al XVIII secolo, essa è stata la sede della corporazione dei salaiuoli, che nel medioevo confezionavano la famosa mortadella.
Uscendo da vicolo Ranocchi e svoltando sulla destra, si raggiunge piazza della Mercanzia (Punto 4), bellissimo esempio di loggia mercantile di stile gotico, e dove sono presenti gli antichi porticati medievali in legno.

Piazza della Mercanzia

Vicino sorgono un simbolo di Bologna: le imponenti torri degli Asinelli e della Garisenda (punto 5), alte rispettivamente 90 e 50 metri. La torre degli Asinelli è una delle più alte costruzioni altomedievali, e segno della vocazione verticale tipica italiana.

L'altissima torre degli Asinelli, sulla sinistra spunta la vetta della Garisenda

Inoltrandosi nei vicoli, è possibile apprezzare un'altra delle tantissime torri medievali che costellano la città, ed evidenziata col punto 6 nel nostro itinerario: la torre Prendiparte, seconda torre più alta della città.

Torre Prendiparte, con la caratteristica corona che ne decora la sommità. In basso a destra è visibile una tipica casa-torre.

Virando su via Zamboni, sotto la torre della Garisenda, è possibile giungere alla gotica San Giacomo Maggiore (punto 7), dove è presente il bellissimo oratorio di Santa Cecilia.
Proseguendo verso Strada Maggiore, si può arrivare a Corte Isolani, tipico complesso di case medievali (punto 8).


I porticati in legno di corte Isolani; in secondo piano, si nota l'edificio decorato con bifore ed archi a sesto acuto

Attraversando Corte Isolani, si giunge al complesso di chiese di Santo Stefano (punto 9), una serie di chiese altomedievali affiancate, ben conservate nonostante i secoli passati.

Basilica di Santo Stefano, sette chiese affiancate che formano un complesso unico

Questa è solo una parte del patrimonio medievale bolognese; tante altre sono le chiese e le costruzioni di epoca medievale che meriterebbero un approfondimento: San Francesco, i serragli delle antiche mura, San Domenico, Santa Maria dei Servi, la Santissima Annunziata, sono solo alcune delle testimonianze della ricchezza della città storica.
Ciò che ci auspichiamo, è che questo piccolo assaggio di storia bolognese possa essere lo spunto per un viaggio alla scoperta dei tesori medievali del Bel Paese.

Il tramonto sulle torri della città

11 gennaio, 2017

Il problema dei rifiuti nel Medioevo

Lo smaltimento dei rifiuti non era la priorità principale della comunità medievale. Camminare per le strade strette e tortuose di una cittadina dell'età di mezzo, significava incappare in qualunque genere di rifiuto, dai cadaveri di animali morti, agli scarti di ogni tipo, dallo sterco di animali a, persino, escrementi umani. I pericoli per il viandante non finivano qui: infatti, bisognava prestare attenzione anche a ciò che arrivava dall'alto: il rischio era quello di essere centrati dai rifiuti lanciati dalle finestre o che cadevano dalle latrine sospese.

Xilografia raffigurante una donna che svuota il vaso da notte sulla testa di alcuni cantori.
Queste cattive abitudini erano così diffuse che, nemmeno l'introduzione del "butto", un pozzo scavato in cortile, sotto le finestre, una sorta di antesignano delle moderne pattumiere, riuscì a sconfiggere. Gli statuti comunali, a quel punto, cercarono almeno di porre dei paletti regolamentari: i lanci vennero vietati durante il giorno, per essere consentiti soltanto dopo il terzo suono della campana serale; era necessario urlare appositi avvertimenti prima di gettare rifiuti o svuotare vasi da notte; solo in caso di pioggia, il lancio era libero senza il vincolo di avviso.
In particolare, i comuni del Nord e Centro Italia provarono a sancire norme di convivenza civile, al fine di migliorare, sia le condizioni igieniche che il decoro: norme, divieti e relative multe, proliferavano, ma le cattive abitudini faticavano a sparire. Durante le epidemie, tutto ciò veniva enfatizzato, anche grazie all'introduzione dei primi uffici di sanità, con punizioni sproporzionate, fomentate dalla psicosi del contagio: nella Parigi di inizio '400, ad esempio, chi veniva sorpreso a gettare rifiuti nella Senna, era sottoposto a condanna a morte per impiccagione. 

Miniatura di una latrina medievale
I servizi pubblici di nettezza urbana, che avrebbero fatto la loro comparsa in Italia solo nel '500, erano inesistenti. L'unica regola vigente era quella del "chi sporca, pulisce". Solo in circostanze emergenziali si potevano indire gare e bandi per affidare la pulizia a terzi per un periodo di tempo ben preciso. Era comunque buona norma tentare di riciclare i rifiuti, sia in ambito domestico e artigianale, che per fini bellici.
 Per queste ragioni, sarebbe sbagliato considerare l'uomo medievale sporco e poco avvezzo all'igiene personale. Ulteriore prova ne sono i cosiddetti "balnea" medievali, luoghi funzionali deputati alla pulizia del corpo, eredi dei bagni pubblici dell'Antica Roma, il cui utilizzo sarebbe poi stato abbandonato nel '300, per la paura delle epidemie che, nel XIV secolo, funestarono l'Europa.
Sala da bagno pubblica medievale
Sotto il profilo generale, quindi, la gestione dei rifiuti e le condizioni igieniche delle città non erano certamente le preoccupazioni principali del tempo, e le cose peggioreranno ulteriormente nel Rinascimento, con il consolidamento delle monarchie nazionali, caratterizzate da città governate da sovrani lontani dalla realtà quotidiana, asserragliati nelle loro corti, e non più dalle libere e moderne istituzioni comunali medievali, che comunque avevano mostrato una maggiore attenzione al vivere giornaliero delle comunità.

06 gennaio, 2017

L'unificazione spagnola

L'intero periodo basso medievale si caratterizza, in penisola Iberica, per l'unificazione degli stati in cui la penisola è frammentata.
Tutto l'alto medioevo e parte del basso medioevo è stato caratterizzato dalla Reconquista, e cioè dallo strappare i territori iberici dal dominio musulmano. In svariati secoli, fra il 700 ed il 1200, pezzi dei sultanati vengono a mano a mano conquistati ed annessi alla fazione europea, che lentamente accresce i propri territori. Procedendo da nord verso sud, gli Spagnoli perseguono il loro disegno, fino a quando non resta la sola Granada nelle meni degli Arabi.


Mappa che mostra i vari passi della Reconquista della penisola iberica

La lotta ai musulmani era collegata alla più ampia lotta per la difesa della cristianità, e la liberazione della penisola iberica diviene il simbolo della contesa fra due religioni sul dominio politico e culturale nell'Occidente.
Già nel XIII secolo, mentre il Portogallo era ormai bello che formato, c'erano altri tre stati che si dividevano la penisola: la Navarra, la Castiglia e l'Aragona.


Mappa della Spagna preunitaria. A sud, Granada, è ancora in mano ai musulmani

Specie in Castiglia e in Aragona, si affermarono due sovrani che guadagnarono una grande stabilità politica: nel primo si affermò Alfonso X, mentre nel secondo si affermò con forza la monarchia Aragonese.
Gli interessi dei due stati maggiori andavano verso la stessa direzione; così, nel 1469, Ferdinando d'Aragona ed Isabella di Castiglia, convolarono a nozze, gettando la solida base per l'unificazione dei due stati.

Isabella di Castiglia

Questo embrione di Spagna, che vedrà la sua concretizzazione vera e propria solo nel secolo successivo, era un regno ancora disunito, con molte differenze culturali e linguistiche fra i due stati ormai congiunti. Tali differenze vennero messe da parte perché c'era un obiettivo comune: prendere l'ultimo pezzo di penisola iberica rimasto in mano ai musulmani: Granada.

Veduta dell'Alhambra di Granada, roccaforte araba di magnificente bellezza

La guerra di Granada durerà dal 1482 al 1492, e sarà uno degli ultimi episodi  del periodo medievale che, canonicamente, viene chiuso con la scoperta delle Americhe. La guerra fu caratterizzata da una serie di azioni militari che si protrassero per dieci anni; fu caratterizzata dall'uso di artiglieria e fanteria, e da un ridotto uso della fanteria. Le flotte catalana e castigliese bloccarono ogni rifornimento dal Nordafrica, al fine di isolare la città da sud, mentre i sultani affrontavano una profonda crisi dinastica. Le lotte intestine indebolirono profondamente il sultanato di Granada, che quindi perse territori nel corso degli anni.
Dopo circa otto anni di guerra, i sovrani arrivarono a vendere i loro gioielli personali pur di continuare a finanziare le ostilità. Il desiderio di unificazione ed il sogno di far prevalere il cattolicesimo in Europa, era forte, e di conseguenza ci si era preparati ad ogni sacrificio.
Nel 1491 il figlio del sultano, Bobbadil di Granada, dopo aver combattuto valorosamente per anni, decise di negoziare la resa. Il 25 novembre del 1491, si giunse all'accordo, in base al quale gli arabi avrebbero consegnato la città in capo a due mesi.

La resa di Granada

Il 2 gennaio del 1492, i sovrani entrano in città con la croce di Cristo in mano, dichiarando la Reconquista terminata. Subito la notizia fa il giro del mondo, e l'Occidente si lascia andare all'euforia più totale. A Roma il Papa festeggia, con una solenne celebrazione, la cacciata musulmana dall'Europa, e conferisce ai regnanti spagnoli il titolo di re Cattolici.

Con la salita al trono del figlio di Alfonso ed Isabella, i due regni unificati si chiameranno Spagna, ma questa è un'altra storia, storia che si sviluppa non nell'età medievale ma in quella moderna, in un mondo nuovo che avrà per centro non più il Mediterraneo, ma il vasto oceano Atlantico.

04 gennaio, 2017

Il conclave più lungo di sempre

C'è stata una volta, nella storia, in cui un conclave, il primo con questo nome perché, per la prima volta, i cardinali furono rinchiusi a chiave (clausi cum clave), duro' circa tre anni. Esso divenne così il più lungo della storia della Chiesa, oltre che famoso per la rimozione del tetto della sala del palazzo arcivescovile di Viterbo, dove i cardinali erano riuniti, per esortarli a prendere una decisione. Per la precisione, il soglio pontificio restò vacante per 1006 giorni, fino all'elezione, avvenuta il primo settembre del 1271, di Tebaldo Visconti (arcidiacono di Liegi che era allora, tra l'altro, in Terra Santa per la Crociata), il quale prese il nome di Gregorio X e che si insediò a marzo dell'anno dopo, al suo ritorno a Roma.
Non sorprende quindi che due anni dopo, durante il Concilio di Lione, questi promulgasse la costituzione apostolica ''Ubi periculum'', documento con cui la Chiesa istituiva ufficialmente il Conclave e ne sanciva regole severissime, modificate poi nel corso dei secoli.

Papa Clemente IV

Alla morte di Clemente IV, il 29 settembre del 1268, i cardinali, in tutto 17, erano divisi in due fazioni: 7 o 8 filofrancesi e filoangioini, o guelfi, e una decina, due dei quali morirono durante il conclave, filotedeschi, o ghibellini.
Tale divisione non era però l'unica. I cardinali si contrapponevano ulteriormente per le ragioni più disparate, da quelle famigliari ad altre più personali, in almeno quattro fazioni, il che rendeva quasi impossibile un qualunque tipo di accordo, cosa che avrebbe richiesto comunque una maggioranza di due terzi degli elettori. In realtà, ci furono un paio di occasioni in cui si sfiorò la risoluzione della questione, come quando il cardinale Ottaviano degli Ubaldini propose l'elezione al papato di Filippo Benzi, priore generale dei Servi di Maria, in odore di santità, il quale però, appresa la notizia, rifiutò cotanta responsabilità, scappando di nascosto e andando a rifugiarsi in una grotta sul Monte Amiata, che ancora oggi porta il suo nome. Stesso rifiuto ad insediarsi sul soglio di Pietro, pare si ebbe anche da Bonaventura da Bagnoregio, settimo successore di San Francesco d'Assisi come generale dell'Ordine Francescano.

Il palazzo papale di Viterbo

Mentre il conclave proseguiva invano, a Viterbo la storia faceva il suo corso; ed il 13 marzo 1271, veniva assassinato, per mano del cugino Guido di Montfort, Vicario per la Toscana di Carlo d'Angiò, Enrico di Cornovaglia, nipote di Enrico III d'Inghilterra, durante una Messa nella chiesa di San Silvestro, il quale si trovava a Viterbo, insieme al corteo funebre che riportava in Francia i resti di Luigi IX (morto a Tunisi nel corso dell'ottava crociata). 

La sala del conclave del Palazzo Papale di Viterbo

La città, col passare del tempo, divenne insofferente nei confronti dei cardinali in conclave. Intuendo la crescente ondata di sdegno popolare, il Podestà Alberto di Montebuono, assieme al Capitano del Popolo Raniero Gatti, per sottrarre i cardinali da eventuali ingerenze esterne, il 1 giugno 1270 ordinarono la chiusura delle porte della città e rinchiusero i cardinali nella grande sala di quello che oggi è il Palazzo dei Papi, per costringerli a fare una scelta. Dopo pochi giorni, per mostrarsi ancora più incisivi, fu ordinato di razionare il cibo fornito, e di scoperchiare buona parte del tetto dell'aula in cui erano i porporati, ai quali fu comunque concesso  l'accesso anche alle altre sale del palazzo.

Papa Gregorio X

Ciò nonostante, il conclave proseguì ancora per più di un anno. La soluzione si raggiunse soltanto quando i cardinali decisero di delegare ad una commissione, composta di sei cardinali elettori, il compito di scegliere il nuovo Papa. Questi, sorprendentemente, trovarono l'accordo, su colui che sarebbe poi diventato Gregorio X, in sole due ore.

02 gennaio, 2017

La Biancheria Intima nel Medioevo

Vi siete mai chiesti se nel periodo medievale la donna  portasse la biancheria intima che usa oggi?
Sappiamo che la classica biancheria intima portata dagli uomini, era formata da brache e calzabrache, utilizzate durante tutta l'era medievale. Si iniziò prima con le lunghe brache usate dai Normanni sino ad arrivare nell'anno 1000, momento in cui fu introdotto l'uso delle calzabrache. Poichè abbiamo ben chiara l'idea dell'uomo, oggi ci spostiamo su quello che potrebbe essere tutt'ora un punto interrogativo, cioè quello relativo alla donna. Quella sulla biancheria intima della donna durante quest'epoca, è una grossa questione storica di cui non abbiamo nessuna certezza assoluta, soprattutto a causa della scarsezza di fonti storiche a riguardo. 


Dipinto nel castello d'Appiano del 1125

Dallo studio di manoscritti, dipinti ed incisioni dell'epoca, sembrerebbe che le mutande fossero un capo di abbigliamento prettamente maschile, poiché le rarissime volte in cui esso appare indossato da donne, si tratta di rappresentazioni di un mondo "capovolto" oppure di donne "poco serie", come le prostitute, il che fa supporre una tendenza di pensiero indecoroso all'utilizzo di questo indumento da parte delle signore nobili oppure "perbene".  
Nei secoli del 1300-1400 le brache o "mutande", erano un simbolo di virilità prettamente maschile, le donne che si ostinavano ad indossarle, erano considerate mogli o donne aggressive, desiderose di rubare l'autorità ai propri mariti o uomini dalla discutibile condotta morale. Questo modo di pensare era fin troppo rigido e chiuso, soltanto perché gli uomini facevano uso di questo indumento. 
Di recente (nel 2008) nel castello di Lengberg (Austria), durante un'ampia ristrutturazione, è stato ritrovato un ripostiglio con degli oggetti che, nel corso della ricostruzione del XV secolo, erano stati scartati e ammassati sotto le assi del pavimento di una stanza al piano superiore. Tra tutti gli oggetti ammassati sono stati rinvenuti due tessuti ben conservati, le cui forme sono riconducibili a  quelle di un reggiseno e di uno slip molto simili a quelli attuali.


Reggiseno scoperto nel castello di Lengberg, XV secolo

Come si può ben vedere dalla foto, questo reggiseno conteneva già le due coppe per sostenere il seno, che, nelle scritture di una pergamena, vengono chiamate "borse"; oltre alle coppe, ci sono anche due fasce laterali per sorreggere. Lo scopo di questo indumento non era quello di stringere il seno, anzi l'esatto opposto: l'uso delle fasce consentiva di pressare il seno al torace; forse l'indumento era corredato di una fascia orizzontale posta dietro la struttura.
Oltre al reggiseno, lo "slip" ritrovato nel ripostiglio era pressoché identico a quelli attuali.

Mutandina scoperta nel castello di Lengberg, XV secolo
Quindi possiamo confermare che in casi rari la donna utilizzasse l'intimo. Ma come si comportava nel periodo mestruale?
Dalle fonti storiche le donne non facevano proprio nulla, lasciavano trascorrere il naturale e fisiologico evento senza neanche tamponare le fuoriuscite, disseminando gocce di sangue ovunque, e a volte sporcando la tunica che portavano; in altre fonti invece, si citano delle "pezze" o tessuti simili a "stracci" appoggiati sul pube; non si sa ancora come venissero mantenute durante i normali movimenti. Le fonti storiche, descrivono dei momenti di disgusto ed imbarazzo della donna in quei giorni. Sebbene l'usanza fosse malvista nel pensiero medievale ed anche in ambito ecclesiastico, non è affatto escluso che ci fossero, anche in questa epoca, donne appartenenti ai ceti medio-alti che ne facessero uso in quei giorni, tralasciando i condizionamenti sociali. Il tessuto di cui era formata questa sorta di biancheria intima femminile, deducibile dalle immagini risalenti al XIV e XV secolo, era molto probabilmente il lino o al massimo il cotone, in un unico pezzo di stoffa sufficiente a coprire appena le natiche e il pube, stretto sui fianchi da sottili lacci, come testimoniano quei pochi esemplari ritrovati.