31 marzo, 2017

Storie di Repubbliche Marinare: Venezia

Probabilmente è la Repubblica Marinara più importante che si sia mai annoverato. Nota come la Serenissima, la città non è in riva al mare, ma sorge letteralmente da esso, quasi come se fosse stata creata a tavolino da uno scrittore di libri fantasy. Dopo Amalfi, la più antica; Genova, la superba; Pisa, città sul fiume, oggi è il turno di Venezia.

Venezia
Stemma della Serenissima, col leone raffigurante l'evangelista San Marco, patrono della città

Venezia è la più longeva fra le Repubbliche Marinare, dato che le sue vicende come entità statale libera si protrarranno per circa un millennio. L'area veneta, nel VI secolo dopo Cristo, viene invasa dai Longobardi. Le popolazioni residenti, per sfuggire ai saccheggi, cercano rifugio nei sistemi lagunari che separano le pianure venete dal mare. I piccoli isolotti della laguna, che sfiorano il pelo dell'acqua, rappresentano un rifugio sicuro per le nuove comunità, che lentamente si fanno via via più numerose.

La laguna veneta, così come doveva comparire prima dell'insediamento di Venezia

Il territorio è dipendente dal bizantino esarcato di Ravenna; ma già nel 584 d.C., l'imperatore Maurizio lo fa distretto a sé, col nome di Venetikà. E' nata ciò che diverrà Venezia.
Fra il VII e l'VIII secolo, la provincia diviene ducato, così come gli altri distretti dell'Impero Bizantino. Nel 697, venne eletto il primo Dux (Duca) della città. Il primo Dux di Venezia, Paolo Lucio Anafestio, consolidò i confini dei territori della città, trovando un accordo con il longobardo Liutprando. Nel 726, l'imperatore bizantino Leone, ordina l'iconoclastia, ma la città riesce ad opporsi a tale provvedimento. Dopo diverse vicende, l'esarcato di Ravenna cade, e la città veneta si trova in una condizione di instabilità politica che ne compromette la sua piccola fetta di autonomia. Comincia un lento e graduale allontanamento dall'orbita bizantina. La città, sorgendo su di una serie di isolette lagunari, era ben protetta, e tantissime persone accorsero a viverci dalla terra ferma aumentandone la popolazione. Si ordinò la costruzione di un palazzo ducale su uno degli isolotti più grandi; ma fu un altro l'avvenimento che diede una spinta, forse decisiva, alla nascita di Venezia come città vera e propria: l'arrivo delle reliquie di San Marco da Alessandria d'Egitto. La conquista delle reliquie dell'evangelista ebbe un eco enorme, e la nascente città ne guadagnò in prestigio. Comincia l'era di Venezia.
Il Dux ora si chiama Doge, ed è il governatore della città; viene inaugurata una solenne basilica per la consacrazione delle reliquie di San Marco, dal gusto chiaramente orientale. Venezia, ed in seguito tutto il nord est avranno la capacità di saper conciliare l'arte mediorientale con quella occidentale. Cosa, in Italia, riuscita soprattutto in Sicilia e ad Amalfi.

Basilica di San Marco, capolavoro dell'architettura bizantina
Venezia resterà ancora per molto nell'orbita bizantina, dovrà combattere lotte intestine e con le città lagunari vicine, come Comacchio ad esempio; nonostante i rapporti stretti con Costantinopoli, Venezia diverrà sempre più indipendente dall'impero, fino a quando i commerci non la rendono una città talmente ricca, da potersi dichiarare libero comune. Le galee veneziane solcano l'intero Mediterraneo (che all'epoca significava solcare quasi tutti i mari conosciuti), raggiungendo l'apogeo nel commercio. I combattimenti con i pirati portarono la Dalmazia e l'Istria a sottomettersi a Venezia, che ebbe così ad espandere il proprio territorio al di fuori del Veneto. I commercianti allacciarono rapporti commerciali con tutti i popoli possibili, permettendo, in questo modo, lo scambio delle conoscenze e delle ricchezze; e nel 1032, si ebbe anche la prima legge costituzionale repubblicana. Venezia entra negli importanti giochi politici europei, partecipa alle crociate, ed in questo modo vede accrescere il suo potere economico e politico, oltre che i suoi territori. Contribuì alla presa di Gerusalemme nella Prima Crociata, inviò una flotta nella Terza Crociata; fu fondamentale nella presa di Zara e nel sacco di Costantinopoli, dove riuscì a portare a casa immensi tesori. Nel XV secolo comincerà così ad espandersi anche sulla terra ferma, arrivando fino a Bergamo. Alla fine del 1400, la Repubblica di Venezia aveva in mano tutto il nord est dell'Italia e una miriade di colonie in tutto il Mediterraneo orientale.

Territori conquistati da Venezia nel corso della sua storia

Venezia uscirà dal Medioevo all'apogeo della sua potenza. Il declino della Repubblica Marinara comincerà dal XVI secolo in poi. Sarà lento e durerà circa duecento anni, terminando nel XVIII secolo con l'annessione dell'Impero Austroungarico.
Ciò non toglie che le vicende storiche avranno creato una città unica nel suo genere, con la peculiarità urbanistica di palazzi che non sono costruiti in riva al mare, ma spuntano letteralmente da esso.

Tipico paesaggio veneziano

29 marzo, 2017

La Campania nel Medioevo

Fino all'epoca romana, la Campania è stata una regione molto prolifica ed importante, dagli scambi commerciali marittimi, alle mete di vacanze dei ricchi romani, alle città di notevole pregio presenti come: Capua, Baia, Miseno, Napoli, Salerno e tante altre; esse diedero vita ad un area geografica di notevole prestigio quella che fu la Campania Felix in epoca romana, mentre nel medioevo fu chiamata Terra Laboris o Terra Lavoro.
Il toponimo Terra Laboris, registrato per la prima volta ("probabilmente", la datazione del documento è ancora in dubbio) in un atto di donazione risalente al 1092, venne a sostituire il nome Campania. Di datazione certa c'è sicuramente un documento del 786 relativo ad un patto siglato dal principe longobardo di Benevento Arechi, ed il Duca di Napoli: il trattato cita il toponimo nella sua versione volgare di Liburia.
Dal VII secolo la denominazione Liburia (o Liguria) venne accostata ad una grande porzione del Ducato di Napoli. Nell'anno 715, il Duca di Napoli sottrasse Cuma ai Longobardi, occupando anche le terre leboree; da allora vennero indicate come Liburia Ducalis. L'impero bizantino si indeboliva notevolmente sulla penisola italica favorendo una maggiore indipendenza dai suoi vassalli. I Duchi di Napoli estesero man mano il patrimonio del loro Ducato dall'iniziale piana di Quarto, fino a Liternum (fissando il confine col territorio Capuano lungo il fiume Clanio); inoltre, si estendeva sino ad Avella e girava intorno alle falde del Vesuvio scendendo per la villa di Portici sino al mare.

Liburia Ducalis (come doveva essere la sua estensione)

Individuare nettamente i confini della LeboriaLiburia Ducalis, è davvero arduo. In epoca alto medioevale, questo territorio fu di contesa tra il Ducato di Benevento e quello di Napoli; i confini, secondo gli storici, dovevano essere: a Nord, il fiume Clanio; mentre a Sud era rappresentato da una linea ideale che attraversava Caibanus (Caivano), Carditum (Cardito), Fratta, Villam Casandrini (Casandrino), e Grumi (Grumo Nevano). Nel corso dei secoli, questi confini sono andati gradualmente dilatandosi, includendo porzioni sempre maggiori di territorio.
Anche i Longobardi iniziarono ad associare al toponimo Liburia parte delle loro terre, parliamo dei territori confinanti con la Liburia napoletana; in tal modo anche i territori di Nola, Acerra, Suessola e Avella, furono denominati Laborini. Successivamente, in alcuni documenti di ritrova il toponimo associato ad altri territori del Ducato di Napoli verso Amalfi.

Durante l'arco dei secoli basso medievali (cioè dopo l'anno 1000), il territorio "Campano" divenne in parte sede del potente Principato di Capua, un entità statale indipendente e autonoma; prima passò sotto il dominio longobardo poi, nel 1059 sotto il dominio normanno; in quest'anno inoltre, fu definitivamente annessa una parte della "Campania" al Regno di Sicilia, come si evince dalla foto.

Sud Italia nel 1112

Nel XII secolo, con l'apogeo dei Normanni Siculi, si ebbe una nuova suddivisione dell'Italia Meridionale; infatti Ruggero II divise i suoi territori in tre province: Apulia, Calabria e Terra di Lavoro. La Liburia, in epoca precedente, indicava la fascia meridionale di territorio dell'agro campano: un'area indicativa tra i Campi Flegrei e il corso del fiume Clanio, avente come centro il castello di Aversa. Con questa cittadina, e con altre piazzeforti, i normanni gestirono e controllarono il territorio a loro annesso; pertanto Aversa era uno dei punti principali del controllo dei traffici commerciali e un punto di grande interesse per le aree interne del paese. Tra il 1150 e il 1160 durante il regno di Guglielmo I, la Terra di Lavoro comprendeva invece, la provincia di Caserta, a sud Napoli, l'agro Nolano e parte del territorio beneventano; a nord, la valle del Garigliano e la media valle del Liri; a est, l'area tra Venafro e Monteroduni, il Sannio Alifano e telesino.

Regno di Sicilia nel 1276

Nel 1221 circa, Federico II di Svevia, istituì il Justitiaratus Molisii et Terre Laboris, uno dei distretti amministrativi, i giustizierati, in cui erano suddivisi i territori del regno; questa attuazione era stata istituita per contenere il potere feudale a favore di quello regio. Il processo di centralizzazione amministrativa avrà il suo culmine con le Costituzioni di Melfi del 1231, i distretti di giustizia imperiale erano affidati ad un rappresentante del potere regio, costoro erano nominati Gran Maestro Giustiziere, il quale l'autorità del re si sovrapponeva a quella dei feudatari. L'amministrazione della Terra di Lavoro, era congiunta a quella del Contado di Molise, quindi i due territori condivisero il medesimo giustiziere fino al XVI secolo.
Nel XIII secolo, durante l'epoca Sveva, si ebbe la massima estensione della Terra di Lavoro, che comprendeva il territorio di Regnum racchiuso tra il Tirreno, dorsale appenninica, il fiume Sarno e la fascia meridionale della valle Roveto. Erano infatti, ricompresi nel giustizierato anche diversi comuni attraversati dai Regi Lagni (Afragola, Casoria, Acerra, Caivano, Pomigliano d'arco, Brusciano, Casalnuovo di Napoli), poiché rientravano nella vasta piana alluvionale del fiume Clanio.
I confini dell'area includevano anche comuni disciolti come Secondigliano, Miano, San Pietro a Patierno, Chiaiano, Marianella, Piscinola, parte dei Camaldoli ed altri minori. Erano considerati infine, territori "dei Leborini" quelli circostanti la città di Giugliano in Campania.

Province delle Due Sicilie nel 1454 

27 marzo, 2017

La soule, un antenato di calcio e rugby

A partire dal XII secolo, nella Francia del Nord ed in Cornovaglia, si iniziò a praticare, soprattutto nelle campagne, un gioco con la palla, chiamato soule (o anche choule). Il numero di partecipanti non era prestabilito, infatti in ogni squadra, trovavano posto tutti gli uomini "validi" dei villaggi o delle parrocchie che si sfidavano. Per questo motivo, capitava praticamente sempre  che il campo di gioco fosse invaso da centinaia di persone strepitanti, che si accapigliavano rincorrendo una palla.
Sul campo, quindi, si potevano ritrovare anche più di duecento persone, le quali, attraverso questo sport, celebravano le più variegate ricorrenze: da quella religiosa alla buona riuscita de raccolto agricolo, dalla nascita di un bambino fino ad un matrimonio (in questo caso si sfidavano le squadre degli scapoli e degli ammogliati).

Una partita di soule in Bassa Normandia (dettaglio da un’incisione del 1852)
Venendo agli aspetti più pratici dello sport, bisogna dire che la palla con cui si giocava, era solitamente realizzata in cuoio o in vescica di maiale, riempita di crusca, fieno, muschio o crine di cavallo, in base a quello che la stagione e le capacità economiche dei giocatori offrivano. Il campo da gioco poteva avere dimensioni estremamente variabili: infatti, si passava dalla decina alle centinaia di metri ed, all'interno di esso, venivano inclusi anche fossati, ruscelli, boschi, stagni o zone paludose. Una cronaca del tempo narra che ben quaranta uomini morirono annegati in una palude a Pont-l'Abbé, durante una partita di soule.
La metà campo, zona in cui si dava inizio al gioco, poteva benissimo essere il confine tra due parrocchie, la piazza principale del villaggio, il sagrato della chiesa, ma anche il cimitero o il castello del signore locale.

L’inizio di una partita di soule, in Bretagna, in una illustrazione da Breiz-Izel, ou vie des Bretons de l’Armorique (XIX secolo)
 Nonostante si organizzasse un incontro di soule con intenti ludici e per celebrare un avvenimento importante, la violenza faceva la sua parte: si trattava difatti, di uno sport molto combattuto, una sorta di via di mezzo tra il calcio ed il rugby. Lo scopo dei partecipanti era quello di trasportare la palla verso la porta avversaria, che di sovente non era altro che una semplice riga sul terreno; altre volte invece, essa era la piazza del villaggio antagonista. Per fare ciò, era consentito usare sia le mani che i piedi, ma ci si poteva servire anche di bastoni. Non di rado i giocatori si rompevano il naso, si slogavano caviglie e si fratturavano braccia; questo perché erano completamente assenti penalità per il gioco violento, anzi, le ferite rappresentavano motivo orgoglio per chi, coraggiosamente, aveva dato tutto sul campo, spesso anche per più giorni consecutivi.

incontro moderno di rugby strobet, un gioco bretone derivato dalla soule
Non tardarono ad arrivare i divieti reali – tra cui quello del 1365 di Carlo V di Francia – così come le minacce di scomunica da parte delle autorità ecclesiastiche. Ciò nonostante, la soule continuava a mietere proseliti, e la sua pratica seguitava a scatenare un entusiasmo che nessun divieto avrebbe potuto arrestare. Il successo fu tale che il gioco arrivò a coinvolgere anche la nobiltà e quello stesso clero che voleva proibirlo, al punto che nelle campagne francesi la soule sopravvisse fino agli inizi del XX secolo.

25 marzo, 2017

Storie di Repubbliche Marinare: Pisa

Nel X secolo, mentre Amalfi era ormai giunta all'apice del suo potere e Genova ancora doveva affacciarsi sulla scena nazionale, una città della Toscana, sita nei pressi della foce dell'Arno, circondata da un altro fiume oggi scomparso, l'Auser, dovette metter su una flotta di navi per difendersi dalle scorrerie dei pirati saraceni. Nella disgrazia degli assalti, questa piccola cittadina aveva appena preso una decisione che l'avrebbe portata a divenire una delle quattro Repubbliche Marinare più importanti della storia d'Italia.


Pisa
Bandiera di Pisa: croce patente, ritrinciata e globata in campo rosso.

I pisani avranno ragione dei pirati saraceni soltanto nel 1005, al largo di Reggio Calabria, per poi tornare più volte ad aver ragione di loro nei decenni successivi. La perizia acquisita nelle battaglie, li porterà ad usare la potente flotta navale, sviluppata anche per scopi commerciali, e da qui comincerà l'arricchimento e l'ascesa della città toscana.
L'anno davvero importante per Pisa fu il 1016: Pisa e Genova unirono le forze e sconfissero i Saraceni, arrivando così a potersi spartire il mar Tirreno. Inizialmente le due città ebbero una solida alleanza: si espansero sulla Corsica, in Sardegna e verso le Baleari, con riconoscimenti imperiali e papali, che resero Pisa città arcivescovile. Il porto della città, all'epoca non insabbiato e affacciato sul mare, conobbe la massima fioritura, e la città si sviluppò di conseguenza. Nel XII secolo, Pisa raggiunse la massima espansione nel Mediterraneo.

Territori e colonie pisane nel Mediterraneo

Corsica, buona parte della Sardegna, le isole Baleari, diverse colonie nell'Impero Bizantino, il regno di Napoli ed in Sicilia, fanno di Pisa una Repubblica Marinara. Quest'espansione diede estremamente fastidio a Genova: il Mediterraneo stava cominciando a diventare stretto per le due potenze; ragion per cui, dopo un periodo di floride alleanze, le due città arrivarono allo scontro. Fra il 1119 ed il 1133, le due città attaccarono reciprocamente le flotte. Fra il 1162 ed il 1163, Pisa fu in lotta con l'ormai decadente Amalfi, caduta preda dei Normanni; però riuscì ad avere ottimi rapporti col Sacro Romano Impero, che ne migliorarono la posizione commerciale. Questi rapporti, resero ancora più tesi quelli con Genova; e dopo un periodo di tregua, le due città ripresero a farsi la guerra. I pretesti erano vari: Sardegna, Corsica, guadagno di posizioni commerciali. Non contenti, i pisani cercarono di insidiare anche l'Adriatico, dove Venezia la faceva da padrona: la città veneta, comunque, riuscì a infliggere una sonora sconfitta alla città di Brindisi.
Nonostante l'atteggiamento espansionistico e guerrafondaio, i pisani riuscirono, nel secolo successivo, ad abbellire la città con autentici capolavori della storia dell'arte: su tutti va ricordata piazza dei Miracoli, del XIII secolo. Sempre in questo periodo, arrivò l'ennesima pace temporanea con Genova e Venezia.
Piazza dei Miracoli, dal canto suo, può essere considerato uno dei più grandi capolavori dell'arte romanica italiana.

La cattedrale di Pisa, con la caratteristica torre pendente

Il caratteristico campanile, cominciato nel 1173 ed alto 56 metri, sarà terminato solo nel 1372. Ci vorranno due secoli perché i terreni su cui venne costruito, avevano scarse proprietà meccaniche, ragion per cui la torre campanaria cominciò ad inclinarsi sotto il suo stesso peso. La costruzione venne interrotta, per poi essere ripresa qualche decennio più tardi, nella speranza che il terreno si fosse stabilizzato, ma la torre continuò ad inclinarsi, divenendo così pendente, caratteristica che la renderà nota in tutto il mondo nei secoli a venire. Oltre all'evidente inclinazione, la torre diverrà famosa anche per la sua pregevolezza architettonica.

Dettaglio dei loggiati della Torre di Pisa

Lo stile romanico pisano, diventerà famoso in Italia e farà scuola come alto esempio di arte ed architettura medievale.

L'espansione di Pisa inoltre, fu tale da indurre la città a cambiare il suo sistema di gestione: fino ad allora, la città era stata retta da un console; successivamente si rese necessaria una figura che la rappresentasse sia sul piano politico che su quello militare, e per questa ragione si cominciò ad eleggere un Capitano del Popolo. Ma le principali famiglie presenti nei territori, quelle Della Gherardesca e dei Visconti, alimentarono gli attriti interni per ragioni di potere, e quindi si arrivò ad una rivolta popolare, il cui risultato fu un consiglio di dodici anziani, rappresentanti del popolo alla guida del comune.
Queste tribolazioni interne, furono null'altro che il preambolo della fine della Repubblica Marinara: nel 1284, Pisa si ritrovò di nuovo in conflitto contro Genova, che appoggiava il papato. La guerra culminò nella battaglia della Meloria.

Torre della Meloria, al largo del porto di Livorno

Genova sconfisse le galee pisane; prese le catene del suo porto, le spezzò e le divise fra le varie chiese e palazzi della città. Pisa era stata umiliata, il suo porto devastato. La città era in ginocchio, e si avviava ad un lento declino. Nel 1324, gli aragonesi strappavano la Sardegna ai pisani, che però ancora non risentivano della perdita della potenza marittima: infatti i pisani sconfissero i fiorentini in una battaglia, voluta da Firenze stessa per guadagnarsi uno sbocco sul mare.
Una serie di guerre civili però, sconvolse la città: il territorio pisano venne così comprato dai fiorentini nel 1406, con l'ausilio di 50000 fiorini. Pisa ormai era divenuta dominio fiorentino, e Firenze aveva così conquistato il suo agognato sbocco sul mare. Col porto distrutto e sotto il dominio fiorentino, la Repubblica Marinara fece così la sua uscita dal teatro della storia. Un ultimo sprazzo di indipendenza, conosciuto come "seconda Repubblica pisana", si avrà fra il 1494 ed il 1509: i pisani, in quel caso, approfittarono della discesa del re francese Carlo VIII in Italia per sottrarsi al giogo fiorentino attraverso una rivolta. Per 15 anni, i pisani resisteranno, per poi capitolare definitivamente.

23 marzo, 2017

The Great Battles of Historie Medievali: La Battaglia di Nicopoli

La Battaglia di Nicopoli è conosciuta anche come la Crociata di Nicopoli, ed ebbe luogo il 25 settembre del 1396 nei pressi dell'omonima città, tra la fazione cristiana franco-ungherese e quella musulmana dell'Impero ottomano.
In quel periodo l'esercito crociato era composto da Ungheresi, Croati, Bulgari, Valacchi, Francesi, Inglesi, Burgundi, Germani, Cavalieri Ospitalieri e, infine, dalle due Repubbliche Marinare di Genova e Venezia; sull'altro fronte c'era l'Impero Ottomano ed i suoi alleati serbi.
Il numero di forze schierate sul campo di battaglia è ancora oggi oggetto di controversie, ma gli storici, dopo attente valutazioni, hanno stimato che ci fossero tra le 15.000 e le 25.000 unità per l'Impero Ottomano, comandate da Bayezid I, Evrenos Bey, Stefano III Lazaro di Serbia e da Candarli Ali Pasha; mentre per l'esercito Crociato vi erano pressappoco tra le 12.000 e le 16.000 unità, guidate da Sigismondo, Stibor di Stiboricz, Nicola II Garai, Filippo Conte di Eu, Jean Le Maingre, John di Fearless Conte di Nevers, Enguerrand VII, Jean de Vienne, Jean de Carrouges, Mircea I e infine Stephen II Lackovic'.


La Battaglia di Nicopoli (miniatura di Jean Colombe 1475)

L'esercito Crociato, riunitosi a più ondate, si mise in marcia verso l'area sud di Nicopoli. Durante l'avanzata, la campagna circostante fu saccheggiata insieme alla città di Rahova, gli abitanti furono brutalmente trucidati o fatti prigionieri. Una volta giunti alle porte di Nicopoli, i crociati notarono che la città era ben difesa dai musulmani ed ottimamente fortificata, con loro non avevano macchine d'assedio e non avevano sufficiente materie prime per poterle costruire velocemente; ciò nonostante, non si arresero e aspettarono che gli ottomani facessero il primo passo. Il sultano Bayezid I, era alle prese con l'assedio di Costantinopoli, quindi riunì il suo esercito e marciò velocemente verso Nicopoli.
L'avanguardia dell'esercito ottomano era comandata da Evrenos Bey, mentre il restante dell'esercito rimase sotto l'autorità generale del sultano, coadiuvato dai figli e da Kara Timurtas. L'alleato, Stefano III Lazaro di Serbia, si unì a lui giungendo nei pressi di Nicopoli il 24 settembre del 1396.
Prima che la battaglia avesse inizio, i prigionieri di Rahova furono uccisi dai francesi: il motivo di questa azione ancora oggi non si comprende, si crede che l'avessero fatto per intimidire il nemico.

La Battaglia di Nicopoli (Jean Froissart,Chroniques Flandre, Bruges XV sec.)

I francesi e gli inglesi formarono l'avanguardia, mentre Sigismondo divise le sue truppe in tre contingenti: il centro venne comandato da lui stesso, l'ala destra venne assegnata al comando dei transilvani e l'ala sinistra finì a Mircea I di Valacchia. Bayezid I formò un'avanguardia di cavalieri protetti da una linea di picche, di arcieri e di giannizzeri (corpo speciale ottomano). Buona parte dell'esercito ottomano e serbo si nascose dietro le colline.
Gli spavaldi francesi, convinti di essere quasi invincibili grazie all'armatura pesante europea e alla pesante cavalleria, caricarono l'avanguardia ottomana, scontrandosi anche con la linea di picche nemica; nella mischia furibonda e nel cuore dello scontro, la cavalleria francese tentò di abbattere la linea di picche senza successo; anzi, finì sotto il tiro degli arcieri musulmani.
Gli ottomani attaccarono senza armatura la cavalleria francese, che era impegnata nell'abbattere la linea di picche, avendo la peggio nello scontro e perdendo migliaia di uomini.


La Battaglia

La cavalleria francese continuò l'attacco, infliggendo ancora numerosi morti, con l'esercito crociato di supporto dall'altro lato che combatteva ad armi pari col nemico, misero in ritirata gli ottomani, che furono costretti a rintanarsi sulla collina più prossima al campo di battaglia. La stoltezza della cavalleria francese fu quella di inseguire i fuggiaschi sulla collina; infatti arrivarono in cima stanchi ed esausti per la salita, con il restante dell'esercito ottomano che li attendeva e che si stava preparando all'attacco. A quel punto gli ottomani attaccarono la cavalleria francese, sbaragliandola definitivamente. Accortosi delle evidenti difficoltà dei francesi sul colle, Sigismondo accorse subito in aiuto, imbattendosi in Bayezid I; lo scontro ebbe inizio non appena i serbi attaccarono Sigismondo. La battaglia si prolungò fino al tardo pomeriggio, un'ultima carica ottomana avvenne sul fianco della fazione crociata da parte di Stefano III Lazaro, il quale si scontrò con le truppe ungheresi e le mandò in rotta.
 Nello scontro perirono Jean de Vienne e Jean de Carrouges, mentre furono catturati Enguerrand VII e Jean Le Maingre. Anche se lo scontro fu vittorioso per gli Ottomani, essi subirono numerose perdite; altrettante furono quelle della fazione crociata.

L'esecuzione dei prigionieri Cristiani dopo la battaglia (manoscritto medievale XV sec.)

17 marzo, 2017

Storie di Repubbliche Marinare: Genova

Mentre Amalfi prosperava coi suoi commerci, una nuova Repubblica Marinara stava nascendo a nord del Tirreno. Verrà chiamata da Petrarca "la Superba", per via della grandiosità dei suoi palazzi, delle sue mura, per l'orgoglio dei suoi cittadini. Eterna rivale di Venezia per la spartizione del dominio sul Mediterraneo, il suo nome è Genova.

Genova

La Croce di San Giorgio è lo stemma della città di Genova. Esso viene adottato in quanto, all'epoca delle Crociate, San Giorgio viene eletto a patrono e protettore della città. Genova condivide lo stemma col Regno Inglese, anch'esso protetto da San Giorgio, che ne è il patrono anche al giorno d'oggi.

Nel 1096, una città a sud del Sacro Romano Impero, affacciata sul Tirreno, riuscì ad affermarsi come libero comune. In seguito, parteciperà alla Prima Crociata, avendo così la concessione di potersi fregiare di una croce rossa in campo argenteo, raffigurante la croce di San Giorgio.
Genova, inizialmente, si era data il titolo di "Compagna Communis", che significa, per l'appunto, comune. In quanto comune, Genova era retta da consoli, podestà e capitani del popolo. L'organizzazione, comunque, era quella di una vera e propria Repubblica. Sostanzialmente, se ne distinsero ben cinque: la prima fu quella dei consoli; una seconda dei podestà; una terza dei capitani del popolo; una quarta dei dogi a vita; una quinta dei dogi con carica biennale.
Il Doge fu una figura introdotta nel 1339, e rappresentava un duca o principe con carica sovrana. Il primo doge della storia fu Simone Boccanegra, ghibellino messo al potere per estromettere la corrente guelfa dalla guida della città.

Affresco raffigurante il doge Simone Boccanegra
 Boccanegra era un capitano del popolo: fece erigere un maestoso palazzo, il palazzo di San Giorgio, che rappresentò il simbolo del potere genovese. Interposto fra il porto, fulcro della potenza genovese, e la città, il palazzo è scenografico ed imponente.

Palazzo di San Giorgio
Mentre la repubblica consolare fu piuttosto democratica, con la partecipazione di un'ampia fetta di popolazione alla vita civile, quelle dei podestà e dei capitani del popolo furono di tipo oligarchico. I dogi si dichiararono sempre eletti dal favore popolare, ma spesso finivano al potere per il mantenimento degli equilibri fra le famiglie più potenti. Fra le casate nobiliari che cercarono di contendersi il potere si ricordano i Doria, gli Spinola, i Freschi, i Grimaldi, i Lomellini, gli Adorno.
Con la quarta repubblica però, Genova perde la sua indipendenza ed entra, politicamente parlando, nell'orbita delle potenza straniere, soprattutto della Francia. Nonostante ciò, i banchieri genovesi, arricchitisi tramite i commerci con tutto il Mediterraneo, erano diventati così ricchi da poter giungere a posizioni di influenza economica di rilievo nei vari stati europei. La cartina di seguito riportata, serve a far capire come Genova avesse raggiunto un'influenza economica e politica notevole in tutto il bacino mediterraneo e non solo.

In viola, i territori genovesi; in lilla le aree a forte influenza commerciale; in giallo le aree a forte penetrazione bancaria

La Spagna fu uno degli stati più "colonizzati" dai banchieri genovesi, che con le rotte navali avevano stabilito un predominio economico, sul Mediterraneo, di primo piano, contendendo lo scettro di regina dei mari a Venezia. Grazie anche alle crociate, i genovesi avevano fondato una serie di colonie nel medioriente ed in Crimea. Molte comunità genovesi si trovavano nelle città più importanti, i genovesi riuscivano a mettere mano su gran parte dell'oro che circolava per i mari. Ciò non poteva stare bene ad altre due potenze: Pisa e Venezia.

Per tutto il XIII secolo, Genova combatterà contro Pisa, egemone nel Tirreno ed estremamente vicina alla città ligure; fin quando, alle soglie del 1300, i genovesi non distrussero ed interrarono il porto pisano, ponendo fine alla storia di questa Repubblica Marinara. 
Nel 1298 Genova e Venezia si scontrarono per il predominio sui mari: nessuna delle due città riuscì a prevalere sull'altra e, dopo la pace di Torino, non ebbero più modo di scontrarsi direttamente, ma solo di rivaleggiare a livello economico e commerciale.

Xilografia di Genova, del 1493

L'equilibrio con Venezia, l'egemonia sugli stretti bizantini che collegano il Mediterraneo al mar Nero e l'espansione verso la Crimea, oltre alle miriadi di colonie e comunità sparse per Europa, Africa ed Asia, permisero a Genova di raggiungere un periodo di magnificenza straordinaria per il medioevo, paragonabile quasi alla Firenze rinascimentale o alla Roma dei Papi.
Testimonianza della potenza storica, sono i grandi monumenti che costellano la città, come la porta Soprana o la famosa Lanterna, simbolo della città.

Lanterna di Genova, che con lo sperone in roccia raggiunge i 107 metri di altezza.
Porta Soprana, antico ingresso alla città

Nonostante un secolo di congiure e lotte interne l'avessero esposta alla dominazione straniera, nel 1407 la città riuscì a fondare il primo istituto di credito moderno al mondo: il banco di San Giorgio.
Purtroppo però, le continue lotte intestine fiaccarono ed indebolirono la città, che progressivamente perse la sua influenza politica e, di conseguenza, economica. Genova, nel XV secolo, declinò, riuscendo ad avere un altro periodo aureo soltanto a metà del XVI secolo, che però risultò essere il canto del cigno della Repubblica Marinara. La città perderà lo status di repubblica per mano di Napoleone, per poi vedere confluire le sue vicende in quelle italiane nei decenni successivi.

Flotta genovese nel 1481

16 marzo, 2017

Historie Medievali: Le Ricette della Tavola Rotonda

Le ricette di Historie Medievali sono le seguenti:

PUREA DI FAVE (per 4 persone).

Ingredienti:
300 gr. di fave secche decorticate;
500 gr. di mele renette;
4 cipolle;
5 cl di olio d’oliva;
4-5 foglie di salvia fresca;
Sale quanto basta;

Procedimento:
La sera prima: lavare e mettere a bagno le fave.
Il giorno dopo: portare lentamente ad ebollizione le fave in acqua fredda e cuocerle finché si sbriciolano sotto le dita, salarle a fine cottura. Passare le fave al setaccio. Far rosolare a fuoco lento le cipolle a rondelle e quando si sono un po' appassite, aggiungere le mele a fettine, la salvia e cuocere a fuoco lento per 15-20 minuti sino a disfacimento. Al momento di servire scaldare la purea di fave, metterlo in un piatto e sistemarvi al centro la purea di mele alle cipolle.


CAPRETTO ARROSTO (per 6 persone).

Ingredienti:
1,5 kg di capretto;
1,5 stecche di cannella;
200 gr. di mandorle pelate;
2 cucchiai di miele;
500 gr. di prugne secche;
 2 cucchiai di sale, pepe e olio di oliva;
1 bicchiere di vino bianco;

Procedimento:
Tagliare il capretto a pezzi e farlo soffriggere da ambo le parti in olio caldo. Quando è ben dorato , bagnare con il vino bianco. Aggiungere la cannella, il miele, le mandorle, il sale e il pepe. Coprire e far cuocere piano per 45 minuti. Preparare un po di acqua calda da parte, immergervi le prugne ed aggiungerle al composto, cuocere il tutto ancora per 15 minuti.


FRITTELLE DI FORMAGGIO

Prendete dei rossi d'uovo, della farina e del sale, e un po' di vino, sbattete forte insieme, e del formaggio tagliato a fette fini,  poi mettete le fettine del formaggio nella pasta, mescolando.
Una volta mescolato per bene il tutto, friggetele in padella con il burro o olio extravergine di oliva.

14 marzo, 2017

Alfonso V d'Aragona e la conquista di Napoli

Per raccontare le gesta del re, detto il Magnanimo, che lo portarono ad insediarsi sul trono di Napoli, bisogna partire da alcuni anni addietro, più precisamente durante gli anni del regno di Giovanna II d’Angiò. La regina era una donna intrigante e sensuale, famosa più per il gran numero di amanti che per i risultati ottenuti al governo della città. I suoi modi di fare e il potere che conferiva ai suoi amanti le inimicarono ben presto la nobiltà, che auspicava, con l’aiuto del Papa Martino V, forte del fatto che la regina non avesse avuto eredi, di riuscire a liberarsene in maniera definitiva. Ma Giovanna scoprì la congiura e chiamò in suo aiuto Alfonso V d’Aragona, detto Il Magnanimo, re di Sicilia, Aragona e Catalogna; per garantirsi la sua fedeltà, lo nominò addirittura suo erede, nel 1421. Essendo una donna abituata ai complotti, Giovanna non indugiò un attimo ed, appena 2 anni dopo, si rimangiò la parola, nominando come suo legittimo erede Luigi III d’Angiò.

Alfonso V d'Aragona, detto Il Magnanimo
Ciò nonostante, Alfonso non voleva affatto rinunciare a ciò che gli era stato promesso e, infatti, nell’ottobre del 1423, assediò Napoli e fece capitolare anche Ischia. Un anno dopo, dopo svariate vicissitudini per l’individuazione di un erede, moriva Giovanna d’Angiò, la quale proclamava, poco prima di spirare, come erede legittimo Renato d’Angiò. Alfonso combattè per ben sette anni contro Renato, collezionando una serie di successi militari che lo portarono alla riconquista definitiva del trono di Napoli. Il suo esercito era dotato dell'equipaggiamento d’artiglieria più grande di tutta Europa e fu proprio con la sua potente artiglieria che Alfonso distrusse il simbolo del potere degli Angiò: il castello del Maschio Angioino, che fu poi da lui riedificato, con il maestoso arco di marmo sormontato da una statua con fattezze maschili, che raffigura appunto il sovrano aragonese. Ancora oggi, l’arco marmoreo che spicca tra la scura pietra che compone il castello, viene considerato dai critici come uno dei più straordinari esempi di stile rinascimentale italiano.

Castel Nuovo, l'arco trionfale che celebra Alfonso V d'Aragona
Il 12 giugno del 1442 quindi, Alfonso riuscì a penetrare in città in modo rocambolesco mediante quel pozzo di Santa Sofia, già adoperato dagli invasori bizantini ben nove secoli prima. Napoli, per alcune ore, fu abbandonata alla mercé dei soldati di Alfonso, che la saccheggiarono e che si macchiarono di violente atrocità.

Il Cancionero de Stúñiga. Manoscritto che raccoglie poesie della corte napoletana di Alfonso V il Magnanimo
Una volta insediatosi, Alfonso si rivelò essere un sovrano “illuminato” e liberale, che trasformò il regno in un polo artistico e culturale. Con la sua reggenza, dopo circa due secoli e mezzo, la Sicilia e la parte continentale del Regno si ritrovarono sotto lo stesso sovrano, che fu chiamato “Re delle Sicilie”. Nel 1446, Alfonso conquistò anche la Sardegna, divenendo il re della principale potenza occidentale nel Mediterraneo.

Statua di Alfonso V all'ingresso del Palazzo Reale di Napoli
Il 17 giugno 1458 Alfonso moriva. Il suo più grande rimpianto fu la mancata conquista di Genova, a cui teneva tanto; la città era sotto il controllo, per conto del re di Francia, di Giovanni d’Angiò, figlio di Renato, che anni prima, s’era fatto incoronare come legittimo re di Napoli.

12 marzo, 2017

Storie di Repubbliche Marinare: Amalfi

In un nostro precedente articolo, abbiamo visto cos'erano, quante erano e come si sono sviluppate le Repubbliche Marinare. Adesso osserviamo insieme le vicende delle quattro più importanti: Amalfi, Genova, Pisa e Venezia.
Cominceremo il nostro viaggio per l'Italia con quella più antica, Amalfi, per poi continuare con le altre. Approfondendo così una delle vicende più interessanti del medioevo italiano, e scoprendo come abbia stimolato commerci, cultura, tecnologia, ed arte.


Amalfi 


La bandiera di Amalfi, con la croce ottagona che richiama una rosa di dodici venti, necessari alla navigazione. Inizialmente di colore nero, ma poi passata in campo azzurro in quanto, in un altro stemma della città, è presente con tale colore, e di conseguenza, così riportata nello stemma della marina italiana raffigurante le quattro Repubbliche Marinare. 
Un piccolo villaggio di pescatori, fondato dai Romani, viene presto trasformato dai Bizantini in fortezza per difendersi dai Longobardi del re Alboino. La posizione della fortezza è strategica: alle sue spalle alte, impervie e scoscese montagne che superano il chilometro in altezza, permettendo una visione pressoché totale del golfo di Salerno; dinanzi il mare, e la possibilità di poter comunicare con la costellazione di piccoli centri che caratterizzano la costiera, Capri e la piana del Sele. Ciò permise agli amalfitani di poter rafforzare la propria posizione, nonostante l'ingombrante presenza di Napoli, nell'orbita della quale Amalfi gravitava, e quella bizantina. I commerci divennero così floridi, che nell'836 d.C., la città aveva rapporti con tutto il sud Italia, Sicilia ed Africa, permettendo così l'apertura all'influenza araba, che caratterizzerà anche l'architettura della Costiera nei secoli a venire.

Tre anni dopo, nell'839 d.C., la città viene espugnata dal Longobardo Sicardo, ma la classe dirigente longobarda era molto instabile, ragion per cui, Amalfi tornò ad essere un protettorato del ducato di Napoli, filobizantino, ma con una sostanziale autonomia. Tanto è vero che, all'espandersi dell'influenza araba, Napoli propose alla piccola città e a Gaeta la formazione di una lega, detta Lega Campana. Ciò però non impedì alla città di continuare i propri commerci; non poteva essere altrimenti, perché l'unico sbocco possibile per la città, dato il territorio impervio dell'entroterra, era proprio il mare. Ed il mare permise al ducato di accrescersi, e giungere a ragguardevoli dimensioni.

Territorio del Ducato di Amalfi, comprendente grosso modo, l'odierna Costiera Amalfitana

Il commercio era stato regolamentato con le Tavole Amalfitane, codice marittimo redatto nell' XI secolo. E' il più antico statuto marittimo italiano, e la sua efficacia fu tale da essere usato in tutto il Mediterraneo fino al XVI secolo, cioè ben oltre la fine del Medioevo stesso. Inizialmente composto da 21 articoli scritti in latino, se ne aggiunsero altri 45, scritti in volgare, nei secoli successivi, per un totale di 66 articoli. Il documento originale è andato perduto, ma una copia è tutt'ora conservata negli arsenali della Repubblica.

Il Codice Foscarino, conservato negli Arsenali di Amalfi, attualmente contiene una delle pochissime copie sopravvissute delle Tavole Amalfitane

L'Arsenale della Repubblica di Amalfi era il luogo di rimessa delle barche. Attualmente adibito a museo storico della città, colpisce per l'austerità e il soffitto a sesto acuto, di sapore goticheggiante.

Arsenale della Repubblica. Al suo interno è custodita la barca di gara della regata delle Repubbliche Marinare
Le dimensioni dell'arsenale sono notevoli, in quanto la città sta espandendo sempre di più i suoi commerci. Tanto è vero che nel 996 d.C., si registra la presenza di una nutrita colonia di commercianti amalfitani al Cairo in Egitto. La città ha costellato di colonie l'intero Mediterraneo centro-orientale, e l'influsso arabo sull'architettura, comincia a farsi sentire.

Campanile della cattedrale di Amalfi: notare gli archi intrecciati, tipici dell'influenza araba

Chiostro del Paradiso, sempre in cattedrale. La presenza degli archi intrecciati, delle colonne binate e l'uso dei colori chiari, sono un chiaro influsso della cultura mediorientale portata attraverso i commerci

Anche i centri del ducato risentono di tale influenza. Basti pensare alla vicina Ravello, con villa Rufolo.

Ravello, chiostro di villa Rufolo. Le complesse geometrie sono tipiche dell'architettura araba.

Ancora Villa Rufolo coi suoi giardini pensili, altro elemento tipico mediorientale

La stessa facciata della cattedrale di Amalfi, nel XIX secolo, verrà rifatta in forme moresche, in quanto riconosciute come caratteristica peculiare della città della Costiera.

I navigatori amalfitani erano scafati ed esperti. Fecero la loro fortuna anche perché portarono un'importante innovazione tecnologica, che troverà presto diffusione in tutto il mondo. Intorno al 1300 infatti, un navigatore di nome Flavio Gioia venne a sapere del viaggio effettuato da Marco Polo in Cina. Leggendo una copia del Milione, il libro scritto dal viaggiatore veneziano, Flavio Gioia scoprì che i cinesi, per orientarsi, usavano dei complessi dispositivi magnetici che tendevano ad indicare sempre un punto ben preciso: il nord. Capendo l'importanza di avere un riferimento in un luogo avaro di riferimenti come il mare, Flavio Gioia perfezionò il dispositivo, introdusse la rosa dei venti in esso e costruì un ago magnetico che vi girava sopra. Chiamò lo strumento "Bussola", e tutt'ora tale strumento, viene usato per l'orientamento in un territorio.


Stampa del seicento, che mostra Flavio Gioia intento a perfezionare la bussola, riportata in sovrimpressione

L'idea della bussola fu un successo tecnologico enorme: da quel momento non si navigherà più soltanto a vista, affidandosi ai venti o alle stelle, ma avendo anche a disposizione uno strumento che indicherà sempre una posizione ben precisa.

Purtroppo però, la situazione politica europea continua ad essere instabile: le lotte fra bizantini e normanni costringono Amalfi a chiedere, nel 1126, protezione al normanno Roberto il Guiscardo, perdendo così la propria indipendenza. Ciò non gli impedisce di allacciare una serie di rapporti commerciali con Pisa, con cui la città ha molta affinità. Questi stretti rapporti commerciali portarono gli amalfitani in guerra contro il Sacro Romano Impero di Lotario II insieme a Genova, Napoli ed altre città italiane. La guerra arrivò in costiera: Amalfi fu distrutta, le navi in fonda nel porto e nell'arsenale saccheggiate, i pisani sbaragliati nei vari focolai di battaglia scoppiati lungo la costiera. Alla fine Ruggiero II il Normanno ne uscì vincitore, e conquistò l'intera Italia meridionale, Amalfi inclusa. Da questo momento in poi, mentre al nord si andrà sviluppando una costellazione di comuni e libere città stato, al sud si andrà costituendo un regno che esisterà, sotto varie dominazioni, fino al 1861.

Ruggiero il Normanno, colui che pose fine all'esperienza di Amalfi come Repubblica Marinara libera

Amalfi perderà progressivamente prestigio e potere, anche se, per qualche secolo, continuerà ad essere un florido emporio commerciale. Ma andrà via via spegnendosi, tornando ad essere un borgo di pescatori, passando il testimone alla vicina Napoli, che nei secoli a venire diverrà la futura capitale del Regno appena costituitosi.

La pietra tombale della storia di Amalfi verrà messa nel 1343: un violento maremoto distrugge la città. Gli arsenali diverranno inservibili, e la città non si risolleverà mai più, in quanto impossibilitata a poter costruire le galee che l'avevano portata a diventare padrona dei mari.

La più antica repubblica marinara esce di scena, ma nel frattempo altre repubbliche stanno emergendo e prosperando. Le conosceremo meglio nei prossimi tre articoli.

08 marzo, 2017

Le campane, elemento fondamentale della vita cittadina medievale

Ascoltare il suono delle campane, oggi, è diventato qualcosa di piuttosto raro: eccezion fatta per specifici luoghi, è più facile ascoltare il loro rintocco soltanto la domenica o in occasioni particolari. Il discorso cambia radicalmente invece, per ciò che concerne il Medioevo, periodo in cui le campane erano di fondamentale importanza per la vita cittadina. I rintocchi scandivano l'alternarsi del giorno e della notte, annunciavano le adunanze politiche e le feste, ma avevano anche l'essenziale funzione di segnalare il pericolo immediato derivante da un incendio, una sommossa o da un attacco nemico. È pur vero che svariate cronache del tempo ci raccontano di diversi episodi di falsi allarmi che scatenavano poi la forte reazione del popolo, ma è altrettanto evidente che, se nel Medioevo la campana suonava al di fuori dei momenti canonici, allora tutta la città doveva allarmarsi, perchè nulla di buono si sarebbe prospettato di lì a breve.

Campana in bronzo del XIII secolo
Il mestiere del campanaro era tutt'altro che semplice, come si potrebbe facilmente pensare: riuscire a far suonare la campana, risultava essere, di sovente, una vera e propria impresa. Si narra che. a Firenze, per ben 17 anni, nessuno fosse riuscito a far rintoccare la "Gran Campana del Popolo", nonostante a provarci fossero finanche dodici uomini. Fu necessario l'intervento di un vero e proprio maestro proveniente da Siena il quale, nel 1322, mediante l'utilizzo di un "geniale artificio", consentì a due soli uomini di far muovere la campana e, ad uno solo, di portarla a suonare a distesa, malgrado l'incredibile peso.

Campanaro all'opera, miniatura del XIII secolo
Con le campane si sanciva l'inizio o la fine del giorno: ad esempio, in alcuni comuni la campana della sera doveva eseguire tre rintocchi che fossero tanto prolungati da consentire a ciascun cittadino di tornare a casa, da qualunque zona della città in cui si trovasse in quel'istante. Dopo il terzo suono arrivavano ancora altri tre rintocchi, al termine dei quali scattava una sorta di coprifuoco, secondo cui nessuno poteva più girare per la città o stare fuori di casa. La campana grossa del Comune suonava poi a martello, con cinque colpi, per avvisare di coprire o di spegnere, prestando molta attenzione, il fuoco di casa, in modo tale da prevenire eventuali incendi.

Le attività quotidiane scandite di rintocchi delle campane
Ma le campane venivano adoperate per segnalare anche altro, attraverso qualcosa che potremmo definire quasi come una sorta di linguaggio: per esempio, se un cittadino si ammalava gravemente, si eseguivano dei rintocchi cupi, per consentire che il popolo, ascoltando quei suoni, si raccogliesse in preghiera; nel caso in cui si trattava di una donna, i rintocchi previsti erano due, mentre, ad un uomo, erano dedicati tre suoni. Se invece, ad ammalarsi era un chierico, la campana suonava tante volte quanti erano stati gli ordini a cui era appartenuto il religioso durante la vita. 
Le campane erano insomma una degli elementi peculiari delle città medievali, e diedero vita a consuetudini che si rivelarono dure a morire anche quando apparvero i primi orologi.

06 marzo, 2017

Proposta di lettura:Tempi barbarici. L'Europa occidentale tra antichità e Medioevo (300-900)

Il volume qui presentato, descrive in maniera abbastanza accurata un lasso di tempo che va dal 300 fino al 900 d.C., effettuando un attenta valutazione dell'Alto Medioevo occidentale.
Gli autori percorrono un itinerario che parte dai primi processi di trasformazione del mondo romano (IV secolo circa) fino all'età carolingia (VIII-IX secolo); evidenziano inoltre, come in questo periodo si sia tentato di ricreare nuovamente un impero, basato sulla collaborazione fra il potere pubblico e quello ecclesiale. Si sa che i quattro secoli di transizione dall'antichità al medioevo, hanno sempre catturato l'interesse degli storici, ma negli ultimi venti anni sono stati riletti e approfonditi notevoli interpretazioni generali al riguardo, riscuotendo variazioni ed ideologie erroneamente interpretate.

Il libro 

Gli autori accolgono sia le nuove impostazioni metodologiche, sia i risultati della storiografia, sottolineando la genesi tardoantica per la formazione dell'Europa medievale. Infatti essa non è più intesa come l'Europa delle nazioni, nata dal crollo del grande impero romano, idea sostenuta per tutto l'Ottocento e fino alla metà del Novecento: le popolazioni Barbare allora erano considerate quasi tutte Germane; esse avrebbero causato la fine violenta dell'impero romano e della civiltà antica, a causa delle loro incursioni nella penisola e sulle coste al di fuori del Mediterraneo, e avrebbero non solo sostituito, ma anche impiantato realtà istituzionali e culturali completamente diverse, i "regni dei popoli" (regna gentium), dai quali avrebbero avuto origine le nazioni moderne.
Moderni studi di antropologia, archeologia e analisi di numerosi testi, hanno reso possibile un ridimensionamento sull'etnia dei popoli barbarici e sui motivi per i quali avvennero le invasioni.
Il cambiamento avvenuto dopo la caduta dell'impero romano d'occidente, ha subito una lenta trasformazione, dove tradizioni antiche convivono e interagiscono, in maniera mai predeterminata, con spinte nuove per un lungo periodo di "post-romanità", fino all'elaborazione di stretture innovative in età carolingia. Con il regno di Carlo Magno si diffusero allora elementi nuovi che caratterizzarono poi largamente il medioevo europeo: il notevole sviluppo delle istituzioni ecclesiali, fortemente connesse con il potere politico, istituzioni di rapporti vassallatico-beneficiari e molti altri.
Per concludere, se l'Alto Medioevo resta ancora lo specchio delle domande e dei dubbi che ci poniamo di fronte ad ogni cambiamento epocale, le sue fonti ci invitano a interrogarci sulla sua storia, e sui cambiamenti avvenuti in quell'epoca forse ancora considerata di transizione.
Un libro di facile lettura e scorrevolezza, notevole per approfondimenti e per coloro che si avvicinano per la prima volta allo studio di questa straordinaria epoca.

03 marzo, 2017

Le Repubbliche Marinare

Amalfi, Genova, Pisa e Venezia.

Fin da piccoli, a scuola, ci hanno insegnato che, nel medioevo, queste quattro città affermarono il loro dominio sui mari, attestandosi come vere e proprie repubbliche. Ma queste non furono le uniche repubbliche marinare italiane. Certo, questo quartetto di città è stato il più famoso; ma quello che vi proponiamo oggi, è un viaggio fra tutte quelle città che hanno potuto fregiarsi di tale titolo prestigioso.

Quindi, ecco a voi le repubbliche marinare italiane più e meno note!

Lo stemma della marina militare, uno scudo che ha come perimetro una corda, presenta i simboli delle quattro repubbliche principali: Venezia e Genova in alto; Amalfi e Pisa in basso.

Il termine
Il titolo di Repubblica marinara è di origine ottocentesca; nessuno degli stati che vi illustreremo si è mai definito tale, ma è stato un attributo dato dagli storici romantici per indicare l'indipendenza, l'autonomia economica, il possesso di una flotta, l'essere una città stato, avere fondachi (edifici che fungevano da magazzino) e consoli di città straniere, averne di propri in altri luoghi, battere una propria moneta, aver partecipato alle crociate o alla lotta contro i pirati, e avere un governo di stampo repubblicano. Ogni città che ha avuto tali caratteristiche, è stata definita "Repubblica Marinara".
Le Repubbliche Marinare furono importanti per l'impulso dei commerci medievali, per la circolazione delle idee, delle scoperte tecnologiche e per le arti. Si affermarono, in genere, dopo temibili saccheggi a partire dal X secolo, entrando in competizione sia col mondo arabo che con quello bizantino. Alcune di loro, addirittura, sopravviveranno fino alla fine del XVIII secolo.

Tavola sinottica che mostra il tempo di nascita e fine di ogni Repubblica. Oltre alle quattro canoniche, vediamo Ancona, Gaeta, Ragusa (Croazia) e Noli (Liguria).

Amalfi
Prima Repubblica a raggiungere un'importanza di primo piano nel panorama mediterraneo. Nell'839 d.C. raggiunge l'indipendenza da Napoli, e da lì comincia la sua ascesa commerciale, affiancata da grandi innovazioni tecnologiche come la bussola, inventata da Flavio Gioia, oltre a fornire un codice marittimo importantissimo come le tavole amalfitane. Le alleanze coi Bizantini e col Papa resero potenti i nobili amalfitani, che agirono, nell'ambito del regno longobardo, come una vera e propria città stato. Le lotte intestine  la indebolirono, e già nel XII secolo la città era nell'orbita normanna.

Duomo di Amalfi
Genova
Distrutta dai Saraceni, risorge nel X secolo; indipendente dal 958 d.C. diviene, dopo una manciata di decenni, un porto importante per i crociati in partenza per la Terra Santa. Alleandosi con Pisa, libera il Mediterraneo occidentale dai Saraceni, e questo consente il suo fiorire commerciale, il cui apogeo si ha nel XIII secolo, dopo aver sconfitto Pisa e Venezia; mentre Amalfi, nel frattempo, era ormai stata assimilata da altre casate regnanti, sparendo dalla storia delle Repubbliche Marinare. Liguria, Corsica, Sardegna, Egeo, Crimea. Questi sono alcuni dei territori sotto il controllo genovese, che però era in mano a poche famiglie. Questa oligarchia de facto, porterà al suo lento declino. Soverchiata dalla crescente potenza milanese, Genova vedrà ridimensionare la sua influenza nel corso dei secoli, fino al suo secondo apogeo, in epoca cinquecentesca, tanto che la stessa economia spagnola dipenderà dai prestiti dei banchieri genovesi. La repubblica crolla in epoca napoleonica.

Palazzo San Giorgio a Genova
Pisa
Nata nell'XI secolo, intensifica i suoi commerci nel Mediterraneo scontrandosi diverse volte con i Saraceni, risolvendo definitivamente il problema alleandosi con Genova, come detto precedentemente. Governata da un consiglio di anziani, acquisisce l'indipendenza de facto nel 1081. Liberato il Mediterraneo occidentale dai Saraceni, conquisterà le Baleari; mentre il suo potere si rafforzerà, fornendo servizi ai crociati. Città ghibellina, di conseguenza avversaria della guelfa Genova, raggiunse l'apice del suo splendore fra il XII ed il XIII secolo, quando venne costruita la scenografica piazza dei Miracoli, simbolo del suo potere. Dovendosela vedere anche con Siena e Firenze, perse forza e di conseguenza declinò. Nel 1406 viene annessa a Firenze.

Complesso di piazza dei Miracoli a Pisa
Venezia
Indubbiamente la Repubblica più famosa e potente di tutte. Fondata nel 697 dagli abitanti veneti, che cercavano di sfuggire alle scorrerie degli Unni, la città, costruita su palafitte infisse nel suolo fangoso di una laguna, fu nell'anonimato per secoli. I rapporti commerciali con l'impero Bizantino la fecero acquisire progressivamente sempre maggior potenza, fino a quando, poco prima del 1100, non cominciò ad espandersi nell'Adriatico, conquistando Istria e Dalmazia. Governata da un'oligarchia capitanata dal doge, la città fiorì fondando colonie, nel XIII secolo, in Grecia, Siria ed Egitto. Nel XIV secolo la sua moneta, lo Zecchino, divenne una delle più potenti d'Europa; nel XV secolo, i suoi territori si espansero fino alle porte di Milano, arrivando addirittura a conquistare Bergamo. Nel XVI secolo, con la battaglia di Lepanto, la città raggiunge l'apogeo del suo potere, che poi porterà ad una lenta decadenza fino alla conquista napoleonica e all'entrata nell'orbita asburgica, periodo in cui perderà la sua indipendenza.

Palazzo ducale a Venezia

Le altre Repubbliche
Come precedentemente detto, ci sono state anche altre repubbliche marinare:
Ancona: dopo la devastazione saracena dell'839 d.C., subisce varie dominazioni, fino all'indipendenza nell' XI secolo. Ostacolata da Venezia, riuscì a sopravvivere grazie all'alleanza con i Bizantini e con la Repubblica di Ragusa. Porta d'Oriente dell'Italia centrale, raggiunse il massimo splendore quando, nel 1447, Papa Eugenio IV la definì Repubblica. Caduta Costantinopoli, cominciò il declino della città e l'entrata nell'orbita dello Stato Pontificio.
Ragusa: città della Dalmazia che si impose come porto mercantile nell' XI secolo. La caduta di Costantinopoli la fa entrare, nel 1204, nei territori veneziani. La sua zecca è stata attiva per sette secoli.
Gaeta: autonoma dall'839 d.C., raggiungerà l'apice della sua potenza nel X secolo, tanto da essere considerata la piccola Venezia del Tirreno. Il potere del suo Duca, essendo limitato dal Gran Consiglio, le farà assumere una configurazione amministrativa simil-repubblicana. Attiva, insieme a Napoli e ad Amalfi, nella lotta contro i Saraceni, li sconfiggerà nel 915 d.C. Nel 1032 una crisi dinastica, la fa entrare prima nell'orbita del Principato di Capua e, in seguito, dei Normanni.
Noli: le crociate fecero la fortuna di questa città, che riuscì a smarcarsi dall'influenza della vicina Genova, di cui divenne alleata nel 1202, ad appena dieci anni dalla sua nascita. Tale alleanza però la rese un protettorato di Genova e, non battendo moneta propria e venendo offuscata da una vicina tanto potente, finì ogni attività marinara e mercantile a termine delle Crociate, terminando così la sua parentesi storica più importante.

Mappa delle otto Repubbliche Marinare