30 maggio, 2017

La birra nel Medioevo

La birra, così come il vino, era una delle bevande più diffuse ed utilizzate durante tutto il Medioevo. Infatti, veniva consumata da tutte le classi sociali del nord e dell'est Europa; si preferiva la birra al vino, soltanto per una questione legata al clima sfavorevole che non consentiva la coltivazione di vigneti, i quali, di contro, avevano enorme diffusione nel sud del continente. Qui, la birra veniva consumata dai ceti più popolari, in quanto non si poteva disporre o essere sempre sicuri riguardo la purezza dell'acqua, motivo per il quale si prediligevano bevande per la cui produzione fosse prevista la bollitura dell'acqua.
Nel Nord Europa invece, la birra era parte integrante dell'alimentazione e se ne consumavano anche trecento litri pro-capite annui durante il Basso Medioevo, periodo in cui era servita ad ogni pasto. 

Miniatura che ritrae un monaco che beve e versa della birra
Ed è proprio dopo l'anno Mille che la produzione della birra, precedentemente appannaggio delle donne, diventa un'attività quasi esclusivamente maschile. Questo perché nei monasteri, soprattutto in quelli olandesi e belga, i monaci, per mantenere vivo il legame tra birra e religione (si narra che le prime donne babilonesi a produrre birra, fossero delle sacerdotesse del tempio), cominciarono a praticare l'arte della birrificazione. Col tempo però, la produzione iniziò a superare il fabbisogno (seppur elevato, basti pensare che era consentito bere fino a 5 litri al giorno di birra) giornaliero, così i monaci cominciarono a vendere l'eccesso.
Con la crescita esponenziale del commercio della birra, i regnanti capirono che non potevano lasciarsi sfuggire una grande occasione di guadagno, per cui fecero di tutto per impedire ai monaci, che non pagavano le tasse, di operare in un campo così redditizio.

Un monaco alle prese con la produzione della birra
Per ciò che concerne il processo vero e proprio di produzione della preziosa bevanda,  bisogna dire che la pratica dell'aromatizzazione mediante l'uso del luppolo, fosse già conosciuta nel IX secolo, ma che fu adottata con costanza, soltanto alcuni secoli dopo, a causa delle difficoltà nello stabilire le giuste proporzioni tra i vari ingredienti. Prima dell'avvento del luppolo quindi, si adoperava la "gruit", una miscela di varie spezie e non solo; infatti, vi si potevano trovare anche bacche di ginepro, prugnolo, corteccia di quercia, assenzio, seme di cumino selvatico, anice, genziana e rosmarino. Il risultato era che la birra priva di luppolo, sostanzialmente dovesse essere bevuta e non potesse essere esportata. L'unica alternativa era rappresentata dall'aumentarne il contenuto alcolico, cosa che però comportava anche un aumento non trascurabile dei costi.

Il luppolo, la preziosa pianta-fiore che consentì la produzione su larga scala e l'esportazione della birra
Ed è per queste ragioni che, in Germania, a partire dal XIII secolo, si cominciò a perfezionare il processo di produzione di birra luppolata. Il prodotto finale, a quel punto, aveva un gusto e dei valori nutritivi migliori, oltre al fatto che potesse essere esportato, anche su vasta scala, grazie all'utilizzo di botti di grandi dimensioni. Questa fu il motivo per cui le monarchie europee capirono che questo giro d'affari non potesse essere trascurato.
Nei comuni tedeschi inoltre, si migliorò anche la gestione e la professionalità degli uomini che gestivano il processo produttivo.
Questo modello vincente si diffuse ben presto in Olanda e nelle Fiandre, fino a raggiungere la Gran Bretagna nel XV secolo. Furono proprio gli inglesi ad introdurre delle leggi che imponevano l'uso del luppolo nella birrificazione, leggi che furono poi adottate anche da altri paesi. Questi provvedimenti legislativi, in Inghilterra, portarono a sollevazioni contadine, in cui si sosteneva che il luppolo rovinasse il gusto della birra. Ovviamente, tutte le rivolte furono brutalmente represse nel sangue.

28 maggio, 2017

Le Scarpe nel Medioevo

Vari tipi di scarpe vennero usate durante i differenti periodi dell'epoca medievale. Ad esempio, durante l'alto medioevo, le scarpe che venivano utilizzate maggiormente erano un semplice pezzo di pelle arrotolato intorno al piede e legato con dei lacci. Le tendenze e la moda del tempo, si diversificarono man mano che si avanzava col tempo. Similmente, durante il periodo basso medievale, iniziò ad essere usato il cuoio o pelle più robusta; il materiale e lo stile ebbero il compito di riflettere lo status sociale di chi le indossava. Le scarpe medievali erano varie sia per stile che per il materiale utilizzato, ad esempio in Francia, Spagna e Italia venivano usati una specie di sandali chiamati Alpargata  molto famosi durante l'epoca medievale. Tra il clero, veniva usata una scarpa chiamata Caliage, che era molto simile al modello del sandalo romano.

Alpargata

Caliage

Altre scarpe tipiche medievali erano le Calopedes, Buskin, Corked e molte altre.

Buskin

Il materiale principale per costruire le scarpe era la pelle, veniva usata una diversa qualità a seconda di dove ci si trovava. La qualità della pelle nei primi secoli del medioevo era bassa, poi con l'avvento delle Crociate e degli scambi commerciali in tutta Europa, si rafforzò il commercio anche verso l'Asia, consentendo di acquistare ed avere a disposizione pelle di maggiore qualità, e a prezzi abbastanza contenuti rispetto ai secoli precedenti. Altri materiali usati furono la lana e la pelliccia.
La scarpe maschili erano varie e di diversi stili: nei villaggi era comune indossare scarpe che erano lunghe fino sopra il ginocchio, erano legate da lacci frontalmente. Le scarpe per i nobili e cavalieri venivano fatte con materiale di ottima qualità e costruite con tacchi bassi. 

Scarpe da uomo XIV-XV sec.
Le scarpe da donna erano uguali a quelle degli uomini, ovviamente alcuni modelli erano esclusivamente femminili, ma si distinguevano anche a seconda del ceto sociale, quindi se popolana oppure nobile. Le più note scarpe medievali femminili erano le Turnshoes. Queste scarpe erano costruire con uno spessore maggiore e di pelle leggera. Mentre per le popolane, erano costruite con una pelle di bassa qualità o comunque di lana o pelliccia a seconda dei periodi. 

Turnshoes

Per concludere, i nobili durante l'alto medioevo usarono scarpe molto semplici e poco elaborate, a differenza del basso medioevo, dove lo stile e l'eleganza ebbero notevole importanza con tessuti pregiati: le scarpe erano costruite con materiali differenti di altissima qualità e con uno spessore maggiore.

Scarpe Bizantine


26 maggio, 2017

Il castello di Lettere

Uno dei più scenografici castelli della Campania è senza dubbio quello di Lettere.

Castello di Lettere, sullo sfondo, il golfo di Napoli

X secolo: sui contrafforti settentrionali dei monti Lattari, a circa 340 metri di quota, Mansone I di Amalfi sceglie di costruire un castello per controllare la piana nocerino sarnese. Il punto di vista è perfetto: si ha la possibilità di vedere fino a Napoli, Ischia, Nola, Stabia, oltre a tutta la piana fino ai piedi del Vesuvio. Il ducato di Amalfi, all'epoca, era quasi all'apogeo della sua estensione; avere un importante punto di difesa a nord, direttamente sulle piane sottostanti, aveva un valore strategico fondamentale.

Nel castello erano presenti una chiesa, alcune abitazioni e diverse botteghe. I Normanni, decenni dopo, ampliarono la fortezza: furono costruite nuove mura, una nuova porta, dotata di ponte levatoio e protetta da un camminamento con arcieri; a poca distanza dal castello invece, venne edificata una cattedrale, in stile romanico.

Resti della cattedrale normanna vicino al castello; a sinistra si notano le tracce di diversi edifici

Con l'arrivo degli Svevi, il castello viene passato alla famiglia Filangieri, che nel 1268, costruiscono un mastio.

Il mastio del castello è la torre più alta presente sulla destra

Durante gli angioini, il castello viene ampliato e fortificato per sostenere gli attacchi nemici, causati dalla guerra dei Vespri. Vengono costruiti camminamenti sospesi, nuove torrette e mura difensive.
Nel XVI secolo il castello diviene residenza, perdendo l'uso militare, ma nel corso dei secoli, la residenza viene progressivamente abbandonata, finendo in decadenza ed in rovina.

Fortunatamente, negli ultimi anni è stata condotta un'enorme opera di ristrutturazione, valorizzazione e restauro, che fortunatamente ha interessato anche altri castelli della Campania, che in questo modo dimostra una nuova sensibilità verso un suggestivo e ricco patrimonio storico regionale.

20 maggio, 2017

I Visconti

E' una delle più importanti dinastie vassalle del Sacro Romano Impero, ha letteralmente scritto la storia di Milano per quasi due secoli. Il suo simbolo si ritrova ancora oggi come stemma delle grandi aziende meneghine. Oggi, Historie Medievali, racconterà le vicende della famiglia dei Visconti.

Stemma dei Visconti: biscione azzurro ingoiante un putto.

Nell'alto medioevo il paese di Massino, sul lago Maggiore, era governato da dei vassalli del vescovo locale, che per questa ragione erano definiti con l'appellativo latino "vice comitis", ossia vice conti. I documenti su questa famiglia risalgono fino all'863 dopo Cristo. Questa carica imperiale, che venne loro conferita dall'arcivescovo Landolfo intorno all'anno 1073, diverrà ereditaria fino al punto da divenire il nome della famiglia stessa abbreviandosi in Visconti. La famiglia era responsabile anche di altri territori in loco, e si fregiarono del simbolo di una vipera che ingoia un fanciullo, richiamante la figura mitologica del basilisco. Altri studi suggerirebbero che tale simbolo fosse già appartenente a Milano, e la famiglia lo adottò proprio per cementare il legame per la città; oppure che appartenesse ad una casata nemica sconfitta durante le Crociate.

Il 22 luglio 1262, Ottone Visconti viene nominato da Papa Urbano IV arcivescovo di Milano: da questo momento, le storie della famiglia e della città saranno indissolubilmente intrecciate. Dopo aver combattuto contro la famiglia Della Torre, che sconfisse a Desio nel 1277, Ottone fece eleggere suo nipote nel 1287 capitano del popolo della città. Appena un anno dopo, l'imperatore del Sacro Romano Impero, Rodolfo I, gli concede il vicariato su Milano. I Visconti sono appena diventati i signori della capitale meneghina.

Affresco del XIV secolo: Ottone entra a Desio dopo aver sconfitto i Della Torre, spianando così la strada verso la signoria di Milano
I guelfi ed il pontefice non accettarono il "doppio gioco" della famiglia dei Visconti: infatti mentre uno era arcivescovo, il nipote era dalla parte dell'imperatore. Quindi, nel 1302 la famiglia venne esiliata. Fu di nuovo un imperatore del Sacro Romano Impero, Enrico VII, a far rientrare la famiglia in città nel 1310; ma l'instabilità interna era tanta: una serie di membri della famiglia si succedettero negli anni al potere, fino all'ascesa di Gian Galeazzo Visconti a metà XIV secolo.
Gian Galeazzo affidò ai letterati la scrittura dell'origine mitologica della famiglia (che l'avrebbero fatta addirittura risalire ai troiani), oltre ad espandere il territorio di Milano fino a porzioni importanti degli odierni Veneto, Emilia e Toscana. Viene eletto duca, ed il ducato di Milano diviene uno degli stati italiani più estesi insieme al Regno di Napoli e quello di Sicilia.

Massima espansione del ducato di Milano, raggiunta sotto Gian Galeazzo Visconti
Il grande stato appena nato, però, aveva un problema: era stato messo insieme attraverso atti sanguinosi e violenti. Infatti, quando Gian Galeazzo muore, il ducato di Milano perde gran parte dei territori, lasciando ai suoi figli una situazione politica interna piuttosto critica.

Ritratto di Gian Galeazzo Visconti

Con la morte di Giovanni Maria e Filippo Maria Visconti, la linea di successione passa alla figlia di Gian Galeazzo, Bianca Maria. Bianca Maria sposerà il membro di un'altra importante famiglia meneghina, famiglia che segnerà il destino di Milano nei successivi due secoli: Francesco Sforza.
Con il matrimonio fra i due, gli Sforza entrano prepotentemente nella gestione politica di Milano. Sotto gli Sforza ci sarà una grande fioritura culturale, artistica ed umanistica, che renderà la città una delle protagoniste indiscusse del Rinascimento italiano.

18 maggio, 2017

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che oggi vi proponiamo, sono le seguenti:

TORTA DEL BORGHESE (metà del '300).

Ingredienti:
1 kg di spinaci.
1 kg di bietole fresche.
1 kg di sale grosso.
300 gr. di Pecorino marzolino.
Un uovo.
Spezie varie noce moscata, zenzero, cannella a piacere.

Pasta classica
La pastella per le torte viene sempre realizzata mescolando acqua calda, farina e sale (e strutto, preferibilmente).


Procedimento:
Prendete gli spinaci e le bietole lavateli, sfogliateli e tagliateli a striscioline. Fategli perdere interamente l'acqua, mettendo strati alternati di verdura e di sale grosso e lasciando a riposo per circa 2 ore. Preparate la pasta classica e farcitela con una crema composta dal pecorino precedentemente fuso a bagno maria con l'aggiunta di un po' di latte. Alla crema preparata, aggiungete pure la noce moscata, lo zenzero e la cannella.Spolverate l'ultimo strato con pecorino stagionato grattugiato, chiudete la torta con la pastella, spennellate con un uovo e infornate a 190° per 40-45'. Per ottenere i migliori risultati, la torta non dovrebbe venire più alta di 4 dita (5-6 cm).



MINESTRA DI HERBETTE

Ingredienti (per 4 persone):
500 gr. di foglie di bietola.
100 gr. di altre erbe: borragine, spinaci, ecc.
Prezzemolo quanto basta.
Menta quanto basta.
2 litri scarsi di brodo di carne.
Sale e pepe.

Procedimento:
Per prima cosa portate ad ebollizione il brodo e in un'altra pentola dell'acqua salata, quindi occupatevi delle erbette. Lavatele accuratamente (specialmente la borragine, se l'avrete colta in campagna); immergetele nella pentola con l'acqua bollente e salata per alcuni minuti. Scolatele e strizzatele, quindi tritatele finemente. A parte tritate il prezzemolo e la menta, che devono essere freschi e crudi, dopo averli lavati e asciugati. Intanto il vostro brodo starà bollendo e a questo punto vi aggiungerete le erbe cotte, 2 o 3 cucchiai di prezzemolo e un po' di menta, se necessario salate e pepate.Questa minestra è ottima se servita non troppo calda, per gustare al meglio la freschezza del prezzemolo e della menta sarebbe bene non aggiungervi formaggio.

13 maggio, 2017

Otranto

Immaginate di poter essere al confine fra un impero e l'altro. Ed immaginate che essi siano quello Bizantino ed il Sacro Romano Impero. Questo comporterebbe essere il ponte fra due mondi totalmente differenti. In questa situazione si è ritrovata, per diversi secoli, la città pugliese di Otranto.

La città di Otranto vista da mare

Situata in Salento, su di una costa frastagliata che poteva fungere da difesa naturale, si sviluppò come una delle città più interessanti del medioevo. Fondata nella preistoria dai Messapi, ha raggiunto la fioritura in epoca romana; ma il suo porto divenne il ponte fra Occidente ed Oriente nel Medioevo. Nel 1095 infatti, nella sua cattedrale ricevette la benedizione l'esercito di Boemondo I d'Altavilla, in partenza per la Prima Crociata. Era sede di una comunità ebraica che diede i natali a diversi raffinati poeti. La comunità ebraica di Otranto si svilupperà a tal punto, ed avrà così tanta influenza in Puglia, da far diventare la città una sorta di capoluogo regionale al posto di Bari.
Poco fuori città, il monastero di San Nicola di Casole aveva la più grande biblioteca dell'Occidente tutto, tanto che da tutta Europa accorrevano studenti per acculturarsi sui suoi testi. Otranto si congederà dal Medioevo con la distruzione della città da parte dei turchi, dopo la battaglia del 1480, che distruggerà lo stesso monastero. La città verrà ricostruita, ma la sua importanza non eguaglierà mai più quella raggiunta nel Medioevo.

Ruderi del Monastero di San Nicola di Casole, non ricostruito dopo la distruzione operata dai turchi

La città ha insigni monumenti: primo su tutti la cattedrale, di architettura romanica.

Cattedrale di Otranto, di stile romanico. Rosone e portale sono di epoche successive

Oltre ad aver ospitato il giuramento e la benedizione dei soldati di Boemondo, in partenza per la Crociata, la cattedrale custodisce il più grande mosaico dell'Europa medioevale, composto fra il 1163 ed il 1165 da Pantaleone, monaco del monastero di San Nicola di Casole. Scene dell'Antico Testamento, dei cicli cavallereschi e dei bestiari medievali, sono descritti in questo immenso mosaico che copre tutto il pavimento della chiesa.

Mosaico della Cattedrale, particolare

Visione di insieme del mosaico
Nel mosaico, fra i vari disegni sono illustrate scene della vita di Alessandro Magno, i cicli dei mesi dell'anno, il giardino dell'Eden, la torre di Babele, l'inferno ed il paradiso, i vizi e le virtù degli uomini.
L'interno della chiesa, a tre navate, è austero e piuttosto luminoso, nonostante l'architettura non consenta un grande passaggio di luce.

Interno della cattedrale

Degne di nota sono anche le mura della città e l'annesso castello, di epoca quattrocentesca. Le torri che fortificano la cinta, sono cilindriche e tozze. La prima cinta è stata iniziata nell'alto medioevo, mentre l'attuale fortificazione si deve agli Aragonesi.

Panorama dal ponte di ingresso nei pressi del castello: a sinistra, le mura
Il castello, dai possenti torrioni, ha conservato il suo fossato, ed ha un'interessante corte interna.

Corte interna del castello
Degna di nota è la bizantina chiesa di San Pietro, con i resti di un bel ciclo di affreschi della stessa epoca.

Chiesa di San Pietro
Cicli di affreschi di epoca bizantina e tardo medievale in San Pietro

11 maggio, 2017

Il gatto, un animale considerato diabolico

I gatti hanno ricoperto sempre un ruolo importante nel Medioevo, visto che eliminavano una della più diffuse minacce per la conservazione del cibo e per la salute, ovvero i topi. Ciò nonostante, alcuni autori del tempo davano altresì una connotazione negativa all'attività felina per antonomasia, ponendo sullo stesso piano il modo con cui i gatti catturano i topi a quello con cui il diavolo si impadronisce delle anime. Esempio di ciò sono le parole di William Caxton, il primo tipografo inglese vissuto nel XV secolo, il quale scrisse: “Il diavolo spesso gioca con il peccatore come il gatto fa con il topo”.

Illustrazione tratta da un manoscritto medievale, in cui due gatti sono ritratti in atteggiamenti riconducibili alla loro presunta natura diabolica
Nel XII secolo l’associazione gatto-diavolo era talmente radicata, che riferimenti alla sua perversa venerazione si ritrovano anche nelle carte processuali: tra le accuse mosse a gruppi religiosi eretici come i Catari e Valdesi, vi era anche quella di adorare i gatti, mentre durante il processo ai Templari, all'inizio del XIV secolo, non mancava l’accusa di far partecipare i gatti alle cerimonie religiose e di pregare per essi. Per quanto riguarda le streghe, si sosteneva che tra i loro espedienti vi fosse quello di assumere sembianze feline. Queste convinzioni erano così diffuse e radicate che papa Innocenzo VIII, nel 1484, dichiarò in maniera ufficiale e solenne: “il gatto è l’animale preferito del diavolo e idolo di tutte le streghe”.

Il gatto nel suo ruolo di cacciatore (British Library, 1440 circa)
Secondo la storica Irina Metzler, a scatenare questa secolare avversione per il gatto, vi è l'indole indipendente e libera dell’animale, in particolar modo se confrontata con la natura fedele del cane. Per l’uomo dell'epoca, che credeva che gli animali fossero stati creati da Dio per servire ed essere governati dagli esseri umani, il gatto doveva rappresentare una spiacevole eccezione, in quanto, pur addomesticato, ogni gatto risultava comunque essere restio all'obbedienza e alla fedeltà.
Per questo, nonostante fossero accettati per la funzione di caccia ai topi, i gatti erano considerati ugualmente come una sorta di intrusi nella società medievale. La loro riluttanza all'obbedienza, l'introdursi in casa di soppiatto (come i topi), la loro indifferenza nei confronti dell'uomo, erano tutti fattori che accrescevano la diffidenza nei confronti di questi animali, i quali però tornavano utili quando svolgevano il ruolo di cacciatore; però anche quando il gatto effettua un compito utile, non lo fa in quanto amico dell'uomo.

Miniatura medievale di un cane che aggredisce un gatto, il quale, a sua volta, dà la caccia a dei topi (XII secolo) 
La natura del gatto può, quindi, in un certo senso, rimandare alla condizione degli eretici, che, in un certo qual modo, rifiutano di assoggettarsi a tutti i dogmi religiosi. Questo parallelismo consente di considerare il gatto come l'animale eretico per eccellenza.
Tuttavia, non tutti odiavano i gatti nel medioevo: nel mondo islamico erano molto apprezzati, fondamentalmente per due ragioni: la prima legata alla tradizione ed a Maometto che, secondo alcuni racconti, li amava profondamente; la seconda connessa ad aspetti più di carattere culturale e simbolico, in quanto un animale così attento all'igiene ed alla pulizia, non poteva che distinguersi positivamente rispetto agli altri.
Tirando le somme, si può affermare l'astio del mondo occidentale (che prediligeva il cane) nei confronti del gatto, era controbilanciato dall'amore e dal rispetto di quello musulmano.

09 maggio, 2017

I Peceneghi

I Peceneghi era un popolo nomade, di ceppo turco, provenienti dalle steppe dell'Asia Centrale dove al tempo i territori erano divisi in Khanati.
Le prime citazioni sicure di questo popolo, non è ancora oggi molto chiara poiché sono stati menzionati in molte opere medievali come: l'opera dell'XI secolo il "Divanu Lugati't-Turk" scritta da Mahmud Kashgari. Altre teorie suppongono che i Peceneghi, proverrebbero dal popolo Wusun, menzionato dai cinesi; altre teorie affermano che fossero originari del bacino dell'alto corso del fiume Irtys (un affluente del fiume Ob'), situato nell'area nord-orientale dell'attuale Kazakistan, dove si trovavano ancora nel VI secolo.

Peceneghi in guerra

La prima comparsa nella storia medievale dei Peceneghi fu nell'VIII secolo, come abitanti del basso Volga, del fiume Don e dei Monti Urali. Dal IX al X secolo essi controllavano gran parte delle steppe del sud-ovest (attuale Ucraina) e della penisola di Crimea. Il loro stato nomade, suddiviso in molte tribù che controllavano il territorio, non permise a questo popolo di andare oltre alle scorrerie nei territori limitrofi, o il loro servizio come mercenari ad altre nazioni.
Nelle cronache armene di Matteo di Edessa i Peceneghi sono menzionati diverse volte. La prima volta, egli afferma che nell'anno 1050-51, i Peceneghi compirono delle terribili razzie nel territorio di Roma. Una seconda citazione avviene nella battaglia di Manzikert; e ancora si cita di una guerra tra Peceneghi e Bizantini, dopo la sconfitta dell'esercito imperiale, e di un fallito assedio di Costantinopoli da parte dei Peceneghi.
Nel IX secolo, i Bizantini si allearono con i Peceneghi, utilizzandoli per tenere a bada le altre tribù nomadi come il popolo Rus' e i Magiari. Altri popoli come gli Uzi, i Kimechi, Samanidi e i Qarluq contribuirono alla cacciata dei Peceneghi nei rispettivi territori natali, inoltre nell'889 i Cazari e i Cumani cacciarono i Peceneghi nei loro rispettivi territori e a loro volta i Peceneghi, scacciarono i Magiari a ovest del fiume Dnepr nell'892.

Entrata dei Peceneghi in Bulgaria. Dal Constantine Manasses Chronicle

Nell'894 i Bulgari entrarono in guerra con Bisanzio, il sovrano bulgaro Simeone I assoldò i Peceneghi per aiutarlo a scacciare i Magiari dalla regione di Etelkoz, dove vi riuscì nell'intento. Dal IX secolo, i Peceneghi iniziarono una complicata relazione con i Rus' di Kiev. Per più di due secoli essi lanciarono degli attacchi lampo nella terra dei Rus', solo nel 920 la situazione si allargò su grande scala divenendo un conflitto vero e proprio. Intercorsero anche delle temporanee alleanze con i Rus' per combattere contro i Bizantini come nel caso del 943. Nel 968, i Peceneghi misero sotto assedio Kiev. Nel 970-971 si unirono nuovamente con i Rus' per guerreggiare contro i Bizantini, ma si rivoltarono contro ai loro alleati uccidendo il principe Sviatoslav I. Ulteriori scontri si prolungarono tra Rus' e Peceneghi tra il 990-995, ma soltanto nel periodo tra il 1087-1091 e tra il 1091 e il 1122 i Peceneghi furono sconfitti dopo numerose battaglie (dopo essersi schierati con varie nazioni come mercenari), con numerosi insuccessi su vari fronti, il popolo nomade si disperse e fu inglobato e assimilato nelle nazioni dell'Ungheria e nel resto dell'Europa danubiana, scomparendo definitivamente come nazione.

05 maggio, 2017

Tommaso d'Aquino

Nel Medioevo, la Chiesa cerca di conciliare le sue idee filosofiche con quelle razionali greche. L'influsso dei grandi pensatori classici, sulla Chiesa, sarà enorme nel corso della storia medievale: Socrate, Platone ed Aristotele vengono viste come delle vere e proprie "star" del pensiero greco, per esempio. Questo tentare di conciliare il pensiero ecclesiastico medievale a quello classico, darà vita ad una corrente filosofica detta "scolastica". Ed uno dei più grandi esponenti di tale filosofia, sarà Tommaso d'Aquino.

Guercino: San Tommaso sorretto dagli angeli
Tommaso nasce da una famiglia di conti residente ad Aquino, nel frusinate, nel 1225; alcuni studi ipotizzano la sua nascita nel castello della vicina Roccasecca. Fatto sta che nasce da una nobildonna di Teano e da un esponente della famiglia dei Caracciolo, appartenente alla nobiltà napoletana. Essendo secondogenito, viene avviato alla vita ecclesiastica presso il monastero di Montecassino, dove verrà iniziato alla vita benedettina. Il problema di Montecassino, all'epoca, è che era conteso fra papato ed imperatore; ragion per cui, nel 1239, venne mandato a studiare all'Università di Napoli, fondata appena sei anni prima.
All'epoca, l'università di Napoli aveva sede nel convento di San Domenico Maggiore, ed era per l'appunto, gestito dai domenicani; nell'aprile del 1244 Tommaso decise di aderire a tale ordine, diventando così un frate domenicano.
L'idea di Tommaso frate domenicano, non piacque alla famiglia, che lo voleva abate di Montecassino; così fu rapito e portato al castello della Ciociaria di Monte San Giovanni Campano, dove venne tenuto per ben due anni in soggiorno forzato.

Castello di Monte San Giovanni Campano, dove Tommaso fu forzato a risiedere per due anni
I familiari, vedendo irremovibile Tommaso, lo lasciarono tornare dai domenicani a Napoli, i quali, non ritenendo San Domenico Maggiore un posto sicuro per Tommaso, lo spedirono dal maestro dell'ordine a Roma, che lo portò con sé a Parigi. In seguito, lo inviò a Colonia, dove per quattro anni, seguì gli insegnamenti di frate Alberto; per lui tali insegnamenti furono determinanti. Distintosi a Colonia, venne indicato da frate Alberto in persona per una cattedra a Parigi. Così, nel 1252, cominciò ad insegnare.
Inizialmente gli fu vietato di leggere Aristotele, ma in seguito ottenne il permesso di poter insegnare pubblicamente il filosofo greco. Per Tommaso, la Metafisica di Aristotele sarà un testo importantissimo nella formazione del suo pensiero; il frate domenicano diverrà il più grande studioso del pensatore greco del suo tempo.
Tommaso torna in Italia, ad Orvieto e a Roma per la precisione, dove insegnerà fra il 1259 ed il 1258. Qui scrive due testi molto importanti per il suo pensiero: la Summa contra Gentiles e la Summa Theologia.
Successivamente, torna a Parigi, dove produce una serie di opere importanti per il pensiero della Chiesa, riguardanti l'anima e Dio.
Tommaso infatti, ha il merito di aver descritto cosa sia l'anima, e cosa sia Dio, oltre a provare a dare una dimostrazione della sua esistenza.
Negli ultimi anni cerca di tornare a Napoli per organizzare uno studium, una nuova università, ma la scelta dell'ormai capitale angioina era già stata compromessa dall'arrivo di un altro domenicano; ragion per cui partecipò al capitolo di Roma.

Abbazia di Fossanova, luogo in cui è morto Tommaso d'Aquino

Dall'arrivo a Roma, Tommaso smette di scrivere; l'anno successivo, nel 1274, perde l'appetito e si ammala; in un viaggio verso Roma è costretto a fermarsi all'abbazia di Fossanova per riprendere le forze, ma qui si aggraverà e morirà il 7 marzo del 1274.

Tommaso verrà santificato e riconosciuto come Dottore della Chiesa, per via delle sue ricerche sull'anima e su Dio. Tutt'ora, nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli, è conservata la cella di Tommaso, con il dipinto del crocefisso che lui pregava, e che si dice gli abbia parlato durante il suo soggiorno di studio napoletano.

Cella di San Tommaso nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli. Sulla destra, il dipinto del crocefisso che si dice abbia parlato al santo