24 giugno, 2017

La sfortunata campagna italiana di Enrico VII di Lussemburgo

Il 24 agosto 1313 moriva a Buonconvento l’imperatore Enrico VII di Lussemburgo (o Arrigo VII, come è comunemente conosciuto). Conte di Lussemburgo, era nato a Valenciennes nel 1275 ed era diventato re di Germania nel 1308, prima di essere incoronato imperatore del Sacro Romano Impero nel 1312. Tentò di perorare la causa imperiale in Italia, ma dovette fronteggiare, fin da subito, sia l’ostilità del re di Francia, che quella di Roberto d’Angiò re di Napoli. Persino il papa, Clemente V, che, inizialmente, lo aveva sostenuto, in cambio della promessa di tutelare i diritti della Chiesa e i privilegi delle città sottomesse al pontefice, oltre che dell’impegno a promuovere la crociata, finì per contrastarlo.

Particolare del Monumento di Enrico VII, Tino di Camaino, 1313, Duomo di Pisa
Nell’ottobre 1310 Enrico era disceso in Italia per dirigersi a Roma e lì ricevere la corona e la conseguente legittimazione della sua dignità di imperatore. A suo sostegno, si schierarono i ghibellini e, talvolta, anche dei guelfi, come Dante Alighieri, per esempio, che agognava la restaurazione delle istituzioni imperiali. Ma la strada verso Roma, per Enrico, fu tutt'altro che in discesa. Infatti, si trovò a scontrarsi con un fronte compatto di città guelfe che si erano coalizzate, e la sua avanzata lungo la penisola, si tramutò in una logorante guerra di assedi contro queste città, una dopo l’altra. 

L'incoronazione di Enrico VII nella Basilica del Laterano
Nonostante le difficoltà, Enrico VII giunse a Roma a maggio, e il 29 giugno 1312, tre cardinali di fede ghibellina incoronarono. La situazione geopolitica italiana si era però talmente surriscaldata da indurre Enrico a lasciare Roma e a risalire verso la Toscana. Qui, a parte la fedelissima e decisamente ghibellina Pisa, in cui arrivò nel marzo del 1313, il sovrano aveva dovuto fare i conti con la strenua resistenza di Firenze, prima, e della ormai guelfa Siena, poi.  E fu proprio durante l’assedio di Siena che manifestò, in tutta la sua virulenza, la malaria che il sovrano aveva contratto, al punto che, verso la metà di agosto, gli imperiali smontarono il campo con l'intenzione di dirigersi verso i Bagni di Macereto, dove contavano di far riposare l'imperatore. Il 24 agosto, però, Enrico morì all'altezza di Buonconvento. Si parlò di un avvelenamento da parte di un frate, ma in realtà, questa è solo una leggenda. 

La lapide che, a Buonconvento, ricorda la morte di Enrico VII
Per i suoi uomini il problema, ora, era di trovare un modo per trasportare la salma del re al luogo della sepoltura, passando per Pisa; un'impresa di non facile portata, soprattutto sotto il sole ed il caldo rovente dell'estate. Così, come da prassi consolidata, il cadavere del sovrano fu eviscerato e le interiora furono sepolte nella chiesa di San Pietro, a Buonconvento, dove restarono fino alla fine del XVIII secolo. Questa misura però non fu sufficiente. Infatti, imboccata la strada per la Maremma, l’esercito, divenuto ormai un corteo funebre, transitò da Paganico e, all’altezza di Suvereto, fu costretto a praticare un ulteriore trattamento sul cadavere. Anche stavolta, sulla base di un usanza abbastanza comune per i corpi dei sovrani, la salma di Enrico fu bollita e ne furono prelevate solo le ossa scarnificate, che furono poi condotte e sepolte a Pisa. 

La tomba di Enrico VII come si presenta oggi
Dalla città toscana, secondo le intenzioni, i resti dell'imperatore sarebbero dovuti ritornare nelle terre imperiali del Nord, ma non si mossero da lì. Soltanto ad una sontuosa tomba, opera del celebre scultore senese Tino di Camaino, costruita nel 1315 e poi, nel corso dei secoli, sottoposta ad innumerevoli cambiamenti, stravolgimenti e, talvolta parziali distruzioni, fu affidato il compito di ricordare al mondo la fine del sogno di ricostituire il potere imperiale sulle italiche terre.

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