29 luglio, 2017

Una rocca sospesa nel vuoto

L'Abruzzo è terra di castelli che si ergono da cime impervie ed inattaccabili. Quando un territorio è figlio di una terra aspra e che rievoca epoche passate, è molto facile trovare posti suggestivi che valgono la passeggiata del week end. Già in passato ci siamo occupati di uno dei castelli di questa regione dell'Italia centrale, oggi ne scopriremo uno nuovo, dal fascino altrettanto forte: Roccascalegna.

Il castello di Roccascalegna

Se già un castello su un'impervia montagna è difficile da attaccare, come deve essere assediare una rocca che si erge su pareti strapiombanti? Probabilmente sarà quello che avranno pensato i Longobardi, quando hanno dovuto costruire questo avamposto per la sorveglianza del Rio Secco,  intorno al VI - VII secolo dopo Cristo, affinché avessero un luogo strategico per tenere alla larga i Bizantini dai loro confini.

Il termine "Scalegna", presente all'interno del nome del paese, deriva dal francese antico "scarengia", ovvero burrone, dirupo; secondo altri, invece deriverebbe dal longobardo "aschar", ossia scala di legno. Infatti la scala di legno era il mezzo per giungere alla rocca dal sottostante paese. La scala di legno è presente anche nel simbolo del paese, ragion per cui, si ritiene che l'etimologia del nome più corretta sia questa.

Stemma di Roccascalegna, sulla destra è visibile la suddetta scala di legno

Inizialmente venne eretta una semplice torre di avvistamento a pianta quadrata, che guardava la valle sottostante; in un secondo momento, durante il periodo Angioino, ci fu l'ampliamento della torre che divenne un vero e proprio castello.

Torre di avvistamento, nucleo originario del castello

Il feudo, fino alla fine del medioevo, resterà proprietà della famiglia Annecchino; nell'epoca moderna verrà acquisito dai Carafa, che ne elimineranno la merlatura ed alzeranno le mura, oltre all'aggiunta di una torre circolare.

Prospetto delle mura, che risultano rialzate e con merlatura assente. Al centro, la torre circolare costruita dopo la fine del medioevo

Attraverso alterne vicende arriverà fino ai giorni nostri, dove finirà nell'abbandono. Il castello è stato restaurato e recuperato agli inizi del secondo millennio.

All'ingresso del castello si giunge attraverso una ripida rampa di scale: al termine di tale rampa, sono presenti i resti del ponte levatoio e, sulla destra, una torre di guardia, detta Torre di Sentinella.

Rampa di ingresso al castello con la Torre di Sentinella

Il cortile porta ad altre torri: la torre del carcere e la torre angioina; inoltre su di esso si affaccia la cappella, ad aula unica e priva di ogni ornamento, con una grondaia per la raccolta di acqua piovana che confluisce in una cisterna realizzata con materiali di risulta. Un' ulteriore rampa porta alla torre di guardia, costruita con muratura in pietra sbozzata e mattoni, con aperture ai quattro lati. Le mura del castello cingono lo sperone roccioso a strapiombo. Le mura sono realizzate in pietra leggermente sbozzata, ciottoli e frammenti di laterizi.

Cortile interno della rocca, con la cappella sullo sfondo

Il paese è cresciuto, in un secondo momento, a valle della rocca stessa, orientativamente intorno al XIV secolo. Esso è abbarbicato sul monte, alla base dello strapiombo su cui sorge la rocca.

Abitato di Roccascalegna

28 luglio, 2017

I gioielli nel Medioevo

Con l’approssimarsi della fine dell’Impero romano, le nuove influenze provenienti dall'Oriente, che hanno in Bisanzio la città simbolo, travolgono e mutano completamente l’atteggiamento della nobiltà nei confronti dei gioielli. Il nuovo concetto di ostentazione lussuosa prende a poco a poco piede, incentivato anche dall'arrivo delle popolazioni barbariche che progressivamente si stanziarono nei territori dell’Europa centrale. I longobardi, in modo particolare, essendo popolazione nomade, avevano una ricca e sofisticata tradizione nell'ambito di tale produzione lussuosa, e i suoi influssi sono riscontrabili anche nelle chiese lombarde, come nelle mura di S. Lorenzo a Milano.
Diverse sono le tecniche di lavorazione: opus interassile (ovvero il traforo della lamina d’oro), la tecnica cloisonné, lo sbalzo di provenienza romana, la smaltatura chemplevè (con la lamina scavata) che lascia in rilievo il contorno delle parti colorate, e il basse taille, nel quale lo smalto viene colorato in più strati.

"Gioiello del fondatore". Spilla del 1404. New College, Oxford
Particolarmente amate, nel Medioevo, saranno le superfici traslucide degli smalti e dei metalli, la sgargiante cromaticità delle pietre che evidenzieranno non soltanto la potenza del sovrano di turno, ma anche la forza del potere divino, che si manifestava attraverso i regnanti.
Magnifiche spille per chiudere i piviali, corone, arredi liturgici risplendono nella loro lucentezza e fanno mostra di tutta la loro opulenza. Successivamente poi, i gioielli saranno sempre più presenti, anche nell'arte. Le vergini di Pietro Lorenzetti e di Simone Martini portano spille a cerchio. Anche i santi vengono adornati di preziosi, come ad esempio, la Santa Chiara di Simone Martini che indossa un’aureola finemente decorata.

Spilla-reliquiario raffigurante un’aquila incoronata sullo sfondo di fiamme, simbolo della Boemia. Realizzata in Boemia nel XIV secolo, ora conservata al Museé de Cluny
In seguito, nei decenni in cui si diffonderà il Gotico Internazionale, le classi aristocratiche avvertiranno sempre più la necessità di accentuare la loro esclusività di casta.
Bottoni, ricami in oro, perle e pietre preziose, andranno a decorare le vesti femminili, mentre grosse cinture a borchie orneranno quelle maschili; foglie d’oro verranno inserite anche nei Libri d’Ore e in altri straordinari esempi di libri miniati.
Tutto il mondo che ruotava intorno al gioiello, può essere considerato come una vera a propria moda dell’epoca, che data anche l'uniformità delle produzioni artistiche del tempo, finì per essere connotata come definizione di uno stile italianeggiante, derivante da quello senese del ‘300, anche se ormai si era già entrati in una fase successiva. Lo stile ed il design italiano quindi, cominciavano a fare il loro ingresso nella scena europea.

23 luglio, 2017

Un mondo che si espande

Nei nostri articoli, abbiamo sempre cercato di dimostrare che il Medioevo non è stata un'epoca buia, se si escludono alcuni frangenti della sua storia. Specialmente nel basso Medioevo, si è avuto uno sviluppo fortissimo della società, dell'economia, e di conseguenza anche dell'urbanistica.
Oggi guarderemo come i centri urbani, italiani ed europei, si sono insediati ed espansi fra il X ed il XIV secolo, mostrando come la società, a quell'epoca, fosse in perenne evoluzione. Vedremo che in molti casi saranno adottati modelli urbanistici sorprendenti, e che già proiettano l'Europa verso una nuova era, diversa da quella medievale.

L'insediamento di Cittadella, in provincia di Padova

Gli insediamenti altomedievali avevano la caratteristica di essere caotici, di sovrapporsi alle vecchie strutture, dando come risultato quello di avere vie strette e tortuose. Spesso abbiamo letto, nei libri di storia, che tali stradine curve, solitamente senza uscita, servivano a disorientare eventuali invasori. Lo storico belga Henry Pirenne in parte confuta questa tesi, affermando che tale impostazione è soprattutto il frutto della spontaneità dell'edificato, e non di una pianificazione a tavolino, volta a disorientare eventuali nemici.

Il centro di Crotone visto dall'alto. Da notare l'intricato dedalo di vie

Tale "spontaneità", che spesso degenera in vero caos urbanistico, si nota anche in centri maggiori come Perugia, Siena, nei carruggi di Genova, nella porzione costiera del centro antico di Napoli, tanto per riportare alcuni esempi. Nel basso medioevo però le cose cambiano: l'espansione dei territori afferenti ai vari feudi o comuni, la stabilizzazione dei regni ed il fiorire dei commerci, oltre al crescente numero di abitanti in Italia ed Europa, impone la fondazione di nuove città.
E' il caso delle terre nove fiorentine, che servono a presidiare meglio l'entroterra toscano; o dell'area romagnola, con Comacchio e Ferrara; tutta l'area padana finisce per essere costellata di città e borghi, tanto che nel solo nord si arriva alla fondazione di ben 222 nuovi insediamenti.
Caratteristica di queste nuove città è avere un ordine che le vecchie non possiedono: viene ripresa la scacchiera ippodamea, tanto amata dagli antichi romani, che consente di avere strade diritte ed ordinate, e che getteranno le basi per quello che, nel Rinascimento, sarà il concetto di città ideale.

San Giovanni Valdarno, fondata nel XIII secolo. Copia sputata di una città romana

Così, intorno ad una via direttrice, che collegava due centri principali, venivano tracciate delle vie parallele intersecate, ad angolo retto, da vie trasversali, proprio come i cardi ed i decumani romani. Al centro del nuovo insediamento, veniva posta una piazza dove si svolgeva il mercato, e dove erano presenti tutti gli edifici "istituzionali" della città, rappresentanti sia il potere temporale (come il palazzo del capitano del popolo o un palazzo ducale) che spirituale (una chiesa, ad esempio). La piazza diveniva il cuore pulsante del paese, dove la popolazione poteva radunarsi per ricevere notizie, scambiarsi informazioni, celebrare ricorrenze o, semplicemente, commerciare.

Pianta dell'Aquila

Ovviamente non potevano mancare le mura di cinta, intervallate a distanza pressoché costante da porte e torri. 

Anche in Europa si fondarono nuove città: Neustadt (che significa città nuova), Poznan, Danzica, Varsavia, Leopoli per l'area germanica; diversi insediamenti in Galles, per consolidare la conquista da parte inglese di quel territorio; tantissimi in Francia, tanto che si arriva alla redazione di due schemi di costruzione di città: uno verrà utilizzato molto in Aquitania; l'altro in Guascogna.

Il modello Aquitano prevede otto isolati separati da quattro assi ortogonali, con la chiesa madre nei pressi della piazza principale:

Modello Aquitano

Il modello Guascone invece, prevede anch'esso otto isolati e quattro assi ortogonali, ma con un isolato riservato esclusivamente alla chiesa:

Modello Guascone

Oltre a questi modelli presentati, è presente anche un modello a raggiera. Esempio più noto è Palmanova, in provincia di Udine. Alla fine, i modelli di città di nuova fondazione, sono così riassumibili:
  1. Insediamento lineare generato da una strada. Tale tipologia è presente in tutta Europa (in Germania prende il nome di langstrassendorf) e può presentare a volte un allargamento della strada, a formare una piazza.
  2. Un'evoluzione del tipo precedente si ha quando alla strada principale si affiancano altre strade parallele
  3. Analogo al primo è l'insediamento nato ad un incrocio di strade, generato cioè da due assi perpendicolari
  4. L'evoluzione del tipo precedente è una «scacchiera» in cui si incrociano due serie di strade perpendicolari, formando isolati quadrangolari. Questa tipologia, la più importante tra i centri di nuova fondazione, si differenzia ulteriormente per la gerarchizzazione dei vari assi viari e l'inserimento di una o più piazze ed edifici dominanti (palazzo, cattedrale, ecc.) che polarizzano la struttura urbana.
  5. Lo schema radiocentrico, presenta un contorno più o meno circolare. Le varianti possono essere date dalla presenza di un elemento dominante al centro, dal posizionamento su un'altura, dalla prevalenza delle strade radiali o degli anelli concentrici (Lucignano).

21 luglio, 2017

Il maniscalco

Nel Medioevo, dopo l’anno mille, l’uomo riuscì a ridurre il consumo degli zoccoli dei cavalli mediante la ferratura chiodata, arrivando in tal modo a sfruttare al meglio e più a lungo, i suddetti animali.
Deputati alla ferratura dei cavalli erano i maniscalchi: artigiani che provvedevano, talvolta, alla tosatura del pelo, alla cura della criniera e alla strigliata dell’animale. Ogni maniscalco aveva la propria bottega in periferia, solitamente accanto ad uno spiazzo dove, i clienti, potevano parcheggiare traini, calessi e carrozze.
Alcuni artigiani stabilivano la propria sede di lavoro nelle vicinanze di una locanda o di una stalla a uso pubblico, per avere maggiori commesse di lavoro. Altri, accanto alla bottega, avevano una propria stalla, in cui tenevano i cavalli da ferrare.

Maniscalco intento nella realizzazione di un ferro di cavallo
I cavalli dediti al trasporto delle merci, che si muovevano su strade lastricate o brecciate, almeno una volta al mese, venivano sottoposti all'attenzione del maniscalco che provvedeva al cambio dei ferri, ormai logori.
I cavalli utilizzati per il lavoro dei campi o che si muovevano sul terreno, potevano essere riferrati dopo alcuni mesi.
Oltre a recarsi nella bottega del maniscalco, talvolta, il cliente, possessore magari di un appezzamento di terra in cui usava cavalli per l'aratura dei campi, conduceva l'artigiano ed il suo garzone direttamente nella sua proprietà, affinché provvedessero al controllo e alla ferratura degli zoccoli dei cavalli.
Il maniscalco aveva numerose serie di ferri di varie dimensioni, adatti per ferrare cavalli, muli e asini, che un bravo fabbro allestiva nella propria officina a seguito di una commissione.

Maniscalco in una miniatura medievale
 Il mattino, dopo essersi messo il gran grembiule di cuoio, l’addetto alla ferratura dei cavalli, coadiuvato da uno o più garzoni, avviava la combustione del carbone fossile nella fucina, in cui doveva forgiare i ferri per poterli, poi, modellare sull’incudine in base alla grandezza degli zoccoli dei cavalli.
Ogni zoccolo era osservato con perizia dal maniscalco, accorciato con particolari coltelli e pareggiato con raspe, prima che tenesse conto di fissarlo con chiodi a testa quadrata che infilava attraverso i fori prodotti nel ferro dal fabbro.

16 luglio, 2017

Historie Medievali: Le ricette della Tavola Rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi sono:

INSALATA DI CIPOLLE MEDIEVALI

800 gr. Cipolle;
4 Uova;
3 gr Sale fino;
2 o 3 gr di Pepe;
3 gr di Spezie miste;
80 gr di Olio extravergine di oliva;
40 gr di Aceto di vino rosso;

Dopo aver cotto le cipolle in acqua bollente a 250°C, rassodare 4 uova che poi devono essere pelate e tagliate a spicchi. Una volta che le cipolle sono cotte e raffreddate, si sbucciano, si tagliano a spicchi, si posano in una terrina con un condimento composto da sale, pepe e spezie miste. Infine, si aggiungono l'olio d'oliva e l'aceto di vino rosso. A questo punto, l'insalata va guarnita con i precedenti spicchi d'uova, dopodiché è pronta per essere servita a tavola.


PASTELLO DI CAPRETTO.

Pasta Brisè;
1 Kg di Capretto;
Lardo quanto basta;
Spezie odorose;
Zafferano quanto basta;
200 gr circa di Formaggio fresco;
2 o 3 Uova;
Pepe quanto basta;

Prendere un capretto e ridurre la carne in pezzi minuti, soffriggere a fuoco forte il lardo, quindi aggiungere il capretto tagliato, soffriggendolo leggermente. Tritare e pestare una buona quantità di spezie odorose, zafferano e formaggio fresco, stemperare le uova ottenendo un composto morbido. Stemperare le carni con questo composto e mettere il tutto in un tegame sul fuoco per addensarlo un po'. Fare una pasta sottile in un tegame unto di lardo, foderare inferiormente il resto con la pasta e riempire il composto di carne e uova a cui va aggiunto il pepe, coprire il tutto con altra pasta e mettere tutto sul fuoco, controllare spesso la cottura, infine aggiungere del lardo sopra, e il piatto è pronto.

14 luglio, 2017

La caduta di Costantinopoli

Anno 1492: Cristoforo Colombo, convinto di essere sbarcato nelle Indie, ha in realtà scoperto un nuovo continente che verrà chiamato America. Come tutti abbiamo imparato a scuola, canonicamente in questo anno si pone fine alla vasta era medievale, durata più di mille anni. Ma la scoperta dell'America non è il solo avvenimento con cui si fa coincidere la fine del medioevo: un'altra circostanza a cui viene associata la fine di questa lunga era storica, è la caduta della seconda Roma, dell'erede della Città Eterna a cui, in corrispondenza della sua caduta, gli storici hanno posto il termine dell'età classica. Oggi, quindi, parleremo della caduta di Costantinopoli.

Philippe de Mazerolles: assedio di Costantinopoli

Anno 1453.
L'Impero Bizantino è ormai il pallido ricordo del vasto regno che era all'inizio: tutti i territori in Asia Minore ed in Grecia sono ormai persi, e Costantinopoli stessa è ormai isolata. Gli Ottomani sono i nuovi padroni del Medio Oriente, e marciano minacciosi sull'antica capitale.

Ciò che resta dell'Impero Bizantino alla vigilia della caduta di Costantinopoli

Costantinopoli è definita dallo storico Fernand Braudel un cuore miracolosamente vivo in un corpo ormai cadavere. Perché questo cuore è ancora vivo? La ragione principale risiede nei rifornimenti via mare che, nonostante la città fosse in declino da decenni, le consentivano ancora di resistere alle evoluzioni politiche della regione circostante; ed alla possente cortina muraria posta a difesa della città. Il sistema di fortificazioni di Costantinopoli è il più massiccio ed imponente del mondo allora conosciuto: tre file di mura, costruite da Teodosio il Grande nel 324 d.C., circondate da un immenso fossato, fanno della città una vera e propria fortezza inespugnabile.

Sezione delle tre file di mura di Teodosio, testimonianti l'impenetrabilità delle difese di Costantinopoli

Il sultano Mehmet II, signore degli Ottomani, era molto ambizioso, e si era deciso a voler prendere la città e farne la capitale del suo impero: costruì una fortezza sul Bosforo, per impedire i rifornimenti via mare a Costantinopoli; poi, aiutandosi coi migliori ingegneri arabi ed europei, creò un cannone particolarmente potente che sperimentò, con successo, su alcune navi veneziane transitanti, per l'appunto, lungo il Bosforo.
Le azioni di Mehmet, misero in crisi i commerci delle Repubbliche Marinare (si dice che anche alcune navi genovesi abbiano subito gli attacchi di suddetto cannone), e l'imperatore Costantino XI chiese aiuto alle potenze cristiane per difendere la città. Mehmet mandò un ultimatum a Costantino, proponendogli, in caso di resa, il governatorato della città; Costantino rifiutò sdegnosamente.
Così, nell'aprile del 1453, cominciò l'assedio della città.

Miniatura medievale mostrante l'assedio di Costantinopoli

Le forze in campo erano impari: 160 mila uomini e 200 navi ottomane, contro i 7000 uomini e 26 navi bizantine. Costantino XI chiese l'aiuto di Venezia e Genova, che mandarono all'incirca 1400 uomini. Mehmet pianificava di abbattere le mura coi colossali cannoni costruiti, detti bombarde.

Una delle bombarde ottomane usate per distruggere le mura di Costantinopoli

La bombarda era un mostro lungo 8 metri e pesante ben 48 tonnellate; sparava proiettili di granito, della circonferenza di 2,8 metri e pesanti circa una tonnellata. Per trasportarla servivano 100 buoi, e poteva sparare, al massimo, fra i 5 e gli 8 colpi al giorno.
Per via del numero esiguo di colpi che poteva scagliare, i bizantini avevano il tempo di poter riparare le mura; ragion per cui si tentò di scavare un cunicolo per far esplodere le mura da sotto terra, ma anche questo tentativo fallì. Un'immensa catena inoltre, impediva agli ottomani di avvicinarsi allo stretto di mare che separa il Corno d'oro dal quartiere di Galata. Le difese di Costantinopoli, in pratica, erano incredibili. La localizzazione della catena di sbarramento è visibile nell'immagine sottostante

Mappa indicante la disposizione delle truppe al momento dell'assedio

Si cercò di aggirare la catena costruendo una passerella per far passare le navi via terra; ma i bizantini resistettero, forti dell'arrivo di altre navi genovesi venute a dar man forte. Il vero problema, oltre all'inferiorità numerica, era dovuto al fatto che non ci si riusciva a mettere d'accordo su di una strategia precisa. Si fecero diversi tentativi di far affondare la flotta ottomana, ma tutti fallirono miseramente.
Sapendo che a breve sarebbero arrivate altre navi a dar man forte ai bizantini, Mehmet II decise di lanciare un massiccio attacco finale per il 29 maggio. Le mura erano danneggiate dai continui attacchi, le casse della città ormai vuote (si spogliarono le chiese per poter pagare i soldati). Gli ottomani indirizzarono i loro attacchi verso la porta d'Oro, il punto più vulnerabile e sguarnito delle mura; dopo una serie di attacchi respinti, Mehmet mandò in avanti le truppe migliori che, sconfiggendo quelle bizantine per sfinimento, misero in fuga veneziani e genovesi. Lo stesso imperatore si mise a capo delle truppe per impedire agli ottomani di entrare in città, ma morì nella battaglia, e Costantinopoli fu dunque presa. Al sorgere del sole, venne fatta una carneficina degli abitanti della città, le cui strade finirono per essere tappezzate di morti.
La popolazione fu decimata; la basilica di Santa Sofia fu trasformata in moschea, coi suoi mosaici coperti di intonaco; la famiglia imperiale fuggì in occidente.

Costantinopoli era caduta, e con essa un pezzo di storia.

11 luglio, 2017

Il vino nel Medioevo

Il crollo dell’Impero Romano portò ad una forte crisi per la viticoltura che, conseguentemente, causò un crollo di notevole entità anche nel consumo di vino.
Questa crisi fu aggravata durante il periodo di influenza araba, fra il 600 e il 1000 d. C.. Il Corano proibisce di consumare bevande alcoliche, e di conseguenza, nei territori soggetti alla dominazione araba, venne sradicata una ingente quantità di vigne, al fine di evitare che l’uva venisse utilizzata per la produzione ed il consumo di vino.

Mescita di vino rosso, Tacuinum sanitatis casanatensis (XIV secolo)
A dare un nuovo slancio alla produzione di vino, nel Medioevo, fu la Chiesa cattolica, soprattutto mediante i monaci benedettini e cistercensi. Venne incentivato il ritorno alla produzione e al consumo di vino realizzando, nelle abbazie, scuole di vinificazione e centri di coltivazione e produzione. Queste opere venivano giustificate dalla necessità di produrre il vino per la celebrazione eucaristica.
Nella Regola benedettina, San Benedetto da Norcia afferma: “Ben si legge che il vino ai monaci assolutamente non conviene; pure perché ai nostri tempi è difficile che i monaci ne siano persuasi, anche a ciò consentiamo, in modo però che non si beva fino alla sazietà.".

Monaco celleraio prova del vino, da 'Li Livres dou Sant_' manoscritto francese, tardo XIII secolo
Nel Medioevo la viticoltura subisce non pochi cambiamenti. È in questo periodo che cominciarono ad essere adottate le bottiglie di vetro e che si ritornò all'utilizzo dei tappi di sughero, il cui uso era stato accantonato dal tempo dei romani. Inoltre, vennero sviluppate delle tecniche di coltivazione e produzione che resteranno pressoché invariate fino al XVIII secolo.
Il vino, nel Medioevo, era considerato una bevanda destinata all’uso quotidiano, quasi come fosse un genere di prima necessità. Secondo il filosofo napoletano Giambattista Vico, vissuto fra il XVII e il XVIII secolo, questa concezione del vino fu un indicatore della rozzezza che caratterizzò questa epoca.
 Miniatura medievale con pigiatura dell'uva nel vigneto
Una volta ripartita la produzione, diversi furono i vini italiani che raggiunsero una certa notorietà, tra cui vale la pena di segnalare, il vino delle Cinque Terre, il Trebbiano, la Malvasia, il Sangioveto e la Vernaccia di San Gimignano, il vino di Montepulciano, il Greco, la Guernaccia, la Romeca del Lazio, ed il Moscati e la Malvasia di Lipari, molti dei quali sono vini che godono di una certa reputazione ancora oggi.
Infine, uno sguardo a ciò che accadeva fuori dall'Europa, dove si inizierà a produrre vino solo diversi secoli più tardi. Nel Sud America le prime viticolture di cui si ha testimonianza sono quelle cilene, del XVI secolo. In Sudafrica si cominciò a produrre vino nel XVII secolo, mentre in Nord America la viticoltura è stata introdotta nel XVIII.

09 luglio, 2017

Great Battle of Historie Medievali: La Battaglia di Bouvines

Quel giorno del 27 luglio del 1214 presso la cittadina di Bouvines, ebbe luogo un'importantissima battaglia, quella di Bouvines, che fu lo scontro decisivo del primo grande conflitto internazionale tra la coalizione dell'esercito dell'Impero tedesco di Ottone IV e Ferdinando di Fiandra contro Filippo II Augusto, re di Francia.
La battaglia ebbe luogo di domenica, cosa che contravveniva alla nota "Tregua di Dio", che, in epoca medievale, venne promossa dalla Chiesa cattolica per cercare di imporre un limite al dilagare della violenza, soprattutto in Francia, dopo il collasso dell'impero Carolingio nel IX secolo.
Ancora oggi ci si chiede chi dei due schieramenti avesse rotto questa "tregua"; lo schieramento iniziale delle due fazioni era così composto: l'alleanza di Ottone IV insieme a Ferdinando di Fiandra, Guglielmo di Salisbury e Rinaldo di Dammartin, contava circa 25.000 uomini; sull'altro fronte capeggiava il re Filippo II Augusto, coadiuvato da Oddone III di Borgogna, Guglielmo II di Ponthieu, Roberto II di Dreux e infine Pietro II di Courtenay, che potevano contare su un totale di 30.000 uomini, di cui 26.000 fanti pesanti e fanteria leggera anche da lancio, e 4.000 cavalieri.

Filippo II alla fine della battaglia

Lo schieramento iniziale delle due armate era più o meno equo dal punto di vista numerico; la piccola differenza infatti, non destava preoccupazioni. Una volta disposti faccia a faccia sul campo di battaglia, si diede inizio allo scontro con le due cavallerie che si caricarono reciprocamente sulla destra dello schieramento francese. Alcune cronache dell'epoca raccontano che, durante lo scontro, si ebbero anche duelli cavallereschi singoli. Al centro il combattimento infuriò velocemente tra le due fazioni, con la fanteria delle Fiandre che respinse con successo quella francese.

La battaglia

Filippo II condusse la sua cavalleria di riserva, composta da nobili e cavalieri d'esperienza per sopraffare l'avversario. Dopo un lungo combattimento in cui egli stesso venne disarcionato, rischiando così di essere ucciso o catturato dall'alleanza, riuscì a respingere con successo i Fiamminghi.

Lo schieramento iniziale

Sul lato sinistro, i feudatari francesi sconfissero nettamente le forze imperiali e Guglielmo Longespée, conte di Salisbury, che comandava questo corpo, venne disarcionato e fatto prigioniero dal vescovo di Beauvais.

Schieramento 1 di battaglia (in basso i francesi, in alto l'alleanza imperiale)

Anche sull'ala opposta, i francesi misero in rotta la cavalleria fiamminga e a catturare Ferrante il conte di Fiandra, uno dei capi della coalizione. Al centro lo scontro divenne una mischia furibonda con l'intervento delle due cavallerie opposte a supportare la battaglia; le forze imperiali subirono nettamente, con Ottone che salvò la pelle grazie alla devozione di un gruppo di cavalieri sassoni che lo proteggevano. Nello scontro i francesi riuscirono anche a conquistare lo stendardo imperiale. Successivamente, le ali francesi si richiusero verso il centro in modo da tagliare del tutto la ritirata del centro imperiale.

Schieramento 2

La battaglia si concluse con la celebre resistenza di Reginaldo di Boulogne, vassallo del re Filippo II, che formò un cerchio di 700 picchieri del Brabante, grazie ai quali respinse ogni attacco della cavalleria francese, concedendosi addirittura la possibilità di effettuare diverse cariche con la sua restante forza di cavalleria. Alla fine, nel momento in cui l'esercito imperiale cominciò a battere in ritirata, questa formazione a schiltron venne sopraffatta e annientata da una carica di 3000 uomini. Nella mischia Reginaldo fu fatto prigioniero, insieme a Ferdinando conte di Fiandra, Guglielmo Longespée, venticinque baroni e più di 100 cavalieri. Le perdite, su entrambi gli schieramenti, furono di circa un migliaio di uomini. La differenza la fece il numero di prigionieri catturati: 9000 imperiali furono fatti prigionieri, mentre pochi furono i francesi catturati.

Schieramento 3

07 luglio, 2017

Viterbo

Avignone e Roma, le due città che storicamente hanno ospitato i Pontefici. Oltre a queste due città, nell'epoca medievale ce n'è stata una terza che, per circa 24 anni, ha ospitato i Papi, e questo luogo è una città nel Lazio settentrionale: Viterbo.

Palazzo dei Papi a Viterbo

Centro neolitico, frequentato nell'epoca etrusca, Viterbo si afferma come Castrum longobardo in epoca altomedievale (VIII Sec. d.C.), posta a difesa della Tuscia, lungo il confine con il Ducato Romano, di dominazione bizantina. Nell'ambito della lotta fra longobardi e bizantini quindi, nasce l'insediamento vero e proprio della città. Nel secolo successivo, il colle su cui sorge la fortificazione, detto colle di San Lorenzo, risulta essere parte dei possedimenti della Chiesa Romana. Nell' XI Secolo, risultano esserci insediamenti intorno alla fortificazione che eleggono dei consoli, facendo del castrum un centro abitato che adotta un modello amministrativo tipico del libero comune. Dopo diverse peripezie, all'inizio del XIII Secolo la città entra a pieno nell'orbita papale; tanto è vero che, nel 1207, la città ospita il parlamento degli Stati della Chiesa. Ma la presenza di diverse famiglie fedeli all'imperatore, apre tremende lotte fra Guelfi e Ghibellini. Nel 1243, grazie all'aiuto di vari personaggi di spicco, la città diviene totalmente filopapale, al punto che i pontefici la scelsero come sede.
Il palazzo dei Papi verrà costruito sullo stesso colle dove nacque il castrum secoli a dietro. All'interno di tale palazzo, si terrà la lunga e travagliata elezione di Papa Gregorio X, tanto travagliata che l'allora capitano del popolo chiuse a chiave i cardinali in una stanza, facendo nascere il concetto di Conclave.

Sala del conclave a Viterbo

Il Papa successivo, Martino IV, abbandonerà Viterbo per Orvieto facendo terminare il periodo d'oro della città. Altri Papi risiederanno in città, ma Viterbo, nella storia, non avrà più l'importanza raggiunta nel passato.

Viterbo conserva svariate vestigia dell'epoca medievale: oltre al già citato palazzo dei Papi, imponente costruzione in cui spicca la loggia di gusto gotico, si annovera la cattedrale di San Lorenzo, adiacente al palazzo sopra citato e dal bellissimo campanile gotico pisano.

Cattedrale di San Lorenzo, la facciata è di epoca rinascimentale

L'interno, di un austero stile romanico, un tempo era integralmente affrescato.

Navata principale della cattedrale

La chiesa più antica di Viterbo è Santa Maria Nuova, costruita dai Longobardi nel IX Secolo. Fino all'edificazione del palazzo dei Priori, ospitava le assemblee cittadine.

Chiesa di Santa Maria Nuova

All'interno della chiesa è conservato un interessante trittico di epoca bizantina.

Trittico bizantino

Viterbo inoltre, conserva alla perfezione il quartiere medievale, denominato di San Pellegrino. Il quartiere aveva la caratteristica di svilupparsi sulla via Francigena, di cui abbiamo parlato nell'articolo precedente. Gli edifici hanno conservato integralmente il loro aspetto medievale, incluse le torri e le scale esterne che corrono sulla facciata delle case.

Il bellissimo quartiere di San Pellegrino, con le torri e le scale perfettamente conservate

In sintesi, Viterbo è un'interessante città medievale della Tuscia, ricca di storia, che vale una passeggiata.

01 luglio, 2017

La via Francigena

Il successo dell'Impero Romano fu dovuto ad una fitta rete di strade che collegava, nel modo più veloce possibile, due punti distanti dell'Impero. Tale rete di strade si rese necessaria perché una delle ragioni di forza dell'antica Roma erano le comunicazioni ed i commerci.
Durante l'alto medioevo, comunicazioni e commerci passarono in secondo piano per lasciar spazio alla difesa dei piccoli centri dal territorio infestato da malintenzionati e da una natura tutt'altro che amichevole; ragion per cui le strade, da diritte e comode, divennero tortuosi sentieri che si muovevano sulle creste dei rilievi.
Ciò nonostante, vi erano alcune strade su cui avveniva un intenso passaggio: in particolare, c'era una moltitudine di persone che si muovevano, fra la Francia e Roma, per ragioni legate ai pellegrinaggi. Queste vie erano dette "vie Romee", ossia che si dirigevano a Roma. Il complesso di vie romee che dalla Francia e l'Inghilterra portavano a Roma, possono essere tranquillamente raggruppate sotto il nome di Via Francigena.

Mappa della via Francigena

Roma, Terra Santa, Santiago di Compostela. Queste erano le tre mete delle peregrinationes maiores medievali. Pellegrini cristiani da tutta Europa si riversavano verso questi luoghi; ragion per cui si strutturarono una serie di percorsi, di cui la via Francigena è uno dei più importanti. I primi documenti sull'esistenza di tale strada risalgono al IX secolo, e si riferiscono al tratto passante per Siena, in Toscana. Se ne parla, infatti, in una pergamena datata 876 d.C. e conservata presso l'abbazia di San Salvatore, sul monte Amiata.

Abbazia di San Salvatore, in cui è conservato il primo documento attestante l'esistenza della via.

Nel X secolo, il vescovo Sigerico la descrive nel suo viaggio da Canterbury a Roma, verso cui si dirigeva per ricevere il pallium dal Papa; nel XII secolo, il nome Francigena veniva ormai largamente usato per indicare il sistema di strade. Si deve parlare necessariamente di un gruppo di strade, perché il percorso della via cambiava leggermente in funzione delle evoluzioni politiche dei territori attraversati: era ovvio che un territorio, una volta divenuto pericoloso, veniva evitato per non incappare in rapine, scontri o incursioni. Ricordiamo, infatti, che nel medioevo era estremamente pericoloso viaggiare, rendendo atti come un pellegrinaggio vere e proprie imprese.

Duomo di Fidenza: pellegrini diretti verso Roma

Ad esempio, fra il X ed il XII secolo, si accedeva in Italia attraverso il colle del Gran San Bernardo, in un contesto composto da territorio e clima ostili.

Colle del Gran San Bernardo con relativo lago, passaggio obbligato della via Francigena fino al XII secolo

Durante il XII secolo invece, il passaggio in Italia viene effettuato attraverso il colle del Moncenisio, da cui si discende in Italia attraverso la val di Susa.

Passo del Moncenisio, la presenza della diga ha di molto cambiato il panorama rispetto a quello medievale

La via, passata la Toscana e giunta nel territorio della chiesa, terminava in prossimità della via Trionfale, vicino al lazzaretto di Roma, oggi conosciuto col nome di San Lazzaro dei Lebbrosi, all'epoca fuori città.

San Lazzaro dei Lebbrosi, punto di arrivo della via Francigena a Roma

La via Francigena, essendo percorsa da pellegrini provenienti da diverse parti d'Europa, permetteva lo scambio e la comunicazione culturale. Tale scambio fu talmente intenso, che lo stesso Goethe ritenne che la coscienza d'Europa fosse nata grazie alle vie del pellegrinaggio.

A Castelfranco di Sotto, in provincia di Pisa, è possibile trovare un tratto quasi intatto della strada medievale, che risultava essere costituita da un acciottolato. Nei pressi della strada, esiste l'osteria di Greppi, la cui presenza è attestata fin dall'epoca medievale, nella quale, probabilmente, sarà stato il luogo di ristoro di molti viandanti.

Tratto intatto di via Francigena a Calstelfranco di Sotto

Un'altra tappa interessante dell'antica via si trova in provincia di Parma, e precisamente su di un versante del monte Prinzera: la chiesa in questione è la romanica pieve di San Biagio o di Talignano.

Pieve di San Biagio o di Talignano

Altre tappe italiane famose della via erano Lucca, la Sacra di San Michele, di cui abbiamo parlato in un articolo passato, Siena e Pavia. 
Oggi la via Francigena viene usata dai pellegrini, come antico retaggio e eredità medievale, fornendo in questo modo un ottimo suggerimento per gli amanti del trekking che vogliono seguire un itinerario medievale.

La via Francigena oggi