27 novembre, 2017

Le fiere nel medioevo

A partire dall'XI secolo, grazie anche all'avvento delle Crociate che consentirono l'arrivo di nuove merci dall'Oriente, il Medioevo conobbe un notevole sviluppo del commercio in Europa, strettamente correlato anche alla ripresa demografica dell'epoca. Prima conseguenza di questo cambiamento fu la fiera, che nacque dal mercato locale dove l'economia demaniale smaltiva i suoi surplus e dove si potevano trovare probabilmente alcuni prodotti artigianali.
Alcuni di questi mercati diventarono luoghi di incontri temporanei, con cadenza prefissata, per le carovane di mercanti. Un ciclo di fiere nella stessa regione aveva come naturale conseguenza quella di garantire affari quasi continui: ad esempio in Fiandra, per la lana ed i panni, o le famose fiere delle Champagne (Troyes, Provins, Lagny e Bar-sur-Aube), dove si ritrovavano i mercanti principali da tutto il continente.

Una fiera in epoca medievale
Ogni fiera poteva protrarsi per diverse settimane: i mercanti necessitavano di circa otto giorni per disimballare la mercanzia e noleggiare le bancarelle. Le vendite duravano diversi giorni e infine, nell'ultima settimana e mezzo, si pensava ai pagamenti. Non è difficile immaginare una tipica fiera del mercato medievale: tende, botteghe volanti, bancarelle stabili, aperte per la circostanza, si trovavano un po' dappertutto, finendo per disegnare dei veri e propri percorsi. La distribuzione si faceva in base ai prodotti venduti: venditori di arnesi, falci, falcetti, accette e scuri da una parte; mercanti di generi alimentari dall'altra; poi, venditori di stoffe di lana, di stoffe di tela, di drappi d'oro e di seta da un'altra parte ancora; infine, i più importanti, gli specializzati in pellami, cuoio o pellicce, i grandi pellettieri che vestivano ricchi e nobili, i pergamenisti che vendevano agli studenti e ai chierici, i conciatori, i sellai, i calzolai e così via. Gli affari erano d'oro soprattutto per le taverne ambulanti, delle tende sotto cui si spacciavano bibite e anche i banchi dei ricchi prestatori.

Ambrogio Lorenzetti, Il Buon Governo, Gli effetti in città, Carovana di Mercanti; 1338-39, Siena, Palazzo pubblico
Organizzare una fiera non era tuttavia semplice: prima di tutto, si doveva essere in grado di offrire protezione a coloro che partecipavano con le loro mercanzie e ricchezze, concedendogli un salvacondotto. In secondo luogo, bisognava offrire degli alloggi: in alcune città sorsero veri e propri quartieri destinati a ospitare periodicamente i mercanti in arrivo.
Era inoltre fondamentale garantire la sicurezza dei mercanti all'interno delle fiere stesse: questo compito veniva affidato a delle guardie, che ebbero, in alcuni periodi, una funzione di giurisdizione contenziosa, mentre in altri no. Ultimo problema non meno importante degli altri, era quello relativo ai pagamenti, che non venivano regolati immediatamente. Dopo le vendite, avevano infatti luogo delle compensazioni, una sorta di verifica dei conti: chi aveva venduto di più rispetto a ciò che era stato acquistato, riscuoteva la differenza. Al contrario, la sborsava. Ma la fama delle fiere delle Champagne era tale che molte delle obbligazioni emesse in tutto l'occidente erano stipulate come pagabili in quelle fiere. 

Parigi, Fiera di St. Denis
Infine, all'interno di una fiera si utilizzavano ovviamente tutte le monete possibili, il che richiedeva una massiccia attività di cambiavalute, oltre alla costante determinazione dei corsi e dei tassi. Grandi maestri in tal senso furono senesi, fiorentini, veneziani e genovesi, le cui tecniche avanzate venivano apprese e assimilate per essere poi diffuse in altri luoghi dell'occidente.

25 novembre, 2017

L'ultimo Basileo

Tanti Stati si sono sentiti eredi dell'Impero Romano: un impero quasi mitico, modello per chiunque volesse ambire al potere assoluto nel mondo occidentale. Molto probabilmente, l'erede più legittimo di quell'antico Impero è stato quello Bizantino. I Bizantini sono ciò che resta dell'Impero Romano d'Oriente, che col tempo ha subito gli influssi delle culture orientali. Questo impero ha prosperato per secoli, e l'ultimo Imperatore di questa storia millenaria è stato Costantino XI Paleologo.

Icona di Costantino XI
Figlio quartogenito di Manuele II Paleologo, nasce a Costantinopoli l'8 febbraio del 1405. Porta sia il cognome del padre (Paleologo) che della madre (Dragas), cosa non rara nella famiglia imperiale. Sigla un trattato di pace con il sultano Murad II e viene nominato despota della costa del mar Nero e dell'Acaia, nel Peloponneso, che conquista grazie all'aiuto dei suoi uomini fidati.
Nel 1428 sposa Maddalena Tocco; e negli anni successivi, con grande disappunto di francesi e veneziani, Costantino continua la politica espansionistica di un Impero che, territorialmente parlando, si era contratto molto nel corso degli ultimi secoli. Terminate le sue campagne di conquiste, fa il reggente a Costantinopoli, la capitale imperiale. Il fratello Giovanni infatti, è in Italia, nel tentativo di riunificare la chiesa di Costantinopoli con quella Romana; inoltre, le sue condizioni di salute sono sempre cagionevoli; quindi spesso Costantino si ritrova a fare le sue veci sul trono.

Ritratto di Giovanni VIII
Costantino si sposa altre due volte, ma tutti e tre i matrimoni sono di breve durata, in quanto le mogli muoiono prematuramente. Inoltre continua la campagna contro gli Ottomani, nel tentativo di ricreare un impero forte. Nonostante ciò, nel 1446 gli Ottomani conquistano e razziano l'odierno Peloponneso.
Il 31 ottobre del 1448, Giovanni VIII muore, e comincia così il regno di Costantino, non prima che il fratello avesse cercato di usurpargli il trono. Costantino, a questo punto, per dare un'imperatrice al popolo, incarica un suo fidato sottoposto, Giorgio Sfranze, di cercarne una. Nel frattempo, muore il vecchio Sultano e sale a capo degli Ottomani Maometto II, il quale mette subito gli occhi su Costantinopoli, ragion per cui, Costantino è costretto a rinunciare ai progetti matrimoniali ed a concentrarsi su questo problema più impellente.

Maometto II, pericolo più grande per i Bizantini
Nel 1451 Maometto II costruisce una fortezza sul Bosforo, e Costantino si rende conto che gli Ottomani hanno come mira Costantinopoli. Questa, insieme ad un'altra fortificazione vicina, permette agli Ottomani di dominare lo stretto. A questa ennesima provocazione Costantino XI risponde con l'ordine d'arresto di tutti i Turchi risiedenti in città e con la chiusura delle porte di Costantinopoli. Quando iniziano i lavori, l'imperatore manda subito due successive ambascerie cariche di doni, per indurre il sultano a rispettare il trattato vigente e l'integrità dei piccoli villaggi bizantini che si trovano sulle coste del Bosforo. Il sultano però, respinte le ambascerie, oppone un secco rifiuto. I rappresentanti di una terza ambasceria, inviata due settimane più tardi da Costantino, vengono giustiziati per ordine del sultano. Il 31 agosto del 1451 la costruzione della fortezza ottomana, chiamata Boghaz-Kesen (cioè "tagliatore dello stretto" od anche "del collo" - ancor oggi esistente col nome di Rumeli Hisari, ovvero "Fortezza di Rumelia"), è completata. Ora le due fortezze dominano lo stretto e rendono possibile a Maometto II il controllo del passaggio di ogni nave e l'eventuale arrivo di forze di terra lungo la costa.

Per cercare aiuto dall'Occidente, Costantino XI decide di unire le due chiese, quella Romana e quella Ortodossa. Ciò avviene sotto Papa Niccolò V.

Ritratto di Papa Niccolò V
Nel 1453, Costantinopoli viene messa sotto assedio, via mare, dagli Ottomani. Fra marzo e maggio la città viene cinta d'assedio; nonostante l'aiuto di genovesi e veneziani, la situazione rimane in stallo. Il 29 maggio si sarebbe tenuta la battaglia finale: consapevoli del momento storico, il giorno prima della battaglia, avvengono i fatti che seguono.
L'imperatore riunì per l'ultima volta, davanti a Santa Sofia i suoi comandanti, e disse loro:
« So che l'ora è giunta, che il nemico della nostra fede ci minaccia con ogni mezzo... Affido a voi, al vostro valore, questa splendida e celebre città, patria nostra, regina d'ogni altra.»

Poi Costantino li abbracciò tutti, dicendo poi:

« Vi chiedo scusa per ogni eventuale sgarbo, che io ho compiuto verso di voi senza volerlo. »

Dopo di che il basileus si voltò verso la folla adunata davanti a Santa Sofia, e disse:

« Ci sono quattro grandi cause per cui vale la pena di morire: la fede, la patria, la famiglia e il basileus. Ora voi dovete essere pronti a sacrificare la propria vita per queste cose, come d'altronde anch'io sono pronto al sacrificio della mia stessa vita

Poi si rivolse ai Latini e li ringraziò per tutto ciò che avevano fatto per aiutare Costantinopoli, dicendo:

« Da oggi Latini e Romani sono lo stesso popolo, uniti in Dio, e con l'aiuto di Dio salveremo Costantinopoli. »

Anche le differenze religiose vengono dimenticate: tutta la popolazione di Costantinopoli si riversa nella chiesa di Santa Sofia, simbolo da quasi un millennio del cristianesimo d'Oriente.

È l'ultima liturgia cristiana celebrata nella cattedrale e, probabilmente, la più commovente di tutta la storia dell'impero bizantino. Successivamente, con la funzione ancora in corso, irrompe in chiesa Costantino che si inginocchia e chiede perdono per i suoi peccati. L'imperatore riceve l'eucaristia.

Maometto II entra a Costantinopoli
Il giorno dopo Costantino muore. Molti degli storici ritengono che sia morto a porta San Romano, mentre difendeva strenuamente, dopo essersi spogliato delle insegne imperiali, la città dall'ingresso degli Ottomani.

Porta San Romano, probabile luogo di morte di Costantino XI
L'Impero Bizantino cessò di esistere per lasciar posto a quello Ottomano. Ciò non toglie che Costantino XI diverrà eroe dei greci, che tutt'oggi lo celebrano come simbolo di indipendenza.

Statua di Costantino XI a piazza Mitropoleos in Atene

18 novembre, 2017

L'umiliazione di Canossa

Il Medioevo è stato il teatro dello scontro fra due forze titaniche, due modi di pensare e di concepire il mondo radicalmente diversi.

Il piccolo borgo di Canossa, sovrastato dal suo castello.
Entrambi miravano al potere in quel mondo, ed entrambi gli sfidanti hanno sfoderato tutte le frecce nella loro faretra per riuscire a primeggiare nella partita per la conquista del cuore dei popoli d'Europa.
Da una parte l'Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, desideroso di essere egemone in Europa.
Dall'altra c'era il Papato, che con la sua presa sulla coscienza e sull'anima delle persone, poteva determinare la fortuna o la rovina di interi Regni. Ed uno degli episodi in cui l'Impero ha seriamente rischiato di capitolare sotto i colpi del Papato, riguarda proprio quello che si svolse nella piccola cittadina di Canossa.
Ma veniamo ai fatti.
Nella seconda metà dell'XI secolo, l'Imperatore del Sacro Romano Impero è Enrico IV di Franconia, il quale fa tutto ciò che è in suo potere per rafforzare il potere imperiale, attraverso un laborioso gioco che tendeva ad assicurarsi la fedeltà dei nobili, senza però dare ulteriore potere ai Vescovi, il cui potere era già forte. L'attrito col papato nacque nel 1072: in quel periodo, Enrico IV doveva combattere contro il movimento Patariano, nato da una costola della Chiesa Romana; per ostacolarli, nominò all'Arcidiocesi di Milano il chierico Tedaldo.

Enrico IV di Franconia
Il Papa di allora, Gregorio VII, non stette a guardare; d'altronde è compito del Papa nominare gli arcivescovi, ragion per cui replicò con una dura lettera, datata 8 dicembre, nella quale, tra le altre cose, accusava l'imperatore di essere venuto meno alla parola data e di aver continuato ad appoggiare i consiglieri scomunicati; al tempo stesso inviò anche un messaggio verbale in cui lasciava intendere che la gravità dei crimini, che gli sarebbero stati imputati a questo proposito, lo avrebbero reso passibile non solo del bando da parte della Chiesa, ma anche della deprivazione della corona.

Pagina miniata raffigurante Gregorio VII
Enrico non si curò degli ammonimenti del Papa; ragion per cui, al Sinodo di Worms del 24 gennaio del 1076, dichiarò decaduto il Papa, chiedendo ai romani di sceglierne uno nuovo. Il 22 febbraio allora il Papa reagì, scomunicando Enrico IV, sciogliendo i sudditi da ogni giuramento di fedeltà e desacralizzando l'Impero. Tale evento inimicò tutti i Principi tedeschi, che intimarono ad Enrico di ottenere una riconciliazione col Papa entro un anno. Oltre a ciò, i Principi fissarono anche un'udienza con Gregorio VII nel febbraio del 1077.
Enrico, ormai preso fra due fuochi, non poté fare altro che dirigersi verso sud, in direzione di Roma. Gregorio VII, saputo dell'imminente arrivo di Enrico, si recò a Canossa e lì si stabilì, in attesa dell'incontro con i principi imperiali.
Nel gennaio del 1077, l'Imperatore scomunicato, chiese di essere ricevuto, ma non ebbe risposta; il 24 gennaio, Enrico era in saio, scalzo, sotto la neve, col capo cosparso di cenere ed in ginocchio davanti ad una porta chiusa, nella speranza di essere ricevuto e così ottenere il perdono. Ma i giorni passavano: 25 gennaio, 26 gennaio, 27 gennaio...
Fu solo l'intercessione del suo padrino, l'abate di Cluny Ugo, e di Matilde di Canossa, a far aprire le porte del castello ad Enrico IV. Così, la mattina del 28 gennaio, uno sfinito ed infreddolito imperatore arrivò a capo chino dinanzi a Gregorio VII, che uscì da questa disputa con una vittoria schiacciante.

Umiliazione di Canossa: Enrico, in saio, davanti al Papa Gregorio VII
L'impatto storico di questo evento ebbe l'effetto di un uragano: Enrico, tornato in patria, scoprì di essere stato deposto e che, al suo posto, sedeva il cognato; una serie di scontri per riprendersi il potere, fecero saltare l'incontro fra il Papa ed i principi tedeschi, che di conseguenza scomunicò nuovamente Enrico IV; quest'ultimo nominò prima un antipapa, Clemente III, poi marciò verso Roma per detronizzare Gregorio VII. Il Papa, per contrastare l'Imperatore, revocò la scomunica al Normanno Roberto il Guiscardo e gli chiese protezione. Fu l'inizio di una serie di battaglie e di avverse vicende che si concluse nel devastante sacco di Roma del 1084, dove tutte le chiese vennero spogliate, e le rovine ancora in piedi distrutte. Alla fine della vicenda, Gregorio VII fu costretto a fuggire a Salerno, mentre l'antiPapa Clemente III sedette sul trono di una Roma ormai distrutta.

16 novembre, 2017

Proposte di lettura: Fortezze di Dio

Quello che vi presentiamo oggi non è un semplice testo che normalmente troviamo sugli scaffali delle nostre librerie, ma è un libro da cercare e da approfondire nei suoi minimi particolari. L'autore Peter Harrison, ricercatore presso il Center for Medieval Studies dell'università di York, è anche membro della Society of Heraldical Arts, del Fortress Study Group e del Castles Study Group. Ha pubblicato numerosi libri sulle fortificazioni medievali sia religiose che civili.

Il libro presentato

Sin dagli albori della vera e propria guerra medievale e nei secoli successivi, tutte le grandi fedi sono state soggette a persecuzioni e a grandi assedi, motivo per il quale ci sono ancora numerosi esempi intatti dell'architettura religiosa fortificata (monasteri, chiese e Templi); inoltre entrano a far parte anche alcune delle più importanti fortificazioni costruite nelle varie aree del mondo.
Questo testo li illustra con disegni e piantine, ed è corredato da spettacolari fotografie scattate in luoghi remoti e selvaggi, dove vengono immortalate queste bellissime opere architettoniche medievali e post-medievali. Harrison descrive in modo minuzioso le fortezze religiose del Cristianesimo, dell'Islam e del Buddismo tibetano, tra cui si annoverano alcuni degli edifici più affascinanti del Medioevo, sparsi soprattutto in Europa, ma anche in Nord Africa, nel Nuovo Messico o sull'Himalaya. L'autore risalta nella parte descrittiva l'importanza di queste fortificazioni; che si tratti di una semplice chiesa parrocchiale sul confine anglo-scozzese, del Vaticano o del superbo Potala del Dalai Lama, questi edifici sono tutti legati da uno scopo comune: quello di difendere la vera Fede dagli assalti dei miscredenti, ma presentando una grande varietà di forme. Le strutture che Peter Harrison descrive doviziosamente, prendono in considerazione molteplici punti di vista, dallo storico al militare all'architettonico, analizzando i vari casi in cui tale struttura fosse sotto assedio e non.
Oltre alla minuziosità nella descrizione, il libro è molto scorrevole ed interessante, illustrando anche ai meno esperti le caratteristiche possedute da una fortezza di secoli fa.

14 novembre, 2017

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:

TAGLI BRASATI CON POLENTA

Ingredienti:

1/2 lt. di vino rosso
600gr. di carne di manzo
400gr. di farina di grano saraceno
100gr. di farina di farro
1 cucchiaino di olio/lardo
1 cipolla
1 carota
1 sedano
2 spicchi d’aglio
2 foglie d’alloro
1 punta di sale/pepe/zenzero/garofano
2 buste di zafferano

Procedimento
Preparate le verdure ben lavate, trituratele finemente e ponetele a rosolare con olio e lardo.
Prendete la carne, passatela nella farina e mettetela a soffriggere assieme alla verdura; aggiungete tutte le spezie e il vino, mettete il coperchio e abbassate la fiamma.
Lasciate cuocere per tre o quattro ore, aggiungendo acqua e brodo se necessario.
Portate ad ebollizione un litro d’acqua salata, versate a pioggia la farina, mescolate e cuocete per 40 minuti.
Rovesciatela su un tegame e servitela con la carne.


BISCOTTI DI SAN FRANCESCO

Ingredienti:

Miele
mandorle cotte
cannella
corteccia d’arancio (buccia)

Procedimento
Bollire il miele e, nel mentre, pestare e battere insieme la cannella, le mandorle cotte e la corteccia d’arancio.
Unire il composto al miele bollito, impastare e miscelare bene. Dividere l’impasto dei biscotti ottenuto in tante parti a forma di dita.
Infornare la teglia e portare a cottura i biscotti.

10 novembre, 2017

Le vette dell'arte medievale: Il palazzo pubblico di Siena

Nell'anno 1348, a Siena, il Governo dei Nove, che amministrava la città, completò un palazzo imponente: la torre, in mattoni e marmo, svettava imponente sull'intera città per 88 metri; il fronte della facciata, costituito da un fascione in marmo alla base e due piani di trifore contornati dai mattoni color terra di Siena, incombeva sulla piazza. Le merlature gli davano l'aspetto di un castello; elegante ed austero all'esterno, quanto fastoso e riccamente decorato all'interno. Era nato il palazzo pubblico di Siena. 

Il palazzo Pubblico da piazza del Campo

Nel XIII secolo, il governo cittadino si riuniva nella piccola chiesa di San Pellegrino alla Sapienza. Il governo era ghibellino; caduto quest'ultimo, e salito al potere uno di parte guelfa, si pensò ad una nuova sede più adeguata al crescente potere senese. Così si scelse di risistemare la centrale piazza del campo, e su palazzi preesistenti, prese vita la nuova, imponente costruzione. Il palazzo venne costruito, fra alterne vicende, fra il 1284 ed il 1310. Tra il 1325 ed il 1348, risale la costruzione della torre campanaria, detta del Mangia. Nel 1352 viene costruita la cappella alla base, ex voto per la fine della peste del 1348.

La facciata del palazzo è prevalentemente in laterizio, e all'interno delle trifore, compare lo stemma di Siena.

Porzione centrale della facciata, con le merlature coronanti il tetto
All'interno si apre un cortile, detto del Podestà, dello stesso stile della facciata; la principale differenza con l'esterno è legata alla presenza di diverse decorazioni marmoree.

Cortile del Podestà
Per gli interni, il governo dei nove si affidò ai migliori artisti del tempo; ed essi hanno creato opere che sono diventate iconiche nella storia dell'arte. Ad esempio, nella sala del Consiglio, Simone Martini affresca Guidoriccio da Fogliano che si dirige all'assedio di Montemassi.

Simone Martini - Guidoriccio da Fogliano ed il paese assediato di Montemassi
Inoltre dipinge anche la Maestà, come controfacciata alla sala.

Simone Martini - Maestà
Tutta la sala del Consiglio, o del Mappamondo, risulta finemente affrescata.

Visione d'insieme della sala del mappamondo
Il grande capolavoro del palazzo è comunque la Sala dei Nove, dove sono presenti le allegorie del Buono e del Cattivo Governo.

Visione d'insieme della sala dei nove

Gli affreschi sono due allegorie che mostrano le differenze sulla città fra un governo giusto ed equilibrato ed un governo cattivo e corrotto. Questi affreschi sono il capolavoro di Ambrogio Lorenzetti.

Allegoria del buon governo, ogni immagine rappresenta una virtù

Effetti del buon governo sulla città, che fiorisce di attività ed è ben tenuta

Come contraltare, Lorenzetti mostra anche cos'è un cattivo governo e quali effetti può sortire sulla città amministrata. Degno monito per molte amministrazioni odierne, purtroppo.

Allegoria del cattivo governo, ogni figura rappresenta una metafora di un vizio dello stesso: avarizia, vanagloria, crudeltà, proibizionismo, fraudolenza, superbia, con la tirannide in trono

Gli effetti sulla città, ovviamente, non saranno molto positivi:

Effetti del cattivo governo: la città è degradata, povera e mal tenuta

Il palazzo pubblico dunque, vuole essere un monito ed un incitamento a governare in modo retto e giusto. In un mondo come quello medievale, dove la comunicazione, più che scritta, era effettuata attraverso le immagini, affreschi del genere dovevano ispirare i governanti ad un'amministrazione retta ed equa.
Oggi il palazzo pubblico di Siena è sede del comune, ma è comunque aperto alle visite. Una buona proposta per capire come la civiltà del medioevo sia stata foriera di grandi apici che nulla hanno da invidiare rispetto ai passi effettuati dall'umanità nelle epoche successive.

09 novembre, 2017

Great Battles of Historie Medievali: La Battaglia di Las Navas

La battaglia di Las Navas fu antecedente la sconfitta Cristiana nella battaglia di Alarcos del 19 luglio 1195.

Dipinto di Victor Morelli della battaglia di Las Navas

Le conseguenze di quella disfatta obbligarono Alfonso VIII di Castiglia a chiedere al Califfo Almohade una tregua decennale, che gli consentì di riorganizzarsi e recuperare le forze per un futura vendetta. Era il 1211 quando i musulmani, situati in Spagna, occuparono con un duro assedio, la piazzaforte di Salvatierra, che era l'ultimo bastione cristiano a sud del Fiume Tago, la cui conquista lasciava spianata la strada per attaccare e impossessarsi diToledo. La conquista musulmana di quella piazzaforte mise in duro pericolo gli stanziamenti restanti dei Cristiani in Spagna, ma nel frattempo, nel campo musulmano, il Califfo Muhammad an-Nasir studiava la possibilità di un attacco in grande stile, proclamando una nuova Jihad. Lo scopo era quello di riunire sotto lo stendardo musulmano tutti i popoli che erano contro i cristiani, in modo da annientarli e annettere definitivamente tutti i regni del Nord della Spagna. Oggi gli storici medievalisti si chiedono se effettivamente, nei piani del Califfo, era inclusa la conquista della Francia e dell'Italia intera, in modo da far crollare definitivamente la Cristianità, conquistando Roma.
La predicazione della Jihad si estese in tutti i territori che facevano parte dell'impero Almohade, dal Marocco alla Tunisia, con l'obiettivo di mettere insieme un grande ed eterogeneo esercito di combattenti, da scagliare contro i cristiani. Nel frattempo anche Alfonso VIII di Castiglia seguì il consiglio dell' arcivescovo di Toledo Rodrigo Jiménez de Rada, che a sua volta chiese a papa Innocenzo III di indire una crociata contro gli infedeli. Il fine era quello di coinvolgere gli altri sovrani spagnoli e di richiamare più combattenti possibili da tutta Europa, per contrastare l'avanzata musulmana. Il papa indisse la Guerra Santa, mettendo in risalto una possibile azione musulmana anche contro la stessa Roma. Molti uomini risposero all'appello, giungendo in Spagna soprattutto dalla Francia e dall'Italia del Nord. Lungo il tragitto queste bande di uomini saccheggiarono e depredarono le comunità ebraiche di Toledo e non solo; poco dopo, molti di loro decisero di abbandonare il campo e tornarsene a casa prima che le operazioni belliche iniziassero. Purtroppo questa ritirata ebbe un effetto negativo sui piani di Alfonso VIII, che con tenacia riuscì a riunire, il 19 giugno 1212 a Toledo, un grande esercito. Si mossero verso sud in direzione delle fortezze musulmane di Malagon, Calatrava, Alarcos e Caracuel.

Situazione Geopolitica della penisola tra il 1157 e il 1212

Lo schieramento Cristiano poteva contare (attenendoci a moderne stime) su circa 12000 uomini, di cui 8000 fanti e 4000 cavalieri, comandati da Alfonso VIII di Castiglia, Pietro II d'Aragona e Sancho VII di Navarra. A questi uomini, si unirono i Cavalieri dell'Ordine di Santiago e Templari, volontari di Leon e volontari francesi. Sul fronte opposto i musulmani contavano circa 25000 uomini, con Andalusi volontari a supporto, capeggiati da Muhammad al Nasir. Dopo alcuni scontri la vera e propria battaglia fu combattuta nel sito chiamato Mesa Del Rey: lo schieramento musulmano aveva al centro la fanteria Almohade, con volontari musulmani e Andalusi a protezione, ai lati vi era la cavalleria araba e turca a protezione. L'armata Cristiana si schierò con la classica formazione tattica usata dagli eserciti medievali europei.

Schieramento della Battaglia di Las Navas

L'attacco Cristiano aprì la battaglia; l'ala sinistra di volontari respinse i contingenti Cristiani che si contrapponevano loro, mentre la cavalleria Cristiana metteva in fuga gli Andalusi che quasi non combatterono. Lo scontro diventò aspro al centro, mentre lentamente anche l'ala sinistra musulmana cominciava a cedere alla pressione Cristiana. Lo sfondamento fu inevitabile, il Califfo sfuggì a stento alla morte, rifugiandosi a Baeza, poco prima che, sulla sua guardia personale, piombasse Alvaro Nunez de Lara.

La Battaglia in dettaglio

Si dice che la tenda del Califfo fosse stata circondata da catene d'oro poste a sua difesa. Il fatto di averla violata, malgrado la fuga di Muhammad al Nasir, inorgoglì a tal punto la casa di Navarra da indurla a cambiare il proprio stemma araldico, raffigurandovi su campo rosso, catene dorate con, al centro, un verde smeraldo lì dove sorgeva la tenda del Califfo, poi presa.

Il Blasone di Navarra

 La vittoria Cristiana fu totale: le perdite Musulmane furono enormi, tanto da avvicinarsi all' 85-90% dell'armata, mentre per i Cristiani solo intorno al 30%. Fra i vincitori, i caduti furono Pedro Arias (Gran maestro del Sacro Ordine di Santiago) morto per le ferite il 3 agosto, Gomez Ramirez dell'Ordine dei Cavalieri Templari, e infine Ruy Diaz Gran Maestro dell'Ordine di Calatrava. Di lì a poco, a Marrakesh, il Califfo moriva il 13 dicembre del 1213.

06 novembre, 2017

Simone Martini

Simone Martini, grande pittore di scuola senese del gotico internazionale, nasce a Siena nel 1284.
Non si sa molto della sua vita prima del 1315.
Il Vasari sostiene che Simone Martini sia stato allievo di Giotto, anche se, il particolare uso decorativo del colore e del contorno lascia intendere che quasi sicuramente la sua prima formazione sia stata opera di Duccio di Buoninsegna.
Nel 1315 realizza l'opera che meglio incarna la sua arte, lo straordinario affresco della "Maestà", nella Sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena, poi rielaborata in seguito, nel 1321.

La Maestà del Palazzo Pubblico di Siena
 I materiali sontuosi e il distacco della Madonna derivano dallo stile bizantino della generazione precedente, mentre la linea decorativa, il gesto e l'espressione sono tipici dello stile gotico cortese in uso a Siena. In questo affresco salta all'occhio anche un uso della prospettiva finalizzato a creare profondità e maggior realismo. Nel 1317 Simone Martini dipinge una pala d'altare per Roberto d'Angiò (re di Napoli, 1309-1343). Anche in questo caso vi è l'utilizzo della prospettiva.
Probabilmente allo stesso periodo risale anche la decorazione ad affresco della cappella di S. Martino nella Chiesa Inferiore di S. Francesco ad Assisi, che rappresenta un perfetto connubio tra religione e laicità, proprio perché è considerata come la più alta espressione dei valori cortesi e cavallereschi, spianando quindi la strada ad un'arte concentrata su ciò che è "terreno" e sull'uomo.

Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi, affresco 968x340 cm, Sala del Consiglio, Palazzo Pubblico di Siena
Nel 1328 Martini realizza un affresco sulla parete che si trova di fronte alla sua "Maestà" nel Palazzo Comunale di Siena, per commemorare il condottiero Guidoriccio da Fogliano, che in quell'anno ottiene una grande vittoria per Siena, liberando la città di Montemassi.
Quest' opera, decisamente originale, è considerata come uno dei primi ritratti equestri. Recentemente è stata però oggetto di dibattito, al punto che alcuni studiosi sono giunti ad affermare che non sia opera di Simone Martini, in quanto risalente ad un periodo successivo. Questa tesi si basa su prove tecniche che sembrano dimostrare che l'affresco si trovi al di sopra di un altro affresco del 1363.

L'Annunciazione tra i santi Ansano e Margherita
L'opera che meglio riassume l'arte di Simone Martini è l' "Annunciazione" del 1333, firmata in collaborazione con Lippo Memmi. Si tratta di un affascinante insieme, composto da una fragile grazia, un dolce sentimento e grande cura per la bellezza dell'artigianato.
Il lavoro di Simone Martini è assolutamente gotico, motivo per il quale viene molto apprezzato in Francia. Dal 1335 fino alla sua morte, lavora proprio in Francia, presso il papato di Avignone. È in questo periodo che conosce Francesco Petrarca. 

Il Polittico Orsini di Simone Martini, particolare dell'Andata al Calvario
Nel 1342 dipinge un soggetto inusuale, "Cristo rimproverato dai suoi genitori", frontespizio di un manoscritto di Virgilio, appartenente a Petrarca. Dipinge anche un ritratto di Laura, l'amata del Petrarca, oggi perduto, ma menzionato in uno dei sonetti del poeta. Le opere realizzate in Francia sono andate in gran parte perdute, ad eccezione di un polittico dedicato a Napoleone Orsini.
Martini è il primo artista a portare oltralpe lo stile artistico italiano. La sua presenza in Francia risulta quindi di fondamentale importanza per la nascita di un gotico internazionale.
Martini morirà ad Avignone nell'agosto del 1344 e la sua straordinaria arte sarà presa ad esempio da pittori italiani, francesi e delle Fiandre.

04 novembre, 2017

Il medievalismo

Durante il XIX secolo, ci fu in Europa una riscoperta ed una rivalutazione del mondo medievale. Imbrigliata dalla logica dell'illuminismo, gli intellettuali reagirono fondando una corrente detta "romanticismo", in cui cercarono un ritorno alla spiritualità, alla fantasia, all'emozione, all'emotività e all'immaginazione; tutti sentimenti andati trascurati da un'epoca in cui si cercò di spianare la strada alla logica. Così gli intellettuali, per sfuggire alle brutture dell'industrializzazione delle città, che stavano diventando dei veri e propri mostri, abbracciarono la lontana ed esotica epoca del medioevo.

Tale tendenza si ebbe in molti campi della cultura del tempo: in architettura, per esempio, lo stile medievale che, più di tutti, si staccava dalle imbrigliature dei canoni classici fu appunto il gotico. Così, a partire dagli anni 40 del XIX secolo, fiorì in tutta Europa uno stile architettonico che non era null'altro che lo stile gotico del medioevo, un nuovo gotico, un Neogotico.


Palazzo del Parlamento a Londra, costruito nel XIX secolo
Il fascino prodotto sull'immaginario collettivo fu straordinario, e questo movimento artistico, architettonico e letterario, fu un successo per tutta l'Europa, soprattutto per quella anglosassone. Rimanendo in campo architettonico, in Germania ed in Austria sono molte le costruzioni che si rifanno a tale stile: esempi sono il Municipio Nuovo di Monaco di Baviera, la chiesa di San Nikolai ad Amburgo, il completamento del duomo di Colonia, rimasto incompiuto per secoli, il castello di Neuschwanstein in Baviera.

Monaco di Baviera, municipio nuovo
Castello di Neuschwanstein
Nell'impero Austroungarico, diverse costruzioni di Vienna seguono lo stile neogotico, come la VotivKirche, oppure il parlamento di Budapest, autentico capolavoro neogotico.

Votivkirche di Vienna
Diverse strutture universitarie, come Oxford e Cambridge, costruiscono sedi in stile neogotico.
Influenze di architettura neogotica approdano anche in Italia: si rammentano il caffè Predocchi di Padova, le facciate di Santa Croce e Santa Maria del Fiore a Firenze, e la facciata della cattedrale di Napoli.

Enrico Alvino, facciata neogotica del Duomo di Napoli
Se nell'architettura il gotico la faceva da padrone incontrastato, nella pittura nacque un movimento che condannò tutti i canoni accademici imposti da Raffaello in poi, e decise di tornare a quei temi precedenti al grande pittore rinascimentale: le tematiche principali divennero appunto quelle medievali, come le annunciazioni, le tematiche dantesche o Shakespeariane; e così nacque il movimento dei Preraffaelliti. 

Ophelia di John Everett Millais
Anche le figure norrene erano tema di elaborazione artistica, come mostra il quadro di Edward Robert Huges, "La veglia della valchiria".

La veglia della valchiria

Anche la letteratura ebbe un'epoca di celebrazione del medioevo col romanzo gotico, che avrà un inizio precoce rispetto agli altri movimenti, e cioè nella seconda metà del XVIII secolo: l'unione di elementi romantici e dell'orrore darà vita ad importanti opere ambientate nel medioevo o in ambienti a sfondo medievale, e che culmineranno con veri e propri capolavori della storia della letteratura, come Frankenstein, Dracula e Lo Strano Caso del Dottor Jekill e del Signor Hyde, che in seguito, spianeranno la strada ad un altro genere letterario che spopolerà nel XX secolo: la fantascienza.

Come si può vedere, la riscoperta e l'apprezzamento del medioevo, il guardare e riscoprire il passato, ha dato la spinta per creare nuove opere e nuove idee. Si sono gettate le basi per nuove correnti di pensiero; si è colta l'opportunità per analizzare nuovamente la sfera sentimentale dell'animo umano, che l'illuminismo ed il neoclassicismo avevano trascurato, in quanto avevano come primo obiettivo, uscire dall'ammorbante dogmatismo del XVII secolo. Il cammino del mondo occidentale è andato avanti anche attraverso la riscoperta di questa era passata.