31 dicembre, 2017

Paese che vai... capodanno che trovi!

Eh sì! Esattamente come afferma il nostro titolo, il capodanno nel passato non era necessariamente legato alla transizione dal 31 dicembre al primo gennaio, bensì ad elementi peculiari del luogo considerato.

Il raggio di sole che segna l'inizio del capodanno pisano
Ma procediamo con ordine: nel Medioevo veniva utilizzato il calendario Giuliano, chiamato così perché introdotto, in epoca romana, da Giulio Cesare. Tale calendario prevedeva il passaggio da un anno all'altro alla fine del mese di dicembre, in quanto in quello di Gennaio nasceva il dio Giano, a cui è dedicato, per l'appunto, gennaio.

Volto di Giulio Cesare, inventore dell'odierno calendario
Nel Medioevo invece, ogni Paese aveva un proprio giorno per far cominciare l'anno:

Nel VII secolo ad esempio, i pagani delle Fiandre, seguaci dei druidi, avevano il costume di festeggiare il passaggio al nuovo anno; tale culto pagano venne deplorato da Sant'Eligio, che redarguì il popolo delle Fiandre dicendo loro:
« A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l'andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l'usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica »
In Francia invece, l’anno nuovo si apriva a Pasqua nella Domenica di Resurrezione. L’abitudine, definita “stile della Pasqua”, fu cambiata da Carlo IX solo nel 1567. Ma non fu seguita dappertutto. In alcune zone della Francia centrale e occidentale il Capodanno aveva inizio il 25 dicembre, giorno di Natale. E in altre ancora il 25 marzo, giorno dell’Incarnazione.

In Inghilterra ed in Irlanda invece, il passaggio dell'anno avveniva in corrispondenza del concepimento di Cristo, di conseguenza il 7 dicembre.

Giotto - Annunciazione, momento di passaggio da un anno all'altro per Inglesi ed Irlandesi

Nelle terre del Sacro Romano Impero le date potevano sovrapporsi a seconda delle città, ma nella maggior parte dei casi l’anno vecchio finiva proprio il giorno prima di Natale.

La natività di Gesù era il giorno di passaggio di anno per buona parte del Sacro Romano Impero

Sul territorio italiano invece, il passaggio di anno variava fra il 25 dicembre ed il 25 marzo, addirittura alternandosi nel corso dei secoli, come a Milano e Bologna. Anche a Roma, dal X al XVII secolo, il capodanno coincideva col Natale, con un intermezzo voluto da alcuni Papi che preferirono, come data di inizio dell’anno, la festa dell’Annunciazione.

Napoli festeggiava il capodanno in corrispondenza della nascita di Gesù; in seguito, sotto il regno di Carlo I d'Angiò, si decise di farla coincidere con la Pasqua; e così la data di passaggio di anno divenne fluttuante, portando ad anni che avevano un numero di giorni costantemente diverso.

Carlo I d'Angiò, che stabilì la data di fine anno il giorno di Pasqua
Dopo quattro anni però, si stabilì la data del 25 marzo.

A Pisa invece, il Capodanno era scandito da un orologio solare all'interno del Duomo: l'evento infatti, veniva annunciato da un raggio di sole che penetrava da una finestra chiamata, per l'appunto, finestra Aurea. Il raggio colpiva un preciso punto, localizzato vicino all’altare maggiore, il giorno stesso dell’equinozio di primavera, che cadeva il 25 marzo.

Il raggio di luce che dà inizio al capodanno pisano
Anche nell'area veneziana il capodanno cominciava a marzo.


Tutte queste diversità locali continuarono anche dopo l'adozione del calendario Gregoriano. Solo nel 1691 papa Innocenzo XII emendò il calendario del suo predecessore, stabilendo che l'anno dovesse cominciare il 1º gennaio. L'adozione universale del calendario gregoriano fece sì che, anche la data del 1º gennaio, come inizio dell'anno, divenisse infine comune.

Papa Innocenzo XII impose il primo gennaio come primo giorno dell'anno, uniformando così lo scandire degli anni a livello europeo.
Tutt'oggi, il mondo intero festeggia il passaggio di anno nella notte fra il 31 dicembre ed il 1 gennaio. E dato che oggi è proprio il 31 dicembre, vi auguriamo un felice anno nuovo!

29 dicembre, 2017

Gli albori del Medioevo: Le invasioni barbariche e le loro conseguenze

Per conoscere al meglio il Medioevo, bisogna ritornare secoli addietro dove le terre delle popolazioni barbariche si estendevano in gran parte al di là il Danubio e del Reno, territori quasi sconosciuti al tempo. I barbari più prossimi ai confini romani erano i Germani, un popolo composto da varie tribù di cui: Alani, Burgundi, Franchi, Ostrogoti, Vandali, Visigoti ecc.; contadini poco legati alla terra che a quel tempo era scarsamente produttiva. La base della società di quell'epoca era la "famiglia": più famiglie formavano tribù consanguinee, a loro volta riunite in confederazioni militari guidati da capi militari considerati come re. Sin dal 280 d.C., Roma era riuscita a controllare il flusso migratorio degli elementi barbari, che varcano il confine alla ricerca di terre produttive, fertili e anche per arruolarsi nell'esercito Romano. Solo negli ultimi anni del IV secolo, la grande spinta Unna dall'Asia centrale, si propagò fino in Russia meridionale; i confini romani cedettero e le popolazioni germaniche dilagarono nelle aree più ad ovest dell'impero; così ebbe inizio quel lungo fenomeno che duro meno di cento anni. Le popolazioni germaniche avrebbero radicato le loro basi nelle province occidentali dell'impero.

Cartina delle invasioni barbariche

Nel 378 d.C. i Visigoti forzano la linea del Danubio, ma l'imperatore Valente riuscì a deviare la loro avanzata verso occidente; soltanto nel 410 d.C., Alarico penetrò in Italia saccheggiando Roma. Nel 412 si stanziarono nella Gallia meridionale, appena percorsa e razziata dai Vandali condotti da Genserico e diretti in Spagna. Da qui, nel 429, mossero alla conquista dell'Africa.
La Gallia settentrionale venne invasa a più ondate da Alani, Franchi e Burgundi tra il 400 e il 430. Inoltre la Bretagna fu abbandonata dai Romani e lasciata in balia dei Sassoni, che cercarono di stanziarsi a scapito dei Celti, sulle coste del Mar del Nord e della Manica.
Nel 451 e 452 gli Unni di Attila si riversarono in massa sulla Gallia e nella pianura Padana; mentre nel 488 gli Ostrogoti guidati dal loro re Teodorico invasero l'Italia.

Genserico che saccheggia Roma, dipinto di Karl Bryullov (1833-1835)

Nelle zone di confine, le colonie romane spariranno del tutto, già da tempo a contatto con i barbari, tutti i monumenti iniziarono a cadere in rovina; le città vennero saccheggiate dai nuovi arrivati e le scuole sparirono totalmente. In questo modo la civiltà romana si sgretolò completamente. Più a sud, invece, i barbari erano penetrati in questo territorio poco prima entrando in contatto con la cultura romana convertendosi al Cristianesimo; è vero che con il loro passaggio si ebbero distruzioni e saccheggi, l'economia divenne instabile e anche il commercio subì gravi danni. La situazione non durò a lungo: infatti, già nel 417, il poeta Rutilio Namaziano cantava il ritorno dell'età dell'abbondanza e della rinascita della vita sociale. In realtà, le migrazioni delle popolazioni germaniche influirono soprattutto sulla politica dell'Impero che già da tempo aveva legalizzato la presenza barbara sul territorio Romano. Possiamo annoverare l'arruolamento di elementi barbari all'interno dell'esercito regolare; si stabilì, dunque, di collocare i nuovi "contingenti" nelle province ed integrali nell'esercito per mezzo di una specie di "contratto federativo". L'accordo permetteva ai vari clan di mantenere il proprio diritto e le proprie organizzazioni, mentre i loro re trattavano direttamente con l'impero.

I primi regni romano-germanici alla fine del V secolo

I popoli federati assicuravano i loro servigi in cambio di un mantenimento materiale. Questo metodo consisteva nel fornire alle truppe e ai funzionari delle "carte di alloggio" e di "buoni alimentari", validi per approvvigionarsi nei magazzini dell'annona. Ma la ruralizzazione dell'economia costrinse a rivedere questo sistema. Si decise che i proprietari terrieri dovessero cedere un terzo o i due terzi delle loro terre ai capi clan, i quali a loro volta provvidero a distribuirle fra i propri uomini; in questo modo, nelle province, il potere passò nelle mani dei re barbari, capi dei popoli federati. La loro autorità li mise in grado di controllare l'amministrazione, mentre i loro luogotenenti furono addetti al mantenimento della sicurezza dei territori occupati; così le regioni divennero regni dove romani e barbari erano ugualmente soggetti al potere di questi capi militari.
Ben presto i re cercarono di estendere il proprio potere oltre i confini, obbligando il potere Imperiale a ritirarsi progressivamente. Diversamente da quanto era accaduto nei territori di confine, questo nuovo ordinamento non scardinò la civiltà romana: i barbari restavano delle minoranze stanziate in piccoli gruppi che, a poco a poco, assimilarono gli usi e i costumi locali.
Desiderosi di poter entrare a far parte di quel mondo potente e civilizzato, iniziarono a frequentare le stesse scuole romane tanto che in Africa, alla corte del re dei Vandali, si parla addirittura di una vera e propria rinascita culturale e letteraria.

Per quanto detto, in questo periodo si cominciarono ad intravedere i primi albori del Medioevo.

27 dicembre, 2017

L'incoronazione di Carlo Magno e le sue conseguenze

La notte di Natale del 25 dicembre dell'800 d.C, durante la messa celebrata a San Pietro a Roma, Carlo Magno fu incoronato imperatore dal successore di Adriano I, Papa Leone III. Questo titolo non era più stato usato in Occidente dalla abdicazione di Romolo Augusto nel 476, con la caduta dell’Impero Romano d’occidente. Del resto Leone III doveva la sua permanenza sul soglio pontificio proprio a Carlo, che nella primavera del 799, lo aveva liberato dalle prigioni in cui era stato rinchiuso da un gruppo di nobili romani.

Carlo Magno incoronato imperatore da papa Leone III
 Esistono diverse fonti che raccontano di questa incoronazione.
Una di queste ci dice che Carlo venne investito della carica di imperatore seguendo il rituale degli antichi imperatori romani; quindi gli venne revocato il titolo di patrizio ed acquisì il titolo di Augusto.
Un'altra fonte afferma che se quella sera Carlo non era consapevole delle intenzioni del papa, e che quindi, venne incoronato imperatore contro la sua volontà.

"Incoronazione di Carlo Magno" di Raffaello Sanzio, Musei Vaticani
Infatti si racconta di come egli non intendesse assumere il titolo di Imperatore dei Romani per non entrare in contrasto con l'Impero Romano d'Oriente, il cui sovrano deteneva, dall'epoca di Romolo Augusto, il legittimo titolo di Imperatore dei Romani: quando Odoacre aveva deposto l'ultimo Imperatore d'Occidente, le insegne imperiali erano state rimesse a Bisanzio, sancendo, in questo modo, la fine dell'Impero d'Occidente. Dunque, per nessun motivo i Bizantini avrebbero riconosciuto ad un sovrano franco il titolo di Imperatore. Senza considerare il fatto che Carlo aveva già abbastanza nemici (Sassoni e Arabi, per esempio) per mettersi contro il potente Impero Bizantino.

Papa Leone III
Dopo il "colpo di mano" di Leone III, Carlo riuscì comunque ad arginare le ire orientali, con l'invio di grandi ambascerie e un'estrema cordialità nelle missive. I Bizantini non riconobbero mai veramente il titolo imperiale d'Occidente, ma del resto non avevano alcuna reale possibilità d'intervento.
Secondo alcuni storici, Carlo ambiva fortemente al titolo di imperatore, ma avrebbe preferito auto-proclamarsi tale, perché l'incoronazione da parte del Papa rappresentava simbolicamente la subordinazione del potere temporale a quello spirituale.

24 dicembre, 2017

Il pranzo di Natale nel Medioevo

Ormai ci siamo: mancano poche ore alla cena della vigilia ed al pranzo che celebra la nascita di Gesù. Già abbiamo parlato in un precedente articolo di cosa fosse il Natale nel medioevo e da dove abbia tratto le sue origini; ma come era vissuto uno dei momenti più amati di questa festa? Insomma, cosa si consumava a tavola? Oggi lo vedremo insieme.

Il pavone, uno dei piatti più amati nei banchetti natalizi

Prima di procedere nella descrizione di quali fossero alcuni dei piatti tipici del pranzo di Natale, vale la pena ricordare che questa festività arrivava subito dopo l'ultimo raccolto e, di conseguenza, in corrispondenza di una notevole quantità di cibo per l'inverno: non c'era un granché da fare nelle fattorie e, se non era necessario mantenere gli animali tutto l'inverno, era conveniente macellarli. Ragion per cui è possibile immaginare la relativa quantità di cibo a disposizione per questo periodo. Nasce così l'opportunità di poter realizzare, fra i nobili, pantagruelici banchetti; mentre fra le classi meno agiate, era possibile preparare dei pranzi particolari dovuti alla maggior abbondanza di carne e scorte alimentari rispetto ai restanti periodi dell'anno.

Banchetto natalizio medievale
Un piatto particolarmente in voga era quello degli zanzarelli: un impasto di uova, parmigiano e pane raffermo sbriciolato, cotto in brodo aromatizzato allo zafferano. Questa pasta, ridotta a straccetti, era poi condita di spezie e servita a tavola. Gli zanzarelli, serviti in un piatto, hanno questo aspetto:

Un piatto di zanzarelli
Sostanzialmente sono l'antesignano della nostra pasta in brodo.

Altro piatto largamente diffuso, soprattutto fra i nobili, era il pavone vivente, che era la pietanza più amata, a Natale, in Inghilterra, subito dopo il cinghiale farcito. Sostanzialmente il pavone veniva spellato con accuratezza e poi imbottito con uova, erbe, spezie varie e infine arrostito. Dopo la cottura, la pelle con le piume veniva ricucita sull'animale e, a volte ma non sempre, ricoperta di lamine d’oro; il becco veniva anch'esso dorato. Il pavone veniva poi offerto alla dama più importante fra quelle presenti a tavola, e tagliato dal cavaliere dimostratosi il più abile di tutti nei tornei, oppure da una persona di una certa importanza.

Un pavone, il cui piumaggio rendeva il piatto estremamente scenografico
Anche il cinghiale farcito, come detto sopra, era un elemento di spicco sulle tavole nobiliari natalizie.

Uno dei dolci natalizi per eccellenza invece, era il Nucato. Vagamente simile al torrone, il nucato era un impasto di mandorle, noci e nocciole, tenute insieme da miele millefiori; era speziato con pepe, chiodi di garofano, cannella e zenzero. Andava cotto a fuoco lento, e mangiato una volta raffreddato. La caramelizzazione del miele rendeva il dolce un croccante da consumare a fine pasto, un po' come l'odierno torrone.

Un frammento di nucato
Ovviamente il vino ed altre bevande alcoliche erano ampiamente utilizzate.

L'usanza di un pasto pantagruelico per le feste, dunque, ha radici lontane nel tempo.

Il medioevo ci ha dato molte delle tradizioni che formano oggi il nostro odierno Natale e, dato che molti di noi a breve si appresteranno a cominciare a cucinare e a passare il tempo nella piena convivialità coi propri cari, noi di Historie Medievali ne approfittiamo per augurare, a tutti voi che con pazienza e dedizione ci leggete, un sereno Natale.

20 dicembre, 2017

Great Battles of Historie Medievali: la battaglia d'Inab

La battaglia d'Inab, chiamata anche di Ard al-Hâtim o Fons Muratus, ebbe luogo il 29 giugno 1149 tra Nur ad-Din e Raimondo d'Antiochia. Nur ad-Din, atabeg di Aleppo, dopo la morte di suo padre Zangi avvenuta nel 1146, decise di attaccare il principato di Antiochia, con l'intenzione di difendere Damasco che, nel 1148, era stata assediata invano dai Crociati durante la seconda crociata, voluta da Papa Eugenio III.

Battaglia d'Iinab (1149)
Nel giugno del 1149, Nur ad-Din invase il principato d'Antiochia e pose d'assedio la fortezza d'Inab, con l'aiuto di Unur di Damasco ed un contingente di Turcomanni: Nur ad-Din aveva a disposizione un totale di circa 6.000 soldati, per la maggior parte cavalieri; invece il principe di Antiochia, Raimondo, si alleò con Ali ibn-Wafa, della setta degli Assassini, che controllava un territorio confinante col principato, ed era nemico di Nur ad-Din.
Raimondo ed il suo alleato partirono per una missione di soccorso prima ancora di aver raccolto tutte le forze. All'avvicinarsi di questa armata mista, Nur ad-Din tolse l'assedio di Inab e si ritirò.

Recupero del corpo di Raimondo dopo la battaglia
A questo punto, Raimondo e ibn-Wafa non rimasero nei pressi della fortificazione, ma si accamparono con le loro forze in aperta campagna. Quando gli esploratori riferirono a Nur ad-Din che i nemici si erano accampati in un luogo completamente aperto e che non ricevevano rinforzi, l'atabeg fece circondare l'accampamento durante la notte.
Il 29 giugno Nur ad-Din distrusse l'esercito di Antiochia, e sia Raimondo che ibn-Wafa furono uccisi. 

Il sultano allora cinse d'assedio Antiochia, senza riuscirci però, perché la città fu ben difesa dalla moglie di Raimondo, Costanza, e dal patriarca Aimery di Limoges, fino all'arrivo del re di Gerusalemme, Baldovino III, che marciò su Antiochia, riuscendo a liberarla dall'assedio.

19 dicembre, 2017

Il ciclo arturiano

Statua di Re Artù
E' uno dei cicli mitologici celtici e britannici più famosi in assoluto. Esso è chiamato anche Materia di Britannia, o Ciclo Bretone, e narra le gesta di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda.

Chi non ha mai sentito parlare di Re Artù? Film, cartoni animati e favole narrate ai bambini, hanno reso questo personaggio famosissimo nel mondo. Ma quali sono le radici dei racconti delle sue vicende? Partiamo dall'inizio: nel XII Secolo, in Francia, prese moda raccontare le gesta epiche dei cavalieri e degli eroi. Nel 1135, questa corrente letteraria arriva anche in Inghilterra, prendendo il nome di Materia di Britannia.
Il primo autore che si occupa della Materia di Britannia è un chierico gallese, Goffredo di Monmouth. La sua prima opera è l'Historia Regum Britanniae, ma diviene famoso nella storia per aver raccolto una serie di profezie di un personaggio noto, al giorno d'oggi, a grandi e piccini: Merlino.

Una miniatura delle Profezie di Merlino


La storia del Regno di Britannia consiste in una compilazione romanzesca di amori, magie e avventure; essa venne liberamente tradotta in versi francesi un ventennio più tardi in Francia nel Roman de Brut dal poeta normanno chiamato Maistre Wace.
Essendo tradotta liberamente e in una lingua accessibile al contesto, l'opera divenne subito facilmente accessibile a un pubblico più vasto e diede l'avvio a una produzione assai ricca (più di cento composizioni in lingua romanza) soprattutto in versi e più tardi anche in prosa.
L'evoluzione poetica rese più facile la memorizzazione e la diffusione delle storie; inoltre si diffuse tantissimo in ambito cortese, in quanto si trattava degli amori e di vicende che i nobili dell'epoca sentivano piuttosto vicine alla loro realtà.
Ma qual è il contesto delle storie? Siamo alla corte di Re Artù, che è circondato da cavalieri che non muoiono in battaglia come dei martiri, come accade con Orlando nella Chanson de Roland, ma sono solitari cavalieri erranti alla ricerca di prove, sempre più difficili, per conquistare la donna amata.

Nascono così le storie di Merlino e della spada Excalibur, incastrata nella roccia ed in attesa di un vero Re; l'amore di Lancillotto per la regina Ginevra, moglie di Artù; l'amore travagliato fra Tristano ed Isotta, la ricerca della fata Morgana e di suo figlio Mordred; Perceval alla ricerca del Graal.

Fra le tante, nasce inoltre la storia dei Cavalieri della Tavola Rotonda, uomini che nel corso delle battaglie mantengono un alto spessore morale.

Artù ed i cavalieri della tavola rotonda
Le loro regole sono le seguenti:
  • Mai oltraggiare o compiere omicidio.
  • Evitare l'inganno.
  • Evitare la crudeltà e concedere pietà a chi la chiede.
  • Soccorrere sempre le dame e le vedove.
  • Non abusare mai di dame e vedove.
  • Mai ingaggiare battaglia per motivi sbagliati quali amore e desiderio di beni materiali.
Tutti questi temi vennero trattati in moltissime opere: tra le prime le più famose furono i romanzi di Chrétien de Troyes, uno dei più grandi scrittori medievali; ma anche numerosi autori moderni come Mark Twain, John Steinbeck, Marion Zimmer Bradley, Jack Whyte e T. H. White hanno scritto su questi temi, alimentandone la mitologia e portandola fino ai giorni nostri, dove le grandi case di produzione tutt'ora la sfruttano per creare film e sceneggiati di successo, dimostrando come alcune storie, alcune idee letterarie ed alcuni personaggi siano successi che non risentono del passare del tempo.

Chretien de Troyes, uno dei primi autori ad ispirarsi alle leggende arturiane

13 dicembre, 2017

Proposte di lettura: La chiesa nell'Europa medievale

Il libro che vi proponiamo oggi è una sintesi di notevole pregio della storia e delle caratteristiche della cristianità medievale, scritta dallo storico Gregorio Penco, benedettino, laureato in lettere classiche e in teologia. Le sue opere principali riguardano la storia del monachesimo e della chiesa in Italia, inoltre si annoverano numerose pubblicazioni e articoli su importantissime riviste specializzate.
Da sempre la storiografia religiosa ha dedicato un particolare interesse al periodo medievale, ed è noto che spetta alla cultura dell'età romantica la scoperta del Medioevo come "Cristianità". Oggi questo aspetto è più verificabile grazie all'opera di numerosi centri di studio sorti anche in Italia nell'ultimo mezzo secolo.

Il libro qui presentato
Mancava però un'opera di carattere sintetico che, tenendo conto delle nuove acquisizioni, presentasse un rapido panorama delle varie componenti della cristianità medievale. Tale è il compito di questo volume. La cristianità medievale, seppur in continuità con quella dei primi secoli, possiede una sua innegabile originalità, presentandosi come il filo conduttore di quell'epoca. In sostanza, è qui che si può capire tutta la differenza nei confronti delle epoche successive, e specialmente della nostra, dopo il venir meno, agli albori dell'epoca moderna, della cristianità storica. Tuttavia, neppure questo processo ci riuscirebbe comprensibilmente se non si conoscessero le posizioni da cui si è partiti e che, al di là di sterili rimpianti o anacronistiche riesumazioni, continuano a gettare luce su un'epoca fondamentale nella formazione della coscienza europea.
Per concludere, il libro è corredato di 340 pagine; esso rappresenta una pietra miliare capace di illuminare al meglio l'avvicendarsi della chiesa medievale nel contesto europeo. Di facile comprensione e lettura, la scorrevolezza del testo rende il libro molto piacevole ed interessante a qualsiasi lettore che vi si accinge a sfogliarlo. Dalle basi della chiesa stessa nell'Alto medioevo fino alla fine di questa stupenda epoca, G. Penco ci descrive in modo magistrale le fasi che caratterizzarono questo millennio e l'interesse della chiesa a dominare nel contesto europeo.

09 dicembre, 2017

Le vette dell'arte medievale: Notre-Dame

La facciata della cattedrale di Parigi
La cattedrale di Parigi è senza alcun dubbio fra le costruzioni gotiche più famose del mondo. Situata nel cuore della capitale francese, ha attraversato circa otto secoli di storia.
Tutto cominciò quando nel 1163 il Vescovo di Parigi, Maurice de Sully, decise di demolire le due vecchie chiese sull' Île de la Cité per far posto ad una nuova, imponente cattedrale. La prima pietra venne posata da Papa Alessandro III in persona, ed avrebbe avuto forme di tipo gotico, come le altre tre cattedrali precedentemente costruite sul territorio francese.
La costruzione procedette a più riprese: nel 1185 venne conclusa l'abside, che fu consacrata ed aperta alle messe.

Abside con il coro, la prima parte della chiesa ad essere completata
Poi si procedette con la costruzione del transetto e delle navate, che continuò fino al 1190. Dal 1208, cominciò la costruzione della facciata, che venne completata nel 1218, cioè 10 anni dopo. Mancavano ancora il tetto delle navate e del transetto. Dopo alcune modifiche, fra il 1225 ed il 1250, la grande chiesa fu completata.

Pianta dell'odierna cattedrale
Nel XIX secolo, essendo la cattedrale in pessime condizioni, per via delle vicende dei secoli precedenti, un poderoso lavoro di restauro cercò di ripristinare le caratteristiche originali e di liberarla dal degrado.

Navata centrale
L'interno è caratterizzato da un notevole numero di finestre, che conferiscono grande luminosità ed ariosità all'ambiente. Le colonne sono cilindriche, non quadrate, ed inoltre è presente un numero notevole di vetrate colorate. Di magnifica fattura, ad esempio, il rosone.

Rosone della cattedrale
Tantissime le statue che decorano l'imponente costruzione, come è possibile notare nei pressi dei portali.

Portale del Giudizio Universale
In sintesi, la cattedrale di Notre Dame è un fiorire di creatività ed ingegno umano, un perfetto spunto dell'incredibile vivacità culturale che ha caratterizzato il Medioevo.

07 dicembre, 2017

L'avanzata dei ceti urbani

Il XII e il XIII secolo rappresentano per molti aspetti un periodo che favorì l'iniziativa individuale. Infatti non vi erano disparità insormontabili tra le classi sociali, a fare la differenza erano soprattutto il calcolo e l'intraprendenza individuale; ciò che veramente contava era l'investimento e il guadagno ricavabile da un'impresa commerciale che una persona riusciva ad avviare. Oggi gli studiosi parlano di questo come di "dinamismo sociale".
A una crescente articolazione delle classi sociali corrispose una maggiore permeabilità tra l'una e l'altra, in questo senso non si precludevano passaggi a scalate da parte dei cosiddetti "arrampicatori sociali". Si annoverano la costruzione di nuove città grazie allo sviluppo dei nuovi ceti urbani che si produssero di pari passo. A una maggiore vitalità dei ceti urbani, fino a quel momento costretti in sordina, possedendo una limitata libertà d'azione, fece da contrappeso la caduta in disgrazia di alcune casate nobiliari. Molte di esse infatti, furono costrette ad accettare nelle proprie"nobili file" i rampolli delle famiglie di piccoli nobili e di nuovi ricchi.

La crescita demografica e l'espansione delle città. Dipinto

Decadeva il primato fondato sulla nobiltà di sangue del ciclo unico detentore del potere economico e politico. I borghesi, forti del proprio potere economico, ambivano al riconoscimento di un titolo nobiliare; i matrimoni si resero necessari, a causa dell'incapacità di molti nobili di adeguarsi ai cambiamenti sociali in atto. La disgrazia degli uni contribuì a realizzare il sogno di elevazione sociale degli altri; accadde inoltre, quando i comuni ebbero modo di rendere più palese il proprio potere e autonomia, che fossero questi a concedere ai borghesi il titolo di "Cavaliere". Non si rendeva più necessario il matrimonio di convenienza tra famiglie di differente ceto, proprio perché il titolo poteva essere semplicemente acquistato. Si modificò di fatto il concetto di Cavaliere e quello di Aristocrazia: il nuovo cavaliere non aveva più a che fare con la guerra, semmai con attività commerciali che contribuivano alla pace in patria. Si magnificava, in questo modo, non tanto la nobiltà dovuta alle origini familiari, quanto all'impegno profuso per conquistare una condizione economica favorevole. La società fondata sul vassallaggio tra un sovrano e i principi stava lasciando sempre più spazio ai ceti emergenti. Ben presto si sarebbero costituiti gli stati nazionali.

Il vassallo riceve la sua spada dal re. Manoscritto del XIV secolo 
Tra il XII e il XIII secolo un fattore determinante per individuare gli appartenenti ad un ceto sociale piuttosto che a un altro, era il poter vivere grazie ad una rendita. Il lavoro manuale era considerato di basso rango, e quindi appannaggio del popolo. I nobili si vantavano di non doversi abbassare agli umili lavori manuali per sostenere la propria famiglia. Anche tra i ceti popolari ci fu una distinzione, specie quando si trattava di gestire il controllo politico di una città. Vi erano infatti fazioni che, osteggiando apertamente i nobili, ne accettavano la loro superiorità morale. Di fatto accadeva spesso che si giungeva ad un accordo per risolvere questioni di ordine sociale, religioso e civile. I ceti entro cui confluirono gli artigiani decisero di non aver nulla a che spartire con i nobili. Ogni categoria di artigiani sosteneva le proprie peculiarità innanzi alle altre, anche quando si dibatteva pubblicamente di questioni di interesse generale.

Il sarto uno dei mestieri più importanti nel medioevo. Manoscritto del XV secolo
All'interno di ogni classe di artigiani esisteva una gerarchia, che vedeva il primato del maestro di bottega sugli apprendisti e lavoranti. Questi influenzava, a diverso diritto, le questioni private e pubbliche, decidendo chi promuovere e quando, e inoltre gestendo i ricavati dell'attività. Si delinearono delle gerarchie anche tra le varie arti, che si distinsero tra arti maggiori, medie e minori. Tra i rappresentanti delle arti maggiori vi erano coloro che trattavano e lavoravano merci pregiate come i metalli preziosi, la lana, e i tessuti. Gli artigiani come i macellai erano di categoria intermedia, mentre chi costruiva piccoli oggetti dedicati all'uso quotidiano era incluso nelle arti minori. Coloro che avevano una rendita grazie al lavoro manuale, ma che venivano escluso da qualsiasi corporazione, erano i lavoratori occasionali, i salariati e i contadini. 

05 dicembre, 2017

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:

MANZO CON SUGO

Ingredienti:
un bicchiere di aceto buono
1/2 litro di vino rosso corposo
800gr. carne di manzo
2 cucchiai di olio o lardo
una cipolla grossa
una carota
2 gambi di sedano
2 spicchi d’aglio
chiodi di garofano q.b.
50gr. di zenzero
2 foglie di alloro
sale q.b.
noce moscata q.b.

Procedimento
Preparate le verdure ben lavate; tritatele finemente e mettetele a rosolare con olio o lardo.
Prendete la carne e, dopo averla steccata con l’aglio, passatela nella farina, mettetela a soffriggere con le verdure, sfumatela con aceto e vino. Aggiungete gli aromi , mettete il coperchio e abbassate la fiamma lasciando cuocere per tre o quattro ore.
Aggiungere acqua o brodo se necessario.
Passare il sugo e controllare che sia abbastanza denso prima di servire.


CANAPO'

Ingredienti:
1,5 l di brodo di carne
2 spicchi d’aglio
50gr. di pancetta
300gr. di bietola
50gr. di grana
50gr. di borragine
1 cipolla
50gr. di verza
1 carota
100gr. di rucola
1 gambo di sedano
pane grattugiato
1/2 cucchiaino di pepe
2 cucchiaini di olio d’oliva
zenzero, noce moscata
menta, basilico, prezzemolo

Procedimento
Tritare finemente aglio, cipolla, carota, sedano e pancetta; aggiungere il pane grattugiato e soffriggere, dopodiché aggiungere il brodo e le altre verdure ben pulite e tritate, gli aromi e cuocere per circa 40 minuti.
A 5 minuti dal termine della cottura aggiungere menta, basilico, prezzemolo e un cucchiaio d’olio.
Salare e servire con pane tostato e formaggio.

01 dicembre, 2017

L'iconoclastia

Chiesa di Sant'Irene in Istambul
Avete visto la figura? Nessuna figura, nessuna decorazione. Nessuna immagine rappresentante il divino o qualche santo, magari Sant'Irene, a cui è dedicata la chiesa. Solo un'abside in mattoni, spoglia di ogni tipo di decorazione, sormontata da una semplice croce in campo dorato. Questi sono stati gli effetti di un movimento che, a partire dal V Secolo dopo Cristo, decise di rigettare ogni forma di immagine, di icona, in quanto i promotori sostenevano che questo genere di cose facilitasse l'idolatria. Costoro decisero di distruggere tutte le icone, dando vita ad un movimento detto, per l'appunto, iconoclasta.

L'iconoclastia ha radici antiche: in antico Egitto, le statue degli antichi faraoni erano distrutte dai successori; nei testi sacri delle tre religioni monoteiste viene vietata qualunque rappresentazione artistica dell'aspetto fisico di Dio. Il Corano stesso, per impedire il sorgere di idoli, vieta espressamente qualsiasi tipo di rappresentazione. E questo porta ad influssi profondissimi nell'arte decorativa islamica, che si ripercuote in fitte ed intricate trame geometriche.

Motivi geometrici islamici, ricercati in quanto impossibilitati a poter rappresentare immagini umane
Anche il Cristianesimo, che aveva imperniato il suo messaggio anche sulla rappresentazione artistica dei propri personaggi, nel corso dell'Alto Medioevo subisce il rischio di dover radicalmente cambiare lo stile della sua arte. Nel IV secolo, Eusebio di Cesarea in particolare considerava la costruzione di oggetti ritraenti Gesù o gli apostoli come residui della tradizione pagana dei romani e dei greci, quindi una forma d'idolatria. Altri teologi, come Basilio, favorevoli alla venerazione delle immagini, la giustificavano in base all'incarnazione di Cristo che, a parer loro, rendeva possibile la sua raffigurazione.

Immagine di San Basilio, sostenitore della rappresentazione fisica di Cristo
L'icona comunque, era vista come oggetto traumaturgico, era considerata come se fosse viva; ragion per cui, il rischio di idolatria da parte del popolo era forte. In pratica era corrente l'opinione secondo cui l'icona fosse effettivamente un luogo nel quale poteva agire il santo o, comunque, l'entità sacra che vi era rappresentata.
All'inizio del VI Secolo, erano sempre di più coloro che rinnegavano le icone. Su tutti c'era Severo da Antiochia, che rinnegava non solo l'uso di icone di Cristo, Maria e dei santi, ma anche l'immagine dello Spirito Santo sotto forma di una colomba.

San Severo da Antiochia
Molti alti prelati cominciano a distruggere le icone, per loro potenziali oggetti idolatri; anche alcuni Papi, fra cui Gregorio I, lodano queste iniziative. Il Basileo Leone III, nel VII Secolo, appoggiò un movimento cristiano Bizantino che temeva l'idolatria delle icone, il movimento Pauliciano; si ritiene che avesse emanato una serie di editti per eliminare il culto delle immagini sacre, dando così inizio all'iconoclastia vera e propria.

Moneta raffigurante Leone III
Secondo le fonti, Leone III iniziò ad appoggiare gli iconoclasti per una serie di motivi: prima di tutto subì pressioni dei vescovi iconoclasti dell'Asia Minore (primo tra tutti Costantino di Nicoleia) a favore dell'iconoclasmo; inoltre una serie di disastri naturali (ultimo dei quali un devastante maremoto nel mar Egeo) convinse l'Imperatore che essi fossero dovuti a una presunta ira divina contro la venerazione delle icone. Nel 726, secondo alcune fonti, l'Imperatore Leone iniziò a predicare contro la venerazione delle sacre immagini, decidendo di distruggere un'icona religiosa raffigurante Cristo dalla porta del palazzo, la Chalkè, sostituendola con una semplice croce, insieme ad una iscrizione sotto di essa:

« "Poiché Dio non sopporta che di Cristo venga dato un ritratto privo di parola e di vita e fatto di quella materia corruttibile che la Scrittura disprezza, Leone con il figlio, il nuovo Costantino, ha inciso sulle porte del palazzo il segno della croce, gloria dei fedeli". »
Questo episodio scatenò anche una rivolta poi soffocata nel sangue. Il movimento nato nell'Impero Bizantino non stava bene in Occidente, tanto che gli stessi Bizantini presenti in Italia che il Papa Gregorio II stesso, mandarono un usurpatore per sovvertire la situazione che stava andando creandosi. L'iconoclastia generò guerre fra Impero Bizantino e Papato, che cercò di rovesciare gli esarchi presenti in Italia.

Fra alterne vicende, l'iconoclastia andrà avanti fino all'843 d.C., anno in cui Papa Gregorio IV riuscirà ad abolirla definitivamente, mettendo fine ad un movimento che avrebbe totalmente stravolto arte e cultura occidentali.

Papa Gregorio IV