30 maggio, 2018

al-Taṣrīf, un capolavoro sulla chirurgia

Al-Taṣrīf li-man ʿagiza ʿan al-taʾlīf.
Quanto scritto sopra, è il titolo arabo di un importantissimo trattato medievale. Letteralmente significa: "La condotta per colui che non sa comporre". L'opera venne scritta da al-Zahrawi, medico e chirurgo arabo, alla fine dell'anno 1000, e venne consultata e citata da tutti i chirurghi medievali dell'epoca, come Ruggero di Salerno, Guglielmo da Saliceto, Henri de Mondeville, Guy de Chauliac. L'opera, comunque, ebbe vastissimo successo soltanto dopo la fine del Medioevo e la diffusione della stampa, a partire dal 1497.

Strumenti chirurgici descritti in una pagina del libro

Questa è un'enciclopedia di 1500 pagine divisa in trenta libri, dei quali il più famoso, e quello maggiormente diffuso nel Medioevo, è l'ultimo, consacrato interamente alla chirurgia. In questa fondamentale opera l'autore, oltre a tracciare il bilancio completo delle conoscenze chirurgiche della sua epoca, vagliate con forte senso critico e confrontate attraverso l'esperienza diretta, rinnovò fortemente le pratiche chirurgiche del tempo e apportò notevoli modifiche in campo medico e chirurgico-strumentale. 

Albucasis Al-Zahrawi, autore dell'opera

Il volume concernente la chirurgia si compone di tre parti:
  1. Teoria e generalità sulla medicina;
  2. Pratica medico-chirurgica (trattamento delle malattie, del regime alimentare di bambini ed anziani, veleni, affezioni della pelle, febbre, reumatismi, ascessi e piaghe);
  3. Chirurgia (tecniche di cauterizzazione, incisione, amputazione, composizione di fratture e piccoli interventi, rimozione di calcoli alla vescica, trattamento di cancrene, emiplegia di origine traumatica vertebro-midollare, assistenza al parto).
Questo volume dell'opera ha giocato un ruolo capitale in Europa, poiché ha permesso di gettare le basi della chirurgia europea e dare a questa branca della medicina un prezioso contributo: infatti, la minuziosa descrizione della strumentazione chirurgica, che è la più antica dell'intera storia medica, comprende strumenti fino ad allora utilizzati, oltre ad altri duecento utensili chirurgici concepiti, realizzati o rielaborati e rivisti da Al-Zahrawi stesso: fra essi ricordiamo il bisturi, le forbici, le sonde, gli stiletti, nuovi tipi di cateteri e seghe, oltre che stecche ed otoscopi. Una vera e propria rivoluzione.

Pagina tradotta che descrive alcuni strumenti chirurgici

Da quanto brevemente illustrato, ci si rende conto che si è di fronte ad un'opera importantissima della scienza medievale, un'opera che mostra, ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che l'epoca medievale non è stata affatto un periodo così buio come molti credono.

27 maggio, 2018

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:


FRITTATA ALLE NOCI E PINOLI

Ingredienti (per 4 persone):
4 Uova;
200 gr. Mix di noci e pinoli sgusciati e tritati finemente; 
4 Decilitri di panna; 
2 Cucchiai di vino bianco secco e fermo; 
pepe bianco; 
20 gr. Miele liquido (ottimo anche il millefiori: attenzione a NON usare mieli provenienti da piante non compatibili con l'epoca in oggetto); 
Sale q.b.;
Olio d'oliva q.b. (2 cucchiai);

Procedimento
Mescolate con cura uova, noci, pinoli, panna, olio. Quando è tutto ben amalgamato, aggiungete il vino bianco ed un pizzico di sale. Fate cuocere in una padella senza aggiungere altri grassi. Appena cotta, versatela su di un piatto, copritela col miele e spargete un poco di pepe. Servite immediatamente.


ROMANIA DI POLLO

Ingredienti (per 4 persone):
Un pollo di media grandezza;
3 Melagrane grosse e mature; 
1 Cipolla bianca grossa; 
2 Cucchiai di lardo macinato; 
3 Cucchiai di amido di frumento (NO fecola, nè mais); 
1 Cucchiaio da cucina colmo di pepe nero, noce moscata, chiodi di garofano, cannella, semi di cardamomo (scartare i gusci), semi di coriandolo.

Procedimento
Fiammeggiate il pollo e, volendo, fatene spezzatino. Fate una purea della cipolla bianca, ed imbionditela nel lardo: aggiungete il pollo e lasciatevelo cuocere a fuoco lento. Un goccio d'acqua potrà servire ad "allungare" il fondo se dovesse asciugarsi durante la cottura (ma non abusatene). A parte, spremete le melagrane, filtrate il succo e mettetelo in una terrina. Unitevi tutte le spezie e l'amido. Poco prima di servire, riportate a caldo il pollo e versate nella pentola il succo delle melagrane "condito". Mescolate bene sino a che il fondo di cottura si sia un po' solidificato. Servite caldo.

25 maggio, 2018

L'Origine dei Vichinghi, parte 1

Quando parliamo di Vichinghi, subito viene in mente il guerriero violento, sanguinario e mastodontico che conosciamo nei film, ma oggi vogliamo spiegare in modo esaustivo l'origine di questo popolo che ha cambiato la storia dell'Europa Altomedievale.
L'origine del termine "Vichingo" è ancora controversa; infatti alcuni studiosi sostengono che vichingo significhi "abitante delle piccole baie", in quanto in antico normanno Vik significa appunto "piccola baia, cala". Altri hanno invece fatto derivare il termine dal nome della regione del fiordo di Oslo, chiamata Viken. Ma i vichinghi non furono mai chiamati con questo nome dalle popolazioni che subirono i loro attacchi. In generale gli abitanti dell'Europa Occidentale li chiamarono Northmen, ossia "uomini del Nord". Gli storici franchi li chiamarono Normans ("Normanni") e Danois ("Danesi"). Gli Anglosassoni li definirono Danes, gli Irlandesi Lochlannach ("uomini del paese dei loch", dei laghi"), gli Arabi di Spagna diedero loro il nome di Magus ("miscredenti"), mentre per Arabi e Bizantini furono Rus ("uomini che remano", dallo svedese ruotsi "remare"). Attualmente il termine "vichingo" è utilizzato per indicare in generale tutte quelle popolazioni scandinave aventi lingua, costumi e religioni comuni che, a partire dalla fine dell'VIII secolo, lasciarono la loro patria per rendersi protagonisti di un'epopea che li avrebbe portati praticamente in tutto il mondo.

Vichinghi in viaggio; iconografia di un manoscritto medievale XII sec.

Studiare la storia di questo popolo è compito arduo, perché essi non hanno lasciato cronache o testimonianze scritte degli avvenimenti di cui si resero protagonisti. Inoltre le loro tradizioni orali furono trascritte solo a partire dal XIII secolo da autori il cui scopo non era storico, ma letterario, con tutte le implicazioni che questa scelta poteva comportare. Le uniche fonti a disposizione degli studiosi sono quelle prodotte dalle vittime delle aggressioni vichinghe, motivo per cui vanno interpretate con estrema cautela, in quanto potrebbero contenere esagerazioni, del resto plausibili, visto il contesto di devastazione e violenze inaudite in cui avvennero le incursioni.
Una delle prime aggressioni avvenute in Europa da parte dei vichinghi, su cui si sono trovate fonti scritte, risale al 793 d.C.. Gli abitanti della Northumbria, l'attuale Northumberland, una regione dell'Inghilterra settentrionale al confine con la Scozia, assistettero atterriti a una serie di presagi funesti: uragani devastanti, carestie, pioggia di sangue, apparizioni di draghi di fuoco nel cielo.

Il regno di Northumbria nel 802 d.C.


L'8 giugno di quello stesso anno, i presagi si trasformarono repentinamente in una triste realtà: alcune navi straniere approdarono nell'isola di Lindisfarne, situata sulla costa della Northumbria.
Dalle navi scesero degli uomini di origine sconosciuta, che osarono attaccare il prestigioso monastero dell'isola, fondato dai monaci irlandesi nel 669 d.C. e caposaldo della cristianizzazione dell'Inghilterra. Essi massacrarono i monaci che vi abitavano, uccisero il bestiame, saccheggiarono il monastero, incendiarono il villaggio e ripreso velocemente il largo con il bottino e alcuni prigionieri. Era questo uno dei primi attacchi dei vichinghi, un complesso di popolazioni scandinave di ceppo germanico che, alla fine dell'VIII secolo, si misero in movimento per cause ancora non del tutto chiare, ma probabilmente identificabili nel sovrappopolamento della madrepatria e nel desiderio di avventura e di affermazione personale di alcuni capi clan.

L'abbazia di Lindisfarne

23 maggio, 2018

Un giro per la Bretagna

Scorcio del centro storico di Quimper

La Bretagna è una terra dall'atmosfera medievale magica: fu uno degli ultimi territori ad unirsi alla Francia, se si esclude la Corsica. In questo articolo vi proponiamo alcuni dei posti da visitare in cui tale atmosfera è rimasta intatta, esattamente come quella di secoli addietro.
Il primo suggerimento che sentiamo di darvi, è perdervi fra le stradine medievali di Quimper, all'estremo ovest della Bretagna.  Gioiello dell'arte gotica, presente in questo paese, è la cattedrale di Saint Corentin: slanciata verso il cielo, domina il paesaggio della cittadina.

Facciata di Saint Corentin
Nella Bretagna del nord invece, sorge la cittadina di Dinan, col bellissimo castello e le strette case dall'architettura a graticcio.

Castello di Dinan e ponte levatoio

Molto interessante è anche la basilica di San Salvatore, dallo stile piuttosto differente rispetto al classico gotico francese.

Basilica di San Salvatore a Dinan

Anche se in gran parte moderna, Brest conserva ancora notevoli scorci dal fascino medievale: il canale che attraversa la cittadina, infatti, è difeso ancora oggi da castelli e torri di epoca medievale.

Canale di Brest

Il suo castello si erge su mura gallo-romane del III secolo, ed è davvero iconico.

Castello di Brest

Dol de Bretagne è un piccolo centro di circa 5000 abitanti. Monumento medievale più importante è la sua cattedrale, visibile nella foto sottostante.

Scorcio di Dol de Bretagne

Il castello di Josselin è il più famoso della Bretagna. Eretto su di uno sperone roccioso lungo il fiume Oust, presenta una serie di torri circolari che difendono la cittadina omonima.

Castello di Josselin

Il castello fu costruito, a partire dal 1008, in granito; mentre nei secoli successivi vennero erette le sue quattro caratteristiche torri circolari.

Entrata al castello

Fort-La-Latte invece, è un bellissimo castello sul mare e costruito in ardesia rosa.

Fort-La-Latte

Il castello si erge per 60 - 70 metri sul mare circostante, è caratterizzato da un mastio circolare che lo domina, e presenta ben due ponti levatoi. Venne costruito nel XIV Secolo.

Il forte dall'alto

Il fascino generato dalla sua maestosa solitudine sono fonte di grandi suggestioni.

La Bretagna, come si può vedere, vale un viaggio tematico sul medioevo.

14 maggio, 2018

Paolo Uccello

In un articolo che vi proponemmo in passato, vi raccontammo di un grande genio che segnò una linea di demarcazione nell'arte medievale, gettando le basi per traghettarla verso l'epoca rinascimentale. Questo genio era Masaccio. Uno dei grandi artisti del Medioevo che rimase estasiato dall'intuizione principe di quel pittore, ovvero l'invenzione della prospettiva, fu Paolo Uccello.

Ritratto di Paolo Uccello

Nasce come Paolo Di Dono in provincia di Arezzo, in un paese chiamato Pratovecchio, il 15 giugno del 1397. Soprannominato Uccello in quanto amava dipingere soprattutto animali e volatili, si dedicò allo studio della prospettiva applicandola all'arte gotica, cosa che lo rese un artista unico nel suo tempo.
Paolo nasce da una buona famiglia; già dall'età di dieci anni, fu impegnato, assieme a Donatello e altri, nella bottega del grande artista Lorenzo Ghiberti, nella realizzazione della porta nord del Battistero di Firenze (1403-1424). Nella bottega del Ghiberti, insieme a quel mostro sacro di Donatello, Paolo crebbe professionalmente, divenendo sempre più abile in quella che è la base per ogni artista: il disegno. Infatti, nella bottega ci si occupava principalmente di sculture, ma, dal Ghiberti, Paolo apprese soprattutto quel gusto per l'arte tardo gotica, che fu una delle componenti fondamentali del suo linguaggio. Si trattava di stilemi legati al gusto lineare, all'aspetto mondano dei soggetti sacri, alla raffinatezza di forme e movenze e all'attenzione verso i dettagli più minuti, all'insegna di un naturalismo ricco di decorazioni; infatti riempiva i vuoti prospettici con una serie di animali, soprattutto volatili: da qui il soprannome, come detto sopra, di Uccello.

Uno dei primi quadri attribuiti all'artista: l'Annunciazione

Dopo la bottega del Ghiberti, Paolo stette a Venezia, all'epoca alleata con Firenze, per sei o sette anni. In questo periodo si accentuò il suo interesse per la pittura fantastica: Venezia, d'altronde, era una città piuttosto esotica, al confine fra Occidente ed Oriente. Infatti è di questo periodo il dipinto di San Giorgio ed il drago.

San Giorgio ed il drago, conservato a Melbourne

Nel 1431 rientrò a Firenze, e qui Paolo finalmente incontrò l'opera di Masaccio: la trinità, che era il primo esempio di pittura, nella storia, che adoperava la prospettiva. La tecnica della prospettiva fulminò letteralmente l'artista, che cominciò a studiarla ed ad applicarla alle sue opere. Gradualmente abbandonò lo stile gotico, e si lanciò sempre di più sulla strada aperta dal suo collega coetaneo. Basti vedere, per esempio, il monumento equestre a Giovanni Acuto, dipinto in Santa Maria del Fiore a Firenze:

Monumento equestre a Giovanni Acuto

Oppure questo particolare di San Giorgio ed il drago conservato alla National Gallery di Londra:

San Giorgio ed il drago, particolare

Si noti il bosco dietro come, con la distanza, si rimpicciolisca sempre di più seguendo, per l'appunto, un punto di fuga. Paolo si è modernizzato rispetto al precedente stile gotico e, inconsapevolmente, ha fatto un altro passo in avanti nella storia.
Paolo Uccello dipingerà a Prato, Padova ed Urbino; ma per tutto il resto della sua vita, approfondirà lo studio della prospettiva. Osserviamo, per esempio, lo schema di questo vaso, che sembra quasi essere stato realizzato al computer:

Studio prospettico di un vaso
Non è creato al computer, ovviamente; è tutto fatto a mano, ed è uno studio prospettico basato sulle scoperte di Masaccio. La ricerca artistica stava andando avanti, e Paolo Uccello, coi suoi studi, era divenuto uno dei pittori all'avanguardia del '400.
Tornato da Urbino, l'artista morirà a Firenze verso la fine del 1475. Nei suoi ultimi studi prospettici, venne affiancato da un matematico dell'epoca: Paolo Toscanelli. I suoi calcoli furono utili al Brunelleschi per la costruzione della cupola del duomo di Firenze, oltre che aiutare Paolo nei suoi studi.
Paolo Uccello verrà sepolto nella chiesa di Santo Spirito, il 12 dicembre del 1475. La sua opera sarà riconosciuta da tutti come una delle pietre miliari per il passaggio dall'arte medievale a quella rinascimentale.

12 maggio, 2018

Great battles of Historie medievali: la battaglia di Cravant

La battaglia di Cravant fu combattuta il 31 luglio 1423, nel corso della Guerra dei cent'anni, tra inglesi e francesi, e si risolse in una vittoria dei primi insieme all'alleato borgognone.
Dopo il trattato di Troyes del 1420, al re d'Inghilterra fu concesso di occupare tutto il nord della Francia, nei territori posti a nord della Loira. Nel 1422, con la morte improvvisa di Enrico V e la successione al trono di un re bambino, Enrico VI, le ostilità ricominciarono.

La battaglia di Cravant, da Martial d'Auvergne, miniatura dalle Vigiles de Charles VII (XV secolo)
All'inizio dell'estate del 1423, gli alleati anglo-borgognoni si unirono ad Auxerre per far fronte all'esercito del Delfino Carlo, che stava marciando in Borgogna, diretto a Bourges. La suddetta armata era composta da un grosso numero di soldati scozzesi, guidati da John Stewart, conte di Buchan. I due schieramenti nemici si incontrarono al villaggio di Cravant, e guadarono le rive del fiume Yonne, a sudest di Auxerre.
Le forze del Delfino si attestarono su una riva, soverchiando di numero gli anglo-borgognoni presenti sulla sponda opposta (il rapporto era di 2:1). Questi ultimi contavano circa 4.000 uomini, guidati da Thomas Montacute IV conte di Salisbury.

Battaglia di Cravant
Per tre ore le forze avverse si fronteggiarono senza tentare di varcare il fiume. Alla fine Salisbury prese l'iniziativa ed il suo esercito iniziò ad attraversare il corso d'acqua, il cui livello arrivava sino alla cintola ed era largo circa 50 metri; ciò avvenne sotto la copertura di una gragnola di frecce scoccate dagli arcieri inglesi. Nel contempo, un'altra forza inglese, comandata da Lord Willoughby de Eresby si aprì un passaggio attraverso il contingente scozzese, percorrendo uno stretto ponte e dividendo l'armata del Delfino.

Ricostruzione della battaglia attraverso l'utilizzo di miniature
Quando i soldati francesi cominciarono a ritirarsi, gli scozzesi si rifiutarono di fuggire e furono decimati. Circa 3.000 di essi caddero sulla testa di ponte o lungo gli argini del fiume e più di 2.000 furono fatti prigionieri, incluso il conte di Buchan, che venne catturato dal maresciallo Claude de Chastellux. Le forze del Delfino si ritirarono oltre la Loira, lasciandosi dietro molti prigionieri e circa 6.000 morti.

10 maggio, 2018

Proposte di lettura: Gusti del Medioevo. I prodotti, la cucina, la tavola.

Vi siete mai chiesti com'era mangiare e stare a tavola durante il medioevo? Oggi siamo seduti a tavola e il cibo viene servito in una successione uguale per tutti, ma è stato sempre così? Non nel Medioevo! La tavola medievale segue un altro modello, molto simile a quello odierno che si può trovare in Giappone o in Cina: i cibi vengono serviti simultaneamente e spetta a ciascun convitato sceglierli e ordinarli secondo il suo gusto. La cucina contemporanea tende a rispettare i sapori naturali e a riservare a ciascuno di essi uno spazio distinto, nei singoli piatti e come nell'ordine del menù.

Il libro presentato

Massimo Montanari ci spiega che queste regole non sono un archetipo universale, anzi! L'autore ci illustra in modo dettagliato come la cucina medievale preferiva mescolare i sapori e ad esaltare l'idea dell'artificio, che modificava la natura. Sia la preparazione delle singole vivande, sia la loro dislocazione all'interno del pasto, rispondevano ad una logica sintetica: tenere insieme più che separare. Se le differenze di gusto fra noi e il Medioevo sono importanti, altrettanto sono forti le continuità: alcune preparazioni costituiscono tuttora un segno forte dell'identità alimentare, come la pasta, la polenta, il pane, le torte, una moltitudine di piatti a base di carne, pesce, formaggio, verdure che hanno garantito nei secoli la sopravvivenza e il piacere gastronomico degli individui. Il viaggio a cui ci introduce Montanari nelle pagine di questo libro, ci fa conoscere un territorio doppiamente affascinante, perché vicino e, al tempo stesso, lontano.

07 maggio, 2018

La pena di morte

Fin dai tempi più antichi, privare della vita chi si macchiava di atti efferati è stata una reazione di tutte le comunità umane. Anche se oggi, molti stati hanno abolito la pena di morte come punizione, nel passato, ed anche nel Medioevo, tale pratica era ampiamente usata. Vediamo insieme come era vista la pena di morte, chi poteva comminarla, e quali erano le tecniche più usate per togliere la vita al condannato.

Incisione raffigurante un rogo

Come era vista la pena di morte
Eliminare fisicamente personaggi ritenuti socialmente pericolosi era il metodo più efficace e sbrigativo di risolvere un problema, quindi la pena di morte era largamente accettata come pratica. Ma in un mondo pervaso dalla presenza costante della religione, ed in particolar modo del Cristianesimo, era necessario giustificare l'infrazione del V comandamento (non uccidere). Già dal 313 d.C., con l'editto di Milano, la Chiesa aveva la possibilità di comminare la pena di morte, specie per proteggere i propri fedeli da eventuali eretici. Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino giustificarono la pena capitale in quanto si riteneva venisse preservato un bene comune. San Tommaso, soprattutto, nella Summa Theologiae, dichiarava che: "Come è lecito, anzi doveroso, estirpare un membro malato per salvare tutto il corpo, così quando una persona è divenuta un pericolo per la comunità o è causa di corruzione degli altri, essa deve essere eliminata per garantire la salvezza di tutta comunità".

Beato Angelico - San Tommaso d'Aquino

Ad ogni modo, secondo il teologo, la pena andava inflitta solo per crimini efferati. Anche Bernardo di Chiaravalle aveva sostenuto la liceità della pena di morte, arrivando a coniare il termine “malicidio” (malicidium): egli sosteneva che, pur restando degno d'amore in quanto uomo, un pagano ostile o un criminale, quando non vi era altro mezzo per impedire il crimine che commetteva, poteva essere ucciso per estirpare il male che era in lui.

Chi comminava la pena di morte
Molti soggetti potevano comminare la pena capitale, in quanto il sistema feudale, tipico del periodo medievale, fu caratterizzato da una grande sovrapposizione di autorità: tale potere era certamente riconosciuto al re o all'imperatore, ma a questi si affiancavano feudatari e magistrati cittadini, investiti entrambi del compito di amministrare la giustizia. Accanto al potere politico vi era, inoltre, quello religioso, molto influente sui poteri civili, tanto che questi ultimi divennero spesso il braccio armato della fede. Tutto questo determinò il frequente e discutibile utilizzo della pena di morte che poteva essere decretata, oltre per l'omicidio, per i reati di furto, tradimento e sacrilegio.

Tipi di pena più usati
Vendetta per la società ed una punizione esemplare che terrorizzasse gli astanti al fine da funzionare da deterrente, furono la base della filosofia della pena di morte medievale. Ragion per cui esse erano spettacolari e, soprattutto, pubbliche.

Supplizio della forca

Tra i “metodi di morte” utilizzati nell'antichità e nel Medioevo, troviamo quelli più semplici - impiccagione, decapitazione, annegamento, lancio da un dirupo, lapidazione, crocifissione, rogo, sbranamento, sotterramento, trafissione con frecce, impalamento, morte per fame e sete, sparo di cannone - e quelli più complessi - allungamento, bollitura, garrota, metodo del cavallo, letto incandescente, pressatura, posa del calderone, morte da insetti, metodo del pendolo, scorticamento, ruota.
L'allungamento consisteva nel legare una persona ai polsi e alle caviglie con corde, che poi erano tirate da parti opposte con argani (o bestie) fino al frazionamento del corpo. Con la bollitura il condannato moriva in un calderone pieno d'acqua fatto bollire lentamente, al contrario con il metodo del letto (o sedia) di ferro la vittima era lasciata morire gradualmente mentre il ferro sul quale poggiava si riscaldava fino all'incandescenza. La garrota consisteva in una panchina sulla quale era fatto sedere il condannato che si appoggiava ad un palo intorno al quale passava un cerchio di ferro che lo stringeva alla gola; una manovella a vite stringeva sempre di più il cerchio finché sopravveniva la morte per strangolamento, mentre un cuneo di ferro provocava la rottura delle vertebre cervicali. Si moriva anche per pressatura, ossia quando il condannato era posto fra due lastre di pietra e quella superiore era caricata di pesi sino allo schiacciamento dello sfortunato. Con il metodo del cavallo di legno, la vittima era posta a cavalcioni su una struttura a V, quindi erano posti dei pesi ai suoi piedi affinché egli fosse tirato sino alla morte per divisione del corpo. Ancor più crudele era la morte con il metodo del calderone: in pratica un recipiente di ferro era posto sullo stomaco del reo con l'apertura in basso e pieno di topi, quindi era riscaldato e i roditori, per uscire, non potevano far altro che rosicchiare lo stomaco del condannato. La morte da insetti era lunga e dolorosa, poiché il condannato era fissato al suolo e, dopo essere stato cosparso di una sostanza dolce, era abbandonato per essere mangiato lentamente dagli insetti. La morte col pendolo era una doppia violenza, fisica e psicologica, poiché il condannato, che giaceva sulla schiena, vedeva scendere lentamente verso il suo corpo una lama mentre ondeggiava come un pendolo. Per quanto riguarda lo scorticamento, al condannato era tolta a strisce la pelle con svariati strumenti. Il supplizio della ruota, infine, consisteva nel legare il condannato al cerchio esterno di una ruota, che veniva fatta rotolare lungo un pendio spinato.

Voci di dissenso
Per concludere, c'è da dire che anche nel medioevo ci furono delle voci di dissenso sull'uso della pena di morte: nel XII secolo Mosè Maimonide, un filosofo ebreo, scrisse: «È più soddisfacente assolvere un migliaio di individui colpevoli, piuttosto che condannare a morte un solo innocente.».
Egli riteneva che l'esecuzione dell'imputato, in mancanza dell'assoluta certezza della colpevolezza, avrebbe portato inevitabilmente ad una progressiva elisione degli oneri di prova da parte dell'accusa, sino a poter essere addirittura condannati secondo il capriccio personale del giudice.

Mosè Maimonides
Per alcuni periodi, addirittura la pena di morte venne vietata, come in Cina dal 747 al 759 d. C., o comunque se ne chiedeva l'abolizione, com'è scritto anche nel più celebre libro mediorientale, "Le Mille e una Notte". Fatto sta che questa procedura verrà progressivamente abolita solo dal XVIII secolo in poi.

04 maggio, 2018

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:


CAPRA SOTTO SALE LESSATA

Ingredienti
Capra con osso sotto sale kg. 1;
Cipolle gr. 300;
Lardo salato gr. 30;
Rosmarino gr. 5;
Spezie miste gr. 2-3;
Ginepro gr. 2;
Timo gr. 2;
Alloro gr. 1

Procedimento:
Lasciare i pezzi di capra salata in acqua per 12-24 ore.
Pelare le cipolle.
In una casseruola sistemare tutti gli ingredienti, coprire con abbondante acqua e portare ad ebollizione.
A cottura ultimata scolare e servire con le cipolle o altre verdure lessate a parte (non patate).

N.B.:
Il fondo di cottura veniva utilizzato per la preparazione di minestre di verdure o zuppe.


ZUPPA DI FAGIOLI DELL'OCCHIO E FARRO DICOCCO

Ingredienti
300 gr. di fagioli dell'occhio essiccati;
250 gr. di farro dicocco perlato;
30 gr. di lardo;
1 cipolla bionda;
1 spicchio d’aglio;
Acqua bollente o brodo vegetale q.b.;
Erbe aromatiche: salvia, rosmarino;
Spezie: 1 chiodo di garofano, 1 pizzico di cannella;
Olio extra vergine di oliva per completare il piatto;
1 pagnotta di pane rustico per servire (grande o monoporzione);
Sale;
Pepe

Procedimento
Mettete in ammollo i fagioli dell'occhio in abbondante acqua fredda per circa 6-8 ore. Risciacquateli con cura e scolateli.
Tritate finemente la cipolla e lasciatela appassire in poco olio insieme a del lardo e a uno spicchio d’aglio in camicia. Aggiungete i fagioli ben scolati, quindi il farro, anch'esso risciacquato per eliminare ogni impurità.
Lasciate insaporire, quindi coprite con del brodo vegetale o dell’acqua bollente. Aromatizzate con un mazzetto di aromatiche* e un chiodo di garofano. Salate.
Portate a cottura abbassando a fiamma: ci vorranno circa 90 minuti. Lasciate riposare la zuppa prima di consumarla, perché diventi più cremosa e saporita. Aggiustate di pepe e completate con un filo d'olio. Se piace, è possibile aromatizzarla con un pizzico di cannella in polvere, un gusto spesso abbinato ai legumi nel Medioevo, come ad esempio nella Minestra di ceci del Maestro Martino riportata nel De arte coquinaria.

*rosmarino, salvia, pastinaca, aneto, maggiorana

Servite il piatto con crostini di pane o direttamente in pagnotta integrale scavata.

02 maggio, 2018

Il Regno dei Franchi (II parte)

Oggi riprendiamo la spiegazione dell'articolo precedente: Il Regno dei Franchi (I parte).
Quando morì Clodoveo (511) il suo regno venne diviso fra i quattro figli (Teodorico,Clodomiro, Childeberto e Clotario). Questo regime successorio, era basato sulle spartizioni territoriali e, spesso complicato da guerre fratricide, rappresentò una delle maggiori cause di debolezza del regno franco. Nonostante questi problemi interni, la dinastia merovingia riuscì progressivamente a ingrandirsi e a rafforzarsi,tanto che a metà del VI secolo il regno dei Franchi comprendeva tutta la Gallia e buona parte della Germania. Le spartizioni territoriali e le relative lotte di successione che investirono la dinastia merovingia, modificarono progressivamente l'assetto territoriale della Gallia che, intorno alla metà del VI secolo, poteva essere suddivisa in quattro regioni principali. A nord-est si formò l'Austrasia, la più germanizzata delle regioni; a nord-ovest si sviluppò la regione della Neustria, dove la popolazione franca si era totalmente amalgamata con quella locale gallo-romana.
Le regioni tra le Alpi e il Giura, un tempo parte del regno burgundo, e la Provenza, vennero a costituire la Burgundia. L'Aquitania, infine, venne a formare la quarta di queste regioni.

I quattro regni dei Franchi

Dopo la morte di Clodoveo la monarchia merovingia si avviò ad un graduale indebolimento causato non solo dalle lotte intestine tra i quattro regni, ma anche dalle continue pressioni che Bretoni, Baschi e Visigoti causavano lungo le frontiere della Gallia. Questo processo involutivo ebbe una battuta d'arresto sotto i regni di Clotario II (584-628) e di Dragoberto I (629-639), durante i quali si ebbero anche modeste vittorie alle frontiere. Quando morì Dragoberto I, il regno franco conobbe una nuova e più profonda crisi, durante la quale la sua storia fu caratterizzata principalmente dall'antagonismo delle due regioni più importanti, la Neustria e l'Austrasia, in cui il potere era ormai caduto nelle mani dei capi dell'aristocrazia locale, i cosidetti "maggiordomi" o" maestri di palazzo". Nel periodo tra il 640 ed il 685 ebbe la meglio la Neustria, dove abili maestri di palazzo riuscirono a contrastare con efficacia l'Austrasia. All'interno di quest'ultima regione stava emergendo la casata arnolfingia o pipinide.

Sant'Uberto di Liegi offre i suoi servizi a Pipino di Herstal

Fu grazie ad un membro dei pipinidi, Pipino II di Herstal, che la situazione si capovolse a favore dell'Austrasia. Pipino II riuscì infatti ad abbattere i rivali della Neustria a Tertry, presso San Quintino, nel 687. Da quel momento egli fu considerato capo effettivo di tutto il regno franco.
Alla sua morte la situazione parve volgere nuovamente a favore della Neustria, ma un figlio naturale di Pipino, Carlo Martello riuscì a consolidare il proprio potere. Tuttavia grosse nubi si affacciavano all'orizzonte del regno franco: gran parte della Gallia meridionale sfuggiva al controllo dei Pipinidi, mentre la minaccia degli Arabi, divenne più pressante  e, dopo aver conquistato il regno visigoto di Spagna, arrivarono fino in Borgogna. Nell'ottobre del 732 Carlo Martello riuscì a sconfiggere a Poitiers i musulmani: questa vittoria gli servì per bloccare temporaneamente l'avanzata araba, e per assicurarsi una certa fama, grazie alla quale riuscì a stabilire la propria autorità nelle regioni più ribelli della Gallia meridionale. Alla morte del legittimo re merovingio Teodorico IV, Carlo Martello, comportandosi già da re, non ritenne necessario predisporre la successione, e nel 741, quando morì, lasciò ai suoi figli, Carlomanno e Pipino il Breve, il regno franco. Nel 747 Pipino il Breve, rimasto solo a causa dell'abdicazione del fratello, con l'aiuto del papato (che cercava in questo modo alleati contro Bisanzio e contro l'avanzata dei Longobardi), si impadronì definitivamente della corona regia. Nel 754, a Ponthion, egli si faceva consacrare re da papa Stefano II. Con questo gesto la monarchia pipinide assumeva carattere sacro e si avviava, soprattutto con la figura di Carlo Magno, a divenire la protagonista della restaurazione dell'unità imperiale.

Carlo Magno in un dipinto