30 luglio, 2018

Itinerari medievali: Volterra

In Toscana esiste una città che ha 2500 anni. Ha avuto grandi fasti in epoca etrusca, romana e medievale. Forse, rispetto agli altri grandi poli che caratterizzano questa regione dell'Italia centrale, è meno conosciuta, ma noi di Historie Medievali vi assicuriamo che vale la pena andare a farci una passeggiata: questa è una città a cui le vestigia romane, etrusche e medievali, conferiscono gran fascino, ed il suo nome è Volterra.

Scorcio della città medievale. In primo piano il Battistero di San Giovanni

Si può entrare in città partendo da Porta Fiorentina: noterete fin da subito le mura difensive ben conservate; dinanzi a voi si parerà la classica porta-torre medievale, sormontata da un goticheggiante arco a sesto acuto. Da qui si dipartiva la via per Firenze.

Porta Fiorentina, sono visibili ancora i battenti della porta

Oltrepassata la porta, si entra in pieno centro città: salendo lungo la strada, ci imbattiamo in piazzetta San Michele, dove, dinanzi a noi, si parano due case torri e sulla sinistra la chiesa di San Michele Arcangelo, il cui esterno ha conservato lo stile romanico.

Chiesa di San Michele Arcangelo. Gli interni sono stati rifatti nel XIX secolo

Procedendo sempre diritto, ci immergeremo nel cuore medievale della città, nel suo nucleo più antico. Sulla destra si apriranno le strade per raggiungere la piazza principale di Volterra: la piazza dei Priori.

Piazza dei Priori

Su di essa si affacciano maestosi palazzi, tra cui Palazzo dei Priori da cui il nome, il Palazzo Vescovile, Palazzo Incontri e il Palazzo Pretorio. Su quest'ultimo esiste una targa posizionata a circa un metro di altezza, con inciso una linea e la scritta "M. 534 s.l.m.", con l'intento di riportare l'altitudine riferita al livello del mare.
La costruzione più importante che si affaccia sulla piazza è il Palazzo dei Priori: oggi è sede degli uffici comunali, in passato sede dei signori della città. Iniziato nel 1208 e terminato nel 1257, il palazzo ha una facciata in pietra ed è a ridosso del retrostante duomo. L'edificio ha subito delle modifiche nel corso dei secoli: il pian terreno era aperto grazie ai tre portali che si intuiscono ancora in facciata (l'unico rimasto è l'attuale ingresso) e vi si accedeva da una breve scalinata. 

Palazzo dei priori

Sempre al piano terra vi era poi un grande atrio, che serviva per riunioni e incontri. Al primo piano si trovava la sala più rappresentativa del Palazzo, la Sala del Consiglio, per le riunioni ufficiali del Comune. Sempre a questo piano vi erano una stanzetta per le riunioni più ristrette e una cappellina. Il secondo piano era destinato all'alloggio degli Anziani prima e dei Priori in seguito, con camere da letto, un grande salone per le adunanze e per i pasti, e una stanza per le riunioni.

Affreschi della Sala del Consiglio

Dietro il palazzo c'è il Duomo di Volterra, dedicato a Santa Maria Assunta. La chiesa è di stile romanico, ed è stata ricostruita dopo essere stata distrutta dal terremoto del 1117. 

Facciata della cattedrale
L'interno, pur conservando l'impianto originario medievale, è caratterizzato dagli interventi fatti nel corso dei secoli successivi, fra cui spicca un soffitto a cassettoni tardo rinascimentale.

Interno

Di fronte al duomo torreggia il battistero di San Giovanni in Fonte, della seconda metà del XIII secolo. Il portale è attribuito alle maestranze di Giovanni Pisano, mentre è caratteristica la presenza di fasce marmoree bianche e verde scuro.

Battistero di San Giovanni

Lasciando la piazza e salendo in alto, sarà possibile raggiungere la poderosa fortezza medicea, che protegge la città a Sud Est. La struttura si compone di due corpi uniti tra loro da alte mura difensive: la Rocca Vecchia, detta anche Cassero, fatta edificare nel 1342 dal duca d'Atene, Gualtieri VI di Brienne, governatore di Firenze e modificata da Lorenzo il Magnifico, e la Rocca Nuova, detta Il Mastio, costruita dallo stesso Lorenzo il Magnifico tra il 1472 e il 1474.

Rocca Nuova vista dai giardini che circondano la fortezza.

Oggi la struttura è usata come prigione di stato di media sicurezza, non accessibile e non visitabile, se non in particolarissimi giorni, non ricorrenti, ed in piccole porzioni.

Girando ancora per la città, sarà possibile notare ulteriori edifici medievali (come diverse case-torri) e rinascimentali. Non si può evitare di far menzione al grande patrimonio archeologico della città: un teatro romano, un'acropoli etrusca, un complesso termale, che rendono Volterra una città d'arte e cultura di primo piano nel panorama dell'Italia centrale.

Volterra vale una visita. E se in un week end di questa estate vorrete concedervi un'alternativa al mare, sicuramente varrà la pena intraprendere un itinerario in questo piccolo gioiello.

22 luglio, 2018

La via della Seta

E' forse la rotta commerciale più importante della storia dell'umanità. Ha origini antichissime: infatti si costituì per via del continuo scambio di merci fra l'Impero Romano, popoli situati in Asia Centrale e la Cina. La Cina esportava dalle sue terre la seta, che attraverso gli scambi arrivava fino ai Romani; mentre i romani mandavano verso oriente merci preziose. Ma non fu soltanto una semplice via di scambio commerciale: su di essa viaggiarono conoscenze, idee e religioni, oltre a svolgere una sorta di lavoro di unione tra i popoli su cui si snodava. La via della seta non era una semplice via, ma un fascio di rotte commerciali, che si snodava attraversando tutta l'Asia meridionale.

Le strade che costituivano la via della Seta

Quanto è importante per il Medioevo questa rotta? Beh, lo fu principalmente per l'Impero Bizantino. Pensiamoci un attimo: quello Bizantino è l'impero che per secoli ha fatto da porta all'Occidente per la via della Seta, di conseguenza era normale che ne beneficiasse più di tutti; inoltre, nell'alto Medioevo, la decadente Europa, ormai stremata dalle invasioni barbariche, non offriva un commercio fiorente come quello che arrivava dall'estremo oriente. Così l'Impero trovò vantaggioso concentrarsi di più nei rapporti con il continente asiatico. In questo modo i Cinesi si trovarono ad importare dai Bizantini vasellame e stoffe prodotte in Siria e ad esportare la loro seta. Gli scambi commerciali fra Bizantini e Cinesi erano indiretti, in quanto erano i Parti, i Sasanidi, i Berberi e le altre popolazioni asiatiche che favorivano tali scambi, attraverso una solida rete commerciale.
Il problema per i commerci Bizantini, comunque, era rappresentato dai Sasanidi, sul cui territorio passavano le rotte della via.

Impero Bizantino (in blu) e Sasanide (in giallo). La via della Seta passava attraverso i territori Sassanidi

Durante i conflitti con i Sasanidi era impossibile arrivare in Cina, e di conseguenza il commercio con l'estremo oriente non era praticabile. Giustiniano cercò di ovviare a questo problema tentando di aprirsi un passaggio per l'Oriente attraverso la Crimea, e in questa occasione i Bizantini avviarono delle relazioni diplomatiche con i Turchi, anch'essi venuti in conflitto commerciale con i Sasanidi. Sotto il successore di Giustiniano, Giustino II, Bizantini e Turchi si allearono contro i Persiani. Un altro modo con cui Giustiniano cercò di commerciare con la Cina senza passare per la Persia, fu giungervi via mare, attraversando mar Rosso e Oceano Indiano. In quest'occasione strinse rapporti commerciali con gli Etiopi del Regno di Aksum. Tuttavia entrambe le vie alternative presentavano inconvenienti: l'Oceano Indiano era dominato dai mercanti sasanidi, mentre la via asiatica era impervia e piena di pericoli.

Giustiniano, l'Imperatore che cercò di ripristinare la via della Seta durante i conflitti con i Sassanidi

Il problema fu risolto da due monaci provenienti dalla Cina o da qualche regione circostante, che si recarono a Costantinopoli nel 552 e svelarono all'imperatore il segreto della produzione della seta. Essi vennero allora incaricati dall'Augusto di procurarsi clandestinamente, in Cina, uova di bachi da seta in modo da portarle a Costantinopoli e permettere ai Bizantini di autoprodursi la seta, senza importarla. Tuttavia passarono parecchi anni prima che la seta autoprodotta divenisse sufficiente per soddisfare la domanda interna, cosicché l'importazione di seta dalla Cina attraverso la Persia, continuò per qualche tempo. Comunque la fioritura della produzione della seta nell'impero che ne seguì, fece sì che tale settore divenisse uno dei più importanti dell'industria bizantina e portò a un considerevole aumento delle entrate.
Costantinopoli, Antiochia, Tiro, Beirut e Tebe, divennero grandi produttori di seta, e la via divenne poco utilizzata per i commerci.

Viaggiatori lungo la via della Seta

Un nuovo revival si avrà nel XIII Secolo. L'espansione dell'impero mongolo in tutto il continente asiatico, dal 1215 circa al 1360, diede stabilità economica alla grande area e ristabilì l'importanza della via della seta come straordinario mezzo di comunicazione tra oriente e occidente, anche se ormai da diversi secoli la seta, prodotta già nella stessa Europa, vi aveva poca importanza. Tra il 1325 e il 1354, un grande viaggiatore musulmano marocchino, Ibn Battuta, arrivò ad attraversare la Crimea e l'attuale Medio Oriente, proseguendo fino ai principati mongoli degli eredi di Gengis Khan, di cui lasciò vivacissime descrizioni. Poco dopo la metà del XIII secolo, Marco Polo raccontò ne "Il Milione" di essere arrivato fino alla Cina e alla corte dell'imperatore-conquistatore mongolo Kublai Khan, di cui sarebbe diventato un consigliere di fiducia. Lo stesso Marco Polo farà capire ai popoli europei che, all'altro capo della Via della Seta, è presente l'impero cinese. Come lui (e in diversi casi prima di lui) viaggiarono su quelle piste, numerosi missionari cristiani.
La disintegrazione dell'Impero Mongolo getterà l'Asia Centrale nel caos; la Cina inoltre, dopo la cacciata della dinastia mongola degli Yuan, si chiuderà su se stessa, e questo segnerà la fine dell'importante strada di comunicazione.

Al giorno d'oggi si parla di nuovo di via della seta. La speranza è di vedere questa importante rotta commerciale di nuovo operativa, ripristinando il fascino di una storia che affonda le sue radici nei millenni passati.

19 luglio, 2018

L'infanzia nel medioevo

Se vivere da adulti nel medioevo era già particolarmente difficile, per un bambino spesso poteva esserlo molto di più e di certo veniva subito abituato a una vita differente da quella che può essere mediamente l'infanzia attuale. Appena nato, dopo la fasciatura molto stretta, fatta seguendo la credenza secondo cui le ossa fragili sarebbero cresciute male o del tutto storte, si passava subito a un bel bagno caldo, specialmente nei periodi invernali, prima di preparare la culla - che in Italia aveva un movimento verticale testa-piede, mentre nel resto d'Europa era orizzontale, da spalla a spalla - in cui il neonato avrebbe poi riposato. In alcuni casi, la culla poteva essere appesa al soffitto con un sistema di corde posizionato proprio al di sopra del letto dei genitori che, sporgendo un braccio, potevano farla dondolare. Si trattava di una soluzione ingegnosa soprattutto per le case più piccole, molto frequenti nel Medioevo, ma ovviamente rischioso dato che le corde potevano spezzarsi.

Il tormento delle fasce
Si è calcolato che nel Medioevo un bambino su tre moriva prima dei cinque anni: le cause potevano essere di ogni tipo, da una semplice malattia alla denutrizione. Inoltre, si sovente, si assisteva anche al fenomeno dell'abbandono dei bambini, che per loro fortuna, spesso venivano lasciati all'esterno di monasteri, e da lì, presi in consegna dai monaci che li iniziavano alla vita monastica. 
La nascita di figlie femmine invece, se da un lato, nelle famiglie più povere, significava avere una bocca in più da sfamare che non poteva aiutare nel lavoro della terra, dall'altro rappresentava una possibilità di riscatto sociale per la famiglia perchè, una volta cresciuta, si poteva combinare un matrimonio con esponenti di famiglie di rango più elevato. Con la nobiltà ovviamente, questo fenomeno raggiunge i suoi massimi livelli.
Nel caso di scarsità di latte da parte della madre, il bambino poteva essere affidato a delle nutrici, pagate, che si occupavano di allattarlo, o nei casi più estremi, si ricorreva a latte di origine animale, come quello di asina o di pecora.

Due bambini giocano con un volano
Ad ogni modo, una volta cresciuto e lasciata la culla, il bimbo iniziava a muovere i primi passi aiutandosi con un girello a ruote, protetto da una vestina lunga fino ai piedi e aperta sul davanti, uguale per i due sessi, e da vari amuleti, soprattutto rametti di corallo. Quando erano in grado di camminare e correre, iniziavano a divertirsi con i primi giochi, del tutto diversi a quelli moderni e spesso dipendenti dalle stagioni. A dicembre, ad esempio, quando si ammazzava il maiale, i bambini gonfiavano la sua vescica come un palloncino; se nevicava andavano a tirare le palle di neve per le strade; altri cacciavano le farfalle, ma si racconta anche di fischietti a forma di uccello, bamboline, cavallucci con i loro cavalieri. Inoltre, i bambini amavano fare la guerra con spade di legno e sovente si misuravano in finti tornei: si giocava anche a nascondino, con una palla o una mazza di legno. Un giocattolo molto in voga era un piccolo mulino infilato in una noce. Insomma, vinceva la fantasia: erano bambini e come tali ogni scusa era buona per divertirsi.

Bambini impegnati in vari lavori
Ma l'infanzia spensierata aveva una durata molto breve, dato che i bambini medievali cominciavano a lavorare molto presto. Abbiamo testimonianze di contratti per ragazzini di dieci o dodici anni che vivevano già appieno la vita come degli adulti, non solo in ambito lavorativo. Talvolta si poteva cominciare però anche prima, mentre per le ragazze, la vita adulta poteva iniziare intorno ai 14 anni, età in cui già potevano sposarsi. Anche in questo caso comunque, si poteva cominciare prima. 
Il furto di bambini invece, era molto frequente: solitamente era chiesto un riscatto alle famiglie, specialmente le più ricche, che potevano permettersi di pagare somme di un certo livello.
In buona sostanza a un bambino, nel medioevo, non mancavano i momenti di spensieratezza, come è giusto che ci siano anche in un'epoca particolarmente dura, ma dovevano scontrarsi con la difficile realtà di un mondo che aveva poco spazio per i deboli. Si restava bambini relativamente per poco tempo, prima di essere introdotti praticamente subito alle faccende “da grandi”, sia tra i ceti più poveri, sia nell'altissima nobiltà: non sono pochi i casi registrati di giovanissimi eredi costretti a salire al trono effettivamente molto presto.

15 luglio, 2018

La tavola Peutingeriana

Fra i tanti documenti di epoca romana che si ricopiavano, uno in particolare ha suscitato sempre stupore ed interesse: si tratta di una sorta di stradario d'Europa ante litteram, o per meglio dire, una mappa delle strade imperiali romane. Conservata presso la Biblioteca Nazionale Austriaca di Vienna, con copie a Parigi e a Pola, questo atlante stradale è stato inserito dall'UNESCO nel Registro della Memoria del Mondo. Stiamo parlando della Tavola Peutingeriana.

Porzione della Tavola: dall'alto verso il basso abbiamo l'area Balcanica, Puglia, Calabria, Sicilia e l'odierna Libia

La mappa porta il nome dell'umanista e antichista Konrad Peutinger, che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell'imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscire nell'impresa. Come si può vedere dallo stralcio di mappa sopra mostrato, non si riescono a riconoscere le aree geografiche indicate nella didascalia, in quanto questa tavola non è una vera e propria cartografia, ma più un diagramma che mostra cosa collegavano le varie strade dell'Impero Romano, oltre ad indicare i vari mari, fiumi, foreste, montagne e città attraversate.

Zona dell'odierna Toscana settentrionale. Si riconoscono Pisa, Lucca e Luni; oltre a vedere l'Arno e la dorsale appenninica. In alto è visibile il fiume Po.

La tavola è composta da 11 pergamene che formano una composizione gigantesca: 6 metri ed 80 centimetri di lunghezza per 33 centimetri di altezza. La tavola arriva fino alla zona indiana, giungendo a menzionare addirittura la stessa Cina! Vi sono indicate circa 555 città e altre 3.500 particolarità geografiche, come i fari e i santuari importanti, spesso illustrati da una piccola figura. Le città sono rappresentate da due case, le città sede dell'Impero - Roma, Costantinopoli, Antiochia - sono segnalate da un medaglione. Vi sono inoltre indicate le distanze, sia pure con minore o maggior precisione.

Medaglione raffigurante Roma, sotto il porto di Ostia

Tale mappa è inoltre famosa perché è una delle prime testimonianze cartografiche di quell'insieme di vie che vanno a creare le strade della Via della Seta. Infatti, una delle pergamene mostra le strade attraversanti Armenia, Mesopotamia, Persia ed India, fino ai margini del mondo Orientale conosciuto all'epoca della sua stesura (IV Secolo dopo Cristo).

Le strade raffiguranti la via della Seta nella porzione orientale della tavola

Uno degli elementi interessanti di questa porzione della tavola è la presenza, in basso a destra, di un tempio romano dedicato ad Augusto. Questo tempio è localizzato sulla tavola nell'odierna regione del Kerala, che all'epoca corrispondeva alla costa di Malabar, col toponimo di "Templ' Augusti". Cos'ha di particolare questa regione del mondo? Beh, siamo in piena India meridionale!
Se un giorno questo toponimo dovesse venire confermato col ritrovamento archeologico di un tempio romano dedicato ad Augusto, avremmo la conferma che i romani arrivarono a colonizzare addirittura l'India meridionale.

Punto della tavola in cui è localizzato il tempio di Augusto e localizzazione geografica odierna

Ma chi copiò questa poderosa opera antica? Si ritiene che il manoscritto odierno sia opera di un monaco copista di Colmar, il quale la copiò nel XIII secolo, intorno al 1265, da un documento più antico. La tavola venne poi dimenticata, ma riscoperta intorno alla seconda metà del XV secolo da Conrad Celtis, che poi la passerà a Konrad Peutinger, il quale la farà riscoprire al mondo.

Incisione raffigurante Konrad Peutinger

La tavola Peutingeriana è la testimonianza di come, grazie al Medioevo, abbiamo opere la cui testimonianza attraversa i millenni. Dei veri e propri "profili autostradali" ante litteram, che mostrano anche i luoghi geografici attraversati. Un vero spaccato del mondo romano che, grazie ad un anonimo monaco amanuense medievale, è arrivato intatto fino ai giorni nostri, divenendo uno dei più grandi tesori dell'umanità.

Pergamena mostrante l'area campana

12 luglio, 2018

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:


POLLO AL FINOCHIO

Ingredienti: 
1 bel pollo di fattoria; 
100 gr. di mandorle non spellate;
1 pugno di foglie di finocchio o d'aneto;
1 pugno di prezzemolo

Procedimento:
Preparare il pollo e tagliarlo a pezzi. Fondere lo strutto in una casseruola e farvi colorire i pezzi di pollo a fuoco vivo. Quando sono ben dorati aggiungere acqua, salare, coprire e lasciar sobbollire per circa 40-50 minuti a seconda della qualità del pollo. Nel frattempo, lavare le erbe e tritarle insieme alle mandorle.
Quando il pollo è quasi cotto, togliere i pezzi dalla casseruola e tenerli in caldo fra due piatti. Disporre i pezzi del pollo sul piatto di portata. Passare la salsa al colino o al setaccio e ricoprirne il pollo. Spolverare con un bel pizzico di spezie fini e servire.


FUNGHI SALTATI ALLE SPEZIE

Ingredienti: 
500 gr. di funghi selvatici o di champignons;
Erba cipollina quanto basta; 
1 pizzico di pepe appena macinato;
1 pizzico di zenzero in polvere;
1 pizzico di noce moscata appena grattugiata;
2 pizzichi di coriandolo in polvere; 
Olio d'oliva quanto basta;
Sale quanto basta;

Procedimento:
Mondare e lavare gli champignons. Se sono grossi, tagliarli in due o in quattro parti. Cuocerli in acqua bollente per 10 minuti e scolarli con cura. Frattanto, tritare fine la cipolla e farla sciogliere in un filino di olio.  Aggiungere gli champignons e rosolarli per qualche istante a fuoco vivo. Salare e aggiungere le spezie; abbassare la fiamma, coprire e far sbollire per una quindicina di minuti. Sorvegliare la cottura mescolando di tanto in tanto e, quando sono ben dorati, servire.

09 luglio, 2018

Historie Medievali: Feudal Japan, Il Periodo Heian, parte 1

I samurai possono essere considerati i cavalieri del Giappone Medievale. Come i cavalieri medievali europei, essi nacquero come élite militare, trasformandosi poi in élite sociale. I loro riconoscimenti erano dati dai trionfi riportati con le loro spade. La storia del Giappone la si può identificare con la storia dei samurai. Il "Periodo Heian" (durante il quale si fece per la prima volta uso della parola "Samurai") deriva dal nome con cui a quel tempo era conosciuta la capitale Kyoto: "Heian-Kyo" ovvero città della pace celeste.
La nascita dei samurai è ancora oggi controversa, poiché non sono state fornite adeguate risposte. Il termine stesso non venne introdotto in Giappone prima dell'XI secolo d.C., dopo più di un millennio di guerre. Samurai significa letteralmente "coloro che servono", che offrono cioè i propri servigi militari ad un sovrano. Antichi documenti ci forniscono alcuni indizi su quali siano stati i progenitori dei samurai. Nei Nihongi, gli Annali del Giappone, compilati nel corso della prima metà dell'VIII secolo d.C. è possibile ritrovare il termine bugei, "arti marziali". Non vi sono dubbi, quindi, che negli eserciti di quel periodo esistesse già un grado di specializzazione, sia sotto il governo centrale che dal punto di vista locale. Il primo periodo storico del Giappone fu quello più denso di conflitti di tutta la storia samurai.

Una pagina dal Tanaka, una versione del Nihongi

Nel 672 d.C. troviamo già un primo accenno ad uno di quei ruoli che il futuro samurai avrebbe dovuto ricoprire e cioè quello di arciere a cavallo, figura che sembra avesse già raggiunto uno status d'élite. Nel 671 d.C. l'Imperatore Tenchi morì. La sua morte causò una di quelle lotte per il diritto di successione che troveremo spesso nella storia samurai. Tenchi aveva promesso il trono al fratello che, declinato l'onore, si era fatto monaco, per questa ragione, a succedergli fu suo figlio. Il fratello dell'Imperatore Tenchi, lasciò il monastero e si oppose al nipote per la successione al trono, attaccandolo con una schiera di arcieri a cavallo. Il colpo ebbe successo ed egli ascese al trono come Imperatore Temmu. I resoconti dell'attacco sferrato da Temmu e delle imprese militari durante il suo regno ci vengono descritti dai Nihongi, compilati sotto la giurisdizione della figlia di Temmu; anche se tali imprese sono oggi considerate con una punta di scetticismo. Fatto sta che tali azioni sono il primo resoconto scritto delle imprese degli arcieri a cavallo, tipico dell'élite samurai.

Disegno dell'Imperatore Temmu, disegnato nel 1908

Rivalità come questa tra principi imperiali erano ragioni di guerra molto meno comuni del continuo bisogno di campagne contro gli abitanti aborigeni delle isole del Giappone, le Ainu. Gli antichi resoconti dimostrano chiaramente che l'eliminazione di queste popolazioni era vista quasi come un dovere morale ed un atto di grande civilizzazione, definita negli Annali una emishi no seiobatsu o "punizione degli Emishi". Il termine Emishi, che probabilmente altro non è che una variante della parola Ainu per "uomo", era usato nel senso di "barbaro" ad indicare il disprezzo di una società civilizzata. Emishi era il termine più gentile che i nemici usavano per queste popolazioni; le popolazioni indigene, infatti, erano altrove appellate come "ragni di terra". Gli Emishi si dimostrarono guerrieri accaniti ed i primi imperatori presero ben presto l'abitudine di reclutarne pacifici nei loro eserciti, poiché rappresentavano una buona fonte di supporto per l'esercito. Gli Emishi diedero prova del loro valore militare, che più tardi venne associato ai samurai, i quali trassero le loro origini da questi formidabili guerrieri. Perfino la spada ricurva, simbolo del samurai, trova probabilmente le sue origini nelle armi portate dagli Emishi reclutati come guardie della Corte Imperiale nella seconda metà del IX secolo.

Due Emishi, stampa del 1324 circa

05 luglio, 2018

Porposte di lettura: Scritti sul pensiero Medievale


Umberto Eco è stato uno dei più grandi uomini di cultura italiana del nostro tempo. Bisogna dire che è stato anche un grande studioso del Medioevo, cosa che lo ha portato a scrivere un romanzo famoso come "il Nome della Rosa".
Quello che poco si sa, è che il grande scrittore raccolse i suoi pensieri in un unico libro. Infatti Eco, in questo volume, presenta scritti tutti già pubblicati, ma che riunisce per testimoniare della sua continua attenzione alla filosofia, all'estetica, alla semiotica medievale, sin dall'inizio dei suoi interessi storiografici risalenti agli anni universitari. Raccoglie così le ricerche sull'estetica medievale e in particolare quella di Tommaso d’Aquino, gli studi di semantica sull'arbor porphyriana e sulla fortuna medievale della nozione aristotelica di metafora, esplorazioni varie sul linguaggio animale, sulla falsificazione, sulle tecniche di riciclo nell'Età Media, sui testi di Beato di Liebana e della letteratura apocalittica, di Dante, di Lullo e del lullismo, su interpretazioni moderne dell'estetica tomista, compresi i testi giovanili di Joyce.

Una seconda sezione raccoglie scritti meno accademicamente impegnativi, ma che tuttavia possono fornire anche al lettore non specialista idee sul pensiero medievale e sui suoi vari ritorni in tempi moderni, con riflessioni sugli embrioni secondo Tommaso, l’estetica della luce nel paradiso dantesco, il Milione di Marco Polo, la miniatura irlandese e quella del tardo Medioevo, documentate visivamente in una succinta raccolta di immagini. Pur lasciando a questi scritti, che coprono un arco di sessant'anni, la loro natura originale, Eco li uniforma dal punto di vista bibliografico e redazionale, eliminando, seppure non del tutto, alcune riprese e ripetizioni.

Mantenendo sempre uno stile pulito, educato e gentile nei confronti del lettore, questo è un libro che non può mancare sugli scaffali della libreria di un appassionato di Medioevo.

02 luglio, 2018

Great battles of Historie medievali: la Battaglia di Les Formigues

La battaglia navale di Les Formigues ebbe probabilmente luogo la mattina del 4 settembre 1285 vicino alle omonime isole, situate a circa 85 km a nord-est di Barcellona, quando una flotta di galere catalane e siciliane, comandate da Ruggiero di Lauria, sconfisse una flotta di galere francesi e genovesi, comandate da Guglielmo di Lodeva, Arrigo De Mari e John de Orrea.
Ci sono tre resoconti completamente diversi di questa battaglia: quello di Ramon Muntaner, quello di Bernard Desclot e le "Gesta Comitum Barchinonensium". 

Un combattimento medievale tra due navi dove i francesi hanno la peggio
Quest'ultime collocano la battaglia a Les Formigues (o Formigas), mentre Muntaner favoriva una posizione al largo di Roses (Rosas), più a nord. 
Sia Lauria che i francesi erano a riva per la notte quando si scontrarono con gli altri, o secondo un'altra ipotesi, le due flotte erano entrambe in mare quando ebbe luogo lo scontro.
Tutti i resoconti concordano sul fatto che lo scontro avvenne di notte, il che era inconsueto per le battaglie navali dell'epoca, ma andava bene a Lauria, che era specializzato nei combattimenti notturni. Egli mise due lanterne su ogni galera per far credere di avere un numero superiore di forze. Dallo scontro fuggirono dalle dieci alle sedici galere genovesi, sotto il comando di John de Orrea, lasciando che circa quindici o venti navi francesi fossero catturate, affondate o bruciate.

Galera, tipica imbarcazione medievale
Il trovatore Johan Esteve de Bezers sosteneva che la causa della cattura dell'ammiraglio francese Guglielmo di Lodeva, fosse stata un tradimento. Si narra che trecento prigionieri francesi furono rimandati in Francia; tutti erano stati accecati tranne uno, a cui era stato lasciato un occhio per guidare gli altri. I prigionieri portavano un messaggio di Ruggiero di Lauria al re di Francia, Filippo III: "Neppure un pesce avrebbe potuto navigare in sicurezza nel Mar Mediterraneo, senza portare un permesso del re d'Aragona".