27 settembre, 2018

La travagliata storia di Fra Dolcino

Ai piedi delle Alpi, non lontano da Novara, esiste un paese che si chiama Prato Sesia. Qui, nel 1250 nasce il protagonista della nostra storia, colui che probabilmente nasce col nome di Davide Tornielli. Costui passerà alla storia come Dolcino da Novara, o Fra Dolcino.

Ritratto di Fra Dolcino

La data ed il luogo di nascita, così come il suo nome di battesimo, sono convenzionali, in quanto notizie storiche verificate sulle sue origini non ce ne sono.
Nel 1291 Dolcino entra a far parte del movimento degli Apostoli. Questo movimento era stato dichiarato eretico dalla Chiesa già cinque anni prima, nel 1286; tanto è vero che il suo capo, Gherardo Segalelli, verrà arso vivo sul rogo nel luglio del 1300.
Dolcino predicò soprattutto nella zona del lago di Garda. All'interno del movimento eretico non prese mai i voti, ma amava definirsi "fratello" riferendosi allo stesso. Nel 1303, nei dintorni di Trento, conosce Margherita Boninsegna, donna definita dai cronisti dell'epoca dal bellissimo e perverso fascino, la quale divenne la sua compagna e lo seguì nella predicazione.
Il fascino e le doti comunicative del "frate", unite alle aspre critiche contro la Chiesa, oltre alla predizione della futura scomparsa di Papa Bonifacio VIII, fecero scattare le ire della Chiesa Romana. I Dolciniani promettevano riscatto ai meno abbienti e, col sostegno di Matteo Visconti, riuscirono nell'occupazione militare di una parte della Valsesia, dove avevano intenzione di mettere in atto il suo modello di società. I seguaci si ritirarono sul Monte Rubello, in attesa che le profezie apocalittiche di Dolcino si avverassero.

Monte Rubello

Contro di loro fu bandita una vera e propria crociata, proclamata da Raniero degli Avogadro, vescovo di Vercelli, che coinvolse anche milizie del Novarese. I dolciniani resistettero a lungo, ma infine, provati dall'assedio e dalla mancanza di viveri, che la popolazione locale, divenuta oggetto di vere razzie, non poteva né voleva più fornire loro, furono sconfitti e catturati nella settimana santa del 1307.  Quasi tutti i prigionieri furono passati per le armi.
Dolcino fu processato a Vercelli e condannato a morte. L'Anonimo Fiorentino (uno dei primi commentatori della Divina Commedia) riferisce che egli rifiutò di pentirsi e anzi proclamò che, se lo avessero ucciso, sarebbe resuscitato il terzo giorno.
Margherita e Longino, luogotenente di Dolcino, furono arsi vivi sulle rive del torrente Cervo, il corso d'acqua che scorre vicino a Biella, dove la tradizione identifica ancora una sorta di isolotto detto appunto "di Margherita". Un cronista annota che Dolcino, costretto ad assistere al supplizio dell'amata, "darà continuo conforto alla sua donna in modo dolcissimo e tenero". L'Anonimo Fiorentino, all'opposto, afferma che Margherita fu giustiziata dopo di lui.
Per Dolcino si volle procedere a un'esecuzione pubblica esemplare: secondo Benvenuto da Imola (un altro antico commentatore dantesco), egli fu condotto su un carro attraverso la città di Vercelli, venne torturato a più riprese con tenaglie arroventate e gli furono strappati il naso e il pene. Dolcino sopportò tutti i tormenti con resistenza non comune, senza gridare né lamentarsi. Infine fu issato sul rogo e arso vivo di fronte la Basilica di Sant'Andrea.

Il luogo del supplizio di Dolcino, la Basilica di Sant'Andrea

Quella di Dolcino è una delle tante storie epiche e travagliate di cui il Medioevo è costellato. Una storia che ci aiuta a comprendere più a fondo anche gli aspetti torbidi di questa lunghissima epoca.

26 settembre, 2018

La nascita dell'autobiografia nel medioevo e i suoi testi

In un precedente articolo abbiamo analizzato la biografia medievale. Oggi invece ci occuperemo dell'autobiografia.
Nel Medioevo europeo, il genere letterario dell'autobiografia non può non venire influenzato dal clima generale, in cui la Chiesa cattolica e l'aspetto teologale rivestono un ruolo fondamentale. La scrittura autobiografica, quindi, diventa una "storia dell'anima", con i temi della discesa nel peccato e della salvezza, dell'introspezione, della scoperta di Cristo; esempi fondamentali, a cavallo tra la fine dell'Impero romano e i primissimi secoli dell'Alto Medioevo, sono le Confessiones di Sant'Agostino di Ippona e il De consolatione philosophiae di Severino Boezio. In particolare l'opera di S.Agostino ripercorre tutte le tappe che portano il santo dalla giovinezza fino al suo avvicinamento a Dio, abbandonando così gli stili semplicemente cronachistici, per dare vita a un percorso di introspezione e di coscienza.

Confessiones di Sant'Agostino, frontespizio di una traduzione dal latino allo spagnolo del 1654
È di molto tempo dopo (intorno al XII secolo), un altro grande esempio dell'epoca medievale, che è l'Historia calamitatum del filosofo Pietro Abelardo, con la cronaca del suo amore per Eloisa e le sventure accadutegli in seguito a questo innamoramento.
Con l'avvento del primo Umanesimo, le autobiografie "intellettuali" diventano sempre più raffinate e di alto livello letterario, culminando nel Secretum e nelle epistole Familiares di Francesco Petrarca.

Lista dell'ordine delle Epistole di Petrarca, da un'edizione del 1492
Un altro testo di grande interesse dell'epoca è il Diario di eventi memorabili di Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II. Grande impulso al genere dell'autobiografia arriva anche grazie alla riscoperta di importanti testi classici; il loro volgarizzamento e la loro diffusione in un'ottica di nuovo, crescente successo dei testi dell'antichità come modelli anche per i moderni: tra questi, i Ricordi di Marco Aurelio.
Parallelamente continua anche la diffusione, a un livello più "basso" e popolareggiante, delle scritture private come i libri di ricordi e i libri di famiglia, che soprattutto per il ceto mercantile descrivono le vicende delle famiglie con grande ricchezza di dettagli, persino dei conti domestici.

21 settembre, 2018

La crisi del XIV Secolo

L'età storica del Medioevo sarebbe potuta finire prima? Il XII ed il XIII furono secoli di grande sviluppo economico e demografico per tutta l'Europa: il commercio prosperava, l'economia galoppava, e l'esplosione demografica aveva consentito l'ampliamento e la costruzione di nuove città, nuove strade e l'apertura di nuove rotte commerciali. Ma all'improvviso, tutto questo finì. Perché successe? Cerchiamo di capirlo insieme.

Allegoria della Carestia

Innanzitutto bisogna dire che all'inizio del XIV secolo ci fu un cambio del clima globale: infatti, come anche scritto in un nostro precedente articolo, fra l'anno 1000 ed il 1250 ci fu un periodo caldo che consentì un clima più mite e la possibilità di coltivare anche ad alte latitudini. A 50 anni dalla fine di tale periodo, i primi effetti si fecero sentire con una grande carestia: ormai c'era più popolazione che risorse per sfamarla e sostentarla, e il clima più freddo ed umido peggiorò i raccolti ed espose la popolazione a malattie da raffreddamento. Chi ne risentì di più furono anziani e bambini. Si manifestava così, nei ceti subalterni, una fetta di popolazione denutrita, abituata da generazioni a nutrirsi quasi esclusivamente di cereali, che dovette soccombere al primo prolungato rialzo dei prezzi dovuto ai cattivi raccolti degli anni 1315-1317. La "Grande carestia" fu il primo sintomo di una situazione in peggioramento, della quale, naturalmente, i contemporanei non potevano avere consapevolezza. Si erano infatti susseguite delle condizioni climatiche negative (inverni rigidi e prolungati, estati eccessivamente piovose, alluvioni e grandinate), danneggiando ripetutamente i raccolti. I prezzi dei cereali aumentarono vorticosamente, provocando la morte per denutrizione di molte persone e di parecchio bestiame.

Diffusione della peste nera

Altro elemento che contribuì alla crisi della civiltà occidentale del XIV Secolo fu la diffusione della peste, di cui parlammo a suo tempo con due articoli (qui la parte prima e la parte seconda), che arrivò in Europa nel 1347, e che sterminò letteralmente la popolazione dell'intero continente. La pandemia terminò la fase acuta tra il 1350 e il 1351, permanendo però allo stato endemico e ricomparendo in successive ondate fino alla successiva pandemia del 1630. La popolazione europea non si riprese dal tracollo fino almeno al Settecento. Tra le conseguenze vi furono lo spopolamento delle aree impervie, con i contadini migrati a riempire gli spazi vuoti nelle aree più fertili in pianura e in collina, e la crisi dei piccoli proprietari terrieri, che vendendo i loro terreni favorirono la concentrazione delle proprietà in un minor numero di mani. Le condizioni di vita del ceto rurale peggiorarono notevolmente e si andò formando una specie di "proletariato" rurale.

Incontro fra vivi e morti

Ovviamente a livello religioso si creò un vero e proprio caos: il terrore dell'arrivo dell'anticristo, o peggio ancora dell'apocalisse era vivo e concreto; ragion per cui si cercarono dei nemici da combattere, come cattivi cristiani, ebrei e streghe. Gli imbonitori ed i predicatori popolari colsero la palla al balzo, arricchendosi con la vendita delle indulgenze; la paura di morire si tramutò in opere d'arte che celebravano il trionfo della morte, al fine di poterla così esorcizzare.
Alle carestie, le epidemie, la riduzione degli spazi a coltura cerealicola in favore di coltivazioni più redditizie, le vessazioni del ceto fondiario, vanno aggiunte le guerre che erano frequenti in tutta Europa e che si tramutavano talvolta in razzie, saccheggi e assedi, con una destabilizzazione a lungo termine della società.
L'aggravarsi delle condizioni di vita dei ceti subalterni nelle campagne produsse inizialmente un flusso di persone verso le città, dove erano almeno presenti alcune istituzioni caritatevoli che assicuravano loro un minimo di sostentamento giornaliero. Ciò causò un sovrappiù di manodopera che minacciò i ceti subalterni cittadini. Il malessere verso una situazione divenuta ormai insostenibile fu all'origine di rivolte un po' in tutta Europa, sia nelle campagne che nelle città, a partire dai ceti più umili che talvolta riuscivano a coinvolgere anche frange più agiate, come i piccoli artigiani o i produttori subalterni.
Si ricordano a tal proposito le rivolte dei Ciompi in Italia centrale, le retate dei pastori in Francia, che misero a ferro e fuoco diversi castelli e le rivolte degli agricoltori in Inghilterra.

Farinata degli Uberti, condottiero fiorentino

Lo spopolamento ebbe come conseguenza anche l'impossibilità di tenere milizie cittadine e cavallerie feudali permanenti, rendendo necessario ricorrere a guerrieri di mestiere, che fossero ben addestrate e mobili. Nacquero così le compagnie di ventura, istituzioni militari composte da armati che di mestiere si prestavano a chi ne facesse richiesta in cambio di soldi. Erano delle vere e proprie "imprese" commerciali, che si offrivano ai vari governi come mercenari. Il contratto che essi stipulavano si chiamava "condotta", da cui il termine condottiero.

Questa immensa crisi venne superata grazie ad un riassetto economico e produttivo dei ceti dirigenti: le compagnie commerciali divennero più flessibili; finì il monopolio tessile nelle Fiandre in favore di  Olanda, Inghilterra ed Italia; si svilupparono attività manifatturiere in campagna, ed i volumi dei commerci tornarono a crescere grazie al movimento di merci povere (vini, alimenti, stoffe...) che portarono alla costruzione di navi più capienti.
La crisi era terminata, e l'Europa sarebbe così ritornata a crescere.

19 settembre, 2018

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che oggi vi proponiamo, sono le seguenti:


GRAVÈ DI QUAGLIE

Ingredienti:
8 Quaglie da cui estrarre i fegatini;
200 gr. di lardo; 
¾ di litro di brodo di manzo;
130 cl di vino rosso; 
50 gr. di pane raffermo; 
3 gr. di zenzero; 
1,5 gr. di cannella; 
Una puntina di chiodi di garofano pestati; 
4 gr. di grani del paradiso; 
Sale.

Procedimento
Grigliare il pane, tagliarlo a pezzi e metterlo a bagno in una miscela composta da 130 cl. di vino rosso e 100 cl. di brodo. Pulire le quaglie e tenere da parte i fegatini. Tagliare a dadini il lardo e farlo fondere in una padella dal fondo spesso. Quando si è ben sciolto, farvi dorare le quaglie su tutti lati, poi aggiungere una parte del brodo e portare ad ebollizione.
Nel frattempo tritare finemente i fegatini e mescolateli con le spezie. Passare il pane al setaccio e aggiungerlo alla miscela di fegato e spezie; quando gli ingredienti sono ben amalgamati, versarli sopra la carne e portare a cottura. Aggiustare il condimento.
La carne delle quaglie deve essere tenerissima e il fondo di cottura restare un po' liquido.


HERICOT DI AGNELLO

Ingredienti
1 kg. di spalla di agnello (vanno bene anche il coscio o il collo);
150 gr. di lardo macinato;
3 cipolle; 
¾ di litro di brodo di manzo; 
5 cucchiai di prezzemolo tritato; 
7-8 foglie di salvia;
2 gr. di noce moscata; 
1 cucchiaio di issopo (pianta officinale utilizzata in cucina per aromatizzare carni, insalate, patate, minestre,salse); 
Sale.

Procedimento
Tagliare le cipolle a rondelle spesse e cuocerle per circa 7-8 minuti in acqua bollente.
Nella stessa acqua (dopo aver tolto le cipolle), scottare i pezzi di agnello fino a quando non cambiano colore. In una padella sciogliere il lardo e versarvi le cipolle e i pezzi di agnello, fino a quando non sono dorati. Aggiungere le erbe aromatiche tritate, le spezie e il sale, poi il brodo e portare a cottura. Aggiustare il condimento se necessario, e servire.

17 settembre, 2018

La vita sulle navi durante il Medioevo.

Oggi Historie Medievali approfondirà l'argomento sulla vita durante i viaggi per mare, dove già un articolo è stato dedicato mesi fa e che potete trovarlo a questo link ( La Navigazione nel Medioevo ).

Navigare durante il Medioevo era sempre un'impresa pericolosa. A bordo delle navi mercantili che solcavano il Mediterraneo la sistemazione per viaggiatori di prima classe prevedeva l'alloggiamento in una cabina doppia lunga non più di un metro e ottantacinque, larga al massimo ottanta centimetri nella quale vi era un solo giaciglio da dividere con il compagno di viaggio. I pasti, serviti generalmente a bordo, erano costituiti da pane e minestre di verdura, mentre tre volte alla settimana veniva servita carne secca. Ma il vero problema era costituito dall'acqua da bere: questa non solo era sempre scarsissima, ma spesso, dopo soli pochi giorni di navigazione marciva, e poiché vi era sempre il pericolo dello scorbuto, essa veniva conservata in bidoni con dei limoni tagliati. Anche lo spazio scarseggiava e, per evitare che gli armatori sovraccaricassero le imbarcazioni, vennero emanate severe regole.

Mercanti in trattativa dopo la consegna del trasporto- Miniatura probabile XV sec.

A Venezia le imbarcazioni erano segnate sui fianchi con delle croci che dovevano essere sempre ben visibili sopra il pelo dell'acqua quando la nave era carica, mentre a Genova sul fianco dei natanti venivano posti dei grossi chiodi. Molto spesso però le navi venivano ugualmente caricate all'inverosimile, tanto che per sfruttare ogni spazio utile capitava che i cavalli stipati nei punti inferiori venissero leggermente sospesi da terra per mezzo di apposite cinture affrancate al soffitto.
La velocità delle navi era affidata in mancanza di vento ai vogatori, lavoratori che avevano scelto la dura vita e la rigida disciplina di bordo. Questi erano costretti a remare e a dormire al posto di voga. Il ritmo di voga era generalmente scandito da un tamburo, ma non mancavano gli aguzzini che con scudisciate incitavano i rematori sottoponendoli a fatiche disumane. Le flotte erano molto consistenti. Bisanzio disponeva di circa 30.000 vogatori per i suoi dromoni.

Dromoni bizantini ormeggiati fuori Costantinopoli

Queste imbarcazioni erano lunghe 50 metri e larghe 8 e impegnavano ciascuna, oltre alla vela, 50 rematori. Le galere, o galee, invece più agili e snelle, erano infatti lunghe 40 metri e larghe 6, mentre il carico non superava le 400 tonnellate. Un pericolo enorme era rappresentato fin dall'antichità dagli assalti di pirati durante le fasi di navigazione, a bordo erano tutti armati e pronti per combattere, sia i marinai che i viaggiatori. Spesso le flotte commerciali navigavano a gruppi. Prima della partenza al comandante di ogni nave veniva consegnato un pacchetto sigillato da aprire solo dopo essere salpato. All'interno del pacchetto era contenuta una bandiera uguale per tutte le navi del convoglio che veniva issata solo in mare aperto, in modo da evitare che tra le navi si infiltrasse un vascello pirata pronto all'attacco.

Morte di Eustachio il monaco (famoso pirata) alla Battaglia di Sandwich, iconografia del XIII secolo circa

14 settembre, 2018

Proposte di lettura: Il Nome della Rosa

Omaggio del pittore William Girometti al capolavoro di Umberto Eco

È certamente uno dei più famosi romanzi ambientati nel Medioevo. Il grande capolavoro di Umberto Eco è un bellissimo giallo ambientato nel 1327. Il romanzo ha ottenuto un vasto successo di critica e di pubblico, venendo tradotto in oltre 40 lingue, con più di 50 milioni di copie vendute in trent'anni. Ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Strega del 1981, ed è stato inserito nella lista de "I 100 libri del secolo di Le Monde". Dal romanzo, nel 1986, è stato tratto anche un film di successo interpretato da Sean Connery e Christian Slater.
Sean Connery in una scena in cui interpreta Guglielmo da Beckersville
Di cosa tratta esattamente il romanzo di Umberto Eco? Nel prologo, l'autore racconta di aver letto, durante un soggiorno all'estero, il manoscritto di un monaco benedettino riguardante una misteriosa vicenda svoltasi in età medievale in un'abbazia dell'Italia settentrionale. Rapito dalla lettura, egli inizia a quel punto a tradurlo su qualche quaderno di appunti, prima di interrompere i rapporti con la persona che gli aveva messo il manoscritto tra le mani. Dopo aver ricostruito la ricerca bibliografica che lo portò a recuperare alcune conferme, oltre alle parti mancanti del testo, l'autore passa quindi a narrare la vicenda di Adso da Melk. C'è da dire che lo stratagemma del manoscritto è stato sfruttato anche da altri autori, primo fra tutti Alessandro Manzoni con "I Promessi Sposi", ma anche Cervantes con "Don Chisciotte", o Ariosto con "l'Orlando Furioso".

Sacra di San Michele, abbazia in cui nella trasposizione cinematografica è ambientato Il nome della Rosa.

È la fine di novembre del 1327. Guglielmo da Baskerville, un frate francescano inglese, e Adso da Melk, suo allievo, si recano in un monastero benedettino di regola cluniacense, sperduto sui monti dell'Italia settentrionale. Questo monastero sarà sede di un delicato convegno che vedrà protagonisti i francescani — sostenitori delle tesi pauperistiche e alleati dell'imperatore Ludovico — e i delegati della curia papale, insediata a quei tempi ad Avignone. I due religiosi (Guglielmo è francescano e inquisitore "pentito", il suo discepolo Adso è un novizio benedettino) si stanno recando in questo luogo, perché Guglielmo è stato incaricato dall'imperatore di partecipare al congresso, quale sostenitore delle tesi pauperistiche. Allo stesso tempo l'abate è timoroso che l'arrivo della delegazione avignonese possa ridimensionare la propria giurisdizione sull'abbazia e, preoccupato che l'inspiegabile morte del giovane confratello Adelmo durante una bufera di neve, possa far saltare i lavori del convegno e far ricadere la colpa su di lui, allora decide di confidare nelle capacità inquisitorie di Guglielmo affinché faccia luce sul tragico omicidio, cui i monaci — tra l'altro — attribuiscono misteriose cause soprannaturali. Nel monastero circolano infatti numerose credenze circa la venuta dell'Anticristo.
Da qui si susseguono una serie di assassinii e colpi di scena, e Guglielmo ed Adso cercheranno di capire chi è il colpevole; la loro azione ruoterà soprattutto intorno ad un importante manoscritto greco custodito nel monastero.
Giallo, romanzo storico, citazioni a tantissime opere letterarie, costanti riferimenti linguistici e semiologici, la componente esoterica, e le riflessioni filosofiche sul senso e sul valore della verità che si consegue con la ricerca, fanno del romanzo di Eco un libro che consente di godere di innumerevoli piani di lettura, tipici di un autore dalla cultura sterminata e di un umanista del suo calibro. Libro ottimo per chi vuole conoscere il pensiero di un filosofo che ha dedicato tutta la sua vita allo studio della cultura medievale.

12 settembre, 2018

Great battles of Historie medievali: La Battaglia di Meung-sur-Loire

La battaglia di Meung-sur-Loire (15 giugno 1429) fu essenzialmente dovuta all'esigenza, da parte francese, di riconquistare i ponti sulla Loira controllati dagli inglesi durante la Guerra dei cent'anni; inoltre, dopo l'assedio di Orléans, l'armata inglese si era rinserrata nella stessa città e a Beaugency.
Dopo la presa di Jargeau, l'esercito francese, nuovamente radunato a Orléans, si mosse diretto a Beaugency, passando così, il 15 giugno, dinanzi a Meung-sur-Loire, in mano inglese. La città controllava uno dei ponti sulla Loira che, per la sua importanza strategica, avrebbe dovuto essere riconquistato al fine di rendere libera e sicura la strada verso Reims.

Giovanna d'Arco durante l'assedio di Orléans
Il ponte sulla Loira era stato fortificato dagli inglesi; ciononostante fu preso d'assalto dall'esercito regio comandato dal duca di Alencon, al cui fianco vi erano Giovanna d'Arco e Bastardo d'Orléans. I francesi disponevano di circa 4000 uomini, di cui 1200 cavalieri, mentre non si hanno dati certi riguardo la composizione della guarnigione inglese.
Le sorti della battaglia volsero presto a favore dei francesi, anche grazie all'intenso uso dell'artiglieria. La città e il castello di Meung-sur-Loire, tuttavia, non furono attaccati.
I francesi lasciarono una forte guarnigione a difesa del ponte, proseguendo poi per Beaugency, pensando che i comandanti inglesi, John Talbot e Thomas Scales, vi avessero condotto le proprie truppe.

Castello di Meung-sur-Loire
Il 18 giugno, effettivamente, Talbot tentò di sferrare un attacco congiunto insieme con il corpo d'armata condotto da Sir John Fastolf, ma i due comandanti furono pesantemente sconfitti nella battaglia di Patay. La notizia si diffuse rapidamente e i pochi difensori rimasti a Meung-sur-Loire abbandonarono la città, che fu quindi conquistata dai francesi senza incontrare resistenza.
La riconquista di Meung-sur-Loire, insieme con quelle di Beaugency e di Jargeau, assicurò all'esercito francese il controllo dei principali ponti sulla Loira e, come Giovanna d'Arco aveva insistentemente sostenuto, liberò la strada verso le principali città della Valle della Loira, in modo da rendere possibile l'incoronazione del Delfino Carlo a Reims.

07 settembre, 2018

Il re saggio

È fra i buoni regnanti della storia di Napoli. Ha portato alle più alte vette la cultura letteraria ed artistica partenopea, facendo arrivare i migliori nei loro campi: il suo nome è Roberto d'Angiò.

Roberto d'Angiò, il Saggio

Nasce a Torre di Sant'Erasmo, l'odierna Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta, nel 1277. I suoi genitori sono Carlo d'Angiò, re di Napoli e Maria Arpad d'Ungheria, figlia del Re d'Ungheria. È il figlio quartogenito, nonché terzo figlio maschio.
La sua infanzia non fu semplice: a 11 anni infatti, durante la guerra dei Vespri Siciliani, fu fatto prigioniero da re Alfonso III d'Aragona. Roberto rimase imprigionato dal 1288 al 1295 insieme ai fratelli. Alla morte del fratello Carlo Martello, nel 1295, diviene erede al trono di Sicilia. La casata angioina, cercando di riappacificarsi con quella Aragonese, fa sposare Roberto con Jolanda d'Aragona, figlia del re aragonese.

Francisco Hayez - I Vespri Siciliani, vicenda che segnerà l'infanzia di Roberto d'Angiò

La tanto agognata pace, però, non ci fu; di conseguenza la guerra in Sicilia riprese con vigore. Nel 1300 dovette addirittura intervenire Papa Bonifacio VIII per poter porre fine alla guerra: prima inviando Templari, Ospitalieri e genovesi, poi chiedendo allo stesso re di Francia di intervenire. Si arrivò così alla pace di Caltabellotta, dove gli angioini persero l'isola siciliana e rimasero con la sola parte peninsulare del Regno di Napoli.
Nel 1305 Roberto d'Angiò era a capo della lega Toscana, che aveva il compito di portare la pace fra i guelfi di parte bianca e nera.
Con questo bagaglio di esperienza bellico alle spalle, nel 1309 salì al trono di Napoli, dopo la morte del padre: venne incoronato a Lione da Clemente V, e diventerà una delle figure politiche più importanti dell'Italia del tempo: cercò di contribuire alla riappacificazione fra Guelfi e Ghibellini, anche se le cose non andarono per il verso giusto; venne nominato senatore di Roma, signore di Genova e Brescia; contribuì alla respinta di Ludovico il Bavaro.
Viene ricordato come Saggio, per via della sua immensa cultura e per l'amore per le arti. Portò alla corte di Napoli, infatti, Francesco Petrarca, che esaminò personalmente prima che si laureasse poeta in Roma, e Giovanni Boccaccio. Entrambi i poeti lo ricordano come grande e generoso mecenate.

Francesco Petrarca, vissuto alla corte napoletana

Il re angioino riempì Napoli di monumenti: terminò diverse chiese, fra cui Santa Maria Donnaregina, il Duomo odierno, fece costruire la basilica di Santa Chiara, il convento di San Martino, e le chiese vennero decorate dagli allievi di Giotto, che aveva lavorato anni prima a Napoli sotto la reggenza del padre.

Basilica di Santa Chiara, l'opera più monumentale fatta costruire da Roberto d'Angiò. La sua è la quinta navata più alta del mondo

Roberto d'Angiò morirà per febbre il 16 gennaio del 1343. Il suo corpo verrà sepolto nella basilica di Santa Chiara, in una tomba scolpita da Tino di Camaino, che tutt'oggi è una delle più grandi di tutto il medioevo.

Monumento funebre a Roberto d'Angiò, danneggiato durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale

05 settembre, 2018

La biografia medievale

Anche in letteratura, il Medioevo – lungi comunque dall'essere l'età oscura voluta da una certa tradizione – vide la perdita di molte conquiste del mondo classico, tra le quali anche la biografia, che tanta importanza aveva ricoperto in Grecia e a Roma.

Edwinus, monaco benedettino e copista del XII secolo nella prioria di Canterbury
Dimenticati Svetonio e Plutarco, durante il Medioevo fu soltanto grazie al lavoro della Chiesa cattolica, che si dedicò alla raccolta di materiali dedicati a singoli personaggi, che oggi ci ritroviamo con testi che raccontano la vita e le gesta dei più grandi personaggi di quel periodo. 
Gli autori delle biografie medievali erano soprattutto eremiti, monaci e sacerdoti, che si occupavano prevalentemente delle vite dei Padri della Chiesa, dei martiri, dei Papi e dei santi (agiografie), con lo scopo di convertire gli infedeli al Cristianesimo; in Medio Oriente si diffusero con finalità analoghe le biografie di Maometto e dei profeti.

Eginardo, biografo di Carlo Magno
La biografia "laica" più celebre del periodo fu invece la "Vita et gesta Caroli Magni", conosciuta anche come Vita Karoli, scritta dal sovrintendente alle fabbriche e alle imprese artistiche di Carlo Magno, Eginardo. Proprio Svetonio (in particolare per la biografia di Augusto) rappresentò il modello seguito da Eginardo, soprannominato Bezaleel per la sua abilità nell'arte edilizia, e per saper raccontare le gesta e la vita di Carlo Magno. La biografia di Carlo fu realizzata sicuramente dopo l'814, vista l'inclusione anche del testamento di Carlo, che morì proprio in quell'anno. 
Generalmente si tende ad ipotizzare che l'opera sia stata scritta in un periodo che oscilla tra l'817 e l'833. Si tratta di un testo di grande interesse per l'approfondimento che regala sulla vita anche quotidiana dell'Imperatore del Sacro Romano Impero e re dei Franchi, ottenute grazie alla posizione privilegiata dell'autore presso la corte carolingia.

Artù e i cavalieri della tavola rotonda
Verso la fine del Medioevo, le biografie cominciarono ad avere un carattere meno religioso e i soggetti trattati divennero re, cavalieri e tiranni, senza disdegnare anche figure leggendarie; l'esempio più famoso in questo senso è "Le Morte d'Arthur" di Sir Thomas Malory, che raccontava le vicende di Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda.

03 settembre, 2018

Historie Medievali: Feudal Japan, Il Periodo Heian (parte seconda)

Oggi ritorniamo ad occuparci del Giappone feudale durante il periodo Heian (qui trovate la Prima parte). Per spiegare l'origine elitaria dei samurai dobbiamo tornare fino all'inizio, quando certe famiglie acquisirono un eccellente reputazione nelle arti marziali. È solo nel X secolo che si osserva la nascita delle "Casate di Guerrieri Samurai". La formazione di queste unità, basate sul possesso della terra piuttosto che sul patronato, fu lo sviluppo sociale più rilevante di questi anni. Di solito una simile unità era basata su un nucleo familiare centrale spesso legato all'aristocrazia, ma in alcuni casi esisteva una parentela effettiva della Casa Imperiale. Queste "Casate di Guerrieri" o "Clan", prosperavano meglio nelle zone più lontane dalla capitale, dove erano in grado di svilupparsi a spese dei rivali con la minaccia costante degli emishi. Questi fattori di sviluppo si possono già riscontrare nella rivolta di Taira Masakado nel 935 d.C.. Un annale del XII secolo, il Konjaku Monogatari, riporta un resoconto della rivolta e fornisce alcune tracce circa l'idea di un'élite di samurai e la sua importanza.

Due pagine del: "Konjaku Monogatari"

Una caratteristica dell'élite Samurai era la tendenza ad una certa esclusività di classe, la cui appartenenza era ritenuto un privilegio universalmente riconosciuto. La lotta per la proprietà è di importanza capitale in tutta la storia Samurai; spesso le terre venivano acquisite con guerre aperte, ma come, di sovente, è capitato il territorio veniva assegnato insieme ad alte cariche dallo stato stesso, ed i conflitti che si venivano a creare per essere insigniti di tali cariche, potevano essere aspri fino a tramutarsi in vere e proprie campagne militari per l'acquisizione del territorio. La rivolta di Taira Masakado si verificò perché gli fu rifiutata l'importante carica di Kebiishi (al Clan Taira), una carica che gli conferiva il potere di arrestare e punire i criminali. Un ordine dato dal kebiishi veniva eseguito con i pieni poteri delle autorità imperiali e molte casate di guerrieri si fecero una reputazione, inviando le teste dei criminali a Kyoto e ricevendo come ricompensa il governatorato delle province. Divenire un governatore di una provincia significava, per un Samurai, trasformarsi in un piccolo principe, godere di una buona parte dei prodotti delle terre sotto la sua responsabilità, ragion per cui il kebiishi era una posizione molto ambita.

Il kebiishi raffigurato nel dipinto "La storia del grande ministro Ban", XII secolo circa.

La serie di eventi nella storia Samurai fu il processo mediante il quale questi guerrieri, proprietari terrieri ed appartenenti ad un'élite, si evolsero dalla loro condizione di servi degli Imperatori, di soppressori di ribelli e Barbari, per divenire di fatto la classe governante del Giappone, riducendo così l'Imperatore ad una figura prettamente simbolica, soggetto alla dittatura militare. Questa rivoluzione ebbe luogo nella seconda metà del XII secolo e fu una diretta conseguenza della guerra civile tra due clan, quello dei Minamoto e dei Taira, chiamata Guerra Gempei. Risulta molto importante rilevare che, nelle prime battaglie fra Samurai durante la Guerra Gempei, è presente una terza forza, ovvero contingenti di monaci-guerrieri: gli Sohei. I monaci erano infatti guerrieri formidabili, anche se assolutamente inaffidabili come alleati, dato che il loro scopo primario era difendere gli interessi del tempio al quale appartenevano. I samurai temevano i monaci, ma fronteggiarli voleva dire ottenere grossi meriti. La prima battaglia tra Taira e i Minamoto a cui presero parte anche i monaci, fu la Prima Battaglia di Uji, nel 1180.

Dipinto rappresentante la Guerra Gempei in alcune battaglie