30 novembre, 2018

Proposte di lettura: Lo sterco del diavolo

Jacques le Goff è stato uno degli storici più prolifici, a livello letterario, in ambito medievale. Oggi vi proponiamo il suo lavoro incentrato sull'uso del denaro nel Medioevo ed intitolato "Lo sterco del diavolo".



Il denaro, nel senso in cui lo intendiamo oggi, è un prodotto della modernità. Non è un protagonista di primo piano del Medioevo, né dal punto di vista economico e politico, né da quello psicologico ed etico; è meno importante e meno presente di quanto non lo fosse nell'Impero romano, e soprattutto assai meno centrale di quanto non diventerà nei secoli successivi. Dai pulpiti medievali risuona la condanna dell'avarizia come peccato capitale e le parole dei monaci e dei frati elogiano la carità ed esaltano la povertà come ideale incarnato da Cristo. Non l'accumulo, non la ricchezza garantiscono il buon vivere. La salvezza è nel dono e nel sostegno ai deboli. La pecunia è maledetta e sospetta, perché né il denaro né il potere economico sono arrivati a emanciparsi dal sistema globale di valori proprio della religione e della società cristiana. La moneta sonante tornerà a girare con i rifornimenti di metallo prezioso, con lo sviluppo dell'economia cittadina, con la fondazione alla fine del XV secolo di istituti di credito per la sussistenza di molti poveri, e con la nascita di una sorta di mercato unico. Sarà una rivoluzione lenta e silenziosa a modificare i pensieri delle donne e degli uomini del Medioevo e della stessa Chiesa, una rivoluzione che ha il nome di "capitalismo".

Le Goff illustra tutto questo nel suo stile, con cui ha sempre cercato di divulgare al grande pubblico l'era medievale nei suoi molteplici aspetti. Un libro da leggere se si vuole avere un'idea di quale fosse il rapporto col denaro in quell'epoca lontana.

28 novembre, 2018

Historie Medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:


BRASCIOLE DI CARNE DI VITELLO

Ingredienti:
6 fettine di carne di vitello abbastanza spesse (meglio se di coscia);
6 fettine di lardo;
sale; 
semi di finocchio pestati al mortaio.

Procedimento
Battere leggermente le fette di carne badando di non assottigliarle troppo.
Cospargerle di sale e semi di finocchio e, se si ha tempo, farle riposare così per una mezz'oretta. Metterle a cuocere sulla graticola (non avendo a disposizione né brace né graticola, le si può arrostire al forno, su di una griglia e il risultato sarà ugualmente delizioso), ponendoci sopra una fetta di lardo che le manterrà umide. A questo punto bisogna fare attenzione che le fettine non si secchino troppo.
Servirle ben calde, accompagnate generosamente da un buon vino.


LA CARBONATA

Ingredienti:
8 fettine di pancetta salata spesse circa ½ cm;
1 cucchiaino di zucchero;
1/4 di cucchiaino di cannella;
1 cucchiaio di prezzemolo tritato; 
il succo di un'arancia amara (o un'arancia + un limone).

Procedimento
Mettere le fettine di pancetta su una piastra o una bistecchiera ben calda, farle rosolare bene da entrambi i lati. Servire a tavola molto calde cosparse con lo zucchero, la cannella e il succo di arancia, scaldati brevemente in precedenza in un pentolino fino al completo scioglimento dello zucchero.

25 novembre, 2018

La Nascita della Regola dei Templari e la Gerarchia dell'Ordine

Come accennato in altri articoli, i Cavalieri Templari osservavano i tre precetti agostiniani di castità, povertà e obbedienza, ma in seguito alla crescente importanza economica e spirituale che il loro Ordine andava gradatamente acquistando, soprattutto grazie a donazioni, elargizioni e al largo consenso che riscuoteva un po' ovunque, si rese necessaria la formulazione di una regola ad hoc, sul modello di quelle che erano alla base degli ordini monastici tradizionali. Questa regola fu stabilita da due documenti: la Regola, approvata nel corso del Concilio di Troyes, che si tenne nell'omonima località nel 1129 e la bolla Omne datum Optimum di Papa Innocenzo II, emanata nel 1139.
Per la formulazione del testo della Regola fu chiamato Bernardo di Chiaravalle, una delle personalità di maggiore spicco della cristianità occidentale e principale diffusore della nuova regola cistercense.
Bernardo di Chiaravalle in un manoscritto medievale
Sin dalla nascita dell'Ordine dei Templari egli fu un loro convinto sostenitore, tanto da scrivere un breve trattato in difesa dei loro ideali, il De Laude Novae Militiae. Nel trattato Bernardo pone a confronto la nuova Militia Christi con la cavalleria del tempo: la cavalleria combatte esclusivamente per i propri interessi, così, se i cavalieri uccidono qualcuno, commettono un peccato mortale, mentre se vengono uccisi, perdono la loro anima. Inoltre il loro meraviglioso equipaggiamento è solo un inutile "ornamento da femmina". I nuovi cavalieri, invece, non uccidono per il loro bieco interesse, ma solo quando i pagani minacciano e opprimono i cristiani. Dunque "il cavalieri di Cristo dà la morte in tutta sicurezza e la riceve con assicurazioni ancora maggiori. Se muore, è per il suo bene, se uccide è per Cristo...Uccidendo un malfattore egli non commette un omicidio, ma, se oso dirlo, un malecidio" (De laude novae militiae, III, 4). Per compiere tutto ciò, i nuovi cavalieri non hanno bisogno di tutti quegli orpelli di cui usavano vanitosamente ornarsi i cavalieri, perché nel loro comportamento, così come nei loro ideali, non c'è né frivolezza né desiderio di gloria mondana.

Raffigurazione tipica dei Cavalieri Templari in un manoscritto inglese del 1250
La regola che ne seguì era composta di 72 articoli suddivisi in diverse parti. I primi sette articoli riguardavano la vita religiosa dell'Ordine, i seguenti undici regolavano la vita quotidiana, mentre i successivi disponevano la gerarchia dell'Ordine. Nel 1139 Papa Innocenzo II emanò la bolla Omne datum Optimum con la quale, per provvedere ai bisogni spirituali dell'Ordine, gli concesse di avere un proprio clero e proprie chiese, liberandolo da qualsiasi vincolo con l'autorità religiosa. Esso poté così costruire chiese e ordinare sacerdoti in totale indipendenza; inoltre, poiché non aveva alcun tipo di vincolo di fedeltà nei confronti del potere laico, l'Ordine si trovò totalmente padrone di se stesso e libero da qualsiasi tipo di autorità.
La gerarchia dell'Ordine era suddivisa in un Capo supremo che era il Gran Maestro, eletto da un Capitolo ristretto di cavalieri. Nonostante disponesse di ampi poteri, egli era comunque soggetto a molte limitazioni, in quanto l'organo supremo dell'Ordine era il Capitolo Generale, formato da alti ufficiali. Vi erano inoltre altri due tipi di Capitolo: il Capitolo Ordinario, che si riuniva ogni settimana per decidere questioni inerenti alla gestione ordinaria e il Capitolo Provinciale, che si riuniva quando venivano segnalati conflitti importanti attinenti alla vita dell'Ordine. Oltre al Gran Maestro, gli altri alti ufficiali erano il Siniscalco rappresentante del Maestro, e il Maresciallo, responsabile degli affari di natura prettamente militare. Vi erano poi i comandanti incaricati dell'amministrazione delle singole province. Il comandante del Regno di Gerusalemme fungeva anche da tesoriere dell'Ordine, mentre i restanti nove comandanti di Antiochia, Tripoli, Aragona, Portogallo, Apulia, Francia, Poitou, Inghilterra e Ungheria, non avevano altre funzioni specifiche. Ogni provincia era divisa in case, per ognuna delle quali vi era un comandante, mentre tutte le case erano sottoposte al controllo da parte del comandante dei cavalieri della provincia, che agiva come luogotenente del Gran Maestro. In stato di guerra, la divisione del comando corrispondeva esattamente alle gerarchie amministrative.

La gerarchia dell'Ordine Templare nel 1165

24 novembre, 2018

La Nascita della Filigrana

La filigrana è un marchio di fondo che spesso è visibile, anche oggi fra le righe di un testo, nei fogli di carta. Il marchio, di solito, rappresenta la cartiera che ha fabbricato quella determinata carta; ragion per cui, nello studio dei testi passati, rappresenta un elemento fondamentale per collocare geograficamente e temporalmente un determinato documento.

Esempio di filigrana

Nel XII Secolo la carta, importata dal Medio Oriente e già cominciata ad usare nell'XI secolo, cominciò a prendere il posto della più costosa pergamena. Già i cinesi, quasi un millennio prima, erano riusciti ad ottenere questo materiale essiccando e pressando una pasta di corteccia di particolari alberi; gradualmente, questa tecnologia si è diffusa sempre più verso ovest fino ad arrivare in Europa. Fabriano, in Italia, è stata una delle prime città ad intuire la convenienza economica di questo nuovo materiale; già nella seconda metà del 1300 Bartolo da Sassoferrato, insigne filosofo che studiò e lavorò nell'Italia centro settentrionale, in un suo trattato sull'araldica scrisse che gli artigiani di Fabriano erano soliti firmare i loro prodotti per certificarne l'origine, fra cui la carta. Nella figura sottostante, riportiamo il passaggio di suddetto trattato; questo è il documento più antico che si ha e che testimonia l'uso della filigrana.

Passaggio del manoscritto in cui si parla della filigrana di Fabriano

Il passaggio cita testualmente: "Exemplum: in marchia Anchonitana est quoddam castrum nobile cuius nomen est Fabrianum, ubi artificium faciendi cartas de papiro principaliter viget, ibique sunt edificia multa ad hoc et ex quibusdam edificiis meliores carte proveniunt, licet ibi faciat multum bonitas operantis. Et, ut videmus, quodlibet folium carte suum habet signum propter quod significatur cuius edificii est carta.".

Che tradotto significa:  "Un esempio: nella marca anconitana si trova la località di Fabriano, dove è particolarmente fiorente l’industria della carta e si trovano molti edifici adibiti a questo scopo, in alcuni dei quali viene prodotta una carta migliore, dato che riveste una grande importanza l’abilità dell’artigiano. Come si può vedere, ogni foglio di carta ha il suo segno, dal quale si può riconoscere da quale officina proviene la carta."

La più antica testimonianza di carta filigranata risale al 1282. Ma come si procedeva nell'incisione del marchio? Si pensa che esso sia stato lasciato incidentalmente dalla torsione di un'asticella della forma della pressa che comprime la pasta di carta. Da quel momento, ogni artigiano pensò di creare un suo segno e farne un marchio che rappresentasse una sorta di sigillo di qualità.

Filigrana in un codice conservato presso l'Accademia della Crusca

La filigrana, nel corso della storia, assumerà importanza in quanto simbolo di prestigio per documenti di un certo rilievo, ed in futuro anche per le banconote, in quanto usata come una delle tecnologie per evitarne la contraffazione.
Un'altra delle grandi tecnologie medievali nata con l'introduzione della carta, importante mezzo che consentirà un'accelerata nella diffusione del sapere e della conoscenza nell'Europa dell'epoca.

21 novembre, 2018

The Great Battles of Historie Medievali: la Battaglia di Tinchebray

La battaglia di Tinchebray venne combattuta nell'omonima cittadina della Normandia, il 28 settembre 1106, tra la fora di invasione guidata dal re Enrico I d'Inghilterra e suo fratello maggiore, Roberto II di Normandia.

Miniatura del Maestro di Bedford della battaglia di Tinchebray (XV secolo)
La guarnigione di Enrico era composta da circa 8400 uomini, di cui 2400 cavalieri, tra normanni, angioini e bretoni, e 6000 fanti, sia inglesi che normanni. Il re aveva organizato il suo esercito in tre gruppi: Ranulfo di Bayeux, Roberto di Beaumont, Il conte di Leicester, Guglielmo di Warenne e il conte di Surrey erano al comando delle due forze primarie; una riserva, capeggiata da Elia I del Maine, era collocata su un fianco dello schieramento, fuori dalla visuale nemica. Tra le fila di Enrico, si annoveravano anche Alano IV di Bretagna, Guglielmo d'Evreux, Ralph di Tosny, Roberto di Monfort e Roberto di Grandmensil.
Lo schieramento di Roberto II era composto invece da circa 6700 uomini, di cui circa 700 erano cavalieri, la restante parte di fanteria. I suoi soldati erano guidati da Guglielmo di Mortain e Roberto II di Belleme.

Roberto II di Normandia catturato durante la battaglia di Tinchebray, di James William Edmund Doyle
La battaglia durò soltanto un'ora circa. Enrico scese da cavallo ed ordinò alla maggior parte dei suoi cavalieri di fare altrettanto. Questo era insolito per la tattica di battaglia dei Normanni, e significava che la fanteria avrebbe giocato un ruolo decisivo nello scontro. La forza di riserva di Enrico risultò decisiva per le sorti dello scontro. La maggior parte dell'esercito di Roberto venne catturata od uccisa. Tra i prigionieri figuravano: Roberto stesso, Edgardo Atheling (zio della moglie di Enrico) e Guglielmo di MortainRoberto di Bellême, comandante della retroguardia del Duca, guidò la ritirata, salvandosi dalla morte o da una quasi sicura cattura. La maggior parte dei prigionieri vennero rapidamente liberati, ma Roberto e Guglielmo di Mortain trascorsero il resto della loro vita in carcere.

Schema tattico della Battaglia di Tinchebray

16 novembre, 2018

Le vette dell'arte medievale: La cattedrale di Metz

Uno dei più grandi capolavori francesi si trova a Metz. Dedicata a Santo Stefano, è una delle più belle e maestose opere gotiche mai realizzate al mondo.

Prospetto laterale della cattedrale di Santo Stefano

Alta più di 40 metri, ha impressionato i visitatori per le sue maestose vetrate, che coprono la strabiliante superficie di 6.500 metri quadri.
La sua edificazzione iniziò nel 1120, su di una basilica del X secolo ad opera del vescovo Conrad de Scharfenberg. Fondamentalmente la costruzione si svilupperà in due fasi: la prima vedrà la ricostruzione delle navate e delle torri, evento molto insolito, in quanto normalmente i cantieri iniziavano dal coro; la seconda si occuperà del transetto e del coro.
Si iniziò con la demolizione, fino alle fondamenta della navata ottoniana, e con il conseguente elevamento dei muri delle navate e la posa delle basi dei pilastri. Il materiale usato fu il Calcare di Jaumont, una pietra locale con forti presenze ferrose che le conferiscono il caldo color ocra. Sotto l'episcopato di Jacques de Lorraine (1239-1260), le parti del nuovo cantiere vennero già modificate. Lo slancio gotico doveva essere la prima considerazione. Si decise anche di abbattere la collegiata di Notre-Dame per integrarla al nuovo stile della cattedrale.

Vetrate della facciata

Con avverse vicende, la costruzione procedette. Nella seconda metà del XIII secolo le due elaborate torri della cattedrale furono terminate. I fondi sembravano non bastare per l'ambizioso progetto, così verso il 1330 venne fondata la Confrérie de Sainte-Marie et de Saint-Étienne (Confraternita di Santa Maria e Santo Stefano), con lo scopo di raccogliere nuove entrate con le offerte dei fedeli, vendita delle Indulgenze, ecc. I finanziamenti non furono cospicui e provocarono un'intermittenza continua del cantiere, che comunque vide finire la copertura del tetto verso la metà del XIV secolo e la costruzione della quinta cappella destra grazie alla donazione del vescovo Adhémar de Monteil.
Nel 1356 l'Imperatore Carlo IV, venuto a Metz per promulgare la Bolla d'oro, venne accolto nella cattedrale. La prima campagna dei lavori poté dirsi terminata con la volta della navata, di 41,41 metri, nella corsa ai record gotici. 

Navata centrale della cattedrale di Metz

L'interno è slanciato, imponente. Ma ciò che impressiona di più è la commovente serie di vetrate che caratterizzano la cattedrale, che con i suoi 6500 metri quadrati, costituisce la più grande composizione vetraria di tutta l'Europa intera.
La maggioranza delle vetrate è stata posizionata fra il XII ed il XIV Secolo: su di esse sono istoriate vicende di santi, evangelisti ed apostoli. Solo il coro ed il braccio sud vengono aggiunti nel XVI Secolo, mentre Marc Chagall disegnerà alcune delle vetrate che verranno distrutte nel corso della seconda guerra mondiale.

Vetrate del coro (XVI Secolo) e del transetto nord, di epoca medievale

Le vetrate conferiscono alla struttura una luminosità policroma quasi unica nel suo genere. Esempio straordinario del genere artistico che ormai aveva preso piede nel Medioevo.

14 novembre, 2018

I bagni pubblici

Anche se si dà per scontato che l'igiene personale nel Medioevo fosse pressoché quasi inesistente, pur non avendo fonti certe al riguardo, ciò non vuol dire che fosse nulla: abbiamo la certezza che intorno alla metà del 1100, in molti centri di ItaliaSpagna cristianaInghilterra e Germania, sorsero numerosi "balnea", ovvero bagni pubblici in cui le persone potevano recarsi per lavarsi.
Queste strutture, che in parte ricordavano le terme romane, furono di ispirazione all'utilizzo anche in Europa grazie al modo d'uso che ne facevano gli islamici, e che prontamente gli Europei portarono dopo la conquista della Terra Santa durante la prima Crociata. Erano dotate di vasche riempite con acqua riscaldata grazie al fuoco a legna e di “stufe”, stanze simili alle nostre saune. I bagni pubblici medievali, a differenza delle antiche terme romane, non erano considerati luoghi di aggregazione e di incontro dove conversare e socializzare con gli altri, ma solo come una meta quasi obbligata per essere più puliti e in salute, visto che il loro utilizzo doveva servire anche, si sperava, ad allontanare  le malattie.

Bagni pubblici medievali in Borgogna intorno al XV secolo. Uomini e donne si lavano insieme, i più ricchi mangiano durante il bagno
I bagni nel Medioevo avevano infatti anche una funzione curativa e molti medici li prescrivevano a tutti quei pazienti che, a loro giudizio, necessitavano di terapie a base di calore ed umidità.
Non mancarono tuttavia i pareri contrari, soprattutto quando iniziarono a diffondersi, tra la popolazione, affezioni attribuite proprio alla frequentazione di questi luoghi; la causa, probabilmente, era dovuta alla loro promiscuità e alla mancanza di alcune elementari norme di sicurezza.

Il rituale del bagno nel Medioevo
All'inizio i bagni pubblici erano aperti a persone di entrambi i sessi e di ogni età che, denudatisi completamente, si immergevano insieme in acqua o nel vapore, una prassi non solo discutibile dal punto di vista sanitario, ma che con il tempo fece anche sorgere scandali e polemiche sulle attività che si riteneva accompagnassero il rituale del bagno; voci non troppo infondate, a giudicare da quanto si può leggere su alcuni manoscritti tardomedievali, li dipingono più come case di tolleranza, che come ambienti adibiti all’igiene e alla cura del corpo.
Sembra in effetti che, nella maggior parte di queste strutture, lavorassero donne "disponibili" non solo a tagliare i capelli e a radere barbe, ma anche a prestazioni "extra" da compensare con pochi denari.

Sala da bagno pubblica 
In un simile stato di cose l’intervento delle autorità divenne indispensabile: si stabilì che uomini e donne dovessero recarsi presso i bagni pubblici in giorni differenti, fissati su un calendario, e si vietarono del tutto immersioni e trattamenti misti.
Ma neanche i suddetti provvedimenti furono sufficienti ad eliminare la prostituzione da questi luoghi, che per i loro proprietari costituiva una fonte di guadagno decisamente redditizia, i quali quindi non avevano alcun interesse a limitarne l’accesso; a tanta ostinazione fecero seguito continue denunce, che finirono inevitabilmente per sancire la fine degli stabilimenti stessi.
Dopo quelli di Londra, i primi ad essere vietati, tutti i balnea europei vennero chiusi l’uno dopo l’altro nel corso del XV secolo.

09 novembre, 2018

Cecco Angioleri

«S’i’ fosse foco, ardereï ‘l mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempestarei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil’ en profondo»
Chiunque abbia un minimo di passione per la letteratura ha letto, o ascoltato, almeno una volta, questi versi carichi di ardore e di irriverenza. Colui che li ha scritti era un senese contemporaneo di Dante, ed il suo nome era Francesco, meglio conosciuto come Cecco, Angioleri.

Ritratto di Cecco Angioleri. Da notare il sorriso, tipico del tratto caratteriale del personaggio

Figlio di un banchiere di Siena, nasce intorno al 1260. Vivace di carattere, si nota la sua indifferenza verso il potere e le cariche precostituite già in alcuni documenti risalenti al 1281: infatti all'epoca stava partecipando, con delle armate Guelfe, all'assedio di un castello Ghibellino nei pressi di Roccastrada, vicino Grosseto; durante l'assedio infatti, allontanatosi dal campo diverse volte, fu multato. Venne multato varie volte anche a Siena, in quanto girava di notte ben dopo il coprifuoco. Il temperamento irriverente, quasi prossimo alla delinquenza, diviene evidente quando finisce implicato nel ferimento di un concittadino, anche se poi scamperà alla condanna. Nel 1289 conosce, durante la battaglia di Campaldino, Dante Alighieri, con cui avrà una corrispondenza negli anni a venire: infatti, quando viene bandito da Siena per ragioni politiche, a lui scrive per parlargliene.

Casa natale di Cecco Angioleri a Siena

In difficoltà economiche, nel 1302 vende un podere di famiglia, ed è questo l'ultimo documento diretto che testimonia il poeta in vita. Si sa solo che dopo il 1303 è a Roma, sotto la protezione del Cardinal Riccardo Petroni, e che avrà dei figli. Probabilmente morì, pieno di debiti, fra il 1310 ed il 1313.

Da una vita così movimentata scaturisce una poesia colma di ironia, irriverenza, tagliente, caricaturale, che si burla del Dolce Stil Novo, che era lo stile poetico all'epoca in voga e che andava per la maggiore, calata nella realtà popolana dei vicoli di Siena. Donnaiolo, amante del gioco e del vino, c'è un sonetto con cui lui stesso ben si descrive:

«Tre cose solamente mi so ’n grado,
le quali posso non ben men fornire:
ciò è la donna, la taverna e ’l dado;
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire»
Importante sottolineare, infine, che i suoi sonetti spesso contengono allusioni autobiografiche, per lungo tempo considerate vere: si veda, ad esempio, l'amore per la linguacciuta Becchina, le diatribe con la moglie, pettegola e arcigna, una vita gaudente e spensierata trascorsa tra i dadi ed il buon vino. Sebbene sia fuori di dubbio che sia stato un uomo dal temperamento ardente, scapigliato, e che la sua vita sia stata segnata dalla sregolatezza e della dissipazione, è da escludere che le sue composizioni contengano precise indicazioni autobiografiche.

Chiesa di San Cristoforo a Siena, presunto luogo di sepoltura di Cecco Angioleri

In sintesi, Cecco Angioleri è l'aspetto irriverente di un mondo che cerca di elevarsi verso il divino, verso la bellezza pura. Mentre Dante cerca la strada verso la contemplazione di una Somma Bellezza, Cecco ne è il rovescio della medaglia: è quell'aspetto carnale, quotidiano, passionale e di grande forza emotiva che dà testimonianza di una società complessa, fatta da molteplici peculiarità e contrasti.

07 novembre, 2018

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che oggi vi proponiamo, sono le seguenti:


CINGHIALE IN UMIDO

Ingredienti (per 4 persone):
500 gr. di carne di cinghiale a spezzatino (chiedete una parte per arrosto);
mezzo litro di vino rosso di buona qualità; 
1 bicchiere di aceto di vino di buona qualità; 
1 cucchiaino di zenzero in polvere;
 1 cucchiaino di cannella in polvere; 
1 pizzico di chiodi di garofano; 
5 bacche di ginepro;
abbondante pepe; 
1 rametto di rosmarino; 
sale; 
mezza cipolla rossa; 
olio; 
1 noce di burro
polenta fritta (opzionale).

Procedimento
Innanzitutto preparate la marinata: mescolate in un contenitore, il cinghiale, le spezie e il rosmarino unendo poi il vino e l'aceto. Lasciate a marinare tutta la notte in frigo. Questo passaggio serve per eliminare ulteriormente l'eccessivo gusto selvatico alla carne. Mettete sul fuoco una padella in cui fate sciogliere il burro con l'olio.

Nel frattempo affettate la cipolla e sgocciolate per bene la carne e, se riuscite, asciugatela un po'. Mettetela poi in padella e fatela rosolare per bene. Filtrate la marinata e aggiungetela alla carne, insieme alla cipolla, e salate. Fate prendere il bollore, coprite e lasciate cuocere per un'ora, controllando di tanto in tanto che non si asciughi troppo, nel caso tenete un po' di brodo caldo e aggiungetene un mestolo.

Passata l'ora assaggiatene un pezzo, se è morbido, spegnete il fuoco e dedicatevi al sughetto. Se vi siete tenuti generosi con il brodo, fate rapprendere un po' il sugo spolverizzandolo con della farina; se invece vi resta abbastanza asciutto aggiungetevi giusto un goccio di brodo e fatelo andare ancora un po'. Servitelo bello caldo accompagnato da frittini di polenta.


COPPIETTE AL MODO ROMANO

Ingredienti:
600 gr. di polpa di manzo;
100 gr. di lardo; 
1 cucchiaio abbondante di semi di coriandolo;
sale grosso; 
spiedini di legno o di metallo.

Procedimento
Tagliare la polpa di manzo a pezzi "grandi come due uova" e inciderli nel mezzo senza arrivare a staccarli. Inserire nelle incisioni dei pezzi di lardo, dopodichè infilare due o tre pezzi di carne su ogni spiedino. Pestare insieme, nel mortaio, il sale grosso e i semi di coriandolo, e utilizzare questo composto per spolverare gli spiedini ottenuti. Cuocere in forno caldo o sulla bistecchiera.

05 novembre, 2018

Historie Medievali: Feudal Japan, Il Periodo Heian (terza ed ultima parte)

Oggi ritorniamo a parlarvi della terza ed ultima parte del Periodo Heian del Giappone medievale. Per chi si fosse perso i precedenti articoli, ecco dove trovarli: Periodo Heian prima parte Periodo Heian seconda parte .
La maggior parte dei resoconti della Guerra Gempei riguarda le lunghe campagne di Minamoto Yoshitsune, il generale più abile dei Minamoto ed uno dei più famosi samurai mai esistiti. Le battaglie che lo resero più famoso, furono quelle contro i Taira, ma egli iniziò la sua carriera sconfiggendo il cugino che viveva in montagna, chiamato Minamoto Yoshinaka. Yoshinaka aveva servito egregiamente la causa dei Minamoto, sconfiggendo Taira nella battaglia di Tonamiyama del 1182, dove era riuscito ad intrappolare l'esercito nemico dei Taira in una vallata senza via d'uscita. Il suo trionfo incentivò i suoi cugini ad affrontarlo. Una volta eliminate le ambizioni personali di Yoshinaka, i Minamoto poterono finalmente concentrarsi sulla disfatta dei Taira, che avevano tra le mani il piccolo Imperatore, nipote di Taira Kiyomori.

Stemma del Clan Taira
Una delle forze dei Taira era il dominio sul mare: essi disponevano di una vera e propria flotta, e di una serie di basi lungo le coste del Mare Interno. In ben tre occasioni riuscirono a resistere agli attacchi di Yoshitsune; la prima battaglia importante tra i due contendenti fu la battaglia di Ichi-no-tani nel 1184. Ichi-no-tani era una fortezza eretta sulle coste del Mare Interno, vicino all'attuale città di Kobe. Essa era difesa su due lati da palizzate, mentre il terzo lato era aperto al mare, dove vi erano pronte navi da fuga; il lato posteriore della fortezza era difeso dalle ripide scogliere. L'attacco di Yoshitsune diede prova della grande immaginazione e del suo coraggio.Vi furono numerosi combattimenti individuali sulla spiaggia, dove molti samurai si sfidarono in duelli singoli, entrando nel pantheon delle gesta eroiche dei più grandi.

Raffigurazione della Battaglia di Ichi-no-tani
Sconfitti e costretti alla fuga, i Taira portarono con se il piccolo Imperatore Antoku, la cui cattura era stata lo scopo principale dell'attacco; mesi dopo Yoshitsune riuscirà a ritrovare le loro tracce a Yashima, sull'isola di Shikoku. La battaglia fu combattuta nelle secche che allora dividevano l'isola Yashima da Shikoku. La battaglia di Yashima non fu decisiva, come del resto non lo era stata quella di Ichi-no-tani, poiché ancora una volta il piccolo Imperatore sparì misteriosamente via mare. Nell'aprile del 1185 si arrivò alla resa dei conti: entrambi gli eserciti si fronteggiarono nella battaglia navale di Dan-no-Ura nello Stretto di Shimonoseki. La battaglia fu lunga e sanguinosa e può essere considerata navale soltanto dal punto di vista dell'impiego di navi come piattaforma di guerra per arcieri e soldati armati di spade, dato che vi furono ben poche manovre navali. La battaglia si concluse con la completa disfatta dei Taira ed uno dei più ingenti suicidi di massa nella storia dei samurai. I Taira furono sconfitti da un attacco travolgente; il piccolo Imperatore Antoku fu annegato e la copia della sacra spada, uno dei tre oggetti che faceva parte delle insegne imperiali giapponesi, venne dispersa per sempre. La sconfitta del clan dei TairaDan-no-Ura fu così terribile che nacquero in proposito molte leggende che narravano di spiriti, mari di sangue e granchi con lo spirito dei samurai morti. Si tratta ancor oggi di una delle battaglie più decisive nella storia del Giappone. Minamoto Yoshitsune, tuttavia, non fu il membro del clan che più beneficiò della sconfitta dei suoi rivali, bensì fu suo fratello maggiore Yoritomo che era a capo del clan, a trarne maggior vantaggio. Yoritomo distinse la sua politica da quella dei Taira, infatti creò un nuovo sistema di governo militare a carattere ereditario sotto un dittatore conosciuto come Shogun, termine oggigiorno assai comune come quello di samurai. Nel 1192 Minamoto Yoritomo divenne primo Shogun a capo di un governo shogunale. Il trionfo dei Minamoto fu completo, come totale fu la supremazia dell'élite militare dei samurai.

Minamoto Yoritomo

02 novembre, 2018

La nave ritrovata

Il Medioevo è un'era lontana, e molti suoi frammenti sono andati persi con lo scorrere del tempo. Esattamente come accade per  l'età classica, un grande aiuto per ricostruire il passato viene dall'archeologia e dalle moderne tecnologie. Oggi vi riportiamo una delle tante scoperte fatte negli ultimi anni: quella di una nave vichinga ritrovata in Norvegia.
Siamo a Jellestad, un villaggio al confine fra la Norvegia e la Svezia, non lontano dalle acque dello stretto di Kattegat, un braccio di mare che divide la penisola scandinava dalla Danimarca. In quelle campagne è presente il tumulo di Jellhaugen.

Tumulo di Jellhaugen

Questo tumulo è un monumento nazionale, in quanto è il secondo tumulo funerario, di epoca vichinga, più grande di tutta la Norvegia. Essendo un luogo importante del passato di questo paese, i ricercatori del Norwegian Institute for Cultural Heritage Research (NIKU) hanno studiato attentamente quelle campagne a livello archeologico. Quando si studia un territorio alla ricerca di nuovi reperti che emergono dal passato, un grande aiuto all'archeologia viene dalla geologia. Infatti, le forme del paesaggio sono spesso lette dai geologi per intuire o meno la presenza di un sito sotterrato; ma quando un sito potenzialmente interessante nasconde bene le sue tracce, una branca della geologia, la geofisica, corre in aiuto degli studiosi: attraverso uno strumento chiamato georadar, un radar che, attraverso l'emissione di onde elettromagnetiche nel terreno, ne restituisce un'immagine ad alta risoluzione dei primi metri di profondità, è stato possibile investigare a fondo le campagne intorno al tumulo di Jellhaugen. I risultati sono stati stupefacenti, guardiamoli insieme:

Area investigata col georadar

Quella in foto è un'immagine della campagna investigata intorno al tumulo funerario. Di seguito riportiamo la mappa fatta dai ricercatori della NIKU, attraverso l'uso del georadar:

Immagine ottenuta attraverso l'uso del georadar

Esattamente come in una radiografia, si notano delle aree più chiare e delle aree più scure. Le aree più scure sono così, perché i materiali presenti hanno reagito diversamente rispetto al terreno circostante, a dimostrazione che lì sotto c'è qualcosa. Ebbene, le interpretazioni hanno fatto intuire che, a 50 centimetri di profondità, sono presenti i resti di una nave vichinga. Nell'immagine, l'area all'interno della circonferenza rossa.

Al centro dell'immagine, in verde, l'area della nave vichinga; in rosso altri tumuli ed in arancione delle strutture portuali.

Come detto nella didascalia, sono presenti passerelle in legno, una nave e resti di tumuli. I resti dei tumuli rinvenuti sono stati spianati dalle attività agricole che si sono effettuate nel corso dei secoli; la scoperta della nave da parte della NIKU è molto importante, visto che ce ne sono solo tre ben preservate in tutta la Norvegia.
Una delle domande che si fanno gli autori della scoperta è quanto sia preservata la nave. Per rispondere a tale domanda, però, è necessario effettuare ulteriori indagini, inclusa un'attenta campagna di scavo. Attenta, perché è necessario non danneggiare ulteriormente il delicatissimo relitto del passato.


Particolare radar della nave vichinga. Si notano chiaramente i due fianchi del vascello

Una ricostruzione della forma della nave, da parte degli archeologi della NIKU, è riportata nella seguente immagine.

La nave vichinga - ricostruzione

Storie del genere ci fanno capire quanto sia importante il concorso di più discipline, sia per scoprire, che per ricostruire frammenti del passato. In questo caso archeologia, storia, geologia e geofisica, insieme, hanno contribuito a ricostruire un pezzo importante delle radici della Norvegia, oltre che a ritrovare quella che potrebbe essere la quarta nave vichinga arrivata fino a noi dal passato.