31 dicembre, 2018

Le Origini della Staffa

Oggi ci occuperemo di un argomento davvero interessante, l'uso di un oggetto poco comune durante l'epoca medievale: stiamo parlando della Staffa.
Molti studi sono stati effettuati per capire quando la staffa sia entrata in Europa durante l'epoca medievale, e oggi gli storiografi avvicinano l'uso di questo oggetto tra il IV e il VI secolo dopo Cristo. Non se ne hanno tracce prima del IV secolo; stando ai ritrovamenti e alle testimonianze al momento disponibili, divenne frequente solo nel secolo successivo.

Staffe Avare in ferro del 5°-7° sec. d.C. dalla Ungheria

Basandoci su ritrovamenti in siti archeologici, è possibile affermare che le prime staffe rinvenute in Europa risalgono al IV secolo dopo Cristo, appartenenti a cavalieri Sarmati rinvenuti nel bacino del fiume Kuban a nord del Caucaso. Altre staffe sono risalenti al V secolo dopo Cristo, rinvenute in alcune tombe di Unni di Ungheria; realizzate in ferro con la fessura per il passaggio dello staffile, la forma è quella consueta che si utilizza ancora oggi. In occidente, stando alle cronache del tempo, uno dei primi condottieri che ne fece uso fu il principe bizantino Belisario.

Presunto ritratto di Belisario in un mosaico della Basilica di San Vitale a Ravenna

L'adozione della staffa non si diffuse immediatamente in tutta Europa, tanto che fino all'VIII secolo, continuano ad apparire figure di cavalieri che ne sono sprovvisti; un esempio da citare è quello del popolo Germanico del nord Europa, i Longobardi, che seppur venuto a contatto con gli Avari delle steppe nel V e VI secolo, non ne apprese l'uso immediatamente, per poi adottarlo durante la migrazione verso l'Italia, dove ne presero conoscenza (si pensa che ne abbiano capito l'utilizzo nei vari scontri avvenuti sui campi di battaglia contro gli Avari stessi). Come abbiamo detto, la staffa fu per prima inventata e utilizzata in Asia; infatti in Cina, di cavalieri con staffe ne compaiono diversi sulle sculture funerarie in terracotta della dinastia mongolo-tartara Wey, del 500 dopo Cristo circa; un'altra testimonianza scritta, risalente al 477 d.C. è di una biografia di un capo militare cinese che ne attribuisce la paternità ai popoli Nomadi delle steppe.

Sella con staffa, tomba T'ai Tsung, 641 d.C.

L'invenzione e l'uso della staffa consentì al cavaliere di modificare anche la sella ove armeggiava, ma c'è di più: infatti anche il modo di combattere durante tutta l'epoca medievale mutò considerevolmente, perché la staffa consentiva un miglior equilibrio, assetto, posizione e aderenza al movimento del cavallo; questo trasformò completamente l'uso del cavallo in battaglia da parte della prima cavalleria medievale europea, totalmente diverso rispetto all'epoca tardo antica romana, quando non esisteva una vera e propria carica da parte della cavalleria.

Staffa Longobarda in bronzo del VI-VII secolo d.C.

28 dicembre, 2018

Le Origini del Panettone e del Pandoro - Parte II

Prima che i milanesi sviluppassero il panettone, in un'altra città, da un paio di secoli, aveva fatto la sua entrata in scena l'altro dolce protagonista delle tavole natalizie: a Verona, infatti, partendo da una ricetta che risaliva all'epoca romana, nel XII secolo nasceva il pandoro.

Il Pandoro

Il classico pandoro di Verona

La ricetta deriva da due ricette più antiche: una di Plinio il Vecchio, del I secolo dopo Cristo, ed un'altra risalente all'epoca degli Scaligeri e denominata Nadalin, del XIII secolo. Il Nadalin era un dolce basso, a forma di stella, coperto di glassa e farcito di uvetta e pinoli. Per favorirne la lievitazione, dal Nadalin vengono tolte uvetta e pinoli, inoltre l'altezza del dolce aumenta. Il dolce risultante, costituito da una pasta dorata, venne così chiamato pan de oro

Verona nel Medioevo. Questa immagine iconografica è stata usata da una famosa casa produttrice di pandori per decorarne le confezioni

Il pandoro è un'elaborazione complessa, che deve essere fatta per più fasi, in cui devono essere impiegati farina, zucchero, uova, burro, lievito e burro di cacao. Anche questo dolciume, esattamente come il panettone, ebbe un grande successo, tanto che i due dolci si contendono, tutt'oggi, il posto di dolce principale sulle tavole natalizie italiane.

Pandoro e panettone

La disputa su quale dei due dolci sia il migliore è molto accesa: chi non ama i canditi, preferisce il pandoro; chi invece ama l'uvetta, il panettone. Fatto sta che sono entrambi dolci secolari della tradizione italiana, importante lascito dell'era medievale.
In altre parole, panettone e pandoro sono patrimonio culturale italiano ed, in quanto tali, vanno tutelati affinché anche le future generazioni possano gustare queste leccornie natalizie.

26 dicembre, 2018

Le Origini del Panettone e del Pandoro - Parte I

Ormai siamo nel pieno delle feste natalizie, e fra le tante leccornie presenti sulle nostre tavole, sono protagonisti due dolci che conoscono praticamente tutti: il panettone ed il pandoro. Entrambi sono di origine medievale; ed in questo articolo e nel successivo vedremo come essi sono nati.

Il panettone

Tipico panettone milanese

Le origini del panettone si perdono in due leggende, 
La prima è quella legata al suo nome, il Pan de Toni.
Toni era uno sguattero che lavorava nella cucina di Ludovico il Moro. Siamo nella seconda metà del XV secolo, e durante la preparazione della cena della vigilia di Natale, il capocuoco brucia il dolce che stava preparando. Per sistemare il problema, Toni prende il panetto di lievito madre che si era tenuto per sé in occasione del Natale,e lo impasta con farina, uova, zucchero, uvetta e canditi. Dopo averlo lungamente lavorato ottiene un impasto molto soffice e lievitato; lo inforna e alla fine della cena lo serve al suo signore. Ludovico è così impressionato dal dolce che, per omaggiarne il creatore, lo chiama Pan de Toni, da cui poi il nome Panettone.
Altra leggenda è quella di Ulivo degli Atellani.
Ulivo degli Atellani era il garzone di un fornaio che, per conquistare la figlia di quest'ultimo ed incrementare le vendite del forno del padre, creò ed infornò un impasto con la migliore farina, burro, uva sultanina, miele, e canditi. Il dolce fu un successo enorme, ed Ulivo fece colpo sull'avvenente figlia del suo padrone.

Ludovico il Moro

In realtà, la vera origine del panettone va ricercata nell'usanza diffusa nel medioevo di celebrare il Natale con un pane più ricco di quello di tutti i giorni. Un manoscritto tardo quattrocentesco di Giorgio Valagussa, precettore di casa Sforza, attesta la consuetudine ducale di celebrare il cosiddetto rito del ciocco: la sera del 24 dicembre si poneva nel camino un grosso ciocco di legno e, nel contempo, venivano portati in tavola tre grandi pani di frumento, materia prima per l’epoca di gran pregio. Il capofamiglia ne serviva una fetta a tutti i commensali, serbandone una per l’anno successivo, in segno di continuità. Col tempo quel pane, sempre più condito e farcito, divenne il panettone.
Inoltre, documenti di Pietro Verri narrano di un'antica consuetudine che nel IX secolo animava le feste cristiane legate al territorio milanese: a Natale la famiglia intera si riuniva intorno al focolare attendendo che il pater familias spezzasse "un pane grande" e ne porgesse un pezzo a tutti i presenti in segno di comunione. 

Lo storico Pietro Verri

Nel XV secolo, come ordinato dagli antichi statuti delle corporazioni, ai fornai che nelle botteghe di Milano impastavano il pane dei poveri (pane di miglio, detto pan de mej) era vietato produrre il pane dei ricchi e dei nobili (pane bianco, detto micca). Con un'unica eccezione: il giorno di Natale, quando aristocratici e plebei potevano consumare lo stesso pane, regalato dai fornai ai loro clienti. Era il pan di scior o pan de ton, ovvero il pane di lusso, di puro frumento, farcito con burro, miele e zibibbo.

Il panettone ha attraversato i secoli, ancora oggi è il protagonista delle nostre tavole, in eterna sfida con un altro pane dolciario famosissimo, il pandoro, di cui parleremo in un prossimo articolo.

Buon Natale a tutti!

21 dicembre, 2018

Proposte di lettura: Le grandi battaglie del Medioevo

"Dalla guerra gotica alla caduta di Granada: mille anni di scontri e conflitti che hanno segnato la storia dell'umanità", è questo il sottotitolo di un testo che ci accompagna attraverso un'intera epoca, caratterizzata da epici scontri e dall'avanzare incessante delle tecniche da battaglia e degli armamenti.


Dagli scontri tra regni romano-barbarici alle successive invasioni, dall'epoca della cavalleria al sorgere delle fanterie premoderne.
Sotto la definizione di Medioevo rientra un intero millennio, nel corso del quale le armi, le tecniche, le strategie militari subirono profondi cambiamenti. Altrettanto estesa è la varietà dei fronti, dalla penisola iberica al Medio Oriente, passando attraverso l'Italia, i territori anglofrancesi e l’Europa orientale. La guerra medievale, inoltre, è contrassegnata da conflitti la cui portata ha rivestito un ruolo cruciale nella storia dell’umanità: lo scontro tra Cristianità e Islam, con la reconquista della penisola iberica a occidente, le crociate e la disperata lotta per la sopravvivenza dell’impero bizantino a oriente; la formazione dell’Inghilterra normanna e il plurisecolare conflitto feudale con la Francia; le grandi invasioni degli imperi nomadi, dagli ungari ai mongoli di Gengis Khan, dagli ottomani a Tamerlano; la lite tra Sacro Romano Impero e papato e le lotte tra guelfi e ghibellini in Italia; il cammino degli svizzeri verso l’indipendenza e la creazione di un'industria del mercenariato. Andrea Frediani racconta, con uno stile scorrevole e appassionante, i più grandi scontri campali e gli assedi che hanno segnato i principali conflitti medievali, accompagnandoli alla descrizione della contestuale evoluzione degli armamenti, che parte dall'ascia e dalla cotta di maglia per arrivare, dieci secoli dopo, alle prime rudimentali armi da fuoco e al combattente rivestito di piastre di metallo dalla testa ai piedi.

19 dicembre, 2018

Historie Medievali: le ricette delle tavola rotonda

Le ricette che oggi vi proponiamo, sono le seguenti:


GALLINELLA DI MARE ARROSTITA

Ingredienti:
3 gallinelle; 
burro; 
agresto; 
sale e pepe a piacere.

Procedimento
Lavare bene il pesce, privandolo delle pinne e delle interiora. Inciderlo a metà dei due filetti e salarlo in maniera omogenea, pennellarlo con il burro fuso. Passarlo sulla griglia girandolo sui due lati fino a cottura; se il pesce sembra seccare troppo pennellarlo ancora con il burro fuso.


GAMBERI ALLA BRACE

Ingredienti:
8 gamberoni;
40 gr. di burro; 
½ bicchiere di aceto; 
2 cipolle; 
sale e pepe a piacere.

Procedimento
Tritare finemente la cipolla. In un tegame sciogliere il burro e soffriggerla a fiamma dolcissima. Quando è ben dorata aggiungere l’aceto e fare sfumare. Cuocere fino ad ottenere una salsa densa. Pulire i gamberoni, tagliandoli lungo la schiena e togliendo il filino nero. Lavarli ed asciugarli con carta da cucina.
Cuocerli alla brace, avendo cura di non posizionare la griglia troppo vicina al fuoco, per 5-8 minuti (in base alla dimensione del pesce) e salare leggermente.

17 dicembre, 2018

I Tuoni di Guerra: Le Bocche da fuoco nel Medioevo

Le prime testimonianze dell'uso di bocche da fuoco o di cannoni risalgono agli inizi del XIV secolo. Anche se, forse, macchine belliche con caratteristiche simili furono ideate e sperimentate già prima del XIV secolo. Gli storiografi di arte militare ipotizzano che le prime bocche da fuoco furono inventate e testate in estremo Oriente, dove la polvere pirica fu l'elemento importante e principale di queste nuove armi da guerra. Sappiamo con certezza che la prima menzione di una bocca da fuoco compare in un documento dell'11 febbraio del 1326: si tratta di un decreto della signoria di Firenze, con il quale si disponeva la nomina di due ufficiali ai quali affidare l'incarico di fabbricare palle di ferro e cannoni in metallo, da impiegare nella difesa dei possedimenti della Repubblica.

Artiglieria a bocca da fuoco nel XIV secolo, manoscritto miniato

Esistono anche testimonianze più antiche, ad esempio: il documento redatto il 12 maggio del 1284 nel Regno di Napoli, fra le disposizioni per la guerra dei Vespri, e nel 1311, il cronista Bartolomeo da Ferrara nel Libro VII del suo Polistore, narra che i Bresciani si difendevano con mangani e con bombarde contro l'imperatore Enrico VII di Lussemburgo. Tuttavia, per le fasi più antiche, la definizione di queste armi che lanciavano proiettili tramite una spinta impressa loro dall'ossidazione della polvere pirica resta incerta, ed è anche difficile accertare la forma e la tipologia di proiettili scagliati. Analizzando alcune miniature medievali, si notano dei rozzi e grossi vasi di bronzo dalla cui bocca spunta una freccia; molto probabilmente furono le prime artiglierie usate come varianti delle balestre. Le più antiche bombarde si ottenevano con l'assemblaggio di verghe di ferro o per fusione di bronzo. Il termine da associare alle più antiche bocche da fuoco è quello di Bombarde, poi Petrieri con alcune modifiche di costruzione; infatti, i processi di lavorazione erano molto complessi e molto rozzi, tanto che possiamo immaginarle come grosse lupare, il cui peggior difetto era la scarsa tenuta dei gas di sparo, e con ampie sfiammate e rotture della staffa nel momento dell'esplosione. L'artiglieria, essendo così molto pericolosa, passò ad una lavorazione molto più sofisticata; infatti, si utilizzava la tecnica delle campane che incontrò subito grande favore, perché non soggetta alla corrosione del materiale, e soprattutto, perché grazie alla fusione, si ottenevano pezzi chiusi posteriormente, che caricandosi dalla bocca, eliminavano tutti i pericoli e le difficoltà connesse con l'otturazione posteriore. Certamente il ferro costava meno, ma le migliori prestazioni del bronzo annullavano quel vantaggio.

Piccolo esemplare di bombarda del XV secolo

Non esistendo alcuna regolamentazione dei calibri, ogni bocca da fuoco richiedeva una sua palla, di calcare o di granito, con conseguenze immaginabili. Durante il XV secolo una serie di lavorazioni portò quest'artiglieria ad un ottimo perfezionamento del suo potenziale; questi processi di lavorazione, ciascuno dei quali noto e adottato da tempo, vennero applicati alle artiglierie francesi, che Carlo VIII si portò al seguito nel 1494 calando in Italia. Col passare del tempo, dalla prima comparsa di una bombarda nel 1300, dove l'artiglieria era trasportata su un piedistallo fisso o con due ruote poste in avanti, col passare del tempo si fece uso di un trasporto più convenzionale come il carretto, che consentiva di muovere l'artiglieria facilmente, poiché con l'avanzare della tecnologia e l'utilizzo di nuovi materiali, il peso gravava enormemente nel trasporto dell'arma. Con la tecnologia del finire del XV secolo e con l'introduzione della palla di ferro al posto di quella di calcare o granito, si ebbe anche la standardizzazione dei calibri, anche perché, grazie alla palla di ferro, la violenza del tiro crebbe esponenzialmente non correndo più il rischio che, aumentando la quantità di polvere, la palla esplodesse all'interno del "Cannone".

Una bombarda tardo-medievale, Manoscritto miniato

Con l'avvento delle palle di ferro, le energie cinetiche di impatto crebbero spaventosamente provocando distruzione enormi anche solo con piccoli cannoni, decisamente più devastanti di quelli causati da bombarde tre volte più grandi. Col proseguire del tempo, si perfezionò notevolmente il cannone fino agli anni del Rinascimento e alle guerre napoleoniche. Non appena si produssero le prime bombarde nel XIV secolo, anche le armi da lancio che conosciamo come l'arco e la balestra, furono soppiantate da armi da fuoco piccole chiamati Archibugi, di cui presto ci occuperemo.

Assedio di Orleans durante la Guerra dei Cento Anni

14 dicembre, 2018

La Carta de Logu

Ogni società, in ogni tempo, ha sempre avuto bisogno di regole; ovviamente, le società dell'era Medievale non fanno eccezione a ciò, in quanto è sempre stato necessario avere delle norme di riferimento per non far precipitare il normale vivere civile nel caos.
Sull'isola di Sardegna, nel centro del mar Mediterraneo, esisteva una sorta di federazione composta da quattro piccoli stati, denominati Giudicati: Arborea, Lugodoro, Gallura e Calari. Sarà proprio il primo giudicato elencato, Arborea, a creare un codice estremamente importante, vasto e completo: la Carta de Logu.

Una pagina della Carta de Logu

La Carta de Logu (trad. Carta del Luogo) è un codice di 198 capitoli redatto dalla Giudicessa Eleonora d'Arborea fra il 1389 ed il 1392. Il diritto regio sardo infatti, permetteva ad una donna di poter succedere alla reggenza del territorio tenuto dalla famiglia; la donna attuò una serie di riforme per il giudicato, fra cui il riordino del sistema giuridico, rivedendo la precedente Carta de Logu scritta dal padre Mariano IV d'Arborea, ritenuta da Eleonora dai contenuti troppo autoritari.

Dipinto raffigurante Eleonora d'Arborea

La tradizione vuole che la carta venne promulgata nella Pasqua del 1392. Ma quali erano gli argomenti di cui si occupava? La Carta comprendeva norme di codice civile e penale, oltre ad alcune regole che potrebbero costituire una sorta di codice rurale. Essa nasce sia da un tentativo politico di ribadire l'indipendenza dagli Aragonesi, che stavano cercando di espandere la loro sfera di influenza sull'isola di Sardegna, sia di mettere ordine nei vari editti che nei millenni si erano succeduti, basati principalmente sulla consuetudine e sugli usi dei singoli signori locali. Ciò comportava una disciplina complessa e poco chiara di diversi argomenti, e questo rendeva necessaria una revisione del corpo legislativo del Giudicato.
È opinione di molti ricercatori che Eleonora d'Arborea, nello scrivere la carta, segni dunque un passo fondamentale sulla strada che porta verso lo Stato di diritto: infatti, grazie alla carta, tutti erano tenuti ad osservare le norme in essa contenute, e ciò portava alla necessità della conoscenza della legge e della sua diffusione. Grazie a questa carta, tutti avevano la certezza del diritto (applicazione della norma e delle relative sanzioni in caso di violazione), oltre a sancire che tutti gli uomini fossero uguali dinanzi alla legge: tale affermazione, nel XIV secolo, è decisamente importante e inusuale.
Il lavoro riuscì talmente bene alla Giudicessa che la carta arrivò a sopravvivere per quasi mezzo millennio, superando sia il dominio aragonese che quello sabaudo. Solo nel 1827 venne sostituita dal codice redatto da Carlo Felice.

Affresco raffigurante Eleonora d'Arborea con la Carta de Logu

La Carta de Logu tratta argomenti di incredibile attualità: la tutela e la posizione sociale della donna, che veniva difesa da stupro ed adulterio (lo stupratore pagava con una multa o addirittura col taglio del piede), la salvaguardia del territorio, attraverso la regolamentazione dell'abbruciamento delle stoppie, affronta il problema dell'usura, regolamenta le eredità, fornisce norme e regole di caccia e pastorizia, autorizza i preti a far da notai, punisce i falsi e le negligenze dei giudici. È estremamente interessante notare come già nel XIV secolo ci fosse un codice che trattasse di problemi che solo sei secoli più tardi, nel XX, verranno sviscerati in modo organico. Ancora oggi tutela del territorio, discriminazione sessuale ed usura sono temi di grande attualità se si considerano i fatti di cronaca, e questo dice tutto sulla lungimiranza avuta dalla signora del Giudicato di Arborea.
Quanto esposto, fa della Carta de Logu uno dei codici più importanti mai promulgati nel Medioevo, una pietra miliare della storia sarda ed italiana, un esempio del grande contributo che una donna ha saputo dare al progresso dell'umanità tutta.

12 dicembre, 2018

Anna Comnena

Anna Comnena (1083 – 1153) è stata una storica e principessa bizantina, oltre che una delle prime donne storiografe conosciute.
Figlia dell’imperatore Alessio I Comneno e di Irene Dukas, Anna Comnena fu fidanzata, a pochi giorni di età, a Costantino Dukas il quale venne associato al trono. Con il fidanzamento, si poneva fine alla profonda rivalità che aveva diviso le due famiglie. Alessio e Irene non avevano figli maschi e pertanto Anna fu insignita del diadema imperiale quale erede al trono insieme al futuro marito.
Ricevette una educazione completa particolarmente accurata come era costume nella famiglia imperiale.

Alessio I Comneno, padre di Anna Comnena
Si dedicò presto allo studio delle lettere. Conosceva il greco e il latino e, terminata la prima istruzione iniziò lo studio delle arti del trivio: grammatica, retorica e filosofia; dopodiché iniziò lo studio delle arti del quadrivio: geometria, aritmetica, astronomia e musica.
Era colta, intelligente e poco conformista: conosceva bene l’astrologia ma si rifiutava di credere che le stelle avessero qualche influenza sulla vita degli uomini. Nell'ambito della astronomia si studiava anche la medicina e la principessa divenne piuttosto esperta anche in questa arte. Su richiesta della madre, che non si fidava troppo dei medici, prese parte alla commissione che curava Alessio ammalato.

Anna Comnena
Era stata educata per essere imperatrice ma la nascita di un fratello, Giovanni, annullò le sue aspirazioni. Anche il fidanzamento con “l’amore dell’infanzia” fu rotto. Perso il primo amore, la principessa conquistò l’amore della vita, sposando “il suo Cesare”, Niceforo Briennio, un uomo dalla bellezza incomparabile, uno studioso, eroico sul campo di battaglia e abile diplomatico. Fu per entrambi l'amore della vita. Dal matrimonio nacquero quattro figli.
Tuttavia, non voleva rinunciare a quello che riteneva un suo diritto. Combatté a lungo per far valere la sua posizione di primogenita, sostenuta dalla madre, “l’orgoglio d’Oriente e d’Occidente”, alla quale la legava un profondo affetto. Quando Giovanni divenne imperatore tentò di sollevare una ribellione per sostituirlo con il marito, il quale però non volle essere coinvolto nel complotto e si allontanò dalla corte per dedicarsi ai suoi studi. Anna, sconfitta, fu punita e mandata in convento.

Anna Comnena, mosaico
Anna impiegò tutto il proprio tempo libero nella stesura dell‘Alessiade, una lunga cronaca della vita e del regno (1081 – 1118) di suo padre Alessio. Inoltre, contribuì alla lavorazione dei testi storici di suo marito, anch'egli appassionato narratore delle vicende del proprio tempo.
Fiera oppositrice della Chiesa latina ed ammiratrice entusiasta dell’Impero bizantino, Anna considerò le Crociate un grave pericolo politico e religioso. Suoi modelli furono gli antichi storici Erodoto, Tucidide, Polibio e Senofonte e il suo stile appare spesso forzatamente depurato degli elementi atticistici del periodo, finendo col risultare un linguaggio troppo artificiale.
In generale, la cronologia degli avvenimenti risulta fedele e attendibile, soprattutto nel caso di avvenimenti occorsi prima del suo internamento in convento, ma diventa particolarmente carente sui periodi successivi, data la sua evidente impossibilità ad attingere direttamente alle fonti di Palazzo.

06 dicembre, 2018

L'assedio di Otranto

Nel 1480 Maometto II, Sultano dell'Impero Ottomano, decise di attaccare Rodi. Ferrante II di Aragona, Re di Napoli, andò ad aiutare l'isola con due navi e così il sultano se la legò al dito, motivo per cui la sua flotta fece rotta su Brindisi, col sogno di espugnare Roma e punire Ferrante II. Fra 70 e 200 navi, trasportanti fra i 18 ed i 100 mila uomini, fecero rotta verso il Regno di Napoli, sotto il comando di Gedik Ahmet Pascià, noto come Giacometto. Nella notte del 28 luglio 1480 attraversò il canale d'Otranto, ma il forte vento di tramontana, invece di portarli a Brindisi, fece trovare la flotta davanti alla città di Otranto.

Castello di Otranto

La flotta turca sbarcò nei pressi dei laghi Alimini. In quel tratto di costa, oggi chiamato Baia dei Turchi, si scontrarono in isolate scaramucce con i soldati della guarnigione otrantina, che cercava di bloccarli mentre scendevano dai navigli. Tuttavia, i soldati pugliesi furono messi alle strette dal continuo accrescersi delle forze turche e costretti a riparare nelle mura. Ahmet inviò un primo messaggero, di nome Turcman o Turciman, a trattare con gli idruntini: gli propose il permesso di lasciare la città senza colpo ferire, a patto che prima abiurassero pubblicamente la fede in Cristo. Il popolo insorse contro il mediatore, che però scampò al linciaggio e comunicò al Pascià il rifiuto di Otranto alla conversione. Un secondo messaggero, forse latore di un ultimatum, non riuscì nemmeno ad avvicinarsi a Otranto perché fu trafitto da una freccia alle porte della città.

La baia dei turchi, luogo di sbarco degli Ottomani

Così il 29 luglio cominciò l'assedio della città: tutti gli abitanti del circondario si diressero in città, lasciando le campagne ed i piccoli borghi intorno ad Otranto. A difenderla c'erano solo 2.000 uomini guidati dai capitani Francesco Zurlo e Giovanni Antonio Delli Falconi; la città, sguarnita e mal difesa (non c'erano cannoni e le mura finivano facilmente danneggiate dall'artiglieria turca), non avrebbe potuto contenere a lungo l'impeto dell'artiglieria turca, ma volle resistere comunque. Quando Ahmet Pascià pretese la resa dai difensori, questi rifiutarono immediatamente. Zurlo sdegnosamente respinse la proposta di Ahmet - la vita in cambio della resa - e in risposta le artiglierie turche martellarono immediatamente con il loro fuoco la città. Subito partirono dei messaggeri per avvisare il re di Napoli, che si apprestò ad inviare richieste d'aiuto ai regni cristiani. Nella notte, la situazione era così disperata che il popolo si riunì nella cattedrale e scelse di resistere fino alla fine e alle estreme conseguenze.

Cattedrale di Otranto

L'11 agosto, dopo 15 giorni d'assedio, Ahmet ordinò l'attacco finale, durante il quale riuscì a sfondare. I Turchi entrarono nella città attraverso la "Porticella", il più piccolo ingresso a Otranto posto sul lato nord-est delle mura. In breve il castello fu espugnato. Il grande divario di forze aveva deciso l'esito dell'assedio.
Crudeltà furono commesse dagli assalitori sugli otrantini. Nel massacro tutti i maschi maggiori di quindici anni furono uccisi. Donne e bambini furono ridotti in schiavitù. Stando ad alcune stime, i morti furono 6.000 (inclusi quelli periti nei combattimenti e per effetto dei bombardamenti delle grosse artiglierie). Circa 800 persone vennero portate su di una collina, nei giorni successivi e giustiziate tramite decapitazione, in quanto si rifiutarono di abiurare la loro fede per convertirsi all'Islam. Verranno ricordati dalla storia come i Martiri d'Otranto. Tutt'ora, i loro resti riposano nella cattedrale della città.

I martiri d'Otranto, che scelsero di morire pur di non abiurare alla loro fede

La reazione di Ferrante d'Aragona fu lenta, tanto che gli Ottomani ebbero il tempo di risalire l'intera Puglia, prima che una flotta del regno di Napoli riuscisse ad attaccarli presso Vieste. La situazione era tale che nell'intera penisola italiana cominciò a diffondersi la psicosi: addirittura si temeva che il Papa stesso avrebbe abbandonato Roma! Solo nell'autunno, quando Papa Sisto IV dichiarò la crociata contro i turchi, e l'esercito aragonese fu sovvenzionato dai soldi fiorentini, la pressione napoletana divenne più forte, e dopo molte peripezie e grazie all'aiuto di diversi stati italiani (la chiesa aveva mosso sia le sue galee, che affittato quelle di Genova), si cinse d'assedio Otranto.
A risolvere la situazione fu la morte del cinquantaduenne Sultano Maometto II, avvenuta tra il 3 e il 4 maggio 1481. L'avvenimento decise le sorti dell'assedio e fu accolto con sollievo da parte dei cristiani, poiché la successione del sultano ottomano aveva aperto le ostilità tra i due suoi figli Bayezid e Cem. In conseguenza di ciò, era sorta una nuova crisi per l'impero turco, per il vuoto politico creatosi, e Ahmet venne richiamato in patria.
A Otranto l'esercito ottomano, privo di rinforzi e pressato dagli eserciti e dalle milizie cristiane, subì il 23 agosto un violentissimo attacco, che provocò nelle due parti notevoli perdite umane.
I turchi furono costretti, dopo una disperata resistenza a cedere, e Ahmet Pascià accettò una resa dignitosa. Il 10 settembre 1481 riconsegnò la città al duca Alfonso di Calabria, arrendendosi onorevolmente e tornando a Valona: i turchi restituivano una città ridotta a un cumulo di macerie, nella quale erano sopravvissuti solo 300 abitanti.
Così si concluse una delle vicende più devastanti per questa porzione di territorio italiano.

05 dicembre, 2018

Il Letto in epoca medievale

I letti nel Medioevo – riferendosi naturalmente a quelli di sovrani, aristocratici e benestanti – erano alquanto diversi dai nostri. Si trattava infatti di letti particolarmente larghi, ma soprattutto corti.
E questo sia per la statura dell'uomo medievale che, dagli studi antropometrici effettuati, risultava verosimilmente più bassa rispetto all'uomo contemporaneo, che per le abitudini degli stessi dormienti.

L'alcova, particolare opera Memmo di Filippuccio
Infatti, gli uomini del Medioevo non dormivano distesi, come avviene oggi, ma dormivano in una posizione a metà strada tra quella distesa e seduta, con alti cuscini che sorreggevano il busto e la testa.
Il termine "testata" del letto prende invero nome dal fatto che vi si poggiava la testa, così come "spalliera" prendeva nome proprio dal fatto che il dormiente vi poggiava le spalle.
Queste originali abitudini, che possono suscitare la nostra meraviglia, hanno tuttavia motivazioni di natura culturale ma, anche pratica. Culturale era infatti il riferimento alla morte: la posizione distesa, supina o prona che fosse, ricordava infatti quella dei cadaveri e la morte doveva essere ovviamente esorcizzata.
C'era poi un motivo, che abbiamo definito pratico: la posizione seduta favoriva la digestione e scongiurava gli effetti devastanti del reflusso gastro-esofageo, di cui soffrivano molti uomini di quel tempo, a causa di diete alimentari disordinate, oltre che dall'assunzione di cibi non sempre di buona qualità.

Troilo e Criseide si incontrano e vanno a letto insieme, miniatura tratta dal ‘Filostrato’, terzo quarto del XV secolo), Bodleian Library, Oxford
E qui andiamo all'altro discorso sul perché i letti fossero piuttosto larghi. Per curiosità, ricordiamo che nella casa di un ricco mercante è stato trovato un letto di circa tre metri e mezzo di larghezza.
Il motivo di questa apparente eccentricità era riconducibile al fatto che il letto fosse una vera e propria piazza d'armi, destinato ad ospitare non solo marito e moglie, ma anche i figli, e raramente perfino la servitù e ospiti di riguardo.
Uomini e donne non utilizzavano pigiami o camice da notte, ma dormivano con una tunica al di sotto della quale indossavano braghe e calzabraghe, coprendosi con lenzuola e pellicce, per combattere al meglio il rigido freddo invernale, soprattutto. Anche il capo doveva essere rigorosamente coperto, infatti ci si metteva a letto indossando l'infula, una sorta di copricapo di stoffa preferibilmente bianco, che difendeva i capelli da pidocchi e cimici e che comunque veniva indossato costantemente durante l'arco della giornata.

Il sogno dei Re Magi - miniature dalle Taymouth Hours, Inghilterra, XIV sec

Per quanto riguarda la struttura vera e propria del letto, possiamo affermare che esso fosse a baldacchino, soprattutto nelle abitazioni nobiliari, in modo da favorire la privacy attraverso delle tende che lo andassero completamente a circondare. Era costituito sostanzialmente di paglia, con un più raro utilizzo di pellicce che potessero dare calore. Il letto era poggiato su delle doghe in legno (struttura che si utilizza ancora oggi), di chiara origine romana.
Negli accampamenti che si creavano in battaglia invece, il letto era solitamente formato da quello che oggi definiremmo sacco a pelo, ma sempre fatto di paglia. Non esistevano cuscini ovviamente in quelle circostanze, e i soldati utilizzavano qualunque indumento avessero a disposizione, come ad esempio il mantello, per dormirci su.
Gli uomini di alto rango invece, riuscivano a portarsi dietro un letto che potesse dargli tutto il comfort di cui avessero bisogno, per affrontare al meglio i rischi e i pericoli dei conflitti che andavano ad affrontare.