29 marzo, 2019

Il dolce stil novo

Fra il 1280 ed il 1310, nasce a Bologna e si sviluppa a Firenze un movimento poetico innovativo, che influenzerà la poesia fino ai tempi di Petrarca. Un movimento che fa dell'amor cortese e della ricerca di pensieri raffinati e nobili, la propria missione. Il dolce stil novo si stacca dalla lingua del volgare municipale, e porta in tal modo la tradizione letteraria italiana verso l'ideale di un poetare ricercato e aulico.

Dante e Beatrice

Nascono le rime nuove, una poesia che non ha più al centro soltanto la sofferenza dell'amante, ma anche le celebrazioni delle doti spirituali dell'amata. A confronto con le tendenze precedenti, come la scuola di Guittone d'Arezzo (Scuola Guittoniana), la poetica stilnovista acquista un carattere qualitativo e intellettuale più elevato: il regolare uso di metafore e simboli, così come i duplici significati delle parole.
Esempio su tutti è l'amore che Dante Alighieri prova per Bice Portinari, meglio conosciuta come Beatrice.
L'origine dell'espressione è da rintracciare nella Divina Commedia di Dante Alighieri (Canto XXIV del Purgatorio): in essa infatti il rimatore guittoniano, Bonagiunta Orbicciani da Lucca, definisce la canzone dantesca "Donne ch'avete intelletto d'amore" con l'espressione dolce stil novo, distinguendola dalla produzione precedente (come quella del Notaro Jacopo da Lentini, di Guittone e sua), per il modo di penetrare interiormente luminoso e semplice, libero dal nodo dell'eccessivo formalismo stilistico (Guittone d'Arezzo). Di seguito si riporta il pezzo del canto del Purgatorio di cui, poc'anzi, abbiamo accennato:

                                 «"Ma dì s'i' veggio qui colui che fore
                                   trasse le nove rime, cominciando
                                     Donne ch'avete intelletto d'amore."
                                     E io a lui: "I'mi son un che, quando
                                       Amor mi spira, noto, e a quel modo
                                   ch'è ditta dentro vo significando."
                                          "O frate, issa vegg'io", diss'elli, "il nodo
                                          che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
                                           di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!"»
                   (Purg. XXIV, vv. 49-57)

Il manifesto di questa corrente è la poesia Al cor gentil reimpara sempre amore". La figura femminile evolve verso la figura di una "donna-angelo", intermediaria tra l'uomo e Dio, capace di sublimare il desiderio maschile, purché l'uomo dimostri di possedere un cuore gentile e puro, cioè nobile d'animo; amore e cuore gentile finiscono così con l'identificarsi totalmente.
Questa teoria, avvalorata nel componimento da molteplici sillogismi, rimarrà la base della poesia di Dante e di coloro che fecero parte dello Stil Novo, di generazione successiva, che vedranno in Guinizzelli e Alighieri i loro maestri. La corrente del "Dolce Stil Novo" segue e contrasta, grazie ad un approccio e ad una visione dell'amore del tutto innovativi, la precedente corrente letteraria dell'"amor cortese". Contro quest'ultima, infatti, introduceva nei testi riferimenti filosofici, morali o religiosi, tanto che autori contemporanei si lamenteranno dell'oscurità e della "sottiglianza" delle poesie, specificando che un tale registro poetico non avrebbe suscitato né interessi né adesioni nel mondo toscano; la critica era quella di aver unito la filosofia alla poesia.

Una pagina della poesia "Al cor gentil reimpara sempre amore"

La poesia stilnovista è l'espressione della cultura dell'antica nobiltà e della borghesia ricca e mercantile (giudici; notai; maestri di retorica, di grammatica e di diritto), ossia gli strati socialmente più alti del Comune. I vecchi valori della precedente cultura cedono definitivamente il passo di fronte alle nuove generazioni della civiltà comunale, che si sentono nobili per una loro nobiltà spirituale conquistata con l'esperienza, la vita, la meditazione e la dottrina, e che si riassume in una nuova coscienza di aristocratica gentilezza d'animo e di mente.
In sintesi, questa è una delle testimonianze della raffinatezza raggiunta nel Medioevo.

27 marzo, 2019

Pietro Cavallini

Pietro Cavallini, il cui vero nome era Pietro de' Cerroni, soprannominato il "Cavallino", è stato il maggior pittore romano negli anni a cavallo tra Duecento e Trecento. Personalità di grande interesse, fu forse tra i primi pittori italiani ad affrancarsi dai modi stilistici bizantini e percorrere una nuova direzione stilistica, nata dallo studio delle testimonianze artistiche classiche presenti in grande quantità nella città eterna.

Giudizio Universale (part.), Santa Cecilia in Trastevere
La sua produzione è tuttavia scomparsa quasi del tutto, così che rimane difficile, oggi, ricostruire la sua evoluzione stilistica e soprattutto il suo apporto al rinnovamento pittorico italiano di quegli anni. A Roma lavorò in quasi tutte le basiliche maggiori, per le opere di rinnovamento che accompagnarono l'istituzione, da parte di Bonifacio VIII, del primo Anno Santo nel 1300. 
Il destino purtroppo ha voluto che le basiliche nelle quali egli lavorò, siano andate quasi tutte perse: San Paolo fuori le Mura fu distrutta da un incendio nel 1823, San Pietro in Vaticano fu demolita alla fine del Quattrocento, San Giovanni in Laterano fu completamente rinnovata alla metà del Seicento.

L'Annunciazione
Rimangono solo pochi frammenti di affreschi, realizzati tra il 1291 e il 1293, per le due chiese romane intitolate a Santa Maria in Trastevere e Santa Cecilia in Trastevere. Dopo queste realizzazioni, la sua presenza è attestata tra i grandi decoratori del ciclo di affreschi realizzati alla metà dell’ultimo decennio del secolo, nella Basilica Superiore di Assisi. Le fonti storiche ci attestano che, in quel periodo, furono sotto contratto con l'ordine francescano, quattro pittori: il Cavallini, Giotto, Cimabue e l'artista assisiate, Puccio Capanna. Ma quale sia stato il ruolo di ciascuno e cosa da essi realizzato, rimane un mistero. Se finora la tradizione storiografica, a partire dal Vasari, ha attribuito i maggiori meriti di questi affreschi a Giotto, i recenti restauri sulle opere di Assisi e su quelle del Cavallini, superstiti a Roma, hanno permesso di chiarire il ruolo di primo piano che ebbe l'artista romano nel ciclo assisiate.

La Natività della Vergine
In seguito Pietro lavorò a Napoli, chiamatovi dai sovrani angioini, negli stessi anni (1317-20) che videro la presenza nella città partenopea anche di Simone Martini. Gli affreschi che egli realizzò per il Duomo e per la chiesa di Santa Maria Donnaregina, sono tra le sue ultime realizzazioni, condotte però con il largo concorso di collaboratori vicini allo stile gotico di Simone Martini.

25 marzo, 2019

Proposte di lettura: Vita e morte dell'Ordine dei Templari

L'ordine religioso cavalleresco dei Templari fu una delle massime potenze militari ed economiche del Medioevo, secondi soltanto ai loro fratelli Ospitalieri dell'Ordine di San Giovanni d'Acri in Gerusalemme.

Il libro trattato

Nati nel XII secolo per la difesa del Santo Sepolcro dopo la riconquista di Gerusalemme da parte dei crociati nel 1099, i Templari ebbero una storia ricca e drammatica: giunsero al culmine della potenza all'epoca dei regni Latini d'Oriente, ma poi i crescenti contrasti tra il papa e le monarchie europee, da cui la forza di queste ultime uscì molto rafforzata, ne decretarono il declino.
L'autore di questo libro, Alain Demurger, ricostruisce le vicende dell'ordine religioso e militare dei Templari, dalla stagione della loro straordinaria potenza alla durissima persecuzione, dalla prestigiosa protezione del Santo Sepolcro a Gerusalemme fino alle innumerevoli leggende fiorite dopo la loro drammatica scomparsa, voluta dal sovrano francese, Filippo il bello re di Francia, e contrastata dal pontefice Clemente V, nel 1314. Un libro assolutamente interessante, ricco di un'ampia bibliografia storica, numerose tabelle, mappe, cronologie e genealogie riguardanti questo periodo; inoltre il testo si avvale di 284 pagine ben scritte, divise in sei capitoli, partendo dalle origini dell'Ordine fino alla caduta dell'ultimo dei Templari, Jacques de Molay. "Vita e morte dell'Ordine dei Templari" è una lettura indispensabile riguardo una pagina di storia affascinante e misteriosa.

22 marzo, 2019

Il Canto dei Nibelunghi

Nella prima metà del XIII secolo venne scritto un poema epico che avrebbe ispirato artisti e compositori, come Richard Wagner, secoli più tardi. Questo poema andò perduto nel XIV secolo, e ricomposto faticosamente solo attraverso una serie di manoscritti che presentavano un insieme di differenze e varianti fra loro. Stiamo parlando delle vicende dell'eroe Sigfrido alla corte dell'antico regno dei Burgundi, che era situato nell'odierna porzione meridionale della penisola danese, e la vendetta di sua moglie Crimilde, che porta ad una conclusione catastrofica e alla morte di tutti i protagonisti.

Pagina di uno dei manoscritti

Il poema è basato su temi eroici germanici precristiani, che includevano la narrazione, tramandata oralmente, di eventi storici realmente accaduti fra il V e VI secolo. L'autore del poema è un anonimo dell'area del Danubio, fra Passavia e Vienna, e ha composto l'opera fra il 1180 e il 1210, forse alla corte del vescovo di Passavia, Wolfger von Erla (in carica dal 1191 al 1204). Secondo molti studiosi l'autore era probabilmente una persona istruita della corte del vescovo e scriveva per i chierici e per i nobili di corte. Il manoscritto venne ritrovato nel 1755 nell'odierna Austria orientale; poi vennero ritrovare un'altra quarantina di versioni, di cui tre principali ribattezzate "Versioni A, B e C". Tutt'oggi, per via delle numerose versioni ed incongruenze, gli studiosi ancora non sono in grado di stabilire quale sia la storia originale duecentesca.

Ritratto di Sigfrido

La storia ha due principali vicende: la prima riguarda le gesta di Sigfrido, fino alla sua morte per mano di un traditore; la seconda invece, narra della vendetta di sua moglie Crimilde contro gli assassini del marito. Il tutto è raccolto in 39 capitoli denominati "Avventure".
Nelle prime due avventure vengono introdotti i personaggi di Crimilde e Sigfrido: la prima non vuole conoscere l'amore, per via di un sogno premonitore che faceva presagire la morte del suo sposo; il secondo invece parla di un forte guerriero, nobile di animo e desiderato da numerose dame. Nel canto successivo il cavaliere, venuto a conoscenza della bellezza di Crimilde, decide di recarsi nel suo regno: arrivato alla meta, vuole sfidare il re del posto, e padre della ragazza, in duello, in modo da poter conquistare il suo regno. Tale desiderio viene però accantonato, e gli animi ammansiti grazie ad un'offerta di vino. Crimilde, vedendo Sigfrido, se ne innamora.
Da qui partono una serie di avventure che porteranno prima al matrimonio fra i due, poi alla morte di Sigfrido, infine alla vendetta di Crimilde.
Le vicende di questo poema avranno un'eco enorme nella cultura germanica: l'epicità del poema, simile a quella dei poemi greci, l'uso di personaggi appartenenti alla mitologia norrena, l'accenno a personaggi fantastici come i nibelunghi, nani dei boschi, abili conoscitori dell'arte della fusione del ferro ed ai draghi, fa di questo poema un elemento suggestivo del panorama culturale tedesco.

19 marzo, 2019

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che oggi vi proponiamo, sono le seguenti:


INVOLTINI DI GAMBERI

Ingredienti (per 4 persone):
24 gamberi freschi;
250 gr. di pasta sfoglia; 
1 tuorlo d'uovo;
1 cucchiaio di latte;
5 cucchiai di parmigiano;
100 ml. di brodo vegetale;
200 ml. di panna;
sale e pepe bianco.

Procedimento:
Mettere sul fuoco una pentola grossa con 3 o 4 lt di acqua con sale, e portare ad ebollizione per far cuocere i gamberi per 10 minuti, dopodiché scolarli e raffreddarli subito immergendoli in acqua fresca.
Pulire i gamberi togliendo la coda, la corazza e rimuovendo l'intestino. Stendere la pasta sfoglia badando che sia spessa 3 o 4 mm e tagliarla in quattro quadrati da 10 cm di lato. Sbattere il tuorlo con il latte e spennellare la pasta. Porre i quadrati di pasta in una teglia coperta da carta da forno e cuocere in forno per 10/12 minuti a 220 gradi; a questo punto spegnere il forno e far asciugare la pasta per altri 10 minuti, lasciando lo sportello un po' aperto.
Preparare nel frattempo la salsa, grattugiando finemente il parmigiano, scaldando il brodo e la panna insieme e facendo scivolare nel composto, il formaggio. Far andare su fuoco medio per 5 minuti. A questo punto, condire con sale e pepe e immergere i gamberi nella salsa, lasciandoli cuocere per altri 5 minuti. Sfornare i quadrati di pasta e tagliarli a metà in orizzontale; adagiare una delle due parti in modo da ricoprire il fondo dei piatti, aggiungere al centro la salsa e i gamberi, e ricoprire il tutto con l'altra parte di pasta.


MOUSSE DI MELE COTOGNE

Ingredienti (per 4 persone):
1kg. di mele cotogne; 
150 ml. di acqua; 
50 gr. di zucchero; 
1 tuorlo d'uovo.

Procedimento:
Lavare con molta cura le mele, tagliarle in quattro parti, asportare il nocciolo. Sbucciarle solo se la buccia presenta delle macchie, quindi tagliarle a pezzetti. Versare l'acqua in una pentola, immergere i pezzetti di mele e far bollire per 15-20 minuti. Quando saranno ammorbidite, metterle nel frullatore e creare una purea; rimettere tutto sul fuoco, continuando a mescolare e aggiungere lo zucchero e il tuorlo. Travasare in una scodella di vetro o in coppette, e far raffreddare.

15 marzo, 2019

L'ultima grande rivoluzione

Come sappiamo, la data canonica che ci viene comunemente insegnata per la fine del Medioevo, è il 1492, cioè l'anno della scoperta dell'America, che cambia per sempre geografia e dimensioni del mondo occidentale. Ma la fine di un'era non è mai istantanea, è caratterizzata dall'essere sempre un passaggio graduale e ricco di sfumature, come abbiamo approfondito già in passato in questo articolo. Per molti storici, la fine di questo passaggio fra il Medioevo e l'Età Moderna avviene con un teologo, il quale si rende conto che, nella Chiesa, c'è qualcosa che non va: la vendita delle indulgenze. Il teologo che sfiderà la Chiesa in questa battaglia, sarà Martin Lutero.

Ritratto di Martin Lutero

Fra la fine del XV e l'inizio del XVI Secolo, la Chiesa ha bisogno di soldi: la costruzione della nuova basilica di San Pietro, col maestoso cupolone progettato da Michelangelo Buonarroti, richiede uno sforzo economico enorme anche per le casse cattoliche. I Papi allora realizzano che il modo migliore per incentivare i fedeli a versare più soldi nelle casse romane, è accordare indulgenze che permettono alle anime dei defunti di passare dal Purgatorio, in cui stanno scontando i loro peccati, al Paradiso. La pratica della vendita delle indulgenze già era diffusa nel secolo XIV, ed era servita per la costruzione di opere necessarie al sostentamento dei più poveri, come ospedali, ospizi e scuole; questa invece, serviva soltanto alla costruzione di una sfarzosa opera. Lutero si chiede se sia possibile che il Papa possa portare davvero le anime dal Purgatorio al Paradiso, realizzando che la Chiesa sta conducendo il popolo cristiano sulla strada sbagliata. Le anime dal Purgatorio, secondo la dottrina luterana, può farle uscire soltanto Dio e nessun altro.
Quindi il teologo realizza che il Papa sta ingannando e corrompendo i Cristiani, portandoli a non capire più i valori della carità, del pentimento dei propri peccati, dell'importanza della confessione, di quello catartico della penitenza. Ragionandoci su, Lutero stende un elenco di 95 tesi in cui contesta il modo di fare cattolico.

Copia di un manoscritto illustrante le 95 tesi di Lutero, conservato alla Biblioteca Nazionale di Berlino

Si racconta che questo elenco di tesi sia stato affisso alla porta della chiesa del castello di Wittenberg, in vista di una pubblica assemblea in cui Lutero avrebbe difeso e provato le proprie affermazioni, come era allora costume corrente nei centri universitari. Infatti non risultano testimonianze coeve dell'affissione. Autorevoli storici hanno sostenuto che le 95 tesi furono in realtà inviate il 31 ottobre 1517 ai vescovi interessati e che furono diffuse solo dopo la mancata risposta di questi ultimi. La storia dell'affissione infatti è raccontata nel 1546 da Filippo Melantone, che peraltro il 31 ottobre 1517 non era a Wittenberg. Questo ipotetico gesto, per convenzione storica, è considerato l'inizio della Riforma protestante.

La chiesa del castello di Wittenberg, dove la tradizione vuole che Lutero abbia affisso l'elenco delle sue 95 tesi sul portale che si vede in primo piano

Per chi fosse interessato, questo link a Wikipedia illustra l'elenco completo delle 95 tesi.
Il Papa allora in carica, Leone X, venendo a sapere di questo attacco verso la Chiesa, chiede l'intervento dell'Imperatore Carlo V, affinché induca al silenzio il teologo agostiniano. Carlo V convoca Lutero alla Dieta di Worms, l'assemblea con Imperatore, principi tedeschi e Vescovi, del 1521. Lutero dovrà sostenere le sue tesi dinnanzi a quest'assemblea, col rischio di morire sul rogo con l'accusa di eresia.

Lutero alla Dieta di Worms del 1521

Il teologo sostiene con forza le sue tesi, con accesi dibattiti condotti con gli altri teologi presenti e con gli avvocati dell'Impero. Alla fine Carlo V  si ritira, e decide di non perseguire Lutero, che ottiene una vittoria senza precedenti.  Arrivato nella sua stanza d'albergo, racconta un testimone del tempo, Lutero "alzò le braccia in alto come fanno i vincitori nel torneo esclamando: «Ce l'ho fatta!»" .
Da quel momento, l'Impero e la Chiesa scissero il loro cammino, e nel mondo cristiano si aprì una spaccatura che porta alla nascita della religione Protestante, che tutt'oggi esiste.
Lo scacco alla Chiesa è un evento enorme a livello politico, e soprattutto chiude per sempre l'era medievale. La Chiesa proverà con la Controriforma e l'Inquisizione, a riprendere il potere perduto, ma sarà inutile: l'Era Moderna è ormai cominciata, e sarebbe culminata, qualche secolo più tardi, con l'Illuminismo.

13 marzo, 2019

Great battles of Historie medievali: La battaglia di Montiel

La battaglia di Montiel sancì la fine della prima guerra civile castigliana, che insanguinava la penisola iberica da circa quindici anni e che, nella sua fase finale (1366-1369), può essere considerata un episodio della guerra dei cent'anni, conflitto (1337-1453) combattuto tra il Regno d'Inghilterra e quello di Francia. A Montiel si affrontarono il re di Castiglia e di Leon, Pietro il Crudele, supportato da inglesi e portoghesi, ed il suo fratellastro, Enrico di Tràstamara, appoggiato dal regno di Francia.

Miniatura della Battaglia di Montiel, tratta dalle Chroniques di Jean Froissart (secolo XIV)

Per tutto il 1368 la situazione era rimasta in stallo, finché all'inizio dell'anno successivo, Pietro, ricevuto l'aiuto di truppe musulmane, dai Merinidi e dal regno di Granada, accompagnato dai suoi mercenari e con la quasi totalità degli ebrei castigliani, e infine con l'appoggio dei portoghesi, lasciò l'Andalusia per andare a liberare Toledo, assediata dal fratellastro. Lo scontro avvenne nelle vicinanze di Montiel: l'esercito castigliano era composto da ben 15.000 uomini, mentre non è dato sapere il numero effettivo delle unità a disposizione di Enrico; sta di fatto che il 14 marzo 1369, Enrico di Trastámara lanciò l'offensiva finale che, per la brillante tattica adottata dall'altro comandante, Bertrand du Guesclin, sbaragliò la resistenza realista e costrinse il fratellastro, Pietro il Crudele, a fuggire e a rifugiarsi nel castello di Montiel.
Non sappiamo i dati riguardanti le perdite dei due schieramenti sul campo di battaglia, ma si suppone che furono ingenti da entrambi i lati.

Il re Pietro il Crudele assassinato dal fratellastro, Enrico di Tràstamara

Tornando a Pietro, qualche giorno dopo, per poter fuggire dal castello in cui si era rifugiato, la notte tra il 22 e il 23 marzo, cercandone la complicità, si mise in contatto con du Guesclin, che finse di accettare, ma poi lo introdusse in una tenda in cui si trovava il fratellastro. I due si scagliarono uno contro l'altro e, quando sembrava che Pietro stesse avendo la meglio, du Guesclin intervenne e atterrò Pietro, che fu sopraffatto e ucciso da Enrico, il quale gli successe sul trono.
Lo storico Jean Froissart, nelle sue Chroniques, evoca la morte di Pietro il Crudele  "comment le roy dam Pietre fut pris et mis à mort et le roy Henri demoura roy de castelle…" (come il re don Pietro fu catturato e messo a morte ed il re Enrico divenne re di Castiglia...).

11 marzo, 2019

Historie Medievali Feudal Japan: Le armature dei samurai

Siamo abituati a vedere e riconoscere armature medievali del nostro periodo storico che è il Medioevo, oggi invece parleremo delle armature che equipaggiarono i Samurai nel corso dei secoli. Le prime riproduzioni di armature che si sono ritrovate in Giappone furono su figure tombali, haniwa, che ritraevano guerrieri in armatura. Gli elementi dell'armatura consistevano in protezioni come quelle classiche usate in Europa, quindi parliamo di una protezione per la testa, il collo, le spalle, le braccia, il dorso, l'addome, le gambe e i piedi. I componenti venivano costruiti in materiali leggeri e resistenti come il cuoio, tanto che le prime armature erano generalmente fatte da scaglie di cuoio cucite su stoffa; con il passare del tempo il cuoio venne rinforzato con la laccatura o da piastre di ferro, o addirittura in acciaio. Ritrovamenti archeologici di elmi e corazze completamente in ferro sono avvenuti in tombe datate al V secolo a.C.. Il ferro era forgiato in modo da renderlo resistente ma leggero, pertanto questa lavorazione sarà il preludio a quell'arte che permetterà non solo di fabbricare splendide armature formate da piastre di ogni dimensione, ma renderà i giapponesi famosi nel mondo per la magnificenza delle lame delle loro spade.

Armatura samurai di stile Yaroi sontuosamente decorata, Metropolitan Museum

Durante il periodo Heian le armature furono quindi un insieme di cuoio e ferro, successivamente l'armatura si evolse diventando di una composizione fatta da lamine di ferro fissate da lacci in pelle o in seta, che caratterizzò tutta la storia del Giappone. Le cotte di maglia venivano spesso intessute nelle lamine per dare mobilità all'armatura, che risultava così leggera e pratica. Questo modo di costruire portò il guerriero giapponese a non considerarla una protezione efficace, poiché troppo pesante e non funzionale al combattimento. Quindi si cominciò a cercare di bilanciare il fattore protezione con la leggerezza. Per quanto riguarda i lacci colorati che servivano a tenere assieme le parti dell'armatura, vennero fin dall'inizio adottati vari colori, che servivano a distinguersi in battaglia tra i vari Clan. Le allacciature spaziate erano adottate dai gradi inferiori, mentre quelle molto fitte da guerrieri più importanti. Le armature fabbricate prima del XVI secolo erano note come: Yaroi, Katchu, Haramachi, Do-maru, mentre quelle fabbricate dopo, erano dette Gusoku.

Armatura samurai stile Gusoku, Museo di Tokyo

I componenti principali dell'armatura erano: il Pettorale (Yoroi), l'Elmo (Kabuto), la Maschera (Ho-ate), le Maniche (Kote), gli Schinieri (Sune-ate), i Paralombi (Koshi-ate). Le armature complete erano indossate soltanto tra i guerrieri d'alto rango, i sottoposti ne portavano soltanto alcune parti, di materiale meno pregiato.

Schematizzazione di un armatura da Samurai

L'elmo costituiva senz'altro la parte più decorativa dell'intera armatura con le sue svariate forme; esso era anche decorato con i cimieri, simboli mitici che evidenziavano la qualità del guerriero. Sarà però la maschera a caratterizzare a pieno il samurai, la quale poteva ricoprire totalmente, o in parte, il viso del guerriero, andando a costituire senza dubbio uno degli elementi più tipici dei samurai giapponesi. Fatta in cuoio, ferro, acciaio, poteva essere in un solo o più pezzi, e aveva le sembianze di demoni, uomini o animali. Un particolare soprabito senza maniche veniva spesso indossato dai soldati di rango elevato (il Jimbaori), per conferire più maestosità, così come la cappa (Horo), portata dai samurai a cavallo.
Il samurai portava in battaglia tre sacche: una per le teste nemiche, che veniva appesa alla cintura o alla sella del cavallo, un'altra per le provviste, e la terza serviva a portare il riso crudo o cotto. Attorno alla cintura, il guerriero portava una specie di salvagente fatto di pezzi di materiali gonfiabile, che serviva quando attraversava fiumi o laghi.

Un Samurai a cavallo, miniatura storica

Per concludere, un elemento che permetteva di distinguere i vari clan era il (Mon), un emblema araldico che veniva ereditato e poi tramandato a tutti i membri delle grandi famiglie, e che serviva in battaglia per distinguere sia il rango dell'avversario, che la famiglia di appartenenza.

Alcuni Mon delle famiglie più importanti del Giappone feudale

07 marzo, 2019

La Grande Moschea di Cordova

I luoghi di culto passati da un credo all'altro, nel corso della storia, sono molti in Occidente: il più famoso è indubbiamente la basilica di Santa Sofia ad Istanbul, divenuta poi moschea dopo la conquista Ottomana. In Spagna, terra araba per molti secoli, ci sono svariate moschee in seguito convertite in cattedrali. Fra le più belle, c'è indubbiamente la Grande Moschea di Cordova.

Interno della moschea

La storia dell'odierna cattedrale dedicata all'Immacolata Concezione inizia nel lontano 785 dopo Cristo, quando i musulmani, che avevano occupato l'ex regno Visigoto nel 756 d.C., decidono di modificare la vecchia chiesa di San Vincenzo per farne un luogo adibito al loro culto. Ottennero così un cortile quadrato in cui sorgeva una sala di preghiera rettangolare, le cui colonne provenivano da edifici romani della città, seguendo una cultura del riutilizzo già in voga in molte parti d'Europa.
La costruzione cominciò sotto ʿAbd al-Raḥmān I, e dimostrò un grande eclettismo da parte della cultura islamica: infatti presero dai Bizantini l'idea dei mosaici, dagli Egizi la sala a colonne, dai Visigoti l'arco a ferro di cavallo, dall'architettura romana dell'Acquedotto di Segovia gli archi sovrapposti, nei quali videro la stilizzazione dei rami di palma, così da costruire la moschea come un gigantesco palmeto di pietra (856 colonne in un rettangolo di 175 metri per 135). La selva di colonne crea ritmici allineamenti e fughe a perdita d'occhio, cadenzati giochi di profondità, mutevoli e sempre esatte prospettive geometriche.

L'acquedotto romano di Segovia, che ha ispirato gli arabi nella costruzione della moschea

Nell'848 e nel 961 d.C., vennero apportate ulteriori ampliamenti alla struttura. L'ultimo ampliamento viene ultimato alla fine del X secolo, quando l’ Hajib (ciambellano di corte) Almanzor, realizza un grosso ampliamento a sud, arrivando a far contare alla moschea ben 1293 colonne!

Mappa dei vari ampliamenti della moschea

Cordova venne conquistata da Ferdinando III di Castiglia, e nel 1236 comincia la conversione della moschea in cattedrale: viene murata la porta fra il cortile e l'interno della moschea, e parte degli interni sono modificati per far posto alla cappella reale. Nei secoli successivi, si cercherà di modificare ulteriormente la cattedrale: verranno presentati progetti che cercheranno di stravolgerla, provocando lo scoppio di violente polemiche, in quanto si sarebbe rotta la prospettiva della foresta di colonne che era la caratteristica dell'originaria moschea. Solo l'intercessione dell'Imperatore Carlo V consentirà i lavori di modifica.
Ai giorni d'oggi, l'originale effetto foresta è conservato, come è possibile notare nella foto sottostante.

La foresta di colonne della moschea: i doppi archi rievocano le fronde di palma

L'esterno lo fa sembrare un semplice palazzo, ma l'edificio ha dimensioni ragguardevoli: si tratta di ben 19 navate circondate da cappelle costruite durante l'epoca cristiana. È interessante notare come elementi di diverse epoche si sovrappongano fra loro, creando un connubio unico fra arte araba e arte occidentale, che si può notare solo in alcune costruzioni presenti in Sicilia.

Esterno dell'ex moschea

L'antico minareto invece è stato trasformato in campanile: il suo nome, torre dell'Alminar, significa, per l'appunto, "minareto".

Torre dell'Alminar

Per finire, è interessante notare come l'intera struttura domini la città, marcando l'accento sull'importanza del monumento per la regione di Cordova.

L'ex moschea vista dall'esterno

L'odierna cattedrale dell'Immacolata Concezione, dunque, è un esempio importante di come l'unione di due culture diverse possa forgiare esempi architettonici unici, esotici ed affascinanti. Esempio di cosa possono potenzialmente fare culture diverse quando, invece di costruire muri, fondono tra loro gli aspetti migliori, creando qualcosa di nuovo ed originale. Monito più che mai necessario nel mondo odierno.

06 marzo, 2019

La giornata di un monaco medievale

Con l'inizio della serie tv dedicata al capolavoro di Umberto Eco, "Il nome della rosa", l'epoca medievale è tornata prepotentemente alla ribalta del grande pubblico, con l'attenzione dello spettatore focalizzata sulle vicende misteriose che avvengono all'interno di una, apparentemente tranquilla, abbazia alpina. Questo ci dà lo spunto per occuparci di un aspetto importante: come si svolgeva la vita all'interno di un monastero? Quali erano i ritmi che scandivano le giornate dei monaci? Bene, oggi ci occuperemo proprio di questo.

San Benedetto da Norcia, affresco di Subiaco
La giornata di un monaco benedettino cominciava alle due di notte, quando la campana del convento annunciava il mattutino. I monaci uscivano dai dormitori e si recavano nel coro, la parte della chiesa riservata alla preghiera, che avveniva sotto forma di canto. La preghiera era l'attività primaria di ciascun monaco benedettino, quella che Benedetto chiamava in latino "Opus Dei" (letteralmente "Opera di Dio").
Alle quattro, dopo un'ora di riposo, il monaco benedettino ritornava in chiesa per cantare di nuovo.

San Benedetto porge la sua regola a S.Mauro e altri monaci, miniatura
Al canto del gallo, dopo un'altra ora di riposo, i monaci si dividevano secondo le loro mansioni: alcuni si recavano nei campi a lavorare la terra, altri nelle stalle, altri si occupavano di falegnameria, altri ancora a cucinare o a fare riparazioni. C'erano anche gli erboristi che preparavano medicine nella farmacia, di cui ogni monastero era dotato.
Gli amanuensi, invece, si chiudevano nello scrittorio dove copiavano a mano testi sacri e libri antichi. Tra i monaci benedettini c'erano anche abili miniatori, cioè autori di illustrazioni a base di minio (un colore rosso) per decorare i codici di pergamena.

Monaci copisti, miniatura
Verso le ore 13, il lavoro era stato già interrotto due volte per cantare in chiesa, ma a quell'ora la campanella annunciava il pranzo che poteva essere di una sola portata tra quelle descritte o più di una, a base di verdura, pane, formaggio, frutta, a volte pesce; la carne era proibita. Si mangiava nel refettorio, in perfetto silenzio, mentre uno dei monaci leggeva testi sacri.
Dopo il pranzo, i monaci riposavano passeggiando nel chiostro, il cortile costruito intorno al pozzo e circondato da un porticato coperto. Quindi passavano altre ore al lavoro fino al vespro, la preghiera serale.
Seguivano una cena frugale e la compieta, la preghiera che chiudeva la giornata.
Ciascun monaco benedettino si ritirava allora a riposare su giacigli di paglia, ma alle dieci di sera si svegliava per recitare il notturno. Quindi dormiva fino alle due e tutto ricominciava.

San Benedetto e i suoi monaci riuniti nel refettorio
Ogni monaco benedettino doveva piena obbedienza all'abate, il padre superiore, eletto dai monaci stessi. Attraverso l'obbedienza, infatti, il monaco coltivava la virtù dell’umiltà, essenziale per la sua salvezza eterna.
Non era permessa alcuna forma di proprietà personale e non si potevano ricevere lettere senza il permesso dell'abate.
Infine, ai monaci era severamente vietato interloquire tra loro, nei momenti di preghiera, durante i pasti e nelle ore serali.

01 marzo, 2019

Il Carnevale nel Medioevo

Il Carnevale, la festività che precede il periodo del digiuno corrispondente alla Quaresima. Questa festività, anche se nasce con i Saturnalia romani, assume la sua forma attuale soltanto nel periodo Medievale. Vediamo insieme come.

Carnevale
Quella dei Saturnali era la festività romana che avveniva durante il solstizio d'inverno: dopo un primo giorno di solenni cerimonie, si svolgevano banchetti e feste sfrenate, ci si scambiavano doni augurali, mentre le distanze sociali venivano letteralmente cancellate. C'era infatti un'inversione dei ruoli, dove addirittura il padrone poteva servire lo schiavo, il povero poteva vestirsi da nobile, mentre il patriziato nascondeva la propria identità con una maschera. 

I Saturnalia romani, antesignani del Carnevale

Questa festa viene ereditata dall'età classica nel periodo medievale: la Chiesa la sposta in corrispondenza dell'inizio della Quaresima, al fine di rallegrare gli animi prima dell'inizio di quello che è notoriamente un periodo di digiuno e di penitenza in attesa della Pasqua. Durante la settimana di festeggiamenti, le azioni e i riti comici (come, ad esempio, l'elezione di re e regine per puro spirito goliardico), occupavano per giorni interi le piazze e le strade.
I giullari e i clerici vagantes (gli studenti che passavano da una sede universitaria a un'altra) incoraggiavano il popolo, continuamente oppresso dal potere e dalle guerre, a esprimere, attraverso la parodia, il rovesciamento dei valori correnti, della serietà e autorità del potere politico e religioso, e delle sue leggi: si affermava allora un "mondo alla rovescia" che sosteneva le ragioni materiali e corporali, contro quelle spirituali dominanti, e che influenzerà la letteratura "carnevalesca".

Maschere del Carnevale di Venezia

Anche le cerimonie e i riti civili della vita di ogni giorno (proclamazione dei nomi dei vincitori di un torneo, cerimonie per la concessione di diritti feudali, vestizione di cavalieri, ecc.) vedevano la partecipazione di buffoni e stolti, che parodiavano tutti i momenti seri del cerimoniale.
Esattamente come per i Saturnalia, nel Carnevale tutti erano considerati uguali, e nella piazza carnevalesca regnava la forma particolare del contatto familiare e libero fra le persone, separate nella vita normale dalle barriere insormontabili della loro condizione, dei loro beni, del loro lavoro, della loro età e della loro situazione familiare.
Le prime testimonianze dell'uso del vocabolo "carnevale" (detto anche "carnevalo") vengono dai testi del giullare Matazone da Caligano alla fine del XIII secolo e del novelliere Giovanni Sercambi verso il 1400. Il Carnevale non termina ovunque il Martedì grasso: fanno eccezione il Carnevale di Viareggio, il Carnevale di Ovodda, il carnevale di Poggio Mirteto, il Carnevale di Bientina, il carnevale di Borgosesia e il Carnevalone di Chivasso. Anche il Carnevale di Foiano della Chiana termina la domenica dopo le Ceneri. In diversi Carnevali il martedì grasso si rappresenta, spesso con un falò, la "morte di Carnevale".
I festeggiamenti veri e propri, così come lo conosciamo, avvengono intorno al 1400: a Firenze, coi Medici, cominciò la diffusione delle maschere; tale moda si diffuse pure a Viareggio. Città di grandi dimensioni come Milano, anche adottano questa moda.
Rituali importanti del Carnevale medievale sono il mangiare, in vista del periodo di Quaresima, e le maschere, che rappresentano il simbolo delle forze vegetative della natura, del mondo animale e di quello dei morti. Vengono usate soprattutto per i carnevali urbani, specie quello di Venezia, dove probabili fonti le attestano come elemento di spicco e caratteristico fin dal X Secolo, ed hanno il ruolo di sbeffeggiare l'autorità, che ne impediva l'uso durante il resto dell'anno, in quanto nascondevano l'identità del portatore, che di conseguenza, non essendo riconoscibile, avrebbe potuto compiere più agevolmente eventuali misfatti.