29 aprile, 2019

L'educazione del Paggio e dello Scudiero nel XIV-XV secolo

L'educazione di un ragazzo del XIV-XV secolo iniziava da giovane, intorno agli 8 anni, quando veniva mandato dai genitori a vivere nel castello di un signore feudatario. Qui, assieme ad altri ragazzi più o meno della stessa età, doveva rendersi utile come paggio (servitore). I suoi compiti erano quelli di fare commissioni, recare messaggi e servire a tavola. Aiutava la moglie del signore e le sue damigelle, prendendosi cura dei loro cani da salotto o aiutando a reggere i loro strascichi che strisciavano a terra dietro gli abiti delle donne ricche. Il cappellano del castello o il tutore di famiglia gli insegnava a leggere e a scrivere. Il ragazzo imparava a comportarsi in società; ad esempio, gli veniva insegnato come accogliere gli ospiti e come sostenere le conversazioni imitando la famiglia del feudatario.

Paggi durante il servizio delle vivande in un banchetto del XV secolo

I paggi trascorrevano anche parte della giornata con i soldati del castello, imparando a cavalcare, a curare i cavalli, a maneggiare le armi e a combattere. I ragazzi esercitavano le loro capacità di combattenti lottando l'uno contro l'altro, dotati di finte armi fatte di legno, più pesanti di quelle di metallo, ma con minore probabilità di causare gravi ferite. Maneggiare il pesante legno aiutava i ragazzi a sviluppare una muscolatura forte e se un paggio non riusciva a trovare un partner per allenarsi, faceva pratica combattendo contro un Pell, uno spesso palo di legno infisso verticalmente nel terreno. Veniva insegnato loro ad obbedire agli ordini in maniera immediata e senza discutere, ad essere duri, coraggiosi e intraprendenti. Quando un paggio aveva circa 14 anni, iniziava una nuova fase della sua educazione. Faceva da scudiero al signore o al sovrano che lo stava educando.

Uno scudiero durante una campagna militare. Tratto dalla Bibbia Maciejowski

Talvolta gli scudieri iniziavano come staffieri, prendendosi cura solamente dei cavalli del signore. Originariamente, scudiero significava "colui che porta lo scudo", ma la maggior parte dei giovani scudieri aveva molti altri compiti. In tempo di pace, si rendevano generalmente utili accompagnando il signore agli incontri politici, nelle battute di caccia e di falconeria. Imparavano a danzare e, se dotati di talento, a suonare uno strumento musicale, a scrivere poesie o a cantare. Continuavano ad addestrarsi al combattimento cavalcando cavalli più grandi e imparando a usare armi vere.
In tempo di guerra lo scudiero aveva un'importante funzione da svolgere: cavalcava con l'esercito del suo signore, collaborando a organizzare i cavalli, le tende e le armi. Prima di una battaglia, aiutava il suo signore a indossare l'armatura, controllava le sue armi e metteva i finimenti al suo cavallo; se il signore rimaneva ferito in combattimento, lo scudiero lo riportava indietro dal campo di battaglia e gli prestava i primi soccorsi.

Uno scudiero inginocchiato in attesa che Enrico V
 gli dia il consenso ad indossare l'elmo. Ricostruzione moderna

I ragazzi trascorrevano 7 anni da scudieri, acquisivano una preziosa esperienza osservando le battaglie, ascoltavano i cavalieri mentre parlavano di strategie e di tattica. Al raggiungimento dei 21 anni, si era pronti a diventare cavaliere. Nei secoli precedenti, se si era fortunati, si poteva diventare Cavaliere solo se lo scudiero, durante una battaglia, compiva un atto di eccezionale coraggio.
Nel XV secolo, tuttavia, il titolo di Cavaliere fu concesso anche come segno del favore reale, ad esempio, ai membri di un parlamento. Solitamente il raggiungimento dello status di Cavaliere era assegnato con una cerimonia speciale. Queste ultime iniziavano alla sera, quando lo scudiero faceva un bagno rituale per ripulirsi dai peccati del passato e segnare l'inizio di una nuova fase nella sua vita.

Investitura di un Cavaliere. Miniatura medievale

Dopo il bagno lo scudiero indossava abiti freschi e puliti, dopodiché si recava nella cappella del castello dove poneva la sua spada sull'altare e trascorreva sveglio tutta la notte in preghiera. Pregava per la sua famiglia, per le persone che lo avevano educato e per avere protezione in battaglia, affinché potesse divenire un cavaliere coraggioso e leale. La mattina andava nella grande sala del castello, dove lo aspettavano il signore che lo aveva educato o il re; lo scudiero si inginocchiava al suo cospetto e prometteva di servirlo fedelmente, giurando la sua lealtà.

26 aprile, 2019

Papa Gregorio Magno

Il crollo dell'Impero Romano d'Occidente non segna il collasso della civiltà occidentale: quando Odoacre spedisce le insegne imperiali a Costantinopoli e viene deposto Romolo Augustolo, quelli dell'epoca vivono l'evento come un avvicendarsi di un nuovo sovrano al potere su ciò che resta di quella porzione di Impero e sarà soltanto con le guerre Gotiche che si avrà un collasso della situazione in penisola italiana. Nonostante ciò, nel marasma creatosi in quello che un tempo era il cuore dell'Impero, nascono  grandi uomini che pongono le basi per la nascente era medievale. Questo è il caso di Gregorio, figlio di una nobildonna romana ed un Senatore romano, Gordiano.

Antonello da Messina - Papa Gregorio Magno

Gregorio nacque a Roma intorno al 540 dopo Cristo da un'importante famiglia patrizia dell'ormai ex capitale imperiale. Fece studi di elevato livello in grammatica e diritto, e raggiunse la ragguardevole carica di Praefectus Urbi per la città di Roma, come cita un documento datato 573 d.C.. Divenne devoto ammiratore e biografo di Benedetto da Norcia, e questo cambiò la sua vita per sempre: abbandonò la carriera pubblica per farsi monaco, trasformò i suoi possedimenti in monasteri, si dedicò alla contemplazione di Dio e alla lettura della Bibbia. I monaci vivevano un'esistenza appartata e in contemplazione con loro stessi, ma Gregorio non potè seguire questo stile di vita a lungo: Papa Benedetto I lo nominò infatti diacono di Roma, mentre Pelagio II, suo successore, lo mandò a Costantinopoli per chiedere aiuti per Roma, aiuti che non ottenne. Fra il 586 ed il 590 restò in ritiro nel suo monastero sul colle Celio, fino alla morte di Papa Pelagio II: questo avvenimento cambiò ancora una volta la vita del monaco, in quanto venne acclamato al soglio pontificio sia dall'entusiasmo dei credenti, che dalle insistenze del clero e dal Senato Romano, di cui era stato segretario. Gregorio non voleva la carica, tanto è vero che mandò una lettera a Costantinopoli affinché questo ruolo venisse assegnato ad altri, e per molto tempo, la reggenza della Chiesa di Roma fu in mano ad un triumvirato ecclesiastico.

Gregorio al soglio pontificio

Roma stava passando un periodo lugubre della sua storia: le invasioni longobarde, le alluvioni del Tevere, la peste, la decimazione della popolazione, avevano spinto Gregorio a sollecitare i cittadini dell'Urbe a fare penitenza. Poi, sul mausoleo di Adriano (l'attuale castel Sant'Angelo), durante una processione, molti ebbero la visione dell'Arcangelo Michele che rinfodera la spada: interpretato come un presagio di buon auspicio, seguito dall'effettiva fine della peste, portò gli abitanti di Roma a scolpire una statua dell'arcangelo in vetta al mausoleo. Verso la fine del 590, l'Imperatore ratificò Gregorio come Papa, che non poté fare altro che accettare la nomina.
Questo Papa fu un amministratore energico: cercò di moralizzare la curia romana, attribuendo incarichi a monaci benedettini e togliendoli a laici che avevano interessi economici e non spirituali; regolamentò al meglio l'istituzione monastica, dando maggiori poteri giuridici ai monasteri e così limitando l'ingerenza dei Vescovi; cercò la pace coi Longobardi che stavano funestando la già devastata penisola italiana.
L'Esarca di Ravenna, Romano, fece di tutto per ostacolarlo, e per questo Roma si trovò assediata dai Longobardi. L'assenza di una difesa da parte dei Bizantini costrinse Gregorio a muoversi da solo, suscitando la disapprovazione dell'Imperatore. Gregorio, per tutta risposta, rinfacciò al sovrano d'Oriente la totale inefficienza imperiale sulla questione. Alla fine la pace viene raggiunta, ed il Papa cominciò un programma di evangelizzazione su scala europea, cosa che gli valse il titolo di Magno, cioè Grande.
Evangelizzando tanti popoli su vasta scala infatti, la Chiesa assunse un potere a livello continentale tale da divenire un protagonista politico di primo piano nel panorama europeo.

Tomba di Papa Gregorio Magno

Papa Gregorio Magno morirà nel 604 per gotta, e verrà sepolto nella Basilica di San Pietro. Fu canonizzato e proclamato Dottore della Chiesa. Fra le sue tante riforme, fra le più importanti si rammentano anche l'introduzione di un canto liturgico particolare, molto solenne e recitato in latino, nell'ambito della riforma delle funzioni liturgiche da lui voluta, e per questo chiamato Canto Gregoriano.

Gregorio crea il Canto Gregoriano

24 aprile, 2019

Great battles of Historie medievali: La Battaglia di Torrita

La battaglia di Torrita, svoltasi nel 1358, fu tra le più lunghe del XIV secolo. Venne combattuta nei territori di Cortona, del "Chiugi" e di Torrita, tra la Repubblica di Siena ed il Comune di Perugia per il controllo di Montepulciano, dominata dalla potente famiglia dei Del Pecora, Signori di Valiano.

Castello di Torrita
Nel dicembre del 1357, Cortona ed il suo territorio vennero occupati dalle truppe perugine, appartenenti alla fazione popolare dei Raspanti, capitanata da Leggieri d'Andreotto.
I Perugini, forti di 400 cavalieri e numerosi fanti comandati da Leggieri, non riuscendo ad occupare Cortona, si accamparono nei pressi della canova dell'Ossaia, determinati ad assediare la città. Bartolomeo Casali, signore di Cortona, per liberarsi dalla morsa dell'assedio, si alleò con i senesi, i quali assoldarono il capitano di ventura, Anichino Di Bongardo, che si trovava nel territorio senese con un forte esercito, al soldo di Barnabò Visconti, con il compito di proteggere il territorio senese dalla minacciosa espansione della Repubblica di Firenze. Il 18 marzo 1358, Anichino, con 800 cavalieri e 400 fanti ed una brigata di ungheresi, uniti a milizie senesi comandate dal conte Nolfo d'Urbino, marciarono alla volta di Torrita e, dopo averla espugnata, raggiunsero l'accampamento perugino ad Ossaia ed inseguirono il nemico nel territorio del Chiugi, costringendolo alla fuga nelle colline settentrionali del Trasimeno.

Comune di Montepulciano, Ex Signoria

Il Comune di Perugia, a seguito della cocente sconfitta e dopo un estenuante tentativo di mediazione intrapreso invano da Firenze, preparò la rivincita stipendiando nuovi mercenari con 800 barbute al seguito di un notevole contingente di milizie cittadine: 6000 fanti e 400 ungari, al comando di Smeduccio da San Severino. Le milizie perugine stazionarono nell'accampamento di Gracciano, mentre quelle senesi si accamparono a Torrita. Il 9 aprile i perugini inviarono nel campo avverso il guanto di sfida, accettato dal Bongardo, ma respinto dai comandanti senesi, favorevoli al rinvio della battaglia. Il 10 aprile, 40 cavalieri senesi uscirono dalle mura dell'accampamento, ma rimasero sopraffatti dal nemico e costretti a ripiegare. Vedendo avanzare il nemico, anche il Bongardo uscì dalle mura, ma i perugini, grazie alla superiorità numerica, circondarono i mercenari e catturarono Anichino, provocando la ritirata delle milizie.

La battaglia di Torrita, sala del Mappamondo, Palazzo pubblico

Stimando comunque troppo difficile la presa di Torrita, i perugini inseguirono i senesi in rotta fino alle porte della stessa Siena. Nella fuga questi ultimi persero 400 uomini, che furono fatti prigionieri, 49 stendardi e l'insegna imperiale donata da Carlo IV al Comune di Siena. I trofei militari riportati a Perugia suscitarono grande gioia nella popolazione, che intese gratificare tutti i capitani perugini con il titolo di "Cavaliere", con una menzione speciale ai quattro alleati Poliziani che si erano distinti particolarmente nella battaglia di Torrita: Giovanni e Gherardo Del Pecora e i nipoti, Bertoldo e Corradino, insigniti "Cavalieri" e remunerati con la rendita vitalizia della posta di Valiano.

19 aprile, 2019

Gli incendi nel Medioevo

Sull'eco dei drammatici fatti accaduti a Parigi pochi giorni or sono, è interessante vedere come nel Medioevo gli incendi fossero frequenti e devastanti. Capiremo che quello che è capitato a Notre Dame, rispetto al passato, è paragonabile ad una banale scottatura.

Raffigurazione di un incendio nel Medioevo

I centri urbani medievali erano composti da case fatte prevalentemente in legno, addossate fra loro (basti pensare alle strade strette e tortuose tipiche delle città medievali), spesso non selciate e cariche di immondizia. Buona parte dei suppellettili e degli utensili in casa erano in legno, e le fonti di approvvigionamento d'acqua erano rare e mal dislocate. Inoltre la normativa edile non esisteva: tutto era lasciato all'iniziativa del singolo, ed i materiali di risulta, fra cui sicuramente legname, stracci ed altre sostanze infiammabili, spesso venivano lasciati per strada, che poteva così finire facilmente intasata. Con queste premesse, cosa sarebbe potuto andare storto dal punto di vista della sicurezza degli incendi?
Ed ecco che gli incendi erano frequenti e continui. Le cause principali erano:

  • Case in legno, con stalle, granai e fienili nelle vicinanze;
  • Lavorazione del ferro da parte dei fabbri, con emissione incontrollata di scintille o per via del fuoco;
  • Candele non spente correttamente;
  • Fuochi accesi in cima alle torri, come manifestazione di gioia;
  • Disposizione delle fontane e dei punti di approvvigionamento d'acqua.
Col tempo però la società dell'epoca corse ai ripari: il Comune di Siena istituì un corpo di vigili del fuoco, con tanto di risarcimenti per le case bruciate; si cercava di allontanare dalla città le attività pericolose e più propense allo sviluppo di fuochi incontrollati; gli artigiani si posizionavano, con le loro attività, nei pressi delle fontane; le cucine si costruivano all'ultimo piano.

Siena, città all'avanguardia nella prevenzione degli incendi

Importanza cruciale si doveva alla collocazione delle fontane, la cui acqua era necessaria per lo spegnimento del fuoco. Infatti i punti di approvvigionamento di acqua erano rari e spesso lontani dall'incendio, e l'acqua doveva essere portata a mano tramite secchi. È facile immaginare come così gli incendi andassero soventemente fuori controllo, portando così alla distruzione di ampie porzioni di centro urbano. Firenze, ad esempio, nel 1304, perde una parte importante del suo centro urbano. 
Città come Torino inoltre, arrivarono a provvedimenti più drastici, come la proibizione nel costruire portici in legno, ma solo in pietra, e sostituire i tetti in legno con tegole. Data la violazione continua delle disposizioni, nel XV Secolo la città si affidò ad un banditore per porre fine alle inottemperanze della popolazione.
Altri provvedimenti, presi sempre nell'ambito della lotta agli incendi, furono quelli di porre delle vedette sulle torri e sui campanili delle chiese e di istituire, nel contempo, dei servizi di pattugliamento notturno eseguiti da soldati con specifici compiti di sorveglianza e di perlustrazione.

I campanili, nel Medioevo, sono luoghi fondamentali per l'avvistamento degli incendi

In caso di incendio, non mancavano le azioni repressive volte a punire coloro i quali li provocavano con dolo, delitto considerato gravissimo al pari degli omicidi e dei tradimenti. La gravità del gesto compiuto determinava naturalmente la pena comminata ai trasgressori delle disposizioni. L’incendiario poteva essere addirittura mandato al rogo, se colto in flagranza di reato.

17 aprile, 2019

I Gargoyles: mostri di pietra

I più famosi sono quelli della Galleria delle Chimere di Notre-Dame a Parigi: in essa, all'altezza di 46 metri dal suolo, si trovano le inquietanti e spettacolari statue, volute dall'architetto Viollet-Le-Duc nel XIX secolo. Si tratta di animali ibridi, a metà tra uccelli e mostri favolosi, che dalle torri di Notre-Dame fissano terribili e ricurvi la città. La più conosciuta è forse la chimera, ma tutte hanno ottenuto grande successo, al punto da diventare protagoniste di un cartone animato, di fiction, e anche personaggi della nota trasposizione cinematografica Disney del celebre romanzo di Victor Hugo, "Notre Dame de Paris".

Gargoyle di Notre-Dame

Ma qual è la genesi di queste creature? Come nascono e perché? Un buon modo per trovare una spiegazione è, come spesso capita, partire dall'etimologia del nome: il termine latino gurgulium, ovvero un'omatopeica che indica il rumore dell'acqua, il gorgoglìo, è passato in tutte le lingue (italiano gargolla, francese gargouille, inglese gargoyles), ad indicare la struttura architettonica che ha funzione di doccione, ovvero la parte finale dello scarico per l'acqua piovana che si protende da un cornicione o da un tetto per far defluire l'acqua lontano dai muri.
È a partire dal X-XI secolo che, come materiale per la costruzione di questo tipo di struttura, cominciò a diffondersi la pietra e grazie alla ben nota fantasia medievale, essa assunse forme sempre nuove e diverse, di solito rappresentanti mostri e creature fantastiche.

Gargolla a forma di drago, duomo di Milano

Le forme sempre diverse e impressionanti sono da attribuirsi alla simbologia complessa che le caratterizza e fonde, motivo per il quale, è il caso di dirlo, le sue origini sono da ricercare sia nelle Sacre Scritture, sia nel Physiologus, noto bestiario medievale, che altro non è che un manoscritto in cui si narra l'esistenza di animali dalle caratteristiche strane e inquietanti, visti come simbolo di virtù o forze occulte, nati – si credeva – dalla contaminazione di esseri naturali diversi, di cui le miniature dei codici mostravano le orribili sembianze agli occhi dei contemporanei. 
Tornando ai Gargoyles, le immagini affascinanti che ne risultarono sono diventate, a distanza di secoli, oggetto di svariate interpretazioni al punto da dividere gli studiosi in due scuole: il pensiero dell'una vuole che i Gargoyles altro non siano se non rappresentazione dei demoni dai quali i buoni cristiani possono rifuggire solo entrando in chiesa, il pensiero dell'altra vede in essi creature protettrici della città, poste a guardia dei demoni stessi.

Gargoyle di forma umana della cattedrale di Praga

Infine occorre dare conto anche di un'antica leggenda francese che ha come protagonista un mostro terribile che viveva sulle rive della Senna; si chiamava Gargouille e, secondo i più, aveva le fattezze di un drago. Ogni anno gli abitanti del luogo erano costretti a placare la sua ira con offerte sacrificali, finché il sacerdote Romanus, futuro vescovo di Rouen, non riuscì ad ammansirlo e portarlo fuori al guinzaglio della sua tonaca. La creatura fu arsa sul rogo, ma il collo e la testa non bruciarono e furono posti sulle mura della città di Rouen, divenendo così il primo modello di gargolla.

15 aprile, 2019

L'uomo d'arme e il suo seguito

Col miglioramento delle armature che avvenne nel corso del XIV e XV secolo, si ebbe un notevole aumento dei costi da parte dei nobili per acquistare armature di piastre, a differenza delle cotte di maglia dei secoli precedenti che costavano decisamente meno. Si calcola che, all'inizio del XV secolo, l'equipaggiamento difensivo di un cavaliere costasse due o tre volte più di quello di un fante. Vi era inoltre il gravissimo problema di cavalli, poiché i destrieri, ossia i robusti cavalli da guerra di cui necessitava la cavalleria pesante d'elite del XIV e del XV secolo, erano costosissimi e il loro numero era sempre insufficiente. Lo Stato garantiva il rimborso del valore del cavallo eventualmente perduto in guerra, ma questo comportava, per evitare truffe, una complessa procedura di valutazione e registrazione del cavallo al momento dell'entrata in servizio.

Manoscritto miniato di un cavaliere del XV secolo in armatura italiana

I rimborsi non potevano rappresentare la sola soluzione per le "rimonte", ossia la sostituzione dei cavalli da guerra perduti in battaglia con altri animali, poiché i cavalli da guerra avevano caratteristiche particolari da poter essere utilizzati dalla cavalleria pesante in battaglia, ma essendo pochi, preziosi ed enormemente costosi, erano difficili da trovare. Ragioni economiche contribuirono quindi ad affiancare al cavaliere pesantemente armato, altre figure di combattenti a cavallo che  affiancavano il nobile. Nei secoli precedenti e in antichità, solo i più facoltosi disponevano di "guardie personali" composte da 2 o massimo 3 combattenti, anche se si trattava di casi estremamente rari. Il tipico cavaliere medievale di nobile stirpe e dotato di equipaggiamento completo, doveva entrare al servizio del signore in caso di guerra, accompagnato da altri combattenti e da personale ausiliario.

Degli aiutanti caricano i carri; Bibbia Maciejowski

Il seguito del cavaliere si fece via via sempre più numeroso; accanto all'Uomo d'Arme propriamente detto (Men at Arms), vi erano combattenti ausiliari a cavallo e personale di supporto che dovevano occuparsi delle esigenze dei combattenti, senza prendere parte direttamente agli scontri. Questo piccolo gruppo costituiva l'unità di base dell'esercito ed era detto "Lancia". Le ordinanze dei bandi di arruolamento indicavano con precisione il numero e la composizione delle "Lance" che dovevano costituire l'esercito. Alla metà del XIV secolo una "lancia" era solitamente costituita da due uomini e due cavalli, mentre un secolo più tardi (XV) la "Lancia" poteva essere composta da tre o quattro uomini con altrettanti cavalli.
Alla fine del XV secolo, il seguito di un singolo uomo d'arme poteva contare anche sette uomini tra paggi, scudieri e valletti, incaricati di accompagnare il cavaliere nel corso del suo servizio in guerra. Ogni membro del seguito doveva assolvere compiti specifici, dal supporto in combattimento alla cura dei cavalli, al trasporto del bagaglio. Solo nel XV secolo, con l'introduzione in Francia delle "Compagnie di Ordinanza", si giunse a costituire unità più grandi dotate di maggior omogeneità e soprattutto, con quel carattere permanente che costituì la premessa per la nascita degli eserciti moderni.

Uomo d'arme del 1498

12 aprile, 2019

Proposte di lettura: I pilastri della Terra



I Pilastri della Terra è un romanzo storico scritto da Ken Follett. Ritenuto da tutti il suo capolavoro, ne è stata tratta anche una serie televisiva.
Il romanzo si apre con il prologo in cui è narrata una maledizione, e si svolge in un periodo che va dal 1135 fino all'epilogo che avviene nel 1174. Vari sono i personaggi fra la finzione e la realtà; uno di questi è Tom, che ha un sogno: costruire una cattedrale; altri sono Stefano di Blois ed Enrico II Plantageneto. Si scorge, fra le figure storiche, quella di Thomas Becket. È appena accennata la tematica della lotta religiosa, che contrappone le ambiziose figure di vescovi, priori ed abati.
È un romanzo estremamente lungo, ma vale la pena leggerlo, in quanto Follett ha una scrittura coinvolgente ed accattivante. I colpi di scena sono continui, e rendono la lettura piacevole e scorrevole.
I Pilastri della Terra sono un grande classico della narrativa contemporanea a tema medievale, un must da leggere per chi è appassionato di Medioevo.

10 aprile, 2019

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che oggi vi proponiamo sono le seguenti:


PESCE SAN PIETRO IN SALSA DI ZAFFERANO

Ingredienti:
300 gr. di filetto di pesce San Pietro;
mezzo limone; 
farina; 
2 cucchiai di burro; 
sale e pepe bianco.

- Per la salsa
1 cucchiaio di cipolla grattugiata;
1 cucchiaio di burro; 
2 punte di coltello di polvere di zafferano; 
100 ml. di vino bianco; 
100 ml. di brodo di verdure; 
5 cucchiai di panna; 
un pizzico di buccia di limone grattugiata; 
sale e pepe bianco.

Procedimento:
Si prepara prima la salsa tritando la cipolla e facendola rosolare adagio nel burro; a questo punto aggiungere lo zafferano, il sale, il pepe e stemperare con il vino bianco. Far cuocere 2 minuti e aggiungere il brodo di verdure, lasciando consumare e restringere, per ridurre di circa la metà la salsa.
Poi si passa alla preparazione del pesce, che va pulito, lavato in acqua fredda e, una volta asciugato, irrorato con il limone; dopodiché bisogna ricavarne dei filetti, condirli con sale e pepe e infarinarli. Scaldare il burro nel tegame e far rosolare il pesce a fiamma viva per 4 minuti.
Appena prima di servire aggiungere la panna e la buccia di limone grattugiata alla salsa, lasciare che si addensi ancora, se necessario. Versare nei piatti un velo di salsa e adagiarvi sopra il pesce.


MOUSSE DI PERE

Ingredienti (per 4 persone):
500 gr. di pere;
1,5 dl. di vino bianco secco; 
20 gr. di burro; 
50 gr. di zucchero; 
cannella q.b.; 
4 cucchiai di panna; 
3 tuorli.

Procedimento:
Sbucciare le pere, privarle del torsolo e tagliarle a pezzetti. Metterle in un tegame con vino e burro e farle bollire. A cottura ultimata passare il composto di pere al setaccio, insaporirlo con zucchero e cannella, aggiungere la panna. Rimettere il composto nel tegame e aggiungere i tuorli, mescolando con cura e facendo addensare, sempre mescolando. Travasare in coppette e far raffreddare.

04 aprile, 2019

Le vette dell'arte medievale: il Duomo di Orvieto

Fra il XIII ed il XVI secolo, una ventina di artisti hanno lavorato su di una fabbrica della città di Orvieto che ha fatto la storia dell'arte: il duomo della città, infatti, è uno degli apici toccati dall'arte nell'era medievale. Oggi la esaminiamo insieme.

Il Duomo visto dalla Torre del Moro

Il Duomo è stato costruito per dare un degno spazio al corporale del miracolo di Bolsena (durante un'eucarestia a Bolsena infatti, l'ostia cominciò a sanguinare). Progettata in stile romanico (probabilmente da Arnolfo di Cambio), la possente cattedrale domina la città, ergendosi imponente sopra tutte le altre case.

Il reliquiario del corporale del miracolo di Bolsena, ragione dell'esistenza del Duomo di Orvieto

Ai primi del trecento, Lorenzo Maitani ampliò la cattedrale in forme gotiche, facendola così diventare come la vediamo oggi.
Il duomo è uno scrigno di arte: solo i mosaici presenti sulla facciata e le varie decorazioni presenti, meritano la visita alla chiesa.

La facciata del duomo

Nonostante la complessità, essa risulta armoniosa, equilibrata e dotata di continuità compositiva. I mosaici rappresentano storie del Vecchio, del Nuovo Testamento e del Giudizio Universale. I bassorilievi vennero scolpiti da Nino ed Andrea Pisano, che erano gli scultori più importanti dell'epoca.

L'interno del duomo

L'interno è composto da tre navate ampie e luminose, che presentano un soffitto a capriate lignee. Dieci grossi e alti pilastri circolari o ottagonali (cinque per lato) e archi a tutto sesto articolano lo spazio in sei campate. Nel complesso il corpo longitudinale è armonioso e permette di vederne, da ogni punto, tutte le parti, compreso il soffitto delle navate laterali. Il transetto consta in tre sole campate coperte da volte a crociera e non è sporgente: le sue estremità sono cioè al livello delle pareti laterali del corpo longitudinale. Dalle due estremità destra e sinistra si aprono, rispettivamente, le importanti cappelle di San Brizio e del Corporale. La pianta è terminata da un presbiterio a pianta pressoché quadrata, al di là della campata centrale del transetto.

Il presbiterio
Le pareti della navata centrale e i suoi pilastri sono caratterizzati dall'alternanza di fasce di basalto e travertino di matrice senese, che ripete la decorazione laterale esterna. Le pareti esterne delle navate laterali sono state lasciate in origine vuote, poi ricoperte da affreschi cinquecenteschi, infine dipinte a fine Ottocento con le attuali fasce bianche e verdi scuro, che riproducono i motivi della navata centrale.
Il duomo di Orvieto è uno dei grandi capolavori da vedere assolutamente almeno una volta nella vita, una delle vette raggiunte dall'arte medievale.

03 aprile, 2019

Il sapone nel medioevo

Siamo tra l'800 e il 900 quando in tutta Europa si diffonde l'uso del sapone. Ad inventarlo, in realtà, come gli scacchi e le carte da gioco, sono gli arabi, che lo portano in Francia, dove la formula originaria viene migliorata e diventa perfetta per accompagnare bagni rigeneranti all'insegna del relax e del benessere.
D'altra parte, se nella Grecia classica il bagno era considerato soprattutto un completamento dell'attività atletica (doveva essere preso con acqua fredda e rapidamente, per dare energia più che ristoro) i romani si lavavano tutte le mattine le braccia e le gambe e, ogni nove giorni, il resto del corpo, in occasione del giorno di mercato.

Re Vencesilao al bagno
Nel medioevo, però, la decadenza degli acquedotti mette in crisi l'utilizzo degli impianti termali: le campagne si spopolano e nelle città si instaurano abitudini che si scontrano con le più elementari norme igieniche, come l'allevamento in casa di animali domestici, polli, oche e maiali. Nelle acque dei fiumi si lavano abiti e biancheria, si scaricano immondizie, carogne, liquami provenienti dalle concerie di pelli e dalle tintorie, e le mura fortificate che cingono le città - limitandone lo sviluppo - costringono gli abitanti in spazi sempre più ristretti e le strade, prive di pavimentazione fino al XII secolo, sono invase da fango e rifiuti.
A cambiare le abitudini igieniche intervengono principalmente due fattori di portata storica: le invasioni barbariche che sconvolgono le strutture economiche, ideologiche e sociali su cui poggiava l'Impero Romano, e il progressivo affermarsi del Cristianesimo con la condanna del corpo e della sua cura.

Miniatura raffigurante un uomo ed una donna che condividono il bagno

Nonostante questo, nelle case dei benestanti il bagno non viene mai a mancare e si fa in grandi tinozze di legno, spesso in compagnia.
A partire dal XII-XIII secolo, poi, si assiste ad un recupero della cura del corpo: fanno la loro comparsa le terme moderne e le saune pubbliche (dette "stufe") e tanto la pulizia della pelle, quanto la cosmesi, tornano di moda.
Dopo la conquista di Toledo – nel 1085 – da parte di Alfonso VI di Castiglia, la città diventa sede di un movimento culturale di dimensioni europee, grazie alle traduzioni latine dei padri della medicina (Ippocrate, Aristotele, Galeno) e delle opere arabe. E proprio alla espansione della cultura araba si deve dunque la conoscenza del sapone che, come detto, viene sviluppato e migliorato in Francia, e in particolare a Marsiglia, da cui prende il nome quello più celebre del mondo, la cui composizione contempla l'uso esclusivo di oli vegetali (prevalentemente quello d'oliva), la cenere di piante marine come alcalinizzante, l'essiccazione al sole e il taglio a mano.

Donna che si pettina, decorazione dai margini del Salterio di Luttrell, XIV secolo

Una delle prime ricette particolareggiate per fare il sapone la troviamo in una raccolta di formule segrete per gli artigiani, che risale al XII secolo. Il procedimento chimico con cui si produce è rimasto sostanzialmente invariato nel corso del tempo: oli e grassi di varia natura vengono bolliti con una soluzione di alcali caustici, producendo una reazione da cui si ottiene il sapone grezzo, detta saponificazione.
Il principio fondamentale su cui si basa l'azione del sapone è la capacità di rendere solubili sostanze che sono insolubili, come batteri e sporcizia di vario genere, portati via poi con l'acqua. Insomma, a discapito di ciò che può essere il pensiero comune, il medioevo è stata un'epoca che ha rivoluzionato anche l'igiene e la cura del corpo.

01 aprile, 2019

I sarti nel medioevo

Una delle categorie più importanti durante tutto il medioevo, specialmente nel periodo che va dal XIII secolo fino alla fine dell'età di mezzo, è quella dei sarti. Agli albori del Medioevo il sarto non era considerato come una delle migliori categorie artigianali del tempo, poiché dopo le invasioni dei popoli dell'est Europa, e a seguito della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, il modo di vestire si omologò e poche classi sociali avevano l'opportunità di permettersi stoffe pregiate e intarsiate. Soltanto nel XIII secolo le categorie di artigiani si divisero in arti e corporazioni. Alcuni dei rappresentanti delle arti maggiori approfittarono dei contatti commerciali internazionali per ottenere più potere, infatti proprio la corporazione dei sarti, nei vari paesi, riuscì a conquistarsi una serie di benefici ed esenzioni fiscali.

Un sarto a lavoro nella sua bottega. Manoscritto miniato. 

Queste agevolazioni ne accrebbero la ricchezza. L'arte del taglio si diffuse in breve tempo nelle maggiori città del continente, accrescendo il volume di affari della corporazione. Le migliori condizioni economiche dei ceti medi avevano fatto sì che aumentasse pure l'interesse per i beni superflui. Nel XIII secolo i disegni degli abiti si fecero molto fantasiosi, con colori sgargianti, grazie anche all'influenza dell'estremo Oriente dove, già da molto tempo, si usava questa tipologia di colori e sfarzosità. Le famiglie dei sarti potevano competere, quanto ad eleganza, con le migliori famiglie borghesi e nobili, non senza un certo disappunto da parte di questi ultimi.

Un sarto a lavoro. Manoscritto miniato.

Gli abiti che si andavano facendo sempre più arditi nella foggia, nei ricami e nei disegni, potevano avere dei costi esorbitanti per l'epoca. Si poteva giungere a corrispondere l'equivalente del salario annuo di un manovale per un abito "all'ultima moda". Non era un fatto tanto insolito che famiglie di nobili finissero sul lastrico, anche a causa degli ingenti debiti contratti per simili acquisti.
L'attività del sarto si era costituita in ambito prevalentemente militare, confezionando una sorta di corpetto di lino e lana abbastanza resistente ad eventuali colpi di armi bianche, il noto "farsetto". Questo indumento veniva indossato indifferentemente da ogni uomo, nobile o plebeo che fosse.

Piero della Francesca. Esempio di Farsetto tardo-gotico, XV secolo
Per lungo tempo l'attività dei sarti fu assimilata alla confezione di un tale capo d'abbigliamento. Non molte arti annoveravano tra i lavoratori anche le donne, le quali svolgevano i propri compiti all'interno di una bottega. Stoffe e tessuti, sagome e vestiti confezionati, era quanto si poteva trovare in una qualsiasi bottega. Il cliente sceglieva il tessuto, il colore e il modello, secondo i dettami estetici dell'epoca, che non mutavano così di frequente come ai giorni nostri. Prese in modo approssimativo le misure grazie a delle sagome, aveva inizio il lavoro vero e proprio di confezione dell'abito.

Un sarto con le forbici in fase di lavorazione di un abito. Affresco presso il castello di Issogne