27 giugno, 2018

La basilica di Sant'Ambrogio

È la seconda chiesa più importante di Milano, punto di riferimento dell'epoca paleocristiana e medievale, nonché della storia della Chiesa Ambrosiana. Fondata dal Vescovo Ambrogio fra il 379 ed il 386 d.C. per celebrare i martiri cristiani lì uccisi dai Romani, venne dedicata a quest'ultimo quando vi fu sepolto alla sua morte, avvenuta nel 397 d.C.. Ma anche se venne fondata in epoca romana, quella di oggi non è la basilica che venne costruita allora: infatti, anche se la pianta segue fedelmente la disposizione di quella originale, essa è stata gradualmente costruita fra il 790 ed il 1099 d.C..

Facciata della basilica vista dal quadriportico

La basilica presenta un quadriportico antistante l'entrata con tre navate ed altrettante absidi. Lo stile è prettamente romanico, mentre il materiale di costruzione è povero: mattoni, pietra ed intonaco bianco. La facciata a capanna è larga e schiacciata. Presenta due logge sovrapposte. Quella inferiore ha cinque arcate uguali (di cui solo tre sono visibili in facciata) e si ricongiunge con il perimetro interno del portico, pur avendo queste arcate leggermente più alte, mentre quella superiore ha cinque arcate che scalano in altezza, assecondando il profilo degli spioventi. Presenta anche degli archetti pensili, cioè file di piccoli archi a tutto sesto che "ricamano" la cornice marcapiano e gli spioventi.
Vi sono presenti eleganti arcate sostenute da pilastri fiancheggiati da semicolonne. Tutte le membrature del portico sono ben evidenziate, anche coloristicamente. Le arcate hanno doppia ghiera, le cornici sono sorrette da archetti pensili analoghi a quelli della facciata, mentre sottili lesene si profilano sulle superfici superiori, dividendole con regolarità.

Navata centrale

L'interno venne strutturato secondo le più avanzate novità d'Oltralpe, con l'uso di volte a crociera a costoloni, nelle quali ogni elemento confluisce in una struttura portante apposita, con un'architettura rigorosa e coerente. In sostanza, ogni arco delle volte poggia su un semipilastro o una semicolonna propria, poi raggruppati nel pilastro a fascio, la cui sezione orizzontale non è quindi casuale, ma legata strettamente alla struttura dell'alzato. Le volte delle navate laterali, con campate di dimensioni pari alla metà del lato di una campata nella navata centrale, poggiano su pilastri minori e reggono i matronei. Questi ultimi occupano tutto lo spazio eventualmente disponibile per il cleristorio: lo sviluppo in altezza ne risulta bloccato ma, coerentemente con lo sviluppo complessivo, la luce si tende lungo l'asse maggiore (la stessa forma plastica dei pilastri polistili è subordinata a questa illuminazione bassa) e passa dalle finestre della facciata (qui, peraltro, filtrata dalle logge) e dal tiburio (come detto, successivo).

Ciborio ed abside

In corrispondenza del tiburio, nell'ultima campata della navata centrale, si trova il presbiterio con, al centro, l'altare maggiore, realizzato tra l'824 e l'859 da Vuolvino, con prezioso paliotto aureo in rilievo con pietre incastonate su tutti e quattro i lati. L'altare è sormontato dal ciborio coevo, commissionato dall'arcivescovo di Milano Angilberto II, dal quale prende il nome.
Nel catino absidale, si trova un mosaico, ricostruito dopo la seconda guerra mondiale riutilizzando i resti di quello precedente distrutto dalle bombe, risalente al IV secolo, ma più volte modificato entro il IX secolo. Al centro vi è il Pantocratore tra i santi Gervaso e Protaso e, ai lati, scene della vita di Sant'Ambrogio.

Mosaico absidale

Sant'Ambrogio vale una visita. È uno dei grandi capolavori medievali di Milano insieme al Duomo, e mostra tutta la grandiosità della storia medievale di questa città.

25 giugno, 2018

Il battesimo

Il problema principale legato all'infanzia, nel medioevo, era l'alto tasso di mortalità, motivo per cui la chiesa decise di rendere obbligatorio il battesimo in tenera età, piuttosto che continuare a celebrarlo in età adulta, come era sempre stato.
La campagna di diffusione di questo nuovo vincolo fu notevole; d'altronde la chiesa è sempre stata maestra in questo: in pochissimo tempo il nuovo ordinamento rituale raggiunse e si impose nei grandi castelli e nelle sperdute campagne.
È chiaro che in una società in cui la vita di un neonato non era controllabile dal punto di vista sanitario e la morte era frequente quanto la nascita, l'unica scelta che rimaneva ai genitori era quella di gestire almeno l'anima del bambino e garantirgli la salvezza nell'al di là.
In tutto il medioevo il battesimo ebbe una liturgia ben precisa che rappresentava l'emblema del controllo della chiesa su questo rito.

Battesimo di Isabella, figlia di Carlo V di Francia
Se in una prima fase del cristianesimo il battesimo degli adulti consisteva nella semplice immersione nelle acque di un fiume o di un torrente, nell'alto Medioevo l'unico luogo in cui si poteva battezzare era il battistero, un edificio adiacente ad una chiesa e dotato di una "fonte battesimale".Tutto il rito era gestito da sacerdoti e vescovi.
Riguardando bambini neonati, tutta la parte rituale che comprendeva l'accettazione e la consapevolezza dell'atto dovette essere affidata a due adulti di riferimento e così fu creata la figura dei padrini e delle madrine che"sceglievano in consapevolezza la salvezza dell'anima del neonato".
I padrini, cioè i tutori della volontà del neonato, si trovavano nella vera e propria posizione di catecumeni e, con grande serietà ed impegno, si sottomettevano ad una serie di rituali preparatori.
Prima di tutto c'era una serie di lezioni preparatorie di istruzione religiosa e, essendo in alcune circostanze quella di catecumeno una vera e propria professione, talvolta la scuola durava anche tre anni.

Battesimo per immersione
Il rito del battesimo si celebrava la notte del Sabato Santo, quando il Vescovo bagnava di saliva le orecchie e il naso del bambino, in modo da consentirgli un contatto diretto con Dio, poiché il Cristo aveva aperto orecchie ed occhi a ciechi e sordi.
Dopodiché veniva unto d'olio, come fosse un lottatore, a simboleggiare la guerra contro il peccato, quindi rivolto verso oriente, terra che si riteneva contenesse il messaggio di speranza e salvezza, mentre si recitava il"Credo". A quel punto si immergeva tre volte nella fonte battesimale.
Compiuti questi atti, il bambino veniva vestito di bianco ed era pronti ad entrare, a pieno titolo, nella comunità cristiana e ad essere, a sua volta, padrino di qualche altro bambino.
Il battesimo del neonato veniva seguito da una cerimonia di purificazione della madre che segnava, dopo alcune settimane dal parto, il suo rientro nella vita sociale.

Battesimo per infusione
Naturalmente per il popolo la cerimonia era più semplice ed ai padrini non era richiesta una preparazione meticolosa, anche perché il duro lavoro delle campagne non lo avrebbe consentito.
Entrambi i rituali, per ricchi e nobili o per contadini e povera gente, avevano proporzionalmente un costo elevato, anche se i preti di campagna accettavano di buon grado compensi in natura.
Uno dei più alti di cui si ha traccia è un intero maiale, compreso di interiora, che venne dato in compenso ad un celebrante delle terre dei Tusci, nell'attuale Romagna.

22 giugno, 2018

L'Origine dei Vichinghi, parte 3

Oggi ritorniamo a parlare dei Vichinghi.
Come descritto nei due articoli precedenti, L'Origine dei Vichinghi parte 1 e L'Origine dei Vichinghi parte 2 , i vichinghi erano abili marinai; i cronisti narrano che "essi abitavano sui mari e vivevano sulle navi", mentre i loro capi erano spesso chiamati re del mare. Un'usanza vichinga era quella di coprire le prue delle loro navi con simulacri di teste di drago o di serpente per allontanare gli spiriti maligni abitanti i mari. L'iconografia popolare che rappresenta delle grandi navi con teste di drago è sicuramente fuorviante. La maggior parte delle imbarcazioni dei vichinghi era di dimensioni piuttosto contenute per poter navigare in baie poco profonde e nei fiumi. Quando se ne presentava l'occasione, esse potevano anche essere trasportate da una distesa d'acqua a un'altra sulle spalle dei rematori. Fino al VIII secolo le navi vichinghe furono esclusivamente a remi, in seguilo esse vennero dotate di un albero al quale era attaccata una vela quadrata.

Nave vichinga nel museo di Oslo

Il fasciame era costruito con file di tavole sovrapposte, in modo che ogni fila di assi coprisse quella sottostante. Per gli attacchi venivano usate generalmente navi lunghe, mentre per i traffici commerciali erano utilizzate le Knarrs, imbarcazioni più corte dotate di una carena interna larga e profonda, nella quale si potevano stivare grandi quantità di merce. Dal momento che la bussola non era ancora in uso nell'Europa occidentale, molti studiosi hanno ipotizzato che, per orientarsi, essi si basassero solo sulla loro abilità e sul loro intuito; ma ultimamente è emersa l'ipotesi che, per identificare il nord, essi si servissero di magnetite e di semplici bussole solari. Le navi non erano considerate esclusivamente un mezzo di trasporto: molto spesso esse venivano tramutate in pire sulle quali veniva fatta ardere la salma del proprietario. A volte le imbarcazioni venivano addirittura sepolte con il defunto: recenti ritrovamenti di tumuli sepolcrali ne hanno portato alla luce alcune di grande splendore e perfezione tecnica.

Tumuli scandinavi con rune incise (Danimarca)

L'uso delle navi e l'inizio dell'espansione vichinga portò, a partire dalla fine dell'VIII secolo, l'affermarsi del commercio come attività principale di questo popolo, che si dimostrò abile e versatile, al punto di riuscire ad aprire nuove vie commerciali anche attraverso la Russia. In questo periodo sorsero, nell'Europa settentrionale e nord-orientale, le prime città sedi di importanti mercati e crocevia di innumerevoli commerci. Tra i centri più famosi vanno ricordati Birka (a ovest di Stoccolma), Ribe (nella parte occidentale della penisola dello Jutland), Hedeby (a sud dell'odierna città tedesca di Schleswig) e Starja Ladoga (attuale) in Russia.
Scavi recenti hanno portato alla luce un'enorme quantità di oggetti d'uso quotidiano e di scambio: gioielli in oro, ambra, vetro colorato, utensili in ferro, bronzo, ossa. Gli scavi del 1990 condotti nella zona di Birka hanno permesso agli archeologi di ricostruire gli usi e costumi dei vichinghi di 1000 anni fa. La città venuta alla luce, era divisa in lotti di terra fiancheggiati da fossati. Infatti su ogni lotto trovavano posto uno o due casette di legno di circa 5x8 m e diversi magazzini. Le case possedevano un intelaiatura in legno e mura in graticcio ricoperto di argilla, mentre i tetti erano in legno o in paglia. Si è calcolato che queste case avessero una durata media di 30 anni. Gli arredi consistevano esclusivamente in panche di legno appoggiate lungo le pareti, che venivano utilizzate sia come sedili che come letti. Al centro della stanza si trovava un focolare che serviva per fornire luce e calore per cucinare i cibi (generalmente carni stufate). Molti abitanti di Birka erano abili orafi o conciatori di pellami, altri invece erano mercanti, come dimostra la grande quantità di monete arabe e verghe d'argento ritrovate durante gli scavi.

Ricostruzione di una casa Vichinga

18 giugno, 2018

Ildegarda di Bingen

Per una donna, nel Medioevo, era estremamente difficile emergere: la difficoltà era infinitamente più elevata rispetto ad oggi; ragion per cui, quando si parla di un personaggio storico vissuto secoli or sono di sesso femminile, si può essere certi di essere dinanzi ad un personaggio fuori dal comune, come nel caso di Ildegarda di Bingen.

Miniatura raffigurante Ildegarda

Nacque, ultima di dieci fratelli, a Bermersheim vor der Höhe, vicino ad Alzey, nell'Assia-Renana, nell'estate del 1098, un anno prima che i crociati conquistassero Gerusalemme. Fin dalla tenera età fu colta da visioni e, data la sua cagionevole salute, fu mandata dai genitori nell'Abbazia di Disibodenberg, dove venne educata da Jutta di Sponheim, giovane aristocratica dell'epoca.

Resti dell'abbazia dove la piccola Ildegarda crebbe

Fra il 1112 ed il 1115 prese i voti e cominciò a studiare i testi dell'enciclopedismo di Dionigi l'Aeropagita e Agostino. Fondò un monastero a Rupertsberg, dove si trasferì dopo il 1150; si dice facesse vestire sfarzosamente le consorelle, adornandole con gioielli, per salutare con canti le festività domenicali. Nella sua visione religiosa della creazione, l'uomo rappresentava la divinità di Dio, mentre la donna idealmente personificava l'umanità di Gesù. Nel 1165 fonderà un'altra abbazia, tuttora esistente e floridissimo centro religioso-culturale, ad Eibingen, sul lato opposto del Reno. L'abbazia è visitabile, e nella chiesa si possono ammirare gli affreschi che ritraggono i momenti salienti della vita di Ildegarda e i segni straordinari che accompagnarono il momento del suo trapasso, avvenuto il 17 settembre 1179.

Liber divinorum operum

Ildegarda era contro i monastici dell'epoca, che preferivano predicare nel chiuso dei loro monasteri e non all'aperto. Si occupò di quasi tutto lo scibile. Ha lasciato alcuni libri profetici – lo Sci vias (Conosci le vie), il Liber Vitae Meritorum (Libro dei meriti della vita) e il Liber Divinorum Operum (Libro delle opere divine), tra le cui figure viene rappresentato l'Adam Kadmon cabbalistico, oltre a una notevole quantità di lavori musicali, raccolti sotto il titolo di Symphonia harmoniae celestium revelationum, diviso in due parti: i Carmina (Canti) e l’Ordo Virtutum (La schiera delle virtù, opera drammatica musicata). Un notevole contributo diede pure alle scienze naturali, scrivendo due trattati enciclopedici che raccoglievano tutto il sapere medico e botanico del suo tempo e che vanno sotto il titolo di Physica(Storia naturale o Libro delle medicine semplici) e Causae et curae (Libro delle cause e dei rimedi o Libro delle medicine composte). Ebbero anche grande fama le sue lettere a vari destinatari, che trattano di diversi argomenti, nelle quali Ildegarda risponde soprattutto a richieste di consigli di ordine spirituale.
Inventò addirittura una lingua nuova, denominata lingua ignota ildegardesca, i cui caratteri sono mostrati nella seguente immagine.

I 23 caratteri formanti la lingua ignota ildegardesca

Era una donna di carattere estremamente forte: Non ebbe timore di uscire dal monastero per conferire con vescovi e abati, nobili e principi. In contatto epistolare con il monaco cistercense Bernardo di Chiaravalle, sfidò con parole durissime l'imperatore Federico Barbarossa, fino ad allora suo protettore, quando questi oppose due antipapi ad Alessandro III. L'imperatore non si vendicò dell'affronto, ma lasciò cadere il rapporto di amicizia che fino ad allora li aveva legati.
Venne santificata nel 2012 da papa Benedetto XVI, in quanto Dottore della Chiesa ed una delle donne più influenti del medioevo.

16 giugno, 2018

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:


MINESTRA D'ERBE FRESCHE

Ingredienti:
1,5 litri Brodo di manzo;
500 gr. Foglie di bietola;
1 Pugno abbondante di borragine,
spinaci, romana, scarola;
1 Mazzetto di prezzemolo;
1 Mazzetto di menta fresca; 
Sale; 
Pepe.

Procedimento
Mondare e lavare le bietole, lavare gli spinaci e le altre erbe. Cuocerle in acqua bollente salata per 5-7 minuti circa senza coprire, per mantenere il colore verde. Scolare e strizzare con cura. Tritarle finemente su un tagliere, col coltello o la mezzaluna. Tritare il prezzemolo e la menta separatamente
(attenzione a non tritare la menta troppo in anticipo altrimenti diventa scura e perde il suo aroma!).  Portare a ebollizione il brodo, aggiungere le erbe cotte e poi 3 cucchiai circa di prezzemolo, e 2 o 3 di menta, a seconda dei gusti. Far riprendere il bollore. Aggiustare il condimento, pepare e servire.
Il gusto dell'erba fresca viene dato dal prezzemolo e dalla menta, la cui quantità va regolata in base al gusto. La consistenza, invece, viene dalle erbe già cotte.


SPALLA DI CASTRATO AL PREZZEMOLO

Ingredienti:
1 Spalla di castrato o d'agnello di circa 1,5 kg;
1 Mazzetto di prezzemolo;
Aceto o agresto (facoltativo); 
Sale.

Procedimento
Mondare e lavare il prezzemolo. Mettere allo spiedo la spalla d'agnello per circa 20 minuti. Con l'aiuto di un coltellino appuntito, praticare dei fori piuttosto profondi, in ognuno dei quali va inserito un rametto di prezzemolo. Continuare la cottura per circa 40 minuti. Far riposare l'arrosto per un quarto d'ora prima di servire. Tagliare e portare a tavola insieme a coppette con dentro sale, aceto o agresto.

11 giugno, 2018

La Divina Commedia


"L'Amor che move il sole e l'altre stelle."
Così, Dante Alighieri concludeva una delle opere letterarie più poderose e alte mai concepite da mente umana, ossia "La Divina Commedia".

Gustave Dorè - Dante contempla Dio

La Divina Commedia è un poema scritto nel XIV Secolo da Dante Alighieri, uno dei padri della letteratura italiana. Sappiamo tutti che è la descrizione del viaggio di Dante tra Inferno, Purgatorio e Paradiso. I tre mondi astrali attraversati da Dante, sono una metafora della vita in cui, per crescere e maturare, è necessario passare attraverso l'incertezza ed il dramma dell'errore e del peccato, per poi fare un percorso che porta verso la maturazione e l'avvicinamento a Dio.
Inizialmente si chiamava semplicemente "Commedia"; fu Boccaccio a definirla "Divina" nel suo trattato su Dante.
L'interpretazione allegorica mostrata nel poema è il culmine della visione medievale dell'oltretomba cristiano, la massima summa. Scritta quando era in esilio a Ravenna, ha avuto enorme successo perché è stata una delle prime opere ad essere realizzata in volgare e non in latino, dando anche la possibilità alla lingua toscana di diventare precorritrice della lingua italiana odierna.

Copia del poema appartenuta a Galileo Galilei

Il titolo "Commedia" deriva dal greco "κωμῳδία (kōmōdía)", ossia "Canto del Villaggio"; in essa vengono introdotti due motivi per spiegare il titolo conferito: uno di carattere letterario, secondo cui col nome di commedia, era usanza definire un genere letterario che, da un inizio difficoltoso per il protagonista, si conclude con un lieto fine, e uno stilistico. Infatti lo stile, nonostante sia sublime, tratta anche tematiche turpi tipiche di uno più umile, secondo l'ottica cristiana di accogliere anche gli aspetti più bassi del reale, pur di raggiungere il cuore di tutta l'umanità.

Affresco di Domenico Michelino che raffigura Dante e le allegorie presenti nel suo poema

Il poema è colossale: 99 canti, più uno di proemio, sviluppati nel numero vertiginoso di 14.233 versi; è inoltre interessante notare l'influenza di una composizione islamica sull'opera: infatti la struttura ha tra i suoi modelli un resoconto arabo del mi'raj, l'ascensione al cielo di Maometto, la cui traduzione latina, nota in Europa come Liber Scalae Machometi, venne realizzata nel 1264 da Bonaventura da Siena, un dotto con cui collaborò per un certo tempo Brunetto Latini, uno dei maestri di Dante.
Ma vediamo come Dante ha rappresentato i tre mondi in cui si svolgono le vicende:

Inferno
L'Inferno era rappresentato, all'epoca di Dante, come una cavità di forma conica interna alla Terra, allora concepita come divisa in due emisferi, uno di terre e l'altro di acque. La caverna infernale era nata dal ritrarsi delle terre inorridite al contatto con il corpo maledetto di Lucifero e delle sue schiere, cadute dal cielo dopo la ribellione a Dio. La voragine infernale aveva il suo ingresso esattamente sotto Gerusalemme, collocata al centro della semisfera occupata dalle terre emerse, ovvero dal continente euroasiatico. 

Struttura dell'Inferno
Purgatorio
Agli antipodi di Gerusalemme, e quindi al centro della semisfera acquea, si ergeva l'isola montagnosa del Purgatorio, composta appunto dalle terre fuoriuscite dal cuore del mondo all'epoca della ribellione degli angeli. La montagna è composta da sette cornici, corrispondenti ai sette peccati capitali, ed è il luogo dell'espiazione e della purificazione delle anime, prima che esse accedano al Paradiso. In vetta al Purgatorio c'è il Paradiso Terrestre, dove scorrono due fiumi, il Lete (che fa dimenticare i peccati commessi) e l'Eunoè (che invece rammenta le buone azioni fatte).

Purgatorio

Paradiso
Il Paradiso è strutturato secondo la rappresentazione cosmologica nata nell'epoca ellenistica con gli scritti di Tolomeo, e risistemata dai teologi cristiani secondo le esigenze della nuova religione. Nel suo rapimento celeste dietro l'anima di Beatrice, sua musa ispiratrice, Dante attraversa dunque i nove cieli del cosmo astronomico-teologico, al di sopra dei quali si distende il Pleroma infinito (Empireo) in cui ha sede la Rosa dei Beati, posti a diretto contatto con la visione di Dio. Ai nove cieli corrispondono nell'Empireo i nove cori angelici che, col loro movimento circolare intorno all'immagine di Dio, provocano il relativo movimento rotatorio del cielo a cui ciascuno di essi è preposto - questo secondo la dottrina dell'Atto Puro o Primo Mobile desunta dalla Metafisica di Aristotele. I riferimenti alla filosofia classica, come si può vedere, si sprecano.

Schema del Paradiso e rapporto con Inferno e Purgatorio
In sintesi, questa è una delle opere più alte mai scritte dall'uomo; opera scritta nell'epoca ritenuta, per luogo comune e erroneamente, oscura.

08 giugno, 2018

Gravidanza e parto nel medioevo

In una società in cui la famiglia numerosa era la regola, gravidanze e parti erano eventi assai frequenti.
Il profondo senso religioso dell’epoca induceva a ritenere ogni pargolo una benedizione di Dio, ma accanto a questa concezione altamente spirituale della vita umana, se ne associava un'altra decisamente più pragmatica di carattere economico, in quanto soprattutto negli ambienti più poveri, contadini in particolare, si rendeva necessario il maggior numero possibile di braccia da impiegare in seguito (e neppure troppo tardi) nel duro lavoro dei campi.

Un parto. Nel medioevo gravidanza e nascita erano momenti importanti della vita familiare

Proprio a causa della forte influenza religiosa, l'aborto era proibito e la contraccezione era ritenuta immorale dalla chiesa (ciò nonostante, le donne utilizzavano comunque metodi per evitare la gravidanza, come il coito interrotto o l'inserimento di radice di giglio e rue nella vagina). 
Con queste premesse, è chiaro quanto la gravidanza fosse un momento importante nella vita della donna e della sua famiglia, tanto da essere posta sotto la protezione di Sant'Anna, patrona delle partorienti; affinché tutto si risolvesse nel migliore dei modi, la gestante seguiva le medesime regole tutt'oggi valide, cercando innanzitutto di evitare inutili affaticamenti.
Alle signore incinte dell’epoca inoltre, si sconsigliava di bere vino.


Raffigurazione del parto della papessa Giovanna nella pubblicazione di Heinrich Steinhöwel (1474)
Il momento del parto era un grande evento domestico a cui assistevano e partecipavano, cercando di rendersi utili in ogni modo, tutte le donne della famiglia, quindi le sorelle, le cognate e la madre della partoriente, che restava a letto per circa due o tre settimane dopo la nascita del bimbo; il neonato, dopo essere stato completamente fasciato dai piedi alle spalle (tale malsana abitudine sarebbe scomparsa solo molti secoli dopo), veniva deposto nella culla, una semplice cesta in vimini nelle case più povere, il tipico lettino "dondolante" in legno dipinto, decorato o scolpito, in quelle più abbienti.
Discorso diverso per il taglio cesareo, che si iniziò a praticare a partire dal XIII secolo, ma solo su donne già decedute, nel disperato tentativo di salvare il bambino.

Nascita di Fedreico II - stralcio dal codice Chigi L. VIII 296 (Biblioteca Vaticana)
Nel corso del primo anno della sua vita, il piccolo veniva in genere nutrito solo con il latte, quello della mamma o quello di una prosperosa balia fatta arrivare appositamente dalla campagna. Purtroppo, non di rado, capitava che il bambino venisse lasciato nella cosiddetta "ruota degli esposti", presso qualche ospedale, proprio perché le condizioni economiche dei ceti meno abbienti non consentivano di accudirlo e di crescerlo nella maniera migliore.

05 giugno, 2018

L'Origine dei Vichinghi, parte 2

Oggi continuiamo a raccontarvi la storia di vichinghi, uomini divenuti leggendari grazie alle loro imprese ardue, violente, ma altrettanto nuove e rivoluzionarie.
Come già trattato nell'articolo precedente " L'Origine dei Vichinghi,parte 1 ", le terre dei Vichinghi si estendevano originariamente sui tre stati odierni di Danimarca, Norvegia e Svezia. A causa della morfologia di queste terre ricche di fiordi, di cale poco accessibili, di aspre montagne e di foreste sterminate, i Vichinghi non avevano mai avuto contatti con altre popolazioni, e anche i rapporti tra i diversi clan (struttura base di queste popolazioni) erano molto rari e solitamente avvenivano in occasione di matrimoni o di lotte, che non di rado scoppiavano tra le tribù.

Scandinavia con i principali centri Vichinghi

Queste particolari condizioni ambientali, unite ai lunghi e rigidi inverni nordici, non facilitavano certo le comunicazioni, che solitamente avvenivano per via fluviale, essendo la Scandinavia una terra ricca di corsi d'acqua navigabili. All'interno di ogni clan esistevano solo due categorie di uomini: quelli liberi e gli schiavi. I primi, ricchi o poveri che fossero, godevano degli stessi diritti ed eleggevano tra loro una specie di re, insieme al quale prendevano le decisioni più importanti. Le principali forme di sostentamento erano rappresentate dalla pesca, dalla caccia, dall'allevamento e dall'agricoltura; infine bisogna ricordare che la guerra aveva un ruolo centrale nella società vichinga.
I successi delle loro imprese, che entrano di diritto nella leggenda, furono dovuti al fatto che i Vichinghi seppero essere nello stesso tempo valorosi guerrieri, abilissimi marinai e intraprendenti mercanti. Uomini di tempra eccezionale, erano molto coraggiosi in combattimento e non temevano la morte, anche perché era convinzione diffusa che la morte in battaglia assicurasse loro la beatitudine del Valhalla, "Il Paradiso di Prodi".

Heimdallr che presidia l'ingresso al Valhalla. Manoscritto islandese del XVII secolo

Per combattere indossavano una cotta di maglia in ferro ed un elmo metallico di forma conica, spesso dotato di protezioni per le guance e per il naso. L'arma più usata era la spada ad una mano, che solitamente veniva donata dal padre al proprio figlio e veniva battezzata con un nome suggestivo, come ad esempio "Fuoco dei Re del Mare" o "Lampo del combattimento". Accanto alla spada, trovavano posto l'ascia, l'arco, la lancia e un corto coltello da appendere alla cintola, chiamato Sax o Scramasax. Per proteggersi utilizzavano uno scudo ligneo rotondo, spesso ricoperto di pelli di animale per attutire i colpi.

Condottieri Vichinghi

I vichinghi erano molto abili nel costruire campi trincerati: appena scelta una postazione, infatti, vi scavavano intorno profondi fossati e utilizzavano la terra degli scavi per costruire piccole fortificazioni per ripararsi da eventuali attacchi improvvisi. Esisteva inoltre una categoria di guerrieri a parte, presenti in tutte le leggende con il nome di "Berserkers", letteralmente "Guerrieri belve". Si trattava di uomini che avevano l'abitudine di coprirsi con pelli di lupo o di orso, animali dai quali dicevano di trarre la loro forza (oggi con i moderni studi, si attribuisce la loro violenza e la forza immane, all'assunzione di probabili funghi o erbe allucinogene che stimolavano la persona; l'uso di tali erbe o funghi allucinogeni lo si attribuisce, con molta probabilità, alle popolazioni Germaniche e Galle durante l'epoca romana, poiché si annoverano gli stessi effetti già a quei tempi). Per approfondire l'argomento, vi rimandiamo al nostro articolo sul Berserk.
Spietati e sanguinari, erano famosi per i loro violenti attacchi d'ira, davanti ai quali nulla e nessuno poteva salvarsi. Questi guerrieri impressionarono a tal punto l'immagine popolare, che il verbo "to go Berserk", ancora utilizzato nella lingua inglese, prese il significato di "diventare pazzo furioso".

Tavoletta di bronzo raffigurante un Berserk e un lupo mannaro