30 dicembre, 2015

La locanda e l'albergo nel Medioevo

Se pensate che, nel Medioevo, esistessero locali alla stregua degli odierni ristoranti, ovvero posti in cui si potessero consumare cibi cucinati, siete in errore. In quest'epoca infatti, l'offerta di pietanze era appannaggio di strutture ricettive, per così dire polifunzionali, come gli alberghi e le locande. Difatti, in questi posti, atti a fornire soprattutto alloggio a viaggiatori e viandanti, si poteva consumare anche un pasto caldo.
Locanda medievale

Fornire pasti alle persone di passaggio dunque, non era il servizio principale offerto da queste strutture, ma uno dei tanti, al pari, ad esempio dell'alloggio o dello stallaggio degli animali.
Nonostante fosse una voce importante del bilancio della locanda, la vendita di pietanze cucinate era destinata, in prevalenza, ai forestieri che soggiornavano nel locale ed a coloro che erano di passaggio. Questo avveniva per diversi motivi: da una parte era opinione comune che, recarsi in un locale esclusivamente per mangiare, quando si possedeva una casa nelle vicinanze dove poter cucinare a proprio piacimento stando in comodità, evitando di subire la convivenza caotica tipica di questi luoghi, fosse un inutile spreco di danaro ed una spesa sostanzialmente ingiustificata; dall'altra, vi era la presenza di un divieto da parte dell'amministrazione cittadina, nei confronti degli abitanti del luogo, di recarsi a consumare pasti preparati nelle locande perché si riteneva che, in queste particolari circostanze, si potessero organizzare congregazioni sovversive e complotti. Data questa singolare limitazione, qualora un cittadino fosse stato invitato a cenare da un amico che soggiornava in un albergo o una locanda, avrebbe potuto accettare solo dopo il rilascio di una specifica licenza scritta da parte dell'autorità. La situazione invece, cambiava durante la giornata perché, agli abitanti del posto, era consentito recarsi nelle locanda e negli alberghi per consumare vino, cosa che era concesso fare fino all'ora del vespro, un po' come accadeva nelle taverne.
Locanda tedesca 1470 ca. sconosciuto

All'interno delle mura cittadine, gli ospiti degli alberghi migliori non mangiavano nel refettorio, ma si facevano servire i pasti all'interno delle proprie camere che, secondo alcuni inventari dell'epoca, erano fornite di sedie, panche e tavoli "ad comedendum". Molto più spartano e poco accogliente era l'ambiente delle locande, dove vi era un unico locale adibito a sala da pranzo, nel quale gli ospiti dividevano, solitamente, il tavolo ed il cibo con perfetti sconosciuti.

Fuori dalle città, in campagna, risultava difficile trovare alberghi di un certo livello. Soltanto lungo le grandi strade principali si trovavano locande ben attrezzate e fornite; diversamente, il viaggiatore doveva accontentarsi di piccole strutture che, sovente, coincidevano con la casa stessa dell'oste e che offrivano semplicemente i servizi essenziali.

Lungo le vie di comunicazione infine, quando il traffico si intensificava, soprattutto nei periodi più caldi dell'anno, sempre per soddisfare le esigenze dei viandanti legate al cibo ed alle bevande, venivano aperte delle vere e proprie strutture temporanee, le capanne, in cui si offriva cibo e vino. In aggiunta esistevano le cosiddette taverne mobili, ovvero dei semplici carri su cui degli improvvisati venditori fornivano bevande e qualche prodotto freddo.

28 dicembre, 2015

Le vie del pellegrinaggio santo

In epoca medievale esistevano dei percorsi simili alle nostre moderne autostrade. Essi collegavano direttamente i luoghi santi con il resto del mondo conosciuto, occidente in particolare. Tali autostrade o vie tagliavano intere nazioni, passando di paese in paese fino a raggiungere la meta del pellegrinaggio tanto auspicata. Queste vie seguivano le antiche strade romane, costruite secoli e secoli addietro. Grazie all'utilizzo di queste strade, l'uomo, nel Medioevo, riusciva a raggiungere le mete più ambite dei pellegrinaggi come Santiago de Compostela, Roma e Gerusalemme.
Nel Medioevo erano chiamate vie romee (o romane, o romipete) le strade che i pellegrini percorrevano nella penisola italiana, che era interessata da una fitta rete di tracciati viari diretti a Roma.

Al centro della mappa Trento e la strada del Brennero

Chi veniva da settentrione o da oriente, invece, percorreva altre vie romee, tra cui la Via Romea per eccellenza, che era quella che seguiva la costa adriatica, in modo da evitare luoghi malsani o paludosi. Possiamo parlare, pertanto, di una via romea nonantolana, una via romea della Sambuca, una via romea di Stade, una via romea dell'Alpe di Serra e altre ancora.
Nel XII secolo i continui pellegrinaggi verso la terra santa e verso Roma, resero queste vie transitatissime e quindi molto conosciute, al punto che la loro storia e la loro fama sono rimaste intatte fino ad oggi. Queste vie di collegamento tra Roma e Gerusalemme, resero possibile transiti di popoli provenienti dal nord Europa come gli scandinavi, dall'est Europa e da altri paesi lontani dal centro geopolitico Europeo.

Una delle strade più conosciuta in epoca medievale, presente ancora oggi sul territorio italiano, è la via Francigena.
Essa è l'itinerario romeo per i pellegrini provenienti da Occidente, percorsa già in epoca longobarda. Il pellegrinaggio a Roma, in visita alla tomba dell'apostolo Pietro, era nel Medioevo una delle tre peregrinationes maiores insieme alla Terra Santa ed a Santiago di Compostela. Per questo l'Italia era percorsa continuamente da pellegrini di ogni parte d'Europa. Molti si fermavano a Roma, altri scendevano lungo la penisola fino al porto di Brindisi e da lì si imbarcavano per la Terra Santa. Una tappa importante prima di giungere a Brindisi era il Santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo. Nella maggior parte dei casi i pellegrini seguivano le Strade consolari romane o comunque percorsi alternativi che si ricollegavano presto sulla via maestra. I pellegrini provenienti soprattutto dalla terra dei Franchi, in età post carolingia cominciarono a valicare le Alpi e ad entrare in Italia. Con l'itinerario primitivo si entrava in territorio italico dalla Valle di Susa, attraverso il Colle del Moncenisio, dando così alla strada il nome di Francigena, cioè proveniente dalla Terra dei Franchi.


Pellegrini in cammino verso Roma scolpiti in un rilievo del Duomo di Fidenza (fine XII secolo)

La via romea nonantolana prende nome da una delle sue tappe, l'abbazia di Nonantola, presso Modena. La strada attraversava il Frignano, risalendo il corso del Panaro, sino all'abbazia di Fanano, ai piedi del passo appenninico della Croce Arcana. Oltrepassato l'Appennino, la strada si biforcava, puntando o verso Pistoia, oppure, seguendo le valli della Lima e del Serchio, verso Lucca, località in comune con la via francigena.
In alternativa, il pellegrino, una volta raggiunta la via Emilia (strada romana) poteva proseguire verso oriente ed oltrepassare l'Appennino in corrispondenza o di Bologna o di Forlì, raggiungendo così o la via romea della Sambuca o la via romea dell'Alpe di Serra.

Le vie del Pellegrino

La strada nota anche come via francesca della Sambuca, si dirama dalla via Emilia (strada romana), lasciando Bologna per risalire la valle del torrente Limentra, affluente del Reno, raggiungendo il castello della Sambuca, da cui prende il nome, e l'ospedale di Pratum Episcopi, l'odierna località di Spedaletto. Superato il passo appenninico della Collina, giunge prima a Pistoia e poi a Lucca.

Gli ungari e i tedeschi, come erano genericamente chiamati i pellegrini provenienti dai paesi europei centro-settentrionali, seguivano due vie: una lungo la valle dell'Adige fino a Verona; l'altra lungo la val Pusteria fino a Treviso. Quest'ultima via poteva esser denominata anche Via Ungaresca (o Via Ongaresca). Entrambi i percorsi raggiungevano poi la via Emilia, dove aveva inizio la strada che, risalendo la valle del Bidente, valicava l'Appennino al passo dell'Alpe di Serra. Il percorso arrivava a Orvieto, per poi raggiungere Montefiascone, località in comune con la via francigena.
Le fonti tedesche considerano la Via Romea melior via per Roma, anche nota come Germanica, di Alemagna, o Teutonica (quest'ultimo appellativo, poco gradito in quanto evocativo delle gesta guerrafondaie dei Cavalieri Teutonici).
Gli appellativi geografici della Via Romea dipendono in ragione della provenienza dei pellegrini. Questa via è oggi chiamata anche Via Romea di Stade perché ne troviamo una chiara descrizione negli Annali dell'Abbazia di Stade, scritti dall'abate Alberto di Stade. Gli intensi rapporti esistiti sin dal X secolo tra Arezzo, Forlì e Ravenna stanno all'inizio della fortuna di questo itinerario. Con l'aumento dei pellegrinaggi dall'area centroeuropea, la via tra Forlì ed Arezzo viene sempre più battuta, divenendo il percorso preferenziale per tutti coloro che giungono dalle Alpi centrali o orientali.

Affresco medievale raffigurante pellegrini in viaggio

Un altro percorso per Roma, sempre più usato a partire almeno dal Duecento, è la via Flaminia, l'antica consolare conservatasi sostanzialmente intatta. Anche in questo caso il suo uso come itinerario romeo è legato al crescente flusso di pellegrinaggio proveniente dall'area germanica, oltre che dalla forza attrattiva esercitata dai centri umbri, specie quelli legati alla figura di San Francesco, divenuti altri Loca Sacra per la Cristianità occidentale.
In forza della sua originaria denominazione, mai venuta meno dall'antichità al medioevo, la via Flaminia, non sembra però aver mai assunto, neppure per singoli tratti, il nome romea o romana.

La via Flaminia

La diversificazione dei percorsi transalpini determina la nascita di altri itinerari. La riapertura ai transiti di valichi quali il Sempione e il San Gottardo, e poi lo Spluga, il Septimer Pass e il San Bernardino, determina la nascita di un ventaglio di percorsi convergenti per lo più su Milano e, di conseguenza, l'uso da parte dei pellegrini romei della strada da Milano a Lodi, e poi a Piacenza, località in comune con la via francigena. Il pellegrino, comunque, può scegliere se valicare quanto prima l'Appennino o se proseguire lungo la via Emilia. Definita la vera strada maestra dei pellegrinaggi, la Milano-Lodi-Piacenza a partire almeno dal Duecento incanala un largo flusso di pellegrini diretti verso Roma, e proprio per questo sarà chiamata strada romana.

Bassorilievo medievale
Il Cammino di Santiago di Compostela è il lungo percorso che i pellegrini fin dal Medioevo intraprendono, attraverso la Francia e la Spagna, per giungere al santuario di Santiago di Compostela, presso cui ci sarebbe la tomba dell'Apostolo Giacomo il Maggiore, ritrovata nel IX secolo. Per questo motivo si pensa che la parola Compostela derivi da Campus Stellae (campo della stella) o da Campos Tellum (terreno di sepoltura).
Alfonso II il Casto (789-842), re delle Asturie e della Galizia, ordinò la costruzione sul posto di un tempio e i monaci benedettini, nell'893, vi fissarono la loro residenza. Iniziarono così i primi pellegrinaggi alla tomba dell'apostolo (Peregrinatio ad limina Sancti Jacobi), dapprima dalle Asturie e dalla Galizia, poi da tutta l'Europa. Santiago di Compostela fu distrutta nel 997 dall'esercito musulmano di Almanzor e poi ricostruita da Bermudo II di León. Fu però il vescovo Diego Xelmírez ad iniziare la trasformazione della città in luogo di culto e pellegrinaggio, facendo terminare la costruzione della Cattedrale, iniziata nel 1075, ed arricchendola con numerose reliquie.

Cammino di Santiago

Storicamente, i pellegrini raggiungevano Santiago anche via mare, soprattutto durante il periodo primaverile ed estivo. Infatti è molto diffusa l'opinione che per mare fosse arrivata nella Francia carolingia la notizia del ritrovamento della tomba dell'apostolo, e che i primi pellegrini arrivarono proprio dal mare. Ci sono testimonianze di viaggi compiuti dall'Inghilterra verso La Coruña, nel XIII secolo, che duravano solamente quattro giorni, e certamente il percorso marittimo era il meno rischioso, se fatto nella buona stagione, in tempi in cui le strade erano assai insicure e accidentate, costellate da pochi centri abitati, per giunta lontani tra loro.
La Ruta de la Costa, cioè la via di Santiago lungo la costa cantabrica, è la principale traccia del cammino più antico, a testimonianza che i pellegrini arrivavano a Santiago da porti atlantici, anche più ad est di La Coruña (praticamente dalla Francia alla Galizia).
Le principali vie di terra che convergevano verso Santiago sono descritte nel Codex calixtinus (il Liber Sancti Jacobi) ed erano, e sono ancora le seguenti:
Dall'Italia le vie erano
  •  via Francigena.
  • via Tolosana fino ai Pirenei
 Dalla Francia, le vie erano diverse; a partire dal sud si potevano percorrere:
  • via Tolosana;
  •  via Podense;
  • la via Lemovicense;
  • via Turonensis;
I due passi più frequentati sui Pirenei erano dunque Roncisvalle e Somport. La via che va da Roncisvalle a Estella è ancora detta, in spagnolo, Camino francés, mentre quella che passa i Pirenei a Somport si chiama Camino Aragonés.
  • Lungo il Camino aragonés i principali paesi attraversati sono Jaca, Sangüesa, Enériz
  • Lungo il Camino francés si attraversa Pamplona, Logroño, Burgos e León
Quale che fosse la località di partenza dei pellegrini, comunque, il punto di raccolta era il Puente la Reina.

Pellegrini nel 1300

19 dicembre, 2015

La strada nel Medioevo

Le strade costruite dai romani erano ben curate e complesse, come tutti ben sappiamo. In epoca medievale invece, la rete viaria si contraddistingueva per la sua estrema povertà strutturale.
Le antiche vie romane erano lastricate e, solitamente, pianeggianti e rettilinee. Le strade medievali, che collegavano degli insediamenti più che altro "in altura" erano invece quasi sempre tortuose, con forte pendenza, anguste e poco regolari nelle dimensioni. Inoltre, erano quasi completamente assenti opere murarie come ponti o muri a retta. L'instabilità politica e le continue variazioni dei percorsi intrapresi dai viandanti rendevano sporadici ed incerti gli interventi per la manutenzione delle strade, onere che, durante l'Alto medioevo e fino al XIII secolo, spettava alle pievi ed alle chiese suffraganee.
un'immagine della via Francigena, una delle vie
 di comunicazione più importanti del Medioevo
Le strade erano delle vere e proprie mulattiere, praticabili solo a piedi, a cavallo (privilegio destinato a pochi), o a dorso di un mulo. Con il Medioevo difatti, si era quasi del tutto abbandonato il trasporto tramite veicoli a ruote e, d'altro canto, le esigue dimensioni delle sedi stradali non avrebbero consentito, in diversi punti, il transito di carri.

Quando si giungeva in prossimità di un corso d'acqua da attraversare, si procedeva solitamente a guado o mediante l'utilizzo di imbarcazioni. Soltanto in punti di particolare rilievo venivano costruiti dei ponti, i quali, per le limitate dimensioni e per la struttura precaria  in legno, venivano sovente travolti e distrutti dalle piene. Per questo motivo, non ci sono pervenute molte tracce dei ponti più importanti al tempo edificati.

Questi poco agevoli percorsi erano generalmente praticati anche dai pellegrini che, di solito, viaggiavano a piedi e con uno scarno equipaggiamento. Erano dunque soggetti alla furia delle intemperie nei loro quotidiani spostamenti di 20/40 chilometri. Insomma, il pellegrino che intraprendeva un lungo viaggio, veniva sottoposto ad un forte stress psicologico. Per porre rimedio a questa situazione e per sostenere ed alimentare spiritualmente il viandante, il percorso era costellato di riferimenti alle mete spirituali, di reliquie sacre, di immagini simboliche. D'altra parte, la strada, grazie al flusso di pellegrini provenienti da aree culturalmente diverse, diventavano vettore per lo scambio di idee e per l'unione e la combinazione di mondi culturali differenti.
Pellegrini in viaggio

Per assistere i pellegrini anche fisicamente, sorgevano di frequente lungo le strade delle strutture preposte all'accoglienza ed al ristoro del viandante.
Gli ospedali assolvevano alla funzione di assistenza  soprattutto materiale, ma anche spirituale ai viaggiatori. Analogo compito spettava agli ospizi, controllati da monasteri, chiese cittadine e pievi.
Ma accanto ai luoghi di accoglienza, che assolvevano al dovere cristiano dell'ospitalità, sorgevano anche strutture a pagamento come locande ed alberghi, che accoglievano sia pellegrini che commercianti.

16 dicembre, 2015

Le invenzioni nel Medioevo

Molti testi di storia, ancora oggi, definiscono il Medioevo un secolo buio. Tale definizione è dovuta per via dei forti cambiamenti geopolitici che caratterizzarono tutto il periodo, oltre alle grandi invasioni dei popoli delle steppe, che fondarono sulle rovine del vecchio impero romano il nuovo mondo medievale, oltre ai vari casi di peste bubbonica che flagellarono parte dell'Europa.
Eppure il medioevo è considerato un'epoca di invenzioni, ancora prima delle future epoche. Tali invenzioni si ebbero, in particolare, in ambito bellico ed architettonico; mentre altre si ebbero nella normale vita di un qualsiasi individuo dell'epoca.
Ci soffermeremo a descrivere in modo sintetico le cinque più importanti invenzioni nel medioevo.

I mulini ad acqua.

L’idea che si potesse sfruttare l’energia dell’acqua per automatizzare certi lavori, e quindi creare delle macchine che potessero fare quello che, fino ad allora, era stato fatto da braccia umane, in realtà non era nuova: già Vitruvio, il celebre architetto romano, ne aveva parlato nel I secolo a.C., ma si trattava ancora di idee vaghe, poco concretizzate nel lavoro quotidiano delle campagne.
Fu invece a partire dal IX secolo che i mulini ad acqua, simili a come noi oggi li conosciamo, cominciarono a comparire in Europa, parallelamente alla progressiva abolizione della schiavitù.
Un mulino semplice infatti permetteva di macinare in un’ora circa 150 Kg di grano. Questo risultato, fino ad allora, si poteva conseguire solo utilizzando quaranta schiavi che, anche se non dovevano essere pagati, andavano comunque evidentemente mantenuti. La produttività crebbe a livelli mai visti fino ad allora: l'economia e quindi gli scambi commerciali con altre regioni, ebbero un forte incremento. Infatti, grazie ai mulini e all’aratro (che vedremo in seguito), i contadini europei riuscirono a produrre di più e con minori costi, consentendo alle popolazioni di alimentarsi meglio e, conseguenzialmente, di resistere meglio alle epidemie e alle malattie endemiche che periodicamente attraversavano il continente europeo.

Mulino ad acqua in un iconografia


L’aratro pesante.

L’altra grande invenzione che cambiò radicalmente il mondo dell’agricoltura medievale fu quella dell’aratro pesante. In epoca antica e durante l’alto medioevo, era ben noto il cosiddetto aratro semplice. Esso era uno strumento a vomere (la parte che taglia la terra) simmetrico ed in legno, che riusciva a malapena a scalfire superficialmente le zolle del terreno. per questo motivo la terra non veniva rimescolata granché, comportando raccolti di scarsa rilevanza; inoltre erano strumenti molto fragili, che poco si adattavano al duro terreno del nord Europa. Nell' XI secolo però, nel nord della Francia, fece la sua comparsa un nuovo tipo di aratro, chiamato presto aratro pesante. In esso il vomere era asimmetrico, mentre lo strumento era dotato di ruote e, dato che non doveva più essere per forza spinto da un uomo, poteva essere appesantito per farlo entrare più in profondità. Infatti necessitava di essere attaccato a buoi o cavalli da soma.
Fu una rivoluzione: l’aratro pesante, come il nome lascia intendere, penetrava più profondamente nel terreno, rimestando completamente le zolle e garantendo una produttività maggiore dei campi. Questo favorì, nel giro di pochi decenni, un poderoso aumento demografico; inoltre, buoi e cavalli da soma trovarono ampio impiego, anche grazie alle successive invenzioni del giogo frontale per i primi e del collare da spalla per i secondi, portando anche a una sempre più netta distinzione tra contadini ricchi che potevano permettersi il nuovo aratro, già di per sé costoso, e gli animali che servivano a metterlo in funzione e contadini poveri.


Calendario (l'aratura), miniatura dell'anno 1000 circa, Londra, British Library

L’orologio meccanico.

Comparsi nel corso del XIII secolo, i primi orologi meccanici si trovarono in breve tempo a sostituire varie forme di misura del tempo diffuse fin dall’antichità. Tali forme di misura erano basate su meridiane, clessidre e perfino orologi idraulici, che erano già noti a greci e romani, ma che avevano trovato nuova diffusione proprio nei secoli medievali. La grande novità furono però gli orologi meccanici, che in realtà erano una novità solo fino a un certo punto: il primo orologio di questo tipo era infatti già stato completato in Cina attorno al 725 d.C., quindi circa cinquecento anni prima della sua comparsa in Europa; inoltre alcuni testi spagnoli riferivano nel 1277 di orologi molto simili già diffusi da tempo anche tra i musulmani.
Ciononostante, per gli europei l’orologio meccanico fu comunque un’invenzione autonoma e altamente innovativa. L'orologio fu capace di rivoluzionare il modo di vivere e di intendere la giornata, conteggiando le ore della giornata in 24 segmenti. La diffusione degli orologi meccanici, all’inizio del XIV secolo, costituisce un’innovazione gravida di conseguenze importantissime per l’evoluzione della percezione del tempo e della mentalità in generale, nonché per l’ulteriore sviluppo tecnico.

Orologiaio Boke of Astronomy and off Philosophye XIV sec.Bodleian Library


Gli occhiali.

 Nel 1352 abbiamo la prima documentazione dell’uso di quelli che potremmo chiamare occhiali, ovvero delle lenti usate con costanza per attenuare i difetti della vista: il documento in questione è il ritratto del cardinale Ugone di Provenza, eseguito da Tommaso di Modena e conservato, assieme a quello di altri trentanove domenicani illustri, nella Sala del Capitolo della Chiesa di San Nicolò a Treviso. Alla fine del Duecento e dell’inizio del Trecento, non a caso si parlava di lapides ad legendum e roidi da ogli, cioè probabilmente lenti di ingrandimento e occhiali da vista.
Ma la tecnica di produzione di questi primi occhiali era un segreto custodito gelosamente dalla Serenissima, che su tutta la lavorazione del vetro voleva mantenere uno stretto riserbo. La repubblica veneziana era timorosa delle imitazioni e delle contraffazioni che mercanti provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa non vedevano l’ora di poter immettere sul mercato.
Così, se possiamo ipotizzare che a Venezia le prime lenti fossero state realizzate già qualche anno prima della fine del Duecento, fu solo dopo la metà del Trecento che se ne trova appunto testimonianza fuori dalla città. Prima, come detto, a Treviso (che tra il 1339 e il 1381 fu governata proprio dai veneziani, prima di passarvi definitivamente nel 1388) e poi anche in Toscana e in altre parti d’Europa.


Tommaso da modena, ritratti di domenicani (Ugo di Provenza) 1352


La stampa a caratteri mobili.

 La stampa a caratteri mobili, creata da Johann Gutenberg nel 1455 a Magonza, fu l'invenzione più conosciuta. Anche in questo caso, in realtà, come abbiamo già segnalato per l’orologio, l’invenzione europea non fu la prima in assoluto, visto che in Cina una tecnica molto simile era stata già creata nel 1041 dall’inventore Bi Sheng. Tale tecnica probabilmente era ignota a Gutenberg e agli europei del tempo. Gutenberg non inventò la stampa, che di per sé già esisteva da tempo; Gutenberg però ebbe l’idea di produrre non il modello di tutta la pagina da pressare poi sulla carta, ma appunto i caratteri, che potevano essere allineati a formare la pagina desiderata, che poi potevano essere riutilizzati, con notevolissimi risparmi economici e sui tempi di lavorazione; inoltre i suoi caratteri erano in una lega metallica realizzata grazie alle sue esperienze da orafo, lega che risultava molto più resistente delle matrici precedenti, mentre il torchio, che riprese da quello da vino, permetteva di applicare una pressione uniforme e quindi di ottenere una resa tipografica nettamente superiore a quelle ottenute coi metodi tradizionali. Insomma, di fatto Gutenberg applicò una serie di idee desunte da campi che non erano legati alla tipografia, migliorandole ed adattandole allo scopo, facendo fare un balzo in avanti incredibile a tutto il settore e diffondendo in pochi decenni il libro, oggetto che prima era confinato nelle biblioteche dei conventi.
Di per sé, Gutenberg probabilmente stampò un unico libro, la celebre Bibbia a 42 linee, e non poté continuare a causa di un fallimento prima e del saccheggio della città poi; ma altre tipografie furono presto aperte dai suoi allievi, sia in Germania che in Italia, dove i primi libri stampati col nuovo metodo risalgono al 1463.

Pagina dalla Bibbia di Gutenberg








10 dicembre, 2015

Le spezie ed i loro molteplici usi

Sono poche le cose che, nel Medioevo, hanno riscosso tanto successo come le spezie. I loro colori, profumi, i loro intensissimi sapori hanno invaso l'immaginario collettivo medievale di icone di sacro e di profano, di misteri e di terre lontane, immagini in grado di far intraprendere una delle più grandi imprese della storia dell'uomo, ovvero quella della ricerca della via "per le Indie".

I mercanti delle repubbliche marinare espandono la
 loro presenza nel Levante musulmano
Il concetto di spezie, in quest'epoca, è molto lontano da quello che abbiamo noi oggi: queste non venivano adoperate soltanto nell'alimentazione, ma il loro campo di applicazione era molto più vasto. Si andava infatti, dall'ambito farmaceutico a quello alimentare, passando per quello sacro-rituale e simbolico, non trascurando nemmeno quello sociale. Inoltre, non erano compresi in questa definizione soltanto sostanze vegetali quali semi, bacche e foglie, come avviene oggi, ma anche animali e minerali. Quindi possiamo desumere che le spezie, nel Medioevo, rappresentavano qualcosa di terapeutico e miracoloso, di sacro e di immorale, ma soprattutto qualcosa di raro e costoso, vista la loro provenienza da quelle terre così lontane e misteriose, genericamente chiamate Indie.

Le Indie erano infatti terre completamente sconosciute all'epoca. Difatti, il commercio delle spezie avveniva in modo indiretto. Gli occidentali non si recavano mai nelle Indie, soprattutto per gli elevati costi del viaggio. Essi si recavano presso i grandi mercati del Medio Oriente, dove i mercanti svolgevano la loro funzione di intermediari tra produttori e consumatori. Tutto ciò portava inevitabilmente ad un aumento dei costi di vendita, accentuato, tra l'altro, dai lunghi viaggi che tutte le parti in causa dovevano affrontare, viaggi, di sovente, arricchiti da fantastiche leggende legate ai luoghi di crescita ed ai metodi di raccolta delle spezie, con il pericolo che, costante, incombeva sulla vita dei mercanti, grazie alla presenza di personaggi ed animali fantastici.

Miniatura di una bottega di spezie nel Medioevo
Proprio per gli elevati costi, ben presto le spezie divennero uno di quelli che oggi definiamo status symbol nella società medievale e coloro che potevano permettersi di acquistarle non rinunciavano ad ostentare in maniera smisurata le loro possibilità economiche, specie durante i banchetti. Si assisteva così a portate estremamente colorate e profumate dove le spezie, sempre abbondanti, finivano quasi col coprire del tutto l'aspetto ed il sapore originario della pietanza. Questa tendenza dell'importanza estetica delle pietanze a scapito del gusto fu abbandonata soltanto nel Rinascimento.

Ma la cucina e le sue ricette non mescolavano casualmente gli alimenti. Con una perizia che oseremmo definire farmaceutica, vi era una particolare attenzione nell'accostare tra loro sostanze che rispondevano a determinate proprietà, seguendo pedissequamente quella che era considerata la teoria dei quattro umori di Galeno, secondo la quale l'uomo era costituito da quattro umori fondamentali che rispecchiavano esattamente l'ordine dei quattro elementi dell'universo.
L'equilibrio di questi umori determinava la buona salute dell'individuo ed è qui che entravano in gioco le spezie. Queste tendevano a "neutralizzare" cibi troppo freddi, o troppo umidi, che avrebbero "ristagnato" all'interno del corpo causando malesseri e avvelenamenti. Nel Medioevo infatti, l'igiene "interna" del corpo era fondamentale nell'educazione alimentare. A tal fine le spezie venivano servite nelle diverse portate, da sole o a fine pasto, caramellate ed anche nelle bevande, come l'ippocrasso, famosissimo all'epoca.

Miniatura di una spezieria
La capacità terapeutica delle spezie era dovuta però non solo a questioni farmaceutiche, ma anche a qualcosa di intrinsecamente miracoloso. Questo qualcosa era legato principalmente all'idea di India che aveva pervaso l'immaginario collettivo medievale, una India indefinita dal punto di vista geografico, popolata da esseri mostruosi e meravigliosi  e soprattutto terra in cui si trovava o comunque in cui si identificava il Paradiso Terrestre.

Lo stesso profumo che caratterizzava le spezie richiamava alla mente il senso del sacro: profumata era l'aria che si respirava nel paradiso secondo alcune fonti, profumate erano le reliquie dei santi, spezie ed erbe profumate venivano bruciate ed offerte alle divinità come omaggio. Insomma, quando il sacro si manifestava, ineluttabilmente si avvertivano soavi ed intensi profumi. D'altro canto, queste sono immagini che hanno continuato ad esserci nel corso dei secoli, fino a giungere a noi.

07 dicembre, 2015

L'aspetto delle donne medievali

Nel periodo medievale che va dall'XI al XII secolo erano di moda, per le donne la bocca piccola, occhi grandi e tondeggianti con sopracciglia ad arco e pelle bianchissima. A quell’epoca le sopracciglia venivano rasate del tutto, come anche la fronte che in questo modo risultava più ampia; il volto, le mani e i denti dovevano essere bianchissimi. 
Per riuscire ad avere uno sguardo, il più seducente possibile, le donne più ardite si pitturavano di blu o di verde le palpebre e usavano dei prodotti argillosi stemperati in acqua, oppure delle erbe essiccate e trattate con aggiunta di acqua. I volti erano privi di intensità ed espressività, ragion per cui le donne ricorrevano ad un velo di rosso sulle gote, mentre le sopracciglia depilate venivano ripassate con il nero.
In occasioni speciali uomini e donne ingaggiavano addirittura pittori professionisti che dipingevano i loro volti con i colori ad olio o a tempera (solo le donne nobili). 

Nobil donna
Nella metà del XII secolo, secondo Marie de France, la damigella ideale doveva avere queste qualità:

“Ha il corpo ben fatto, i fianchi stretti,
il collo più bianco della neve su un ramo.
I suoi occhi sono grigio-azzurri, il viso chiarissimo,
la bocca gradevole ed il naso regolare.
Ha le sopracciglia brune, la fronte ampia, i capelli ricciuti e biondissimi.
Alla luce del giorno sono più luminosi dell’oro.”


Nel XIII secolo fu stilato il Primo Trattato di Cosmetica della Storia, il "De Ornatu Mulierum" (Sui cosmetici delle donne) della medichessa della Scuola Medica Salernitana Trotula De Ruggiero, comunemente noto come “Trotula Minor”. Quest'opera è un trattato che insegna alle donne come preservare,  migliorare e curare la propria bellezza dalle malattie della pelle mediante una serie di precetti, consigli e rimedi naturali. Nell’esposizione, l’autrice descrive in modo dettagliato come fare un make-up, suggerisce come nascondere le rughe, rimuovere gonfiori da viso e occhi, depilare il corpo, schiarire la pelle, nascondere le macchie e le lentiggini, lavare i denti ed eliminare l’alitosi, tingere i capelli, fare la ceretta, curare labbra screpolate e gengiviti. Fornisce inoltre le indicazioni per preparare ed utilizzare unguenti ed erbe curative per il viso e i capelli, e dispensa consigli per migliorare il benessere mediante bagni di vapore e massaggi.


Bibbia Maciejowski



Per levigare e rendere di velluto la pelle del corpo, le donne di Firenze si servivano dell’abilità di professioniste che si recavano a domicilio. Lo strumento adoperato, per raggiungere i risultati desiderati, era una spatola di legno e vetro che veniva ripetutamente strofinata sulle parti da trattare. Questo tipo di peeling è niente rispetto alla depilazione, attuata con i sistemi riportati su un libro addirittura antecedente al XIV secolo:

“Un depilatorio che cava i peli sicché mai rinascano in tempo alcuno: 
in una scodella di terra metti calce viva e sei parti d’acqua; 
e stia la calce in detta acqua tre dì. 
Poi secca la detta calce in una pignatella e rimetti sei parti d’acqua 
e una di parte di orpimento (arsenico di color giallo oro) 
e stia tanto al sole che sia ben forte. 
E assaggialo con piuma di gallina e se è troppo forte, 
temperalo con acqua; e se non pelasse e fosse troppo chiaro, 
metti calce e orpimento in parti uguali; e sarà fatto”.

Gli ingredienti di base di questa comune ricetta depilatoria del 1300 erano quindi arsenico e calce viva, o addirittura l’inserimento di aghi roventi nel bulbo pilifero. La pelle del viso e i capelli erano considerati i punti di forza del fascino femminile ed erano quindi le parti del corpo cui ci si dedicava di più. Per mantenere il viso pulito, giovane e dall’aspetto radioso,
ci si affidava a ricette di bellezza riportate su antichi manuali o derivate dalla saggezza popolare; l’acqua, addizionata con ingredienti naturali, era alla base della pulizia della pelle.


Trotula Minor
Ecco un esempio di come le donne fiorentine dell’epoca preparavano da sole un “detergente per il viso”.

“Per lavare ogni macchia dal viso: cinque boccali di latte, cinque molliche di pane fresco, e lasciarle stare nel detto latte per 5 ore; metti poi a lambicco; e l’acqua che ne uscirà la conserverai in un’ampolla dentro mezzo scrupolo di borace pesto. E così lavandoti poi il viso e lasciandolo asciugare da sé, si farà netto e pulito”.


La Chiesa condannava queste pratiche già durante i primi secoli del cristianesimo: San Cipriano consigliava alle giovani donne, per evitare la dannazione eterna, di non adornarsi con gioielli e di non cambiare il colore dei capelli né di acconciarli.
La bellezza fisica venne considerata dominio del Maligno e pertanto era rappresentata solo come attributo della Madonna e dei santi.
Gli uomini non erano esenti di ingiurie se si scoprivano a curarsi capelli, barba, o se si facevano il bagno. In questo periodo, infatti, la Chiesa mise al bando i bagni pubblici, imputati di essere focolai del vizio. Il risultato di tali posizioni fu una decadenza generalizzata delle consuetudini igieniche. Mentre gli scrittori cristiani condannavano  la cura dell'aspetto personale, nelle popolazioni barbare ciò non accadeva. Pertanto, tra le donne sassoni, era noto l'uso del rossetto, e non solo, anche l'uso di oli e burri acidi per la cura dei capelli.



Salterio-di-Luttrell

Tra i materiali citati per questi usi si trovano sostanze come l'antimonio,
il nerofumo, la salvia, il limone, l'uovo e così via.
Vengono anche riportate formulazioni laboriosissime e spesso anche nocive.
Il prodotto base per la pulizia del viso e del collo era l'acqua di rose, che arrivava in Europa dall'Oriente ed era stata introdotta in Italia dai crociati. Nello stesso periodo si diffuse la conoscenza per uso cosmetico e l'impiego di erbe indigene quali lavanda, salvia e rosmarino.
In Italia, soprattutto per le donne, lavarsi i capelli era un’abitudine piuttosto diffusa ma talmente elaborata da richiedere, a volte, buona parte della giornata. Gli ingredienti per preparare gli “shampoo” dell’epoca erano quasi tutti di origine naturale, tranne alcune eccezioni. Era frequente mescolare alle sostanze vegetali, che di solito fungevano da “shampoo”, un po’ di zolfo, e anche frizionare il cuoio capelluto con acquavite e detergenti di vario tipo e provenienza. Le acconciature potevano variare a seconda della classe sociale e della personalità della persona che li portava.
Complicatissimo anche allora era il maquillage, i cui ingredienti basilari erano il rossetto e la crema, fatta di un velenoso intruglio di polvere di piombo, aceto e miele che conferiva all’incarnato un colore bianco e opaco simile a quello della biacca ma che, col passare del tempo, corrodeva il volto e lo deturpava.

Effige di una regina medievale
Concludendo, per truccarsi gli occhi, le donne usavano un carboncino d’antimonio e nerofumo, antenato del moderno rimmel. Altri cosmetici molto in voga erano lo zafferano, che dava vivacità alle gote, le mandorle, le fave, le cipolle, le ali d’api. Al posto del sapone si usava la soda o la farina di fave, mentre per la pulizia dei denti si ricorreva all’orina di fanciullo impastata con pomice e marmo grattugiati,  oppure con polveri di corna di cervo, cranio di lupi e gusci d’uovo. I Crociati, tra le altre cose, portarono in occidente i profumi di cui gli Arabi furono per secoli i più sapienti distillatori.
Infine, contro la calvizia, pare che ci fosse un rimedio efficace: un timballo a base di pepe, zafferano e sterco di topo, il tutto abbondantemente innaffiato d’aceto.

01 dicembre, 2015

La scarsa igiene nel Medioevo

Igiene delle mani Jean Froissart, Cronache, Fiandre, Bruges,
 XV secolo
Come ben sappiamo, l'aspettativa di vita, nel Medioevo, non era molto alta. Le cause di questa mortalità in età che oggi consideriamo giovane, sono molteplici, dalle frequenti epidemie ad una generalizzata e diffusa scarsa igiene. In questo post ci occuperemo proprio delle precarie condizioni igieniche di quest'epoca.

Innanzitutto, bisogna considerare il fatto che, nelle città, erano completamente assenti le reti fognarie e le strade ospitavano montagne di rifiuti ed escrementi, solcati rigagnoli di acque nere da cui ognuno si difendeva come meglio poteva: stivali alti, carrozze e perfino trampoli venivano adoperati per evitare di calpestare il sudiciume.

Se le città erano abbandonate a se stesse, non si può dire che l'igiene personale se la passasse meglio. Seppur per motivazioni diverse, infatti, sia la religione cristiana che gran parte dei medici, concordavano sulla pericolosità della pratica del bagno, considerato, da un lato, come un esercizio peccaminoso di eccitazione dei sensi, e dall'altro come una possibile causa di indebolimento fisico e di predisposizione al contagio.
Il rituale del bagno nel Medioevo
Eredità dei Romani, i bagni pubblici termali venivano considerati dalla chiesa come come luoghi di perdizione deputati alla promiscuità sessuale, mentre in ambito medico, si diffuse la grottesca convinzione secondo cui i pori della pelle rappresentassero la porta di accesso delle malattie e che, di conseguenza, si dovesse fare il possibile affinchè venissero occlusi dalla sporcizia. Ed è proprio per questo che, ad esempio, i neonati non dovevano essere lavati ma unti con oli di rosa, di mirtillo e di cera, in modo tale da ostruire i pori. Seppur non appartenente all'epoca medievale, il caso del "re sole" è emblematico, se rapportato a questa credenza. Si racconta infatti, che il sovrano fece soltanto uno o due bagni in tutta la sua vita.

È facile pensare quindi che, anche la biancheria e l'abbigliamento in generale, subissero lo stesso trattamento del corpo. Difatti, gli abiti venivano cambiati sporadicamente e si tentava di porre rimedio agli effluvi maleodoranti delle vesti attraverso il massiccio utilizzo di profumi sfruttando mix di essenze che, oggigiorno, apparirebbero alquanto bizzarre come, ad esempio, la fragranza (se così la si può definire) composta da muschio animale e secrezione delle ghiandole perianali dello zibetto. Ciò nonostante, piuttosto che lavarsi, si preferiva affidare ai vestiti la funzione di "pulire" il corpo, attraverso l'assorbimento della sporcizia e delle impurità della pelle.
Miniatura raffigurante un uomo ed una donna che condividono
 il bagno

La sciatteria e la trascuratezza riguardavano evidentemente anche l'igiene orale. Le dame dell'epoca infatti, avevano l'abitudine di coprire la bocca con un ventaglio mentre parlavano, in modo tale da risparmiare all'interlocutore cattivi odori e la vista di una bocca devastata dalle carie.

Comunque sia, talvolta, il popolo aveva l'opportunità di lavarsi e di fare un bagno. In queste rare occasioni, i membri di una famiglia utilizzavano, di sovente, la stessa acqua. L'onore del primo bagno spettava ovviamente al capofamiglia, poi veniva il turno dei figli maschi, poi le donne e i bambini, e soltanto alla fine i neonati. A quel punto l'acqua era talmente lercia che, se il piccolo fosse finito completamente immerso, sarebbe diventata una vera impresa capire il punto preciso in cui introdurre le mani per cercare di recuperarlo. È proprio da qui che nasce il detto "non gettare il bambino assieme all'acqua sporca".