29 aprile, 2016

L'organizzazione del cantiere nel Medioevo

Muratori al lavoro, 1210-15, part. vetrata del coro,
Saint-Etienne, Bourges (Francia)
In tutta Europa, tra l'XI ed il XIV secolo, vengono edificate le imponenti cattedrali gotiche e romaniche che riqualificano i centri urbani e che vedono il coinvolgimento di tutta la comunità. Secondo fonti scritte dell'epoca infatti, capita di sovente che la popolazione prenda parte spontaneamente ai lavori di costruzione.

I lavori richiedono tempi molto lunghi, talvolta anche secoli, e rappresentano una grossa opportunità economica per la città. Difatti, garantiscono la possibilità di lavorare a gran parte della popolazione e, oltre alle fasi strettamente connesse all'edificazione, sono anche la causa del sorgere di attività correlate a quella che si definisce "la fabbrica del duomo".
Tutta la zona intorno alla nascente cattedrale -la piazza ma anche gli spazi adiacenti- viene trasformato in un enorme cantiere in cui operano le diverse squadre di artefici. Vengono anche realizzate numerose tettoie per riparare uomini e materiali dal sole e dalla pioggia, oltre ad impalcature, ponteggi, rampe, gru e macchine.

L'architetto indica agli scalpellini come eseguire i lavori.
Fine XIII sec. Parigi, Biblioteca Nazionale
Parallelamente al perfezionamento delle tecniche di costruzione, si vengono a creare professionalità sempre definite e specializzate, ciascuna delle quali con ruoli e competenze differenti, talvolta provenienti anche da centri distanti, cosa abbastanza usuale per le maestranze medievali.
È così che i cantieri diventano una privilegiata officina di sperimentazioni, di scambi di conoscenze e di soluzioni tecniche che accrescono la conoscenza materiale e tecnologica dell'epoca medievale.

Glia attori principali di queste grandi opere di edificazione sono i committenti, gli architetti, e i diversi artefici delle maestranze organizzate.
Negli scritti e nelle cronache medievali, la costruzione di un edificio importante come una cattedrale, è solitamente associata alla figura del committente promotore, che quindi non corrisponde all'architetto. Diversi sono i tipi di committenti: dall'ideatore che stabilisce le forme e le peculiarità dell'edificio secondo il proprio gusto e le proprie idee, imponendole agli esecutori dell'opera, alla figura del committente finanziatore che si limita ad elargire i capitali senza mettere in campo le proprie idee. Solo in alcuni casi, il committente è sia ideatore che finanziatore.
Carpentieri, XII sec. Rilievo in pietra. Santa Mariqa
Gerona (Spagna)

L'architetto invece, è colui che, sul campo, gestisce tutte le attività che vengono svolte all'interno del cantiere. È il cosiddetto "magister murario" che possiede un adeguato bagaglio di conoscenze tecniche grazie all'esperienza maturata, nei suoi viaggi, mediante lavori effettuati in luoghi anche lontani.

Infine, le maestranze organizzate o artefici, ovvero le squadre di scultori, pittori e decoratori, sottoposti alle dipendenze di maestri. Questi gruppi di lavoro, sono preposti alla decorazione dell'edificio e, pur avendo una certa autonomia interna, devono comunque essere coordinati in un lavoro collettivo secondo una logica coerente, che prevede un'organizzazione efficiente e la costante regia dell'architetto.

26 aprile, 2016

La breve vita di: Alfonso III di Aragona

Primogenito, Alfonso III d'Aragona, conosciuto anche come il Liberale "el Liberal", ma anche il Franco "el Franc", nacque a Valencia il 4 Novembre del 1265 dal padre Pietro III il Grande re d'Aragona e da Costanza di Sicilia futura principessa d'Aragona. Negli anni a seguire fu Alfonso I di Valencia, Conte Alfonso II di Barcellona e delle altre contee catalane tra il 1285 e il 1291, pertanto solo nel 1286 fu anche re Alfonso I di Maiorca.


Alfonso III il Liberale o il Franco;
(Monastero di Santa Maria di Poblet,1400)

Si conosce pochissimo dell'infanzia di Alfonso III, quello che conosciamo bene sono stati gli anni della sua maturità quando Alfonso, il 15 agosto 1290, sposò per procura, Eleonora d'Inghilterra, figlia del re d'Inghilterra Edoardo I e di Eleonora di Castiglia, dopo circa quattro anni di fidanzamento (il contratto era stato stipulato, nel 1286). Il matrimonio non fu mai consumato, in quanto Edoardo I rifiutò di mandare la figlia Eleonora in Aragona, finché il re Alfonso III e tutti i suoi parenti erano colpiti dall'interdetto papale, per la mancata restituzione della Sicilia agli Angioini.

Nel 1285 ricevette incarico dal padre, Pietro III il Grande, di conquistare il regno di Maiorca, togliendolo allo zio, il re di Maiorca Giacomo II, che aderendo alla crociata indetta da papa Martino IV, nel 1284 e nel giugno-settembre 1285, aveva dato aiuto, nei suoi possedimenti francesi, all'esercito del re di Francia Filippo l'Ardito.

Alla morte del padre, nel novembre del 1285, in quanto figlio maggiore gli succedette sul trono di Aragona e di Valencia ed inoltre nelle contee catalane, mentre il secondogenito, Giacomo il Giusto gli succedette sul trono di Sicilia, anche se il padre sul letto di morte aveva rinunciato a quel regno (Sicilia).

Statua di Alfonso III

Nel corso del 1286, portò a termine l'incarico ricevuto dal padre e oltre a Maiorca conquistò anche l'isola delle Pitiuse, Ibiza. Poi passò all'isola di Minorca, e nel 1287 portò a compimento la conquista dell'isola, tolta all'emiro Abù'Umar, vassallo prima di Giacomo I e poi di Giacomo II, accusato di essersi alleato con gli Angioini e poi con i crociati francesi. Minorca fu ripopolata con popolazioni catalane (secondo il cronista Ramon Muntaner de bona gentde catalans).

In politica interna dovette subire la ribellione a più riprese dell'aristocrazia aragonese, che si sentiva trascurata dalla monarchia che per le sue imprese si poggiava più sulla borghesia mercantile catalana, così dopo le cortes, nel giugno del 1286 a Saragozza, poi a ottobre a Huesca, Alfonso dovette concedere dei privilegi all'Unione Aragonese, nel 1287 reprimendo nello stesso anno delle ribellioni. Dopo la riunione delle cortes del 1289 a Monzòn, Alfonso riuscì ad ottenere con l'aiuto di catalani e valenziani , un potere della corona d'Aragona più rafforzato e centralizzato a scapito soprattutto della nobiltà aragonese. 

Dato che il re di Castiglia Sancho IV, aveva preso posizioni sempre più filo-francesi, nel settembre del 1288 a Jaca partecipò alla proclamazione di Alfonso de la Cerda a re di Castiglia, che portò i due regni di Castiglia e di Aragona ad una guerra di frontiera, le prime battaglie ebbero inizio nell'aprile e nel luglio del 1289, e da settembre del 1290 al febbraio del 1291.

Sul fronte estero, dato che avevano prigioniero in Aragona il capo della casa Angioina, il re di Napoli Carlo lo Zoppo, Alfonso III ricevette le varie delegazioni (Papato, Francia e Inghilterra) che ne sollecitavano la liberazione. Dopo che un primo accordo, preso ad Oléron nel 1287, fu bocciato dal papa Niccolò IV il 27 Ottobre 1288 a Canfranc; a nord dell' Aragona, fu trovato l'accordo e Carlo II venne liberato in cambio dei tre figli che rimasero in ostaggio al suo posto. Dato che la guerra in Sicilia riprese Alfonso inviò l'ammiraglio Ruggero di Lauria in aiuto del fratello il re di Sicilia Giacomo il Giusto. Nel febbraio del 1291 a Tarascona, riuscì a far pace col papato (che continuava a sostenere re d'Aragona Carlo di Valois) e la Francia: disconobbe i diritti del fratello Giacomo sulla Sicilia ed in cambio Carlo di Valois rinunciò ai diritti sul regno d'Aragona, ottenendo le contee d'Angiò e del Maine insieme alla mano di Margherita, figlia di Carlo lo Zoppo, che avrebbe dovuto rientrare in possesso della Sicilia, ora che Giacomo il Giusto non aveva più l'appoggio del regno d'Aragona. 

Secondo la Cronaca piniatense, Alfonso III morì all'improvviso all'età di 25 anni, si spense il 18 giugno 1291 e fu tumulato nel convento dei frati minori di Barcellona. 
Dato che Alfonso non aveva discendenze, lasciò i regni d'Aragona, Valencia e Maiorca al fratello Giacomo, che secondo le disposizioni di Alfonso, avrebbe dovuto lasciare il regno di Sicilia al terzo fratello Federico.  
    

Alfonso III in un dipinto

18 aprile, 2016

La peste nera, parte seconda

Dall'Asia centrale, all'inizio del 1300, il batterio della peste arriva in Europa. Si ritiene che esso si sia diffuso dopo una moria di roditori dovuta all'irrigidimento delle condizioni climatiche. Le pulci, che sono il veicolo preferito del batterio, contagiarono l'uomo e raggiunsero l'Europa attraverso la via della Seta. Dalla Crimea, all'epoca possedimento genovese, il batterio giunse a Genova.
L'arrivo della peste in Crimea è piuttosto interessante: una delle città di quella regione, Caffa, venne assediata dal Khanato dell'orda d'oro. Gli assedianti lanciavano verso la città i cadaveri appestati, ed in questo modo gli abitanti ne furono infetti.

Le galee genovesi, come detto nella prima parte, portarono la peste a Costantinopoli ed in diversi punti in Italia. Da Genova il contagio prima arrivò a Marsiglia, poi risalì il Rodano, sempre seguendo le rotte commerciali fra le varie città europee. Ad Avignone, nei primi tre giorni dallo scoppio della peste, morirono circa 1800 persone.

Giovanni Boccaccio, nel Decameron, descrisse minuziosamente cosa succedeva in una città appestata: << Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno; per ciò che essi, il più o da speranza o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaia per giorno infermavano; e non essendo né serviti né atati d'alcuna cosa, quasi senza alcuna redenzione, tutti morivano. E assai n'erano che nella strada pubblica o di dì o di notte finivano, e molti, ancora che nelle case finissero, prima col puzzo de lor corpi corrotti che altramenti facevano a' vicini sentire sé esser morti; e di questi e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno.
Era il più da' vicini una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de' morti non gli offendesse, che da carità la quale avessero a' trapassati. Essi, e per sé medesimi e con l'aiuto d'alcuni portatori, quando aver ne potevano, traevano dalle lor case li corpi de'già passati, e quegli davanti alli loro usci ponevano, dove, la mattina spezialmente, n'avrebbe potuti veder senza numero chi fosse attorno andato: e quindi fatte venir bare, (e tali furono, che, per difetto di quelle, sopra alcuna tavole) ne portavano.
Né fu una bara sola quella che due o tre ne portò insiememente, né avvenne pure una volta, ma se ne sarieno assai potute annoverare di quelle che la moglie e 'l marito, di due o tre fratelli, o il padre e il figliuolo, o così fattamente ne contenieno. >>


Rappresentazione della peste, biblioteca reale del Belgio
 


Diffusione della peste nel corso degli anni
 



Le conseguenze furono devastanti:  si calcola che fra i venti ed i venticinque milioni di persone finirono uccise; la situazione divenne così grave che non si trovò più nessuno per seppellire i morti: Agnolo di Tura, cronista senese, scrive che dovette seppellire con le sue mani i suoi cinque figli, ad esempio; John Clyn, monaco irlandese, prima di morire scrisse che sperava che almeno qualcuno avesse continuato la sua opera di cronaca sul flagello che li stava colpendo. A Venezia morirono 20 medici su 24, ad Amburgo 16 medici del consiglio cittadino su 20, a Londra tutti i mastri della corporazione dei sarti e dei cappellai. Solo la Polonia, il Belgio, Praga, la Germania meridionale, Firenze e Milano vennero risparmiate; il resto d’Europa venne colpito con violenza. La Norvegia rimase senza sovrani, tanto da indurre i regni scandinavi ad unirsi sotto la corona danese.
Solo nel XV secolo il numero degli abitanti europei cessò di calare.


I medici dell'epoca rimasero disorientati di fronte a questo fenomeno, per loro incomprensibile. Allora la formazione del medico prevedeva una solida preparazione astrologica, che impegnava la maggior parte del loro studio. Le teorie mediche risalivano all'antichità, a Ippocrate e Galeno, secondo i quali le malattie nascevano da una cattiva miscela (discrasia) dei quattro umori del corpo: sangue, flemma, bile gialla e bile nera. L'idea stessa del contagio era sconosciuta alla medicina galenica, e del tutto impensabile la trasmissione di malattie da animale a uomo. Si pensava piuttosto che dei "soffi pestiferi" avessero trasportato la malattia dall'Asia all'Europa, oppure che la malattia fosse causata da miasmi provenienti dall'interno della terra.

Medico della peste

I consigli o regimi contro la peste, opere mediche che mostravano come difendersi dal contagio, divennero quasi un genere letterario. In particolare il più importante fu il Regimen Sanitatis Salernitanum, documento scritto in latino in cui erano contenute tutte le competenze mediche del tempo. Si consigliava di tener aperte solo le finestre rivolte a nord, perché i venti da sud - caldi e umidi - erano considerati dannosi. Il sonno durante il giorno era bandito, così come il lavoro pesante. Secondo molti la peste colpiva di preferenza le donne giovani e belle. E, in effetti, la peste contagiava con maggior facilità più le donne degli uomini, e più i giovani che gli anziani.
Molti medici, di fronte alla peste, fuggivano. Se fuggivano erano considerati dei vigliacchi. Se restavano, erano considerati interessati solamente al denaro. Riferisce il cronista Marchionne di Coppo Stefani: "Medici non se ne trovavano, perocché moriano come gli altri; e quelli che si trovavano, volevano smisurato prezzo innanzi che intrassero nella casa." In caso di peste, l'unico dovere del medico era di invitare l'ammalato a confessarsi. Il rimedio cui i medici più frequentemente ricorrevano erano fumigazioni con erbe aromatiche. Papa Clemente VI, per tutta la durata dell'epidemia ad Avignone, rimase rinchiuso nei suoi appartamenti, dove erano accesi grandi falò. È probabile che in questo modo riuscì realmente a sfuggire al contagio: il calore allontana le pulci.

Conseguenze
Il crollo demografico comportò la disponibilità di nuovi posti di lavoro e terre da coltivare. Diversi villaggi vennero abbandonati, in favore di quei villaggi vicino a terreni agricoli più remunerativi. I fitti agricoli crollarono, mentre le retribuzioni nelle città aumentarono sensibilmente. Per questo un gran numero di persone godette, dopo la peste, di un benessere che in precedenza era irraggiungibile.
L'aumento del costo della manodopera favorì un'accentuata meccanizzazione del lavoro. Così il tardo Medioevo divenne un'epoca di notevoli innovazioni tecniche. David Herlihy cita l'esempio della stampa. Fino a quando i compensi degli amanuensi erano rimasti bassi, la copia a mano era una soluzione soddisfacente per la riproduzione delle opere. L'aumento del costo del lavoro diede il via a una serie di esperimenti che sfociò nell'invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg. Sempre Herlihy ritiene che l'evoluzione della tecnica delle armi da fuoco sia da ricondurre alla carenza di soldati.
Secondo alcuni storici della cultura, tra cui in particolare Egon Friedell, la peste nera causò la crisi delle concezioni medievali di uomo e di universo, scuotendo le certezze della fede che avevano dominato fino ad allora, e vide un rapporto causale diretto tra la catastrofe della peste nera e il Rinascimento.

15 aprile, 2016

La Falconeria nel Medioevo.

 La falconeria è l'arte di addomesticare uccelli rapaci e di addestrarli a cacciare a vantaggio dell'uomo; nel Medioevo venivano utilizzate diverse specie di uccelli rapaci di cui i principali:
 il Falco pellegrino, l'Astore e lo Sparviero. La caccia con gli uccelli era già conosciuta nell'Occidente a partire dalla fine del IV secolo d.C, importata dall'Oriente dai Germani; ma il suo massimo sviluppo si colloca tra l' XI e il XV secolo; questo possiamo testimoniarlo grazie alle innumerevoli rappresentazioni figurate (manoscritti, dipinti), la cui comprensione è possibile grazie alle fonti testuali e in particolare ai trattati di falconeria.


Alcuni falconieri, tratto da un manoscritto medievale


Una notevole diffusione di questa pratica di caccia, provenne dall'arrivo in Europa di popolazioni euroasiatiche dalla pratica venatoria aviaria. La formazione dell'Impero arabo-musulmano costituì, sulla sponda meridionale del Mediterraneo, una solida compagine di stati che contribuì a diffondere usi e costumi appresi dagli Arabi grazie alla Persia dei Sasanidi. Fu infatti proprio in concomitanza con l'invasione musulmana in Europa, nell'VIII secolo, che la pratica della falconeria iniziò a fiorire nel Vicino Oriente, conteso tra Arabi e Bizantini. A partire dal VII-VIII secolo, la falconeria si diffuse nei vari stati che andavano lentamente formandosi nel quadro geopolitico europeo. La falconeria era una pratica diffusa prettamente alla classe guerriera dominante, i milites e la classe nobiliare. Ciò era dovuto a questioni di disponibilità finanziaria necessaria alla cura, all'addestramento ed all'allevamento domestico dei rapaci, come viene ben testimoniata dai documenti, via via più numerosi in questa epoca.

Falconi, tratta da un manoscritto medievale

Il notevole intensificarsi degli scambi tra l'Europa cristiana e l'Oriente arabo-bizantino nell'XI-XII secolo, provocato dal movimento socio-politico delle Crociate, contribuì ulteriormente a diffondere e sviluppare la pratica della falconeria presso i milites occidentali. Un ruolo importante, in questo senso, venne giocato dall'ordine monastico-militare dei Cavalieri Ospitalieri, specialisti della caccia con i rapaci poiché le altre forme di caccia erano loro interdette come penitenza volontaria (là dove per i Cavalieri Templari valeva esattamente l'opposto e cioè era la falconeria ad essere interdetta).
Solo nella prima metà del XIII secolo la falconeria era divenuta un aspetto fondamentale della vita sociale del nobile europeo. Non un semplice diletto ma una vera e propria scienza, che venne formalmente codificata attraverso una prolifica produzione letteraria.
Da un punto di vista "pratico", un notevole sviluppo della falconeria, nel 1200, fu l'introduzione sul suolo europeo del cappuccio per il rapace, chiamato lo chaperon, importato dal Vicino Oriente grazie ai sempre più massicci scambi con l'impero bizantino.

Falconieri - tratti da un manoscritto medievale

Nel corso del XIV e XV secolo, nel più generale contesto di una società europea ove la nobiltà difendeva in modo sempre più classista i suoi privilegi contro un patriziato urbano di banchieri e ricchi commercianti, la falconeria venne fatta oggetto di particolarissime misure restrittive e di controllo. Un preziosissimo documento inglese dell'epoca, Il "Libro di St Albans" (The Book of Saint Albans - 1486), fissa non solo regole d'uso ma, cosa ben più importante, di possesso per i rapaci. Il testo stabilisce che la povera gente, i vecchi laboratores (uomini, liberi e non liberi, deputati al lavoro manuale ed alla produzione del sostentamento materiale per le più alte classi sociali ), possano al massimo possedere un Falco di piccole dimensioni (la servitù poteva al massimo aspirare ad un Gheppio), là dove lo scudiero era autorizzato a portare il Falco lanario ed il cavaliere il grande Falco cherrug, facendo così dei rapaci più pregiati un'esclusiva dei regnanti: il Girifalco per un Re e l'Aquila per l'Imperatore.

La caccia di un nobile - Codice Manesse
 

Infine,  i primi trattati rimasti risalgono alla metà del X secolo (Grimaldus; Anonimo di Vercelli; Bischoff, 1984), ma fu il XII secolo a segnare il rapido sviluppo del genere, con diversi testi latini, brevi e di natura terapeutica, noti con i nomi degli autori: Dancus Rex, Guillelmus, Gerardus, Alexander, Grisofus (Tilander, 1963; Grisofus medicus, 1964); alla stessa epoca risalgono l'Epistola ad Ptolomeum e il trattato di Adelardo di Bath, De cura accipitrum. Della prima metà del XIII secolo è il De arte venandi cum avibus di Federico II di Svevia, capolavoro del genere e fonte principale per la conoscenza della falconeria medievale. L'opera è corredata da illustrazioni: le miniature del manoscritto più antico (Roma, BAV, Pal. lat. 1071) sono ricche di particolari, anche se il loro realismo non deve essere sovrastimato (Yapp, 1983). Nello stesso ambiente culturale siciliano furono curate le traduzioni dei testi arabi di Moamin e di Ghatrif. Gli altri trattati in latino sono di rilievo più per la storia della veterinaria che non per la storia della caccia. A partire dal XIII secolo alcuni di questi testi vennero tradotti nelle lingue volgari e in seguito comparvero opere autonome, numerose in Francia, in Spagna e in Italia. Per le notizie sulle tecniche di caccia sono particolarmente importanti il Livre du Roy Modus et de la Royne Ratio e il Roman des deduis di Gace de la Buigne (Blomqvist, 1951); queste fonti sono completate dalle allusioni alla falconeria che compaiono frequentemente nelle opere narrative (Van den Abeele, 1990a). La caccia con gli uccelli è documentata iconograficamente per la prima volta nei mosaici di Argo, in Grecia, databili alla fine del IV secolo, costituiti da quattro scene di caccia (Åkerström-Hougen, 1974). L'Alto Medioevo è sorprendentemente povero di rappresentazioni figurate, contrariamente a quanto lascerebbero sperare i testi; è da tenere presente che per la qualificazione di un'immagine come scena di falconeria non basta la semplice rappresentazione di un uccello rapace; a esso va associata una figura umana o una preda tipica della caccia con gli uccelli oppure un accessorio per la falconeria. Tra le immagini di falconeria propriamente dette vanno annoverate, oltre alle celebri scene dell'arazzo di Bayeux (Bayeux, Tapisserie de Bayeux; Yapp, 1987), pagine del Codex Manesse, oreficerie come la borsa di Sutton Hoo (Hicks, 1986), rare miniature e alcuni rilievi.


Arenberg Hours Bruges 1460

13 aprile, 2016

Il giardino nel Medioevo

Durante il periodo medievale la situazione sociale e politica non agevola la cura e la diffusione dei giardini. Nei castelli, gli spazi verdi, se presenti, vengono adibiti ad orto, cioè per la sussistenza. Analoga cosa avviene nelle città: è per questo che, ancora oggi, nei centri storici possiamo trovare la "via dell'orzo", o la "via della vigna" o altri toponimi simili.
È invece al riparo dei chiostri, nelle abbazie e nei monasteri, luoghi in cui si tramanda il sapere umano almeno fino al XII secolo, che il giardino riceve la cura e l'attenzione che merita, seguendo una precisa filosofia. Si comincia quindi a parlare di hortus conclusus, ovvero "orto chiuso", dalle mura.
Un giardino medievale in una miniatura del XIV secolo
In ambito religioso i giardini che ovviamente vengono presi ad esempio sono quelli dell'Eden, l'hortus conclusus del Cantico dei Cantici è quello di Giuseppe di Arimatea, in cui era stato ricavato il sepolcro di Cristo. È pacifico quindi affermare che i monaci organizzassero i loro giardini seguendo questi modelli, senza tralasciare però la componente riguardante la loro sussistenza.

Il centro di tutto è rappresentato dal chiostro, normalmente di pianta rettangolare o quadrata, su cui si affacciano le celle dei religiosi, il refettorio e la sala capitolare. Due viali dividono il chiostro in quattro zone, che richiamano le quattro parti del mondo secondo la geografia del tempo. Già da questo particolare si può comprendere quella che è uno dei fondamenti del giardino monastico, ovvero il rimandare costantemente a qualcos'altro, in un susseguirsi di metafore. Nel punto in cui i due viali si incrociano, si può trovare un albero, che rimanda all'albero della conoscenza nell'Eden o il legno della Croce. Talvolta si può trovare anche una fontana, simbolo di Cristo fonte di vita. Passeggiare nei viali, con tutte queste simbologie, è dunque momento di preghiera e di riflessione.

Herbularius (ricostruito) a Notre Dame d'Orsan
Nelle quattro zone in cui è diviso il giardino si coltivano fiori e piante per arricchire gli altari, ma anche per l'alimentazione ed a scopi medicinali. Il tutto però dipende dalle dimensioni dell'abbazia o del monastero: in quelle che hanno una superficie maggiore, il giardino è organizzato seguendo le prescrizioni della regola benedettina, e cioè con gli orti, i frutteti, i giardini con alberi, ed infine gli herbaria, in cui coltivare le erbe officinali.

Di tutto ciò non sono giunte fino a noi testimonianze dirette. I primi codici che descrivono i giardini risalgono a molto tempo dopo e fanno riferimento a giardini di tipo cavalleresco, dove dame e cavalieri godono dell'amor cortese. Inoltre, sono davvero pochi i monasteri che, nel corso dei secoli, non sono stati distrutti o che non siano stati stravolti a causa di intricate questioni edilizie. Comunque sia, un esempio di giardino monastico da ammirare, ottenuto grazie alla meticolosa opera di ricostruzione effettuata da alcuni architetti paesaggisti, ce lo abbiamo ed è quello dell'abbazia di Notre Dame d'Orsan,

11 aprile, 2016

La peste nera, parte prima

I periodi passati, in particolar modo quello medievale, sono stati caratterizzati da un drastico calo della popolazione europea. Le ragioni sono molteplici: fra tutte depressione economica, guerre e pandemie.
Una delle più importanti pandemie della storia occidentale è stata la peste nera che si diffuse fra il 1348 ed il 1353. La sua influenza sull'assetto della futura europa fu determinante, in quanto uccise almeno un terzo della popolazione del continente, tanto da venir battezzata dai cronisti danesi e svedesi dell'epoca come "morte nera".

La peste nera in una miniatura del XV secolo.


Ma come si generò ed espanse questo flagello che, in un certo senso, segna uno spartiacque della storia occidentale?

I prodromi
Fra il 900 dopo cristo ed il 1300 la popolazione del vecchio continente arrivò a raddoppiare: Francia, Inghilterra, Germania ed Italia erano densamente popolate; si erano sviluppate città fiorenti ed acculturare, dove erano presenti numerose università, i commerci permettevano lo spostamento di una discreta quantità di beni e persone. In sintesi, l'Europa stava attraversando un periodo fiorente di sviluppo. A partire dal 1290, una serie di carestie dovute ai cambiamenti climatici colpì l'Europa: una piccola era glaciale fece crollare i raccolti, e di conseguenza le popolazioni cominciarono a debilitarsi. Già nei primi decenni del 1300, in alcune regioni dell'Italia, primi focolai di epidemia dovuti alla scarsa alimentazione cominciarono a fare capolino. Tali focolai, oltre alla malnutrizione, erano dovuti soprattutto alla scarsissima igiene delle città medievali, che erano ricettacoli di immondizia e deiezioni a cielo aperto.
Nel 1347, il morbo della peste fa capolino in diverse città sulla costa mediterranea: Messina, Costantinopoli, la Dalmazia e Venezia vengono invase dalla malattia. Nel giro di poco tempo si capirà che sono i topi a bordo delle navi a portare il germe della peste, di conseguenza, prima di entrare in porto, le autorità veneziane fanno attendere le navi fuori dal porto per quaranta giorni, al fine di appurare che non ci siano infetti. Con questa procedura nasce il termine "quarantena".

La diffusione della peste nel corso degli anni

Si cercarono capri espiatori per questa grave malattia (ebrei e streghe in primis), in secondo luogo i medici cercarono una cura alla peste: la convinzione fallace (dovuta agli studi fatti sui testi romani) che provocando salassi si facesse uscire l'humus negativo dal corpo, portava solo i malati ad indebolirsi e a morire più facilmente. Inoltre, il sangue infetto, favoriva il diffondersi della malattia, e di conseguenza la peste scoppiò in tutta la sua devastante potenza.

Nel prossimo articolo vedremo come la peste si diffuse nel resto del continente, e quali furono le conseguenze politiche della sua diffusione.

08 aprile, 2016

Great Battles of Historie Medievali: La Battaglia di Roncisvalle

La battaglia di Roncisvalle è passata alla storia grazie ad uno dei più celebri poemi scritto al tempo, parliamo della nota "chansons des gestes", oppure della famosa "Chanson de Roland" composte dai trovatori, che eternarono così sia il mito di un grande sovrano che richiamava ai valori della fede cristiana e alla sua difesa, sia il mito dell'eroe e impavido (il paladino Orlando) e del traditore pronto a vanificarne gli sforzi (Gano di Maganza).



La morte di Orlando - Manoscritto miniato 1455


Questa battaglia è datata 15 Agosto del 778 d.C. e non è considerata una vera e propria battaglia, ma fu identificata più come un imboscata, visto che l'attacco riguardò solo la retroguardia dell'esercito franco. Studi storici portano a credere che l’imperatore Carlo Magno si era proposto come difensore dei cristiani spagnoli che vivevano sotto il giogo politico degli emiri musulmani omayyadi di al-Andalus, i quali controllavano buona parte della penisola Iberica.
Tuttavia, è molto probabile che Carlo Magno rispose a qualche invito da parte di un esponente musulmano  al-Andalus, che probabilmente invitò il franco ad affacciarsi nella Penisola Iberica. Attraversati i Pirenei, i Franchi conquistarono Pamplona e Barcellona, e successivamente incominciarono ad assediare Saragozza. La faccenda però si venne a complicare nel momento in cui giunse la notizia di un’insurrezione dei Sassoni, popolazione da poco sottomessa; Carlo Magno fu costretto a mettersi in marcia per rientrare in patria, e lasciò Orlando e la guardia reale con il bottino di tutta la campagna militare, mentre lui si accingeva a valicare le gole pirenaiche nella zona di Roncisvalle dove vivenao le popolazioni basche.



L'inboscata di Roncisvalle


Le popolazioni basche della zona, prevalentemente pagane, erano intenzionate a mantenere buoni rapporti con i musulmani, così, non solo avevano precedentemente liberato un esponente musulmano "Ibn al-Aʿrabī" che era stato fatto prigioniero, ma, il 15 agosto, fecero atto di omaggio al re franco. Solo in una fase successiva aggredirono la retroguardia di Carlo Magno, depredandone gli averi e tutto il bottino cumulato durante la discesa lungo i Pirenei. In questa imboscata perirono il conte-palatino Anselmo, il siniscalco Eggihardo ed il conte palatino Orlando (Rolando), duca della Marca di Bretagna. Il fatto d'armi iniziò nel tardo pomeriggio di sabato 15 agosto 778 per arrestarsi al calar del sole, terminando l'indomani col totale annientamento della retroguardia dell'esercito franco e la razzia dell'intero bottino che i Franchi avevano conseguito a Barcellona e a Pamplona.
Circa il luogo esatto ove l'evento accadde, regna l'incertezza assoluta. Sicuramente non avvenne lungo l'attuale strada che valica il passo pirenaico, perché - al tempo in cui si svolse l'attacco – essa non era ancora stata realizzata. Le uniche strade possibili di collegamento tra il territorio franco e la Spagna erano le strade costruite secoli prima dai romani. Nell'area degli Alti Pirenei, dalle regioni della Navarra e dell'Aragona in direzione della Catalogna le strade romane – tuttora esistenti – erano diverse.
Le uniche strade possibili, costruite secoli prima dai romani, erano la via ab Asturica ad Burdigalam, che partiva da Castra Legiones (oggi Leòn) ed arrivava a Benearnum (Béarn), un’altra strada era la via Caesar Augusta che partiva da Saragozza ed arrivava nelle zone di confine tra Aragona e Navarra.

La morte di Orlando - Miniatura di epoca medievale

"Quel corno che Orlando suonò ben tre volte, riecheggiò il suo disperato aiuto in tutto il creato fin quando gli occhi si spensero lentamente assaporando l'ascesa al cielo unendosi col Dio padre".

04 aprile, 2016

I vassalli

Il signore attendeva ritto nella stanza, con fare imperturbabile, l'arrivo del nobile a lui sottoposto. Egli gli si avvicinò solennemente e, inginocchiandosi, pose le sue mani giunte in quelle del nobile che avrebbe dovuto servire, quasi gli volesse magicamente passare la sua forza. Dopodiché pose la mano destra su di un vangelo e pronunciò le seguenti parole di giuramento: "A tal signore magnifico io, il tale. Poiché si sa benissimo da parte di tutti che io non ho di che nutrirmi o vestirmi, io ho richiesto alla pietà vostra, e la vostra benevolenza me lo ha concesso, di potermi affidare e accomodare al vostro mundio, e così ho fatto; cioè che tu debba aiutarmi e sostenermi, tanto per il vitto quanto per il vestiario, secondo quanto io potrò servire bene e meritare; e, finché io vivrò, ti dovrò prestare il servizio ed ossequio dovuti ad un uomo libero e non potrò sottrarmi per tutta la mia vita alla vostra potestà o mundio, ma dovrò rimanere finché vivrò nella vostra potestà e protezione."

Carlo d'Orleans riceve l'omaggio di un vassallo
Il nobile, ora vassallo del signore, si alzò in piedi e lo baciò sulla bocca, divenendo così uomo di bocca e di mani del signore. Poiché, oltre a combattere per lui, non avrebbe mai dovuto tradirlo o insultarlo.

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Uno dei pilastri del medioevo è il vassallaggio di nobili di rango inferiore nei confronti di quelli di rango superiore. La parola deriva sia dal latino "vassus", servo, che dal germanico "gwas", garzone, valletto. Ed indica la concessione di incarichi amministrativi su di un determinato territorio in cambio di obbedienza e servizio al sovrano. I vassalli potevano essere nobili di alto rango come conti, marchesi, magravi; ma anche uomini di chiesa come vescovi ed abati.
Il rapporto di vassallaggio nasce con la crisi dell'impero Romano: il senso di insicurezza venutosi a creare, favorì il proliferare di clientele intorno al signore che, dopo la caduta di Roma, sfocerà nel feudalesimo. I primi veri vassalli nasceranno nell'VIII secolo dopo cristo, con l'indebolirsi della dinastia merovingia che regnava in Francia. In questo modo, il controllo del territorio diverrà più capillare.
Inizialmente inteso come legame fra due persone, il rapporto di vassallaggio cambiò col passare dei secoli, arrivando solo a far contare le cariche amministrative che si ottenevano. Si arrivò al punto che le cariche feudali contassero più dello stesso legame col sovrano, ragion per cui si rese necessario codificare i rapporti vassallatici che prevedevano come elemento fondante il legame, ed in secondo luogo la magnificazione della vocazione guerriera del vassallo, che doveva mettere a servizio del sovrano la sua forza militare in tempo di guerra.

Il vassallo promette i suoi servigi militari al Re

Con i secoli i rapporti vassallatici si gerarchizzeranno sempre di più, arrivando ad avere i vassalli del vassallo, detti valvassori, che potevano essere cavalieri o prelati. Ciò porterà ad una frammentazione del potere statale sul territorio governato, e di conseguenza alla creazione di numerosi feudi.
Il rapporto di vassallaggio è uno degli elementi fondanti della società medievale, che determinerà, nei secoli a venire, la politica ed il destino degli stati d'Europa.