30 giugno, 2016

Castel del Monte e la sua aura di mistero

Situato a poche decine di chilometri da Bari,Castel del Monte è stato dichiarato patrimonio dell'umanità nel 1996 ed è uno dei 49 siti Unesco che vanta l'Italia.

Fatto erigere da Federico II di Svevia nel XIII secolo, il Castello domina, con la sua imponente struttura ottagonale, il piccolo tratto delle Murge occidentali, a pochi km da Andria.
Unanimemente considerato un ingegnoso esempio di architettura medievale, Castel del Monte in realtà coniuga elementi di diversi stili, dal romanico dei leoni dell’ingresso al gotico della cornice delle torri, dall’arte classica dei fregi interni alla struttura difensiva dell'architettura, fino alle delicate raffinatezze islamiche dei suoi mosaici. 

CasteldelMonte, vista panoramica
Costruito intorno al 1240, Castel del Monte divenne la sede permanente della corte di Federico II di Hohenstaufen, divenuto sovrano del Regno di Sicilia alla tenera età di 3 anni. Il monarca, soprannominato “Stupor Mundi” per l’eclettismo e per la sua grande cultura, lasciò in eredità al suo Castello una forte aura di mistero che ne circondava la figura.

CasteldelMonte, entrata principale
La rigidità sia matematica che astronomica della sua planimetria, incentrata sull’otto come numero guida e la sua collocazione, studiata in modo da provocare particolari simmetrie di luce nei giorni di solstizio ed equinozio, evocano un simbolismo che da sempre appassiona gli studiosi, lasciando ai visitatori una percezione di sè alquanto enigmatica. Oltretutto, l’impianto militare di Castel del Monte è stranamente sprovvisto di quelle caratteristiche che connotano la maggior parte delle costruzioni militari del tempo. Infatti, mancano le mura di cinta, il fossato e le stalle.

La pianta del Castello è formata da otto lati, così come otto sono le sale del piano terra e del primo piano, a pianta trapezoidale, posizionate in modo da formare un ottagono, e ovviamente otto sono le maestose torri, anch'esse a pianta ottagonale, disposte su ognuno degli otto spigoli. Si pensa che nel cortile interno ci fosse una vasca, naturalmente di forma ottagonale.
Castel del Monte, torre con parte di una facciata in cui si nota la presenza di una finestra bifora

La solidità e l'imponenza della pietra calcarea mista a quarzo delle facciate è interrotta, su ogni lato, dalla presenza di finestre monofore al primo piano, bifore al secondo e, in un unico caso, trifora. L'entrata principale, in breccia corallina, replica la forma di un trionfale arco classico che, a sua volta, incastona un arco a sesto acuto, definito come "una sorta di preludio al Rinascimento". L’interno, con le sue alte volte a botte o a crociera, risulta ormai privo di tutte quelle decorazioni che, all'epoca, conferivano maestosità e raffinatezza agli ambienti. Di queste decorazioni sono giunti sino a noi soltanto resti di marmo e di mosaici, in gran parte scomparsi dopo secoli di vandalismo e trascuratezza.

Castel del Monte, cortile interno
I due piani interni del maniero sono collegati da scale a chiocciola, collocate all'interno delle torri, disposte in senso antiorario, cosa che non avveniva nelle altre costruzioni difensive dell’epoca. Di notevole rilevanza infine, è il sistema idraulico per i servizi igienici, di origine orientale.

È da tutto questo che si capisce che Castel del Monte merita a pieno il titolo di “patrimonio dell’umanità”:  opera d'arte di una magnificenza assoluta, è un luogo da scoprire con tutti i suoi innumerevoli misteri e che tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero visitare.


25 giugno, 2016

Il concetto di Medioevo

Nei nostri articoli sul medioevo, non ci siamo mai soffermati a pensare all'etimologia di questa parola, che suona tanto esotica quanto affascinante. L'età medievale è quell'epoca della storia occidentale che, nell'immaginario comune, si avvicina all'ambientazione delle storie fantastiche, come possono essere quelle di Tolkien, o delle favole dove i cavalieri combattono contro i draghi, nel tentativo di salvare l'amata principessa di turno.

Ambrogio Lorenzetti - Allegoria del buon governo. Palazzo del comune di Siena

Questa visione un po' fantastica è spesso foraggiata dai costumi, dalle usanze del tempo, e anche dalle arti figurative, ben lontane da una rappresentazione proporzionata delle realtà; spesso più inclini ad evidenziare una particolare simbologia, a discapito dell'estetica o del realismo delle figure.

Ma quand'è che nasce il concetto di "medioevo", o età di mezzo? Quand'è che si decide di dare un nome a quel periodo storico che separa l'età classica da quella moderna?
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo risalire al 1450. In quegli anni, un umanista di Forlì, d nome Flavio Biondo, scrive un testo denominato "Historiarum ab inclinatione romanorum imperii decades", ossia "le decadi storiche dal declino dell'impero romano". In tale testo l'autore critica tutto ciò che seguì il tramonto del leggendario impero, definendolo come un momento di stasi nell'arte e nella cultura, che si sarebbe protratto, a detta dell'autore, fino al '400.

Il testo che ha donato all'umanità la parola "Medioevo"

Ma fu davvero così? Flavio Biondo fu un grande studioso dei fasti di Roma. Insieme ad un grande del tempo, Leon Battista Alberti, si recò a Roma e studiò le rovine del foro Romano, all'epoca soltanto un pascolo per i maiali. Immagini del genere, devono aver indubbiamente suggestionato animi sensibili come quelle di Biondo e dell'Alberti.

Van Wittel - Colosseo. Si noti come ancora, nel settecento, le rovine romane erano usate come pascolo dai pastori della città

E' oggettiva una decadenza della società occidentale al tramonto dell'impero, come testimoniano le contrazioni demografiche, la riduzione delle campagne e lo spopolamento ed impoverimento delle città (si ricordi che Roma passò da un milione e mezzo ad appena trenta, quarantamila abitanti!).
Ma è anche vero che, dall'anno mille in poi, si assiste ad una lenta ripresa dei commerci, dell'economia, delle arti. Nascono stili che, all'epoca di Flavio Biondo, furono vituperati perché venuti da popolazioni considerate barbare, come il gotico.

Il meraviglioso interno gotico dell'abbazia di Saint Denis, a Parigi
Tali stili artistici infatti, vengono ritenuti lontani dalle forme umanistiche che si stanno affermando nel '400. Flavio Biondo vive in un mondo che riscopre l'epoca classica, che la ammira; un mondo le cui architetture non tendono più verso il cielo, come il gotico portato dai "barbari", ma pongono la loro attenzione sull'uomo, sulle proporzioni classiche.

Ed ecco che allora l'età di mezzo viene vista come un'epoca che non ha dato nulla all'umanità, un'epoca buia, di stallo, di crisi, un'epoca di passaggio, un'epoca di mezzo, un evo di mezzo, un evo medio, un medioevo.

Un'era dove si sono distrutti i canoni classici e ci si è impelagati in un qualcosa di diverso, un qualcosa che non è stato capito dall'uomo rinascimentale perché lontano dalla sua "mentalità nuova", e quindi bollato come modello fallito.
La storia ci dirà invece che il medioevo è stato un'era di studio, di ricerca di una strada, un'epoca in cui, dopo secoli bui c'è stato un nuovo sviluppo, sviluppo che ha consentito di gettare le basi dell'era moderna.

Monaci amanuensi, grazie ai quali è stato possibile tramandare la letteratura classica

D'altronde, non è grzie ai monaci amanuensi che è stato possibile tramandare la letteratura classica? Non è grazie ai commerci, ripresi nel medioevo, ed alle divisioni fra i vassalli concesse dal Sacro Romano Impero, che sono nati i comuni? E non è grazie ai comuni che son potute nascere e prosperare le corporazioni? E non è grazie ai soldi delle corporazioni, nuovi mecenati, che è stato possibile sviluppare l'arte e la letteratura che han portato al rinascimento?

Il medievale palazzo Vecchio a Firenze
Ed infatti, nei secoli a venire, ci sarà una rivalutazione del medioevo. Una rivalutazione come età dinamica, che ha visto cambiamenti importanti dall'età classica, cambiamenti che hanno impostato il disegno dell'Europa moderna e, perché no, anche dell'Europa dei giorni nostri.

21 giugno, 2016

La Musica nel Medioevo

Quando parliamo di musica medievale, pensiamo subito a quella melodia veloce ed allegra che spesso ascoltiamo durante le rievocazioni storiche in giro per l'Italia o all'estero. Ma effettivamente quella musica non è altro che il punto di arrivo di un'evoluzione cominciata prima dell'anno mille.
La musica medievale, come quella antica risalente al periodo romano, è considerata come musica per accompagnare un banchetto, una festa o una celebrazione. Questa tipologia di musica veniva spesso improvvisata o comunque composta per quell'occasione; per questo c'era bisogno di bravura per suonarla bene e, per quanto detto sopra, non era possibile tramandarla ai posteri, in quanto essa non veniva trascritta. Di conseguenza veniva suonata una volta soltanto. Ad oggi, per questo motivo, non abbiamo numerose partiture delle melodie che si suonavano all'epoca. 

Suonatori - Dal Codex Manesse
Destino ben diverso si ha per la musica sacra o canto religioso, che doveva resistere a lungo nel tempo, poiché anche le cerimonie religiose venivano ripetute a lungo. La musica sacra aveva lo scopo di arricchire la preghiera e darle importanza; infatti i primi canti religiosi erano quasi parlati, e si ispiravano ai testi biblici.  Dal IV secolo in poi, si diffuse molto velocemente "l'inno", questo anche grazie alla sua semplicità melodica. Il canto religioso si arricchì a seconda della regione in cui veniva effettuato, ad esempio a Roma si ispirava alla musica ebraica e greca. In questo frangente papa Gregorio Magno (590-604) fece una revisione dei canti liturgici. Dal canto religioso romano nacque il canto gregoriano, che prese il nome proprio da Gregorio Magno. Con il canto gregoriano nacque la notazione neumatica (da neuma, forma arcaica della nota), mentre per il canto propriamente detto, esso si basava sulla monodia (cioè tutti i cantori cantavano la stessa melodia).

Strumenti musicali - pagina di un codice del XIII sec.

Dopo l'anno 1000 nacque la polifonia, con questo tipo di musica, due o più persone cantavano o suonavano insieme una diversa melodia. Infatti  nel XII secolo, presso la cattedrale di Notre Dame di Parigi, nacque una delle più importanti scuole polifoniche d'Europa, grazie a due grandi musicisti: Leonino e Perotino, i quali scrivevano musiche a due o più voci che venivano chiamate oragna. Con la nascita della polifonia, si ebbe una nuova concezione della musica meno ideale, meno sprituale e più matematica, perché il comporre a 2 voci richiedeva di calcolare la durata dei suoni con una buona precisione. 
Suonatori - Cantigas de Santa Maria
Sempre nel periodo successivo all'anno 1000, la musica profana iniziò ad arricchirsi in Francia con dei poeti-musicisti che scrivevano poesie, che in seguito cantavano con melodie create da loro. A seconda dell'area in cui vivevano, venivano chiamati trovatori o trovieri. Infatti i testi cantati dai musici, menestrelli e trovatori erano vari, ma la maggior parte parlavano d'amore, differente dalla musica gregoriana o dal canto religioso.

Celebrazione - Manoscritto Gresley (Inghilterra 1500) 

Infine nel 1300 si sviluppò un "arte nuova", il cui nome fu tratto da un trattato di un insegnante francese chiamato Vitry. La caratteristica dell' Ars Nova fu quella di attribuire la polifonia a la musica profana. L' Ars Nova si sviluppò soprattutto in Italia e in Francia ed il suo massimo esponente di questa corrente musicale fu Guillame de Machault, che ci ha lasciato numerose composizioni sia sacre che profane molto raffinate e complesse. In Italia il musicista cieco Francesco Landino portò in risalto questa tipologia di musica grazie alla sua musica ad organo, ma poiché la sua musica la improvvisava non ci è pervenuto nulla. Infatti, conosciamo soltanto le sue composizioni vocali profane.

19 giugno, 2016

La Sacra di San Michele

E' una delle opere più epiche ed imponenti dell'arco alpino. Dalla vetta della montagna, domina l'ingresso della val di Susa, in Piemonte, con la sua mole in pietra. Luogo dal fascino millenario in cui è stato ambientato "il nome della Rosa", il  monastero della Sacra di San Michele è un elemento iconico del Piemonte.

Sacra di San Michele

La sacra sorge sulla vetta del monte Pirchiriano. Secondo alcuni storici, sulla vetta dell'aspro monte su cui sorge il monastero, già esisteva un presidio di epoca romana. D'altronde il monte è un ottimo punto di monitoraggio dell'ingresso della val di Susa, importante via di comunicazione attraverso le Alpi. Ma sarà solo fra il 966 ed il 1000 dopo Cristo che si darà inizio alla costruzione della struttura religiosa. Colui che finanzierà la costruzione sarà Hugon di Montboissier, un nobile francese penitente a cui il Papa impose la costruzione di un monastero come opera di espiazione per i suoi peccati.
L'architettura è di ispirazione bizantina. Si ritiene che questa influenza sia dovuta al fatto che il costruttore di questa chiesa fosse stato un monaco che, in precedenza, avrebbe soggiornato in quel di Ravenna.

Inizialmente la chiesa era piccola, ma nel corso dei decenni tese ad ingrandirsi, con la costruzione di una foresteria per ospitare i viandanti della via Francigena, e di diverse strutture difensive per proteggere gli abitanti della zona da assalti e scorribande.
Fra il 1015 ed il 1035 verrà costruita una nuova struttura, detta "monastero nuovo".

Rovine del monastero nuovo con la torre della bell'Alda

Il monastero venne edificato sul versante nord della montagna ed era imponente come un vero e proprio castello: cinque piani, fortificazioni, biblioteca, refettorio. Spiccava una torre, detta della bell'Alda, perché la legenda narra che Alda, una giovane, per sfuggire a dei soldati che volevano violentarla, si rifugiò in cima a tale torre. Messa all'angolo dai malintenzionati, si gettò giù; la ragazza venne salvata dagli angeli, che la fecero atterrare miracolosamente illesa.

Se questo monastero era già imponente di per sé, sarà l'abate Ermengaldo, che resse la struttura fra il 1099 ed il 1131, a creare l'opera che renderà la sacra tanto iconica ed ardita: un basamento alto 26 metri, sulla cui sommità farà costruire l'odierna chiesa.

Basamento della chiesa nuova, il cui abside illuminato è visibile in alto a destra. Da notare la vetta della montagna, emergente in parte in basso a sinistra, avvolta dalla nuova struttura

Per comprendere la maestosità dell'impresa, basti pensare che la vetta del monte fa da base ad uno dei pilastri della chiesa odierna. Tale pilastro è riconoscibile da una targa con sopra scritto "culmine vertiginosamente santo".


La chiesa nuova della Sacra di San Michele. Gli archi a tutto sesto, i pilastri e le pareti spesse, ne denotano la struttura romanica

Culmine vertiginosamente santo: ossia la vetta del monte Pirchiriano, con sopra poggiato uno dei pilastri della chiesa nuova

La chiesa romanica che verrà costruita al di sopra della vetta del monte è relativamente spaziosa. Dato che la costruzione si protrasse a lungo, per via delle difficoltà di realizzazione, l'opera partì con un'impronta romanica, per poi finire ad avere diversi elementi gotici.

Alla chiesa si accede per una ripida scala che, in diversi punti, si affianca alla montagna, ormai "seppellita" all'interno della costruzione. Tale scala si chiama "scalone dei morti".

Scalone dei morti, ripida via d'accesso alla chiesa nuova; a sinistra, la roccia viva della montagna

La chiesa sarà abitata fino al XVII secolo, per poi essere abbandonata per oltre cent'anni. Verrà recuperata durante il regno dei Savoia, quando verrà chiesto ai padri rosminiani di custodire le salme del sovrani del regno di Sardegna.

Il fascino della sacra è tale che, negli anni novanta, verrà ambientata la trasposizione cinematografica del capolavoro di Umberto Eco, il nome della Rosa.

15 giugno, 2016

La cattedrale di Aquisgrana

Uno dei luoghi più importanti del Sacro Romano Impero, e di conseguenza del medioevo, si trova senza dubbio in una città al confine fra il Belgio, l'Olanda e la Germania. In tale luogo sono stati incoronati gli imperatori che per secoli hanno stabilito i destini dell'Europa, fra cui Federico Barbarossa e Federico II di Svevia.
Costruita da Carlo Magno, la leggenda narra custodisse il sarcofago che conservò le spoglie del primo imperatore romano, Ottaviano Augusto. Un luogo di straordinaria importanza storica, tanto da essere stato dichiarato, nel 1978, patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.

Stiamo parlando della cattedrale di Aquisgrana.

L'imponente cattedrale di Aquisgrana, cuore del Sacro Romano Impero
Nel 786 dopo Cristo, ad Aquisgrana, una delle città più importanti dell'Impero, Carlo Magno decise di costruire una cappella annessa al palazzo imperiale.
La cappella è uno scrigno d'arte: infatti i marmi policromi adornano gli otto pilastri che ne sorreggono la struttura, oltre che le colonne delle arcate che si creano; mosaici dorati che ritraggono il Cristo Pantocratore, in stile bizantino, decorano il soffitto, la cui volta è composta da una cupola a pianta ottagonale.
Con i suoi 31 metri di altezza per 16 di diametro, questa costruzione è la cupola più grande presente a nord delle Alpi.

Cappella palatina, nucleo più antico della cattedrale

In questa cappella palatina, Carlo Magno verrà sepolto alla sua morte, nell'814.
La cripta in cui riposa il famoso imperatore, venne visitata diverse volte: nell'anno 1000 Ottone III la fece aprire, trovando la salma dell'imperatore in perfetto stato di conservazione. Il cadavere infatti, era stato ricomposto sul trono, con i quattro vangeli in grembo, ed adornato di corona e vesti imperiali. L'immagine del corpo perfettamente conservato deve essere rimasta impressa nella mente del regnante, tanto che sulla parete del municipio di Aquisgrana, venne dipinto un grande affresco in cui l'imperatore e la corte ammirano Carlo Magno seduto in trono.

Ottone III non fu l'unico a visitare il grande imperatore defunto: Federico Barbarossa infatti, aprì di nuovo la cripta nel 1165. In questa occasione fece disporre la salma in un sarcofago in marmo finemente scolpito. Si diceva che in tale sarcofago fu sepolto anche Ottaviano Augusto, primo imperatore di Roma; tale leggenda aveva un alto valore simbolico, dato che l'impero si reputava essere discendente di quello romano.

Nel 1215 è la volta di Federico II di Svevia entrare in cripta: l'imperatore fa disporre Carlo Magno in uno scrigno d'oro e d'argento. Negli ultimi decenni però, la cappella palatina era stata meta di numerosi pellegrinaggi; di conseguenza, per accogliere l'imponente numero di visitatori, Federico II fa costruire un coro in stile gotico da affiancare alla cappella.

Teca contenente i resti di Carlo Magno

Il coro della cattedrale è luminoso ed imponente, dotato di ampie vetrate decorate, tipiche dell'architettura gotica dell'Europa centrale.

Il maestoso coro della cattedrale, voluto da Federico II

Altro elemento caratterizzante dell'architettura carolingia è il Westwerk, letteralmente opera ad ovest, una torre di ingresso quadrata affiancata da due torri più piccole. Di stile gotico, è l'ingresso alla complessa struttura, oltre ad avere le rampe di scale che portano ai matronei presenti ai piani superiori.

Il Westwerk, ingresso occidentale alla cattedrale
Nel corso dei secoli la struttura verrà arricchita con decorazioni esterne neogotiche, che ne impreziosiranno ulteriormente l'architettura, in principio molto più scarna, in quanto di impronta romanica.

Nucleo originario della cappella palatina di Aquisgrana, di stile romanico. Si può notare l'assenza pressoché totale di elementi gotici, che verranno aggiunti solo secoli più tardi
Struttura odierna, dopo l'aggiunta del coro e degli elementi gotici e neogotici
La cattedrale di Aquisgrana è un complesso architettonico grandioso, tanto da essere stata candidata come una delle sette meraviglie del mondo moderno.

12 giugno, 2016

Le corporazioni medievali

Le corporazioni, che nel Medioevo erano conosciute come Arti o Mestieri, mentre nei paesi germanici venivano chiamate Gilde, incarnano la forma di organizzazione del lavoro più abituale nelle fiorenti città dell’Europa occidentale, a partire dalla prima età comunale e fino a tutto l’Antico Regime.
Matricola dell'Arte dei Drappieri, 1411

A dire il vero,  non si tratta di un fenomeno propriamente medievale, nonostante i primi secoli della loro esistenza siano di solito i più studiati. In realtà, le prime tracce dell'esistenza di associazioni che riunissero coloro che esercitavano uno stesso mestiere, risalgono all'epoca romana, e più precisamente al I secolo. La corporazione è quindi il sodalizio tra tutti coloro che, in una determinata città, praticano lo stesso commercio o lo stesso mestiere; ovviamente non ci si riferisce ad apprendisti e salariati, i quali non giocano alcun ruolo nell’organizzazione corporativa, bensì solamente ai padroni. 

La corporazione è sottoposta al controllo dell’autorità cittadina, sia essa quella del comune o del principe; ma è, a sua volta, delegata a disciplinare l’esercizio del traffico, del commercio o del mestiere, in condizioni di monopolio. In altre parole nessuno, senza essere iscritto all’Arte, può essere autorizzato ad avviare e a portare avanti una propria attività. È la corporazione a stabilire, nella più completa autonomia, prezzi, salari e condizioni di lavoro, fino alla possibiltà di negare il diritto di associazione e di sciopero a determinate categorie di manodopera. 

Una preziosa raffigurazione dei simboli di tutte
 le Corporazioni del Comune di Orvieto.
Evidentemente non tutte le corporazioni hanno eguale prestigio; quelle che radunano lanaioli, mercanti, banchieri, giudici, notai (conosciute a Firenze come “Arti maggiori”) hanno maggior peso ed importanza rispetto a quelle dei mestieri artigianali ( chiamate “Arti minori”).In alcuni casi, fra cui quello fiorentino, che è quello oggetto dei maggiori studi, le corporazioni, e nello specifico le Arti maggiori, sono completamente integrate nell'organizzazione amministrativa del comune, al punto tale che, tra il XIII ed il XIV secolo, giungono quantomeno in teoria a dominarlo, arrivando a nominare direttamente i massimi magistrati cittadini; un risultato che decreta la supremazia dei mercanti più ricchi e degli uomini d’affari, sostenuti dalla maggioranza dei negozianti e artigiani, a svantaggio sia dell’aristocrazia militare che del proletariato urbano.
Successivamente, con il sopraggiungere del tramonto dell'esperienza comunale, si scriverà la parola fine anche per ciò che concerne il ruolo politico delle corporazioni, che tuttavia proseguiranno nei secoli a venire, in Italia come nel resto d'Europa, a regolamentare la vita economica del mondo urbano.

07 giugno, 2016

Proposte di lettura: Il cielo sceso in terra. Le radici medievali dell'Europa

Jacques Le Goff è tra i massimi storici viventi del medioevo. Il volume che vi presentiamo è frutto di rigorose attività di analisi e interpretazione di documenti storici; ciò ha consentito di rendere questo volume uno dei più importanti e noti nello studio medievale, tanto che è stato tradotto in altre 5 lingue.
Nel suo "il cielo sceso in terra", J. Le Goff accetta la tesi di altri storici che considerano l'Europa non di Carlo Magno "padre della prima Europa", ma piuttosto del mondo Carolingio, in cui scaturì il prototipo della prima Europa.

Copertina del libro

L'autore, col suo contributo, compie un analisi nella storia dell'idea e delle istituzioni europee. Tale analisi parte dalle origini, intorno al IV secolo d.C., fino al tramonto dell'epoca medievale, intorno alla fine del XV secolo. La tipologia di scrittura è pensata per un ampio pubblico di lettori, e non solo per studiosi ed esperti sull'argomento trattato; l'intenzione è quella di individuare le anticipazioni medievali dell'Europa e le forze che le hanno ostacolate.
L'unione di diverse identità nazionali in un'unità potenziale, un comune fondo culturale, un mix di popolazioni mescolate tra loro, il contrasto tra Est e Ovest: con tutti questi, fattori l'epoca medievale ha evidenziato e spesso gettato le fondamenta delle caratteristiche reali e delle problematiche del nostro continente. Il libro viene suddiviso in sei parti principali che affrontano altrettante tappe fondamentali nel percorso di nascita e e crescita dell'Europa medievale:
  • Il concepimento storico dell'Europa (IV-VIII secolo);
  • L'Europa abortita: il mondo carolingio (VIII-X secolo);
  • L'Europa sognata e l'Europa in potenza dell'anno Mille;
  • L'Europa feudale (XI-XII secolo);
  • La <<bella>> Europa delle città e delle università (XIII secolo);
  • Autunno del Medioevo o primavera dei tempi nuovi?.
Alla fine del volume si possono trovare delle cartine ed un indice cronologico ben dettagliato, inoltre vengono presi in riferimento anche avvenimenti extra europei, sia dell'estremo che del vicino Oriente.

Per concludere, con le sue caratteristiche di rigore storico e limpidezza, il libro presenta una sintesi pienamente leggibile, che non rinuncia alle problematicità della storia, ma affronta argomenti di grande interesse per il presente e l'attualità. Un libro che descrive le unità e le diversità, delle unioni e delle suddivisioni, delle strutture materiali, delle idee e dell'immaginario che hanno costituito la nascita, l'infanzia e la giovinezza dell'Europa.

05 giugno, 2016

Il Comune

Dopo l'anno mille, anno in cui si credeva che il mondo dovesse finire, cominciò una nuova era per l'Europa: infatti il rinnovato entusiasmo per la scampata "fine" si tradusse in un incremento demografico, e nel miglioramento delle condizioni economiche delle popolazioni portò alla crescita delle città. La struttura sociale della città cominciò a mutare con l'ascesa di una nuova classe, una classe che sarebbe andata ad affiancare quella dei nobili, del clero e dei contadini.
In città infatti, cominciarono ad arrivare uomini e donne di ogni estrazione sociale; la società cittadina iniziò a diventare più complessa, e così nacque la classe borghese. I borghesi erano quei cittadini che prosperavano grazie all'esercizio di arti e mestieri quali notaio, avvocato, medico, ma erano anche piccoli artigiani o mercanti, che acquisirono potere arricchendosi coi loro commerci.
In Italia centrosettentrionale, la nascita dei borghesi e l'insofferenza verso il Sacro Romano Impero, favorirono il sorgere di una nuova forma di amministrazione che caratterizzerà l'intera regione, oltre che diverse porzioni d'Europa: il Comune.

Ambrogio Lorenzetti, allegoria del buon governo di Siena

Alcuni centri urbani del Sacro Romano Impero infatti, presero sotto il proprio controllo le campagne circostanti; creandosi un proprio corpus legislativo; esse divennero delle vere e proprie città-stato indipendenti dai feudatari. Ciò accadde perché la presenza imperiale, in molti punti del suo territorio come le Fiandre e l'Italia settentrionale, era andata via via affievolendosi, perdendo così il potere su quei territori. Ciò favorì lo sviluppo di un sistema di governo indipendente e consentì la fioritura dei commerci, l'esplosione demografica e un miglioramento delle condizioni economiche di quelle terre.

In altre parole, il Sacro Romano Impero si trovò ad avere pezzi di territorio che, formalmente parlando, erano ancora sotto il suo controllo; ma alla prova dei fatti, erano ormai dei piccoli stati indipendenti.

Mappa del Sacro Romano Impero: in rosso il Regno d'Italia, che finirà frammentato nei comuni; a nord ovest, al confine con l'odierna Francia, l'area delle Fiandre.
Ma come nasce e funziona un comune? Sostanzialmente, un gruppo di notabili come giudici, proprietari terrieri, notai e valvassori (vassalli dei vassalli dell'imperatore), creano un associazione privata per tutelare i reciproci interessi sul territorio cittadino. Tale associazione è detta coniuratio. Di certo i nobili germanici non sarebbero stati a guardare un simile atto di indipendenza; così, per evitare ritorsioni, le coniuratio collaborano con il vescovo locale, al fine di ottenere protezione e trovare legittimità.
Il comune acquisisce, nei decenni, sempre più poteri. Il governo cittadino è composto da un consiglio maggiore (per gli affari più importanti) e da un consiglio minore (per gli affari più delicati). Il consiglio maggiore inoltre elegge un magistrato denominato console; i consoli sono incaricati della reggenza della città. Essi prestano giuramento di servizio dinnanzi a tutta la cittadinanza riunita, e sono in genere persone fidate, atte a risolvere problemi quotidiani che nascono sul momento.

Palazzo comunale di Arezzo

I cittadini godenti di diritti potevano riunirsi in Parlamento e discutere dei problemi della città. Tali diritti erano la maggiore età, avere una casa propria ed il pagamento di una tassa di ammissione. Erano esclusi donne, bambini, ebrei e musulmani non convertiti.
Col tempo però, quella del console diviene una vera e propria professione. Il console, in altre parole, si occupa con professionalità, e a tempo pieno, dei problemi della città; dunque nasce la figura del Podestà, che è null'altro che un'evoluzione della precedente. Il podestà avrà una sua sede, il palazzo del podestà, sarà stipendiato dal comune, e la sua preparazione sarà garantita dalle nascenti Università che, nei comuni, troveranno terreno fertile per crescere. A tal proposito si ricordino le Università dei comuni di Bologna e Padova, fra le più antiche del mondo.

Verona - Palazzo del Podestà
Sulla falsa riga del concetto di comune, per tutelare meglio i loro interessi, nasceranno anche le corporazioni delle arti e dei mestieri. Associazioni di mercanti uniti insieme per far fronte comune contro eventuali vicissitudini. Le corporazioni faranno la fortuna di comuni come Firenze e Siena. Soprattutto Firenze, grazie alle corporazioni, potrà divenire una delle città più ricche d'Europa, e contribuire all'inizio di una nuova era, l'umanesimo, ed alla creazione di una nuova corrente artistica: il Rinascimento.

Firenze, comune per antonomasia
La nascita dell'esperienza comunale segnerà uno spartiacque per il territorio italiano: al favorire dell'ascesa della classe borghese, alla nascita delle arti e delle corporazioni che diedero un forte impulso al commercio nel centro e nel nord Italia, si contrappose un'esperienza di tipo feudatario e latifondista per l'Italia del sud, che poi culminerà col Regno di Napoli prima, e quello delle due Sicilie poi. Da questo momento in poi, i destini dell'Italia meridionale divergeranno sempre di più da quelli dell'Italia settentrionale, contribuendo a gettare una delle basi su cui, qualche secolo dopo, si fonderà la questione meridionale.

03 giugno, 2016

Gli amalfitani e la bussola

Gli amalfitani sono stati quelli che maggiormente hanno contribuito alla diffusione della bussola in occidente. La conferma di ciò ci arriva da un verso dell'umanista Antonio Beccadelli: “Prima dedit nautis usum magnetis Amalphis”. Questo verso del Beccadelli detto “il Panormita” costituisce difatti la prima attestazione letteraria riguardo la diffusione della bussola nautica da parte degli Amalfitani medievali, dopo che essa era stata adottata dagli arabi. Al celebre umanista si aggiunsero Giovanni Pontano, Biondo Flavio ed altri grandi umanisti italiani. Nel contempo, ai navigatori amalfitani veniva attribuita anche l’ideazione della vela triangolare latina, grazie alla quale si poteva sfruttare a proprio favore il vento contrario nella navigazione.

Bussola antica, conservata al Museo Navale di Genova-Pegli
Le proprietà magnetiche della materie erano conosciute nel bacino del mediterraneo già nell’età ellenistica. Di conseguenza, gli amalfitani, che frequentavano abitualmente tutti i porti del Mediterraneo, dovevano evidentemente essere a conoscenza di quegli elementi basilari per poter essere in grado di ideare e perfezionare strumenti adatti a favorire l’orientamento ogni qualvolta il cielo fosse stato nuvoloso, senza quindi la possibilità di individuare le stelle. A testimonianza di ciò, alla fine dell’XI secolo, Guglielmo di Puglia celebra gli Amalfitani come abili navigatori, esperti nel tracciare le vie del mare e del cielo.

Le notizie certe sull’esistenza e sull’utilizzo in mare dei primi elementari strumenti di orientamento magnetico risalgono alla fine del XII secolo.

Questi rudimentali congegni erano essenzialmente costituiti da vasi colmi d’acqua, su cui galleggiava una cannuccia (calamus) che sorreggeva un ago di ferro magnetizzato, il quale indicava sempre la direzione verso il nord. Questi strumenti vennero successivamente perfezionati, attraverso l’uso diretto del magnete riposto in una scodella di legno o incollato tra due cassule, comunque sempre galleggianti in un vaso d’acqua.

Rappresentazione fantastica dell'invenzione della bussola
 da parte di Flavio Gioia da Amalfi.
Un'altra invenzione fa la sua comparsa nella prima parte del XIII secolo. In questa occasione, il congegno è diverso da quelli precedenti; infatti, è costituito da una scatola di vetro divisa sul coperchio in 360°, con un perno di bronzo che sostiene un ago magnetico ed un altro, ad esso ortogonale, d’argento. Questo nuovo strumento, denominato pixidis vitrea, non necessita di acqua per funzionare e, pertanto, può tranquillamente essere usato anche quando il mare è mosso.

Prove dell'utilizzo di questo congegno da parte degli amalfitani non mancano. Un esempio è rappresentato dalla traversata effettuata in pieno inverno da una loro nave mercantile nel 1259.

In seguito, la marineria di Positano contribuirà al miglioramento di tale strumento, rimpiazzando la scatola di vetro con una di bosso ed applicando, solidale all’ago, la rosa dei venti. Il nuovo congegno prenderà il nome di bussola.

Grazie alla bussola verranno prodotte le prime “carte da navigare”, mediante le quali miglioreranno, e non di poco, le conoscenze geografiche e si spalancheranno le vie dell’oceano e le scoperte di nuovi mondi al cospetto dell'uomo occidentale.

01 giugno, 2016

Great Battles of Historie Medievali: La Battaglia di Hastings

Quella di Hastings fu una delle più importanti battaglie del medioevo. Essa segnò il totale cambiamento della geopolitica nella lontana Inghilterra dell'XI secolo, quel giorno del 14 Ottobre del 1066 ebbe inizio lo scontro per la supremazia sull'intera isola inglese.
La battaglia ebbe luogo a 13 Km circa dalla cittadina di Hastings, lo scontro avvenne tra le truppe di Harold II, re degli anglosassoni, e Guglielmo, duca di Normandia (poi chiamato Guglielmo il Conquistatore).

Harold II nell'arazzo di Bayeux

Guglielmo sbarcò sul suolo inglese via mare, percorse una piccola tratta marciando nell'entroterra, sino a quando l'esercito sassone guidato da Harold II gli mosse contro. La fanteria sassone si posizionò su di una collina a 10 Km circa a nord di Hastings, chiamata Senlac Hill. Senlac Hill era un punto strategico, da dove era possibile dominare la pianura antistante la zona di sbarco dell'esercito normanno.
Capendo che la cavalleria normanna era nettamente superiore al proprio schieramento, l'esercito anglosassone si dispose in una formazione solida e serrata di scudi, leggermente ripiegata in cima alla Sencal Hill. La disposizione dello schieramento anglosassone, secondo Harold II, doveva essere capace di respingere i normanni nel corpo a corpo, e non solo: schierati in collina, con quel muro di scudi così serrato, avrebbero avuto facilmente la meglio sugli avversari. L'esercito normanno, potente nella cavalleria (dotata di staffe al cavallo e nobili cavalieri esperti, dotati di usbergo ed elmo), aveva lo scopo di attirare Harold II in pianura. In questo modo sarebbe stata fatta scattare la trappola dell'assalto della cavalleria normanna, che avrebbe avuto la meglio sul nemico; infatti essa poteva contare sulla sola fanteria. Harold II dal suo canto sperava di riuscire a rimanere arroccato sulla collina, sfruttando la posizione di favore.

Schieramento delle due fazioni 

 Lo scontro iniziò in mattinata. Gli arcieri normanni si posizionarono alla base della collina per scoccare folate di frecce al nemico, che sfortunatamente non ebbero effetto. Avanzò la fanteria normanna, scortata dalla cavalleria che, attaccando gli anglosassoni un po' per fatica, un po' per la posizione sfavorevole, non ebbe la meglio sul loro muro di scudi. Così i normanni furono costretti ad indietreggiare. Nella foga dello scontro e nell'arretramento normanno, un gruppo di Sassoni li inseguì allontanandosi dallo schieramento: essi scesero dal colle restando isolati dall'esercito e vennero sconfitti dallo schieramento normanno. Guglielmo, visto quello che era accaduto, convinse i suoi uomini a fingersi spaventati e, al successivo attacco, quando i Normanni cominciarono a simulare la ritirata, gran parte dei Sassoni si precipitò all'inseguimento scendendo dal colle. Appena tutto lo schieramento sassone si trovò giù in pianura, la cavalleria normanna si voltò e caricò i Sassoni che durante l'inseguimento si erano scompigliati.

Secondo attacco decisivo normanno con finta

Harold II rimase sulla collina con i suoi soldati più fedeli, una seconda volta Guglielmo chiamò in causa i suoi arcieri per scoccare selve di frecce sui superstiti causando innumerevoli morti e feriti: lo stesso Harold II fu colpito in pieno occhio, finendo gravemente ferito. Con Harold II ferito, i sassoni demoralizzati si diedero alla fuga; solamente gli Huskarl, gruppi di soldati scelti, rimasero fino alla fine sulla collina, ma vennero trucidati dalla cavalleria normanna. Nel pomeriggio la battaglia si concluse, lasciando i Normanni padroni di Senlac Hill. Molte leggende vengono raccontate su quello che fu il destino del corpo di Harold II, ma l'unica verità probabilmente è che egli morì sul campo di battaglia insieme ai suoi due fratelli.

Assalto finale normanno e la conquista del colle 

Alla fine della battaglia Guglielmo divenne re effettivo d'Inghilterra con il nome di Guglielmo I detto il Conquistatore. In seguito fece costruire un'abbazia sul luogo dello scontro, per ringraziare Dio della vittoria.

La Senlac Hill dove avvenne lo scontro