30 novembre, 2016

La spada e la sua evoluzione

Le prime spade medievali rappresentavano essenzialmente un'evoluzione delle cosiddette "spade celtiche", solitamente in lega di ferro battuto molteplici volte, con un filo di lama non molto tagliente ma robusto, che a sua volta derivava dalle spade dritte, corte e a doppio taglio, risalenti al primo millennio a. C.. Nei primi decenni del Medioevo, la spada “tipica” era lunga circa 90 cm di cui 70 di lama, e la sua peculiarità principale era l'estrema maneggevolezza, tant'è che si poteva usare con una mano sola, consentendo, con l'altro braccio, l'utilizzo dello scudo. Perciò, tutti i tipi di spada erano sostanzialmente utilizzati per il taglio, anche perché la punta, risultava essere molto fragile. Nei secoli a venire, le spade divennero più corte e con punte molto taglienti e rinforzate, perché il colpo di taglio era stato reso inefficace dall'introduzione delle armature, che verso la fine del XIII secolo, verranno rinforzate con piccole piastre di metallo.

Due uomini armati di spada vichinga con pomolo polilobato
 - particolare dal Salterio di Stuttgart, f. 7v (ca. 830).
L'armatura ridimensionava il ruolo dello scudo, mentre le spade, ora rinforzate, non si erano appesantite, nascevano quindi le cosiddette spade ad una mano e mezza, comunque bilanciate e maneggevoli. In precedenza infatti, come in epoca vichinga, le spade erano lunghe circa 90 centimetri, con una punta molto acuta, mentre entrambi i lati della lama erano attraversati da un profondo solco centrale (chiamato "scolasangue"), all'interno del quale, successivamente, verranno incise lettere, simboli e disegni geometrici. Con i normanni la lama si allungò di 7-8 centimetri. L'impugnatura della spada normanna era sovente di ferro con vari ornamenti, e rivestita in pelle o in legno. Fu nella seconda metà XIII secolo, tuttavia, che le spade divennero sempre più appuntite per penetrare il metallo delle armature.

Spada normanna tipica del IX-X secolo
Infatti, le fonti iconografiche relative alla prima metà del XIII secolo, evidenziano come la spada fosse tenuta saldamente in una mano, mentre nell’altra vi era un piccolo scudo (chiamato buckler) di forma circolare; invece, nel XIV secolo, fu introdotto il cambiamento delle punte molto acute, con la parte centrale di forma triangolare o quadrata. Questo tipo di spada prese il nome di "stocco" (da cui il termine “stoccata”, a indicare, metaforicamente, una “battuta tagliente”). 

Struttura della spada del XIII secolo
Dunque, la spada usata tra il XIII e il XV secolo era così strutturata: la lama era divisa in tre sezioni e, a partire dalla punta, era formata dal "debole", dal "medio" e dal "forte". La cosiddetta parte "debole" era decisamente tagliente, e serviva a colpire l'avversario sulla lunga distanza; la parte media era generalmente quella più soggetta ad usura, perchè maggiormente utilizzata; la parte “forte” era vicina alla "guardia", situata tra la lama e l'impugnatura, e proteggeva le mani dai colpi che potevano scivolare sulla lama. La “guardia” poteva anche essere usata per offendere e ferire l'avversario. Infine, l’ "elsa" era il manico, che generalmente doveva essere abbastanza largo da permettere, se necessario, l'utilizzo a due mani della spada.

26 novembre, 2016

Lo scriptorium

Se oggi conosciamo tanto del mondo antico, se ci sono arrivati tanti testi classici dell'epoca greca e romana, molto lo dobbiamo a delle persone che, nel medioevo, si sono chinate su di essi e li hanno trascritti, tramandandoli fino al giorno d'oggi e salvandoli dall'oblio della storia.

Jean Mièlot, segretario, copista e traduttore di Filippo IV di Borgogna

La stragrande maggioranza degli amanuensi erano monaci, in maggioranza benedettini, che nei centri religiosi medievali, ricopiavano, per molte ore al giorno, i testi antichi. Quest'attività era svolta in una stanza, un luogo, che potremmo definire lo scrigno che ha preservato il sapere nei secoli più bui della storia occidentale: lo scriptorium.

Scriptorium di epoca medievale (incisione del XV Sec.)

Lo scriptorium era la porzione del complesso monastico deputata alla copia dei manoscritti, collegati ad una vicina biblioteca. Questi luoghi erano le sale più ariose e luminose del monastero, dotate di grandi finestre per consentire il passaggio della luce del sole, ed agevolare, in tal modo, la vista dei manoscritti da copiare. Nello scriptorium potevano lavorare fino a trenta amanuensi.
Gli utensili usati erano, oltre alle penne e l'inchiostro, i temperini, i punteruoli, i righelli. Gli ultimi due erano necessari per tracciare delle linee diritte sui fogli, e consentire così una scrittura orizzontale, ordinata, e scandita in modo costante.

Esempio di manoscritto medievale. Da notare l'orizzontalità delle righe e l'interlinea pressoché costante
Il materiale era fornito dall'armarius, ovvero il bibliotecario del monastero. Era l'armarius a gestire tutta l'attività di copiatura all'interno della struttura monastica. Il supporto, prima della diffusione della carta, era la pergamena. Il papiro non era più utilizzabile, in quanto l'Egitto era stato conquistato dagli arabi. I fogli di pergamena erano ricavati dalle pelli degli animali domestici come mucche, pecore e capre; ma l'animale più pregiato per creare il foglio era il vitello, da cui si ricavava una pergamena detta vellum (letteralmente, fatto con vitello).

Mappa del Mediterraneo disegnata su di un vellum.
Posta la pergamena sul leggio, che aveva la caratteristica di essere un tavolo inclinato, si tracciavano le righe orizzontali su di essa, generalmente 26; dopodiché si cominciava la trascrizione del testo. Alcuni scriptoria svilupparono stili grafici del tutto originali: un esempio era la scrittura merovingica, sviluppata in tera francese.

Esempio di scrittura merovingica
Redatto il testo, venivano apportate dai pittori le miniature, piccole pitture di accompagnamento e decorazione.

Miniatura dei Vangeli di Lindisfarne, VIII Sec.

A metà VIII secolo d.C. però, le botteghe laiche cominciarono a essere causa di un'agguerrita concorrenza: infatti essi fornivano una grande diversità di proposte, alcune anche originali rispetto a quelle offerte dall'ambiente monastico; inoltre, nei monasteri si ricopiavano i testi in latino, mentre nelle botteghe laiche, cominciò la diffusione del volgare che, essendo più vicino al linguaggio parlato, ebbe presto successo.
Nonostante ciò, gli scriptoria rimasero il perno della produzione del sapere, oltre che di quella dei testi liturgici, fino all'invenzione della stampa per opera di Gutenberg.

Fra i principali centri scrittori europei si ricordano: Viviarum in Calabria, nei pressi di Squillace; Montecassino nel Lazio, Bobbio in Emilia Romagna; San Gallo in Svizzera; Citeaux in Borgogna.
In questi luoghi il sapere classico e la letteratura occidentale, sono stati salvati dalla furia dei secoli più bui e difficili del Medioevo.

24 novembre, 2016

Il pane nel Medioevo

Nel Medioevo, il pane rappresentava l'alimento simbolo della nutrizione umana, come messo già in evidenza dalla religione Cristiana nella preghiera del "Padre Nostro" e nel sacramento della comunione.
Il pane bianco di frumento era appannaggio dei ricchi. All'epoca venivano attribuite a questo tipo di pane anche proprietà taumaturgiche, tanto che una storia racconta di come Ghino di Tacco riuscì a guarire dal mal di stomaco, con fette di pane abbrustolito, uno dei più ricchi porporati del tempo, l’Abate di Clignì, inviato a curarsi ai bagni di Siena addirittura da Papa Bonifacio VIII.
Un fornaio con il suo assistente, intenti nella preparazione del pane
Le classi meno abbienti invece, si sfamavano con il pane d’avena o di crusca. La preparazione di questo pane consisteva sostanzialmente nel fare una pasta senza sale, lievito e droghe, che veniva riposta in un luogo caldo dove riposava per tutta la notte. Il giorno dopo, con il composto ottenuto, si elaboravano i pani da infornare; cotti che fossero, s'immergevano nell’acqua bollente, per poi adagiarli nel forno per l'asciugatura. Questo tipo di pane, che aveva lunghi tempi di conservazione, era anche il cibo portato dai pellegrini nella bisaccia durante i loro lunghi viaggi, e veniva consumato dopo essere stato rammollito con un panno bagnato. 
Gli abitanti delle campagne, inoltre, di sovente, aggiungevano al pane anche farine di legumi (le più comuni erano le farine di fave e ceci) o anche farina di castagne, meno costosa in quanto la materia prima veniva raccolta nei boschi nella stagione autunnale.

Miniatura di alcune donne che preparano il pane. Come si evince dall'immagine,
 il pane più usato era quello di forma circolare
Nel sottolineare l’importanza del pane nella dieta, non si può sorvolare sul fatto che, anche nelle tavole dei più ricchi e abbienti, si utilizzassero raramente dei piatti veri e propri. Al posto di questi ultimi infatti, si adoperava una sorta di tagliere fatto di pasta di pane, sul quale si adagiava il cibo disposto nel grande vassoio al centro della tavola. Il “piatto” di pane, a quel punto, pregno dei sughi e degli aromi delle pietanze, veniva poi donato ai poveri che chiedevano la carità alle porte del castello.
Inoltre, è in questo periodo che nacque la superstizione che mettere il pane capovolto in tavola fosse causa di sfortuna, una credenza popolare derivata dal modo in cui i fornai preparavano e  consegnavano, con disprezzo il "pane del boia", preparato senza compenso per doveri di legge.
Infine, il pane rappresentava anche l'alimento principe per i soldati, durante le guerre, soprattutto per il fatto che si mantenesse a lungo e che fosse una grossa fonte energetica per l'organismo. Un caso degno di nota è quello del pane preparato durante le Crociate: prima della fase della lievitazione, si incideva il simbolo di una croce sulla pagnotta, in modo tale da favorire una lievitazione più veloce, ma anche perchè la croce era (e lo è tutt'oggi) il simbolo del Cristianesimo.

20 novembre, 2016

La basilica di Saint Denis

Ci sono delle opere, delle imprese, che segnano una linea di demarcazione, nel corso della storia. Persone con visioni avveniristiche aprono nuove strade, rivoluzionando il modo di vedere, vivere e concepire il mondo. E' il caso della basilica di Saint Denis, che ha aperto la strada all'arte gotica che, nel corso dei decenni a venire, manderà in soffitta l'arte romanica.

Basilica di Saint Denis, primo esempio di architettura gotica al mondo

E' il luogo di sepoltura di San Dionigi, patrono della Francia, a pochi chilometri a nord di Parigi. Inizialmente, nel 600 dopo Cristo, venne eretto un piccolo santuario, che divenne abbazia di lì a qualche secolo. Nel 750 d.C., venne nominato abate Fulrado. Il nuovo abate aveva ottimi rapporti coi sovrani Capetingi, e ciò portò ad un periodo d'oro per l'abbazia, che divenne sempre più ricca e sfarzosa fino al punto che, nel 1136 si decise di ristrutturarla. I lavori vennero affidati all'abate Sugerio.

Abate Sugerio, così come rappresentato su di una vetrata di Saint Denis
Sugerio ha una visione nuova di come dovrebbe essere l'edificio ecclesiale: le chiese infatti sono buie, pesanti, tozze, hanno finestre piccole e mura spesse; lui invece vuole farle diventare luminose, spingerle verso l'alto, farle tendere a Dio.
Così abbatte la chiesa fin quasi alle mura perimetrali, non toccandole, in quanto si riteneva, all'epoca, che tale perimetro fosse stato tracciato addirittura da Gesù in persona, e comincia l'innalzamento di un alto coro, sostenuto da una selva di colonne, che avrebbero dovuto sostituire i pesanti, larghi e tozzi pilastri precedenti. Dividere il peso su di una moltitudine di colonne sottili, invece che su pochi possenti elementi, avrebbe consentito l'apertura di finestre più ampie, e di conseguenza capaci di far entrare maggior luce. Crea tre portali di ingresso ricchi di decorazioni, ed un campanile che, per l'epoca, si spinge fino al cielo, coi suoi 85 metri.

Portale di ingresso alla basilica

L'interno, all'epoca, deve aver scioccato i fedeli per la sua bellezza, imponenza e luminosità.

Navata centrale della cattedrale
I pilastri sono longilinei, slanciati, fitti; in alto si diramano, e le costolature che si creano fanno da sostegno al tetto arcuato; l'uso dell'arco a sesto acuto contribuisce a scaricare il peso in modo più efficace, non gravando sulla struttura della chiesa.
La nuova idea è un successo: diverrà il sacrario dei re di Francia, e il nuovo modello di architettura, ben presto, si espanderà dapprima in tutta la Francia, poi nel resto d'Europa.
L'architettura dei Goti. Così inizialmente verrà bollata, in senso dispregiativo, la nuova proposta; ma ben presto verrà apprezzata ed imitata in tutto l'occidente, spingendo, per la prima volta dopo secoli, l'uomo verso il cielo, verso Dio.

15 novembre, 2016

Le acconciature e i capelli nel Medioevo

L' epoca medievale è un periodo di grosse e marcate differenze di classi sociali. Questa grossa differenza, si riflette ampiamente in primo luogo sul costume del tempo, riuscendo a farlo divenire un sistema di regole ben precise da rispettare. Colori, fogge, tessuti ed ornamenti assumono un importanza notevole nella società medievale, infatti in base a queste quattro caratteristiche, si riesce in modo semplice a comunicare in forma immediata l'appartenenza ad un determinato ceto sociale. Particolari aspetti dell'abbigliamento e dell'apparato decorativo devono trasmettere, sopratutto per quanto riguarda le donne, informazioni sullo stato civile.
Nella società medievale la donna non godeva dei diritti civili e raramente di quelli politici (eccetto le nobili di alto lignaggio), quindi era importante dimostrare ciò che ella rappresentava nella società ad un uomo, padre, fidanzato, o marito. 

La donna nel Medioevo

Nel XIV secolo infatti i capelli,le acconciature, e i copricapi sono usati con metodo e precisione. Le adolescenti e le giovani donne non fidanzate sono le uniche a potersi permettere il lusso dei capelli portati sciolti sulle spalle, inoltre tale acconciatura, era il massimo del fascino femminile, ritenuto da alcuni predicatori quasi diabolico. Solo coloro che erano senza un fidanzato o un marito, ma al contempo ne erano alla ricerca, potevano permettersi l'uso di questa "arma". 
I colori dei capelli era sicuramente diverso a seconda dell'area geografica di provenienza, spesso le donne medievali, erano già al tempo capaci di tingersi i capelli per poter cambiare la colorazione che più le si addiceva, pertanto i procedimenti di tintura dei capelli erano simili a quelli usati per le stoffe. Il più semplice per quello che conosciamo è di esporsi al sole con la testa cosparsa di infuso di camomilla, per ottenere una colorazione bionda o quasi, ma bisognava esporsi con il viso coperto da un cappello di paglia per evitare tracce di abbronzatura (la cupola del copricapo veniva tagliata per consentire l'uscita dei capelli). Da questo si passava a combinazioni di erbe, acidi e a volte a sali metallici che schiarivano il capello ossidandolo.

Alcune semplici acconciature medievali
Le bionde a capo coperto o con i capelli corti, erano donne sposate. I capelli delle donne a volte venivano tagliati subito dopo il matrimonio o dopo qualche anno. Questo accorgimento doveva servire a mantenere viva la passione del marito almeno per tre o quattro anni dopo il Sacro Vincolo. Di conseguenza la donna, privata del suo prezioso ornamento, rinunciava simbolicamente alla vanità femminile. Tale usanza era comune alle donne religiose ed è rimasta in uso per tantissimo tempo, fino quasi ai giorni nostri. 
Il velo è l'acconciatura più comune nell'epoca medievale, copre i capelli ma lascia scoperto il viso, questo perché sia per l'uomo che per la donna, portare il copricapo (l'uomo portava l'infula) era sinonimo di pulizia della capigliatura. I copricapi erano realizzati in lino, seta, cotone e lana con filature e tessiture differenti. Man mano che l'età avanza, al velo si aggiunge un complicato intreccio di bende che fa prendere all'acconciatura nel suo complesso il nome di Soggolo. Le bende sono realizzate negli stessi materiali dei veli, solitamente bianche e più consistenti del velo stesso. Agli occhi degli uomini, la loro funzione è quella di nascondere il viso invecchiato dallo scorrere del tempo.

Donne nobili

13 novembre, 2016

Giotto

In un post precedente ci siamo occupati di Cimabue. Quest'oggi ci dedicheremo a quello che è stato il suo più illustre allievo: Giotto di Bondone, il quale nasce nel 1266 a Vicchio nel Mugello, vicino Firenze. Influenzato dal Cavallini, Giotto viene elogiato da Dante, Petrarca e Boccaccio.

Ritratto di Giotto, anonimo del XVI secolo, Louvre
Già nel 1300 gode di una certa fama, sia come pittore che come architetto. La sua arte, decisamente all'avanguardia, fungerà di modello per le generazioni successive, sino al Rinascimento. Rari e soggetti a diverse interpretazioni, sono i documenti riguardo una sua partecipazione al cantiere della basilica superiore di San Francesco ad Assisi.
Recentemente infatti, una parte della critica ha nuovamente messo in discussione l'autografia delle celebri Storie di san Francesco (1296-1304); altri invece ne ribadiscono la tradizionale paternità di Giotto, considerandolo come l'unico, in quel periodo, a essere in grado di dipingere con tanta verità di natura, ma soprattutto di spazio e prospettiva, e riconoscendo la collaborazione di una bottega altamente specializzata, con folta rappresentanza di pittori romani.

Crocifisso di Santa Maria Novella (1290-1300)
Gli anni intorno al 1300 sono ricchi di impegni. A Santa Maria Novella, Giotto lascia il maestoso Crocifisso in cui Cristo è raffigurato, abbandonando gli schemi tradizionali, molto umano e sofferente; dopo i domenicani, anche i benedettini domandano al pittore di realizzare un'opera per l'altare della loro chiesa fiorentina (Polittico di Badia, oggi custodito agli Uffizi ). Durante una breve permanenza a Rimini, Giotto dipinge, oltre ad affreschi che sono perduti, un Crocifisso per la locale chiesa di San Francesco. Nel 1303 si trasferisce a Padova dove realizza le decorazioni della cappella degli Scrovegni (Storie di Gioacchino e Anna, Storie della Vergine, Storie di Cristo, Giudizio universale, Allegorie dei vizi e delle virtù). Tra il 1307 e il 1308 si trova ad Assisi, intento nella decorazione della cappella della Maddalena, poi a Firenze dove esegue la Madonna di Ognissanti degli Uffizi e gli affreschi delle cappelle Peruzzi (1315-1320) e Bardi (1320-1325) in Santa Croce.

Compianto sul Cristo morto - Cappella degli Scrovegni
Difficile invece stabilire a quando risalgono gli interventi di Giotto e della sua bottega nella basilica di San Pietro a Roma, commissionati dal cardinale Jacopo Stefaneschi: il polittico che oggi si trova nella Pinacoteca vaticana, il mosaico della Navicella, di cui rimangono soltanto due busti di angeli, e i perduti affreschi dell'abside.
Nel 1328 Giotto viene chiamato a Napoli da Roberto d'Angiò. Delle opere realizzate durante il suo soggiorno napoletano, purtroppo rimane molto poco.  Nel 1334, nel ruolo di architetto, viene nominato capomastro dell'Opera di Santa Reparata (Santa Maria del Fiore) e sovrintendente delle opere pubbliche di Firenze. È lui infatti a supervisionare l'inizio dei lavori del campanile che porta il suo nome.
Campanile di Giotto, Firenze
Nel 1336 è a Milano, dove affresca una sala del distrutto palazzo di Azzone Visconti. Muore nella sua Firenze nel 1337, lasciando in eredità la certezza di essere stato uno dei più grandi artisti italiani per la profondità di concezione, tradotta costantemente in un linguaggio comprensibile e comune.

11 novembre, 2016

I poteri universali

Il voler conseguire il potere assoluto, la facoltà di poter decidere su tutti i campi della vita umana, è una connotazione che è sempre stata presente nel carattere dell'umanità. Istintivamente l'uomo cerca di porsi, per mera sopravvivenza o per sentirsi al sicuro, al di sopra dei suoi simili, e tale atteggiamento si ripercuote anche sulla società. Nel medioevo il potere assoluto era inseguito da due organismi: il Papato ed il Sacro Romano Impero.

Papa Gregorio VII, uno dei papi che farà di tutto per preservare il potere assoluto della Chiesa
Nel basso medioevo infatti, il Sacro Romano Impero, che occupa l'odierna Germania, l'Italia settentrionale, parte della Francia, cerca di ergersi a guida politica, morale e spirituale dell'intero mondo cattolico occidentale. Stessa cosa cercava di fare la Chiesa, in quanto detentrice della parola di Cristo.
Per questa ragione, le due organizzazioni sono entrate in contrasto fra loro fin dal lontano 1075, quando il Dictatus Papae, raccolta di 27 posizioni prese da Papa Gregorio VII, afferma il primato morale, spirituale e politico della Chiesa romana.
Dall'altra parte invece, Federico Barbarossa afferma la supremazia del suo regno chiamandolo, per l'appunto, Sacro Romano Impero.
Il duro confronto che ne scaturisce durerà per circa duecento anni, influenzando la società italiana ed europea, e terminerà soltanto quando sia papato che impero saranno indeboliti, rispettivamente, dalla riforma protestante il primo, e dalla genesi degli stati nazionali il secondo.

Federico Barbarossa, sovrano che affermò l'universalità del potere imperiale.
Obiettivo di entrambi gli stati era essere l'epicentro delle decisioni politiche europee, e questo comporterà una serie di attriti che si ripercuoteranno:

  • Nella lotta per le investiture: i vescovi, in terra imperiale, godevano di immensi privilegi in quanto feudatari dell'imperatore. L'imperatore si arrogava il diritto di concedere anche titoli ecclesiastici, cosa che poteva spettare esclusivamente al Papa. Papa ed Imperatore si scontrarono violentemente su questo tema, tanto che Enrico IV arrivò addirittura ad essere scomunicato. La scomunica, all'epoca, aveva conseguenze politiche disastrose, in quanto esentava i sudditi di Enrico IV dal legame di giuramento col sovrano. Praticamente gli era stato tolto l'impero. Per tale ragione, il sovrano fu costretto ad umiliarsi, a Canossa, al cospetto del Papa. Nel 1222 si giunse ad un concordato, il concordato di Worms, grazie al quale l'Imperatore poteva concedere al Vescovo il beneficio del feudo, mentre al Papa spettava la nomina del titolo ecclesiastico.
Umiliazione di Canossa

  • Lo scontro fra Guelfi e Ghibellini: in Italia centrale, ed in seguito in tutta la penisola, si crearono due fazioni. Una parteggiante per il Papa, i Guelfi; ed una che sosteneva l'impero, i Ghibellini. Queste due fazioni, che fungevano anche come valvola di sfogo per gli attriti interni comunali, arrivarono spesso allo scontro, quasi sfiorando la guerra civile, e supportando ciascuna l'una o l'altra tesi. Le due fazioni crearono addirittura accordi ed alleanze che erano trasversali ai singoli stati: i senesi strinsero un'alleanza coi Guelfi di Firenze per la battaglia di Montaperti, che Siena avrebbe appunto combattuto contro Firenze stessa; gli angioini, di parte guelfa, nella battaglia di Benevento si scontrarono contro Manfredi, di parte ghibellina. Dante era un guelfo, e nella battaglia finale per scacciare tutti i Ghibellini dalla Toscana, combatté come feditore a cavallo. Nel XIV secolo, i due termini arriveranno a perdere di significato, ma rimarrà profonda l'impronta lasciata nella società medievale.
Battaglia di Benevento

I papi cercheranno in ogni modo di legittimare il loro potere, nel corso di questi secoli; e gli imperatori, a loro volta, risponderanno colpo sul colpo. Fin quando, Martin Lutero da una parte, e il consolidarsi dello stato nazionale francese dall'altra, uniti con la debolezza intrinseca del Sacro Romano Impero ed un potere spirituale di Roma, spesso contraddittorio, metteranno fine alla disputa secolare, lasciando spazio a nuove forme di potere. Forme che troveranno poi evoluzione, nei secoli a venire, con il modello di monarchia assoluta introdotto da Luigi XIV di Francia.

07 novembre, 2016

Il duomo di Siena

Se l'alto medioevo coincide con un momento di instabilità, il basso medioevo indica un momento in cui si ha una fioritura dei commerci, delle comunicazioni e delle ricchezze in generale. Ciò si ripercuote anche sulla qualità delle opere architettoniche create, ed un esempio su tutti è il duomo di Siena, uno dei grandi capolavori del romano-gotico italiano.

Duomo di Siena, dedicato a Santa Maria Assunta.
La storia di questa costruzione va di pari passo con l'arricchimento della città. Su una precedente piccola chiesa, nel 1226, si decise di costruire una nuova cattedrale che rispecchiasse la magnificenza che Siena stava raggiungendo.
Seguendo i registri delle uscite della Biccherna della repubblica di Siena, organo deputato alle spese pubbliche della città, si nota come:

  • Nel 1227 ci siano stati una serie di pagamenti per i marmi;
  • Nel 1259 siano stati pagati gli arredi del coro;
  • Fra il 1280 ed il 1284 ci siano stati pagamenti per la costruzione delle navate laterali;
  • Fra il 1284 ed il 1297, venne pagato Giovanni Pisano come capomastro scultore;
  • Nel 1313 si registra la fine della costruzione del campanile, di 77 metri di altezza
  • Fra il 1297 ed il il 1317, Camaino di Crescentino, artista, completò le parti restanti della chiesa.
Ciò che ne stava scaturendo, era qualcosa di prodigioso, architettonicamente parlando: l'alternanza di marmi bianchi e neri conferisce infatti alla chiesa una pregevole eleganza decorativa.

Controfacciata del duomo di Siena
La navata centrale ed il coro sono sovrastati da 171 busti di papi, e il tetto della navata centrale è decorato con un cielo stellato, tipica decorazione medievale.

Navata centrale
Nicola Pisano crea un pulpito che, per ricchezza di decorazioni, sembra quasi voler anticipare di secoli il barocco.

Il pulpito scolpito da Nicola Pisano

Le vetrate sono ricche di storie narrate. Tante decorazioni avevano una funzione prevalentemente didattica al servizio di una popolazione, che in maggioranza era analfabeta. In tal modo era possibile leggere i passi della Bibbia, affidandosi semplicemente alle arti figurative.

Rosone del duomo di Siena
 Dal punto di vista artistico, l'opera più importante è senza dubbio il pavimento del duomo, definito da Giorgio Vasari come il pavimento più grande e magnifico che fosse mai stato creato. Le tarsie marmoree rappresentano episodi tratti dalla Bibbia, oltre ad avere riferimenti alla potenza di Siena

Mappa che mostra le decorazioni del pavimento del duomo
La qualità delle tarsie marmoree è tale, da far credere a chi osserva di essere dinnanzi ad un vero e proprio affresco.

Pavimento del duomo: Acab ferito a morte
Ma non finisce qui: nel 1300 Firenze stava costruendo la sua immensa cattedrale; e Siena, sua rivale storica, non voleva essere da meno. Si accese quindi la convinzione che quel duomo fosse troppo piccolo per la città, che ci volesse qualcosa di più grande, di maestoso. Ragion per cui, nel 1317, mentre si stava terminando l'attuale duomo, si pensò di creare una nuova navata maggiore, di cui l'attuale chiesa sarebbe stato semplicemente il transetto. Purtroppo, la peste del 1300 e i crolli strutturali della costruzione, non resero possibile portare al termine la titanica opera. Oggi è possibile osservare l'imponente navata, con la facciata che ci sarebbe dovuta essere.

La piazza che sarebbe dovuta diventare la nuova navata centrale del duomo di Siena. Sulla sinistra è possibile notare che la navata laterale è stata occupata dal palazzo della sede arcivescovile.
I senesi allo stremo, rendendosi conto delle difficoltà di realizzazione di un'opera che oramai era al di fuori della loro portata, rinunciarono e portarono al termine la cattedrale che stavano costruendo: venne aggiunta così la meravigliosa facciata, riccamente decorata di statue e mosaici.

Facciata del duomo
Nel corso dei secoli diversi grandi artisti decorarono il duomo: oltre a Pisano, anche Donatello e Pinturicchio arricchirono la meravigliosa chiesa; un giovanissimo Michelangelo completò uno degli altari, il Piccolomini; Gian Lorenzo Bernini scolpì le statue di alcuni papi. Fra gli altri si possono citare anche Ambrogio e Pietro Lorenzetti, Simone Martini e Duccio di Buoninsegna.

05 novembre, 2016

Cimabue

Cenni di Pepo (Bencivieni di Giuseppe), detto Cimabue, nacque a Firenze nel 1240 circa.
Non vi sono notizie certe riguardo la sua giovinezza ed è difficile ricostruire la cronologia delle opere da lui realizzate, dalle quali si evince un chiaro profilo della personalità di questo artista.

Il Crocifisso di Santa Croce
Il soprannome di Cimabue, gli fu attribuito probabilmente per il suo grande orgoglio.Cimabue, che da giovane lavorò nella bottega di Coppo di Marcovaldo, uno dei più celebri pittori fiorentini del tempo, legato ad una corrente artistica eredità del classicismo bizantino, diede vita ad un suo personale linguaggio, nel quale la rappresentazione degli eventi sacri si avvicina molto di più al mondo reale.
Tra le prime opere da lui realizzate vi è il Crocifisso di San Domenico ad Arezzo, probabilmente dipinto tra il 1265 e il 1268, e il Crocifisso di Santa Croce a Firenze, entrambi ancora figli della rappresentazione bizantina delle immagini sacre, nei quali però vi è già un principio di raffigurazione drammatica della scena che va oltre i dettami bizantini.

La Maestà di Santa Trinità
Nel 1270 circa, dipinse la Maestà, che oggi si trova al Louvre, in cui sempre più evidente è la volontà di superare la formalità astratta delle immagini bizantine, nonostante la figura della Madonna appaia come sospesa, più che seduta sul trono, avvolta in panneggio a pieghe sottili.Tra il 1277 e il 1280 Cimabue opera ad Assisi dove realizza, nella basilica superiore, gli affreschi delle volte e delle pareti del transetto. Entrando più nel dettagli, abbiamo: Evangelisti nella volta della crociera, Storie della Vergine nel coro, Scene dell’Apocalisse, Giudizio e Crocifissione nel braccio sinistro del transetto, Storie di S. Pietro nel braccio destro.

Basilica superiore di Assisi, Crocifissione del transetto sinistro
A questo stesso periodo risalgono l'affresco della Madonna, San Francesco e Angeli, che si trova nella Basilica inferiore e il San Francesco che si trova al museo della Basilica di Santa Maria degli Angeli.
È probabilmente del 1279  la Maestà di Santa Trinità che oggi è custodita nel museo degli Uffizi.
Il dipinto si presenta frontale e simmetrico, con la figura della Madonna che assume una connotazione più umana, lasciandosi alle spalle quella dimensione eterea tipica delle rappresentazioni bizantine.
Di un periodo successivo invece, è la Maestà della chiesa dei Servi a Bologna e il mosaico del San Giovanni del Duomo di Pisa eseguito nel 1301. Fu proprio questa la sua ultima opera, dato che l'anno successivo, il celebre pittore morì.