24 febbraio, 2017

Il castello di Mercato San Severino

Non lontano dal campus universitario di Fisciano sorge, sulla vetta di un monte, un bellissimo castello che vale la pena andare a vedere: il castello dei Sanseverino.

Castello nei pressi di Mercato San Severino, in provincia di Salerno
Il castello ha una bellissima cinta muraria, ben conservata; la sua struttura ricorda quella della vicina Avella, di cui abbiamo parlato in un precedente post, e sulla vetta del monte, si nota il maschio, ossia il nucleo principale della struttura militare.

Come nasce questo castello?
La vallata in cui sorge era zona di traffici: la direttrice che va da Sarno a Salerno, in questo punto, confluisce con la strada che conduce dalle vallate irpine verso Salerno; inoltre siamo nei pressi dei confini occidentali dell'appennino (ad ovest, a una decina di chilometri, si apre la piana Campana; ad est, ci sono i massicci del Terminio). Ragion per cui, la zona è strategica per l'impianto di un castello. Ci penseranno i Longobardi, nel VII secolo dopo Cristo, ad edificarne il primo nucleo; e sotto il dominio normanno, nel secolo XI, si svilupperà un centro urbano intorno.

Tratto delle mura, col nucleo centrale del castello in vetta

Coloro che svilupperanno tale villaggio, saranno gli esuli della distrutta Rota, città che si trovava a valle. La vocazione commerciale degli abitanti, spingerà a chiamare il centro urbano col nome di "Mercato".
Nei secoli successivi, il castello verrà acquistato dalla famiglia Sanseverino, che ne farà la propria roccaforte. Le mura di cinta del paese raggiungeranno la lunghezza di 350 per 450 metri, si svilupperanno una piazza d'armi, attualmente nei pressi del mastio del castello, ed una cappella, ancora in parte esistente, in cui si dice, sostò San Tommaso d'Aquino in persona prima di morire. Infatti, la castellana, era sorella dell'illustre personaggio storico.

Mappa del sito. A nord è visibile il mastio e la vicina piazza d'armi; a sud e a ovest, i tratti di mura meglio conservati
L'ultimo Sanseverino partecipò alla congiura dei baroni. Venendo sventata dagli Aragonesi, egli fu ucciso; di conseguenza il castello, con l'annesso paese, cadde in rovina e fu abbandonato. Nonostante tutto, parte del mastio e le mura, sono ancora ben conservate: le torri sono ancora ben visibili, tanto che il castello, dall'autostrada Caserta-Salerno, domina ancora la vallata che sorvegliava.

Tratto meridionale delle mura, ancora perfettamente conservato nonostante i secoli

Le costruzioni interne invece, sono andate in gran parte perdute, seguendo, in un certo senso, la sorte del castello di Avella.
Il castello dei Sanseverino, insieme agli altri castelli, è la testimonianza di quanto questa zona della Campania fosse strategica nel medioevo, e di come il sud Italia abbia un vasto patrimonio architettonico medievale da sfruttare, sia per conoscere il nostro passato, sia per valorizzare luoghi ormai abbandonati.

21 febbraio, 2017

I re taumaturghi, una falsa credenza

Il rafforzamento della monarchia francese, e successivamente anche di quella inglese, fu agevolato altresì dalla credenza, destinata a perdurare per circa otto secoli, secondo la quale i Re di Francia e Inghilterra avessero il potere e le capacità di guarire le scrofole con il solo tocco delle loro mani. In precedenza, con il termine scrofole si indicavano infezioni molto diffuse di origine non tubercolare, che colpivano il viso e gli occhi, mentre oggi viene usato soltanto per individuare quelle infiammazioni delle linfoghiandole provocate dai bacilli della tubercolosi.
  
Re Enrico II di Francia che cura gli scrofolosi (Miniatura del XVI secolo)
Tuttavia, sorvolando sui particolari medici e tornando alla credenza, possiamo affermare che nacque in Francia intorno all'anno Mille, per poi diffondersi in Inghilterra circa un secolo dopo; acquisì una enorme importanza proprio in quel periodo perché aiutò a mantenere viva l'idea della regalità, nonostante la debolezza della monarchia capetingia. La falsa credenza venne fortemente rilanciata tra XII e XIII secolo, quando fu creato un chiaro disegno politico-dinastico volto a consolidare il potere monarchico, ponendo l'accento sull'aspetto soprannaturale che doveva caratterizzare il re, acquisito dal sovrano mediante il rito dell'unzione con l'olio sacro.
Malgrado i tentativi di teologi e riformatori della Chiesa di porre un freno e di screditare questa superstizione, la fede nel miracolo regio restò fortissima anche nell'Europa rinascimentale. La credenza resistette persino alla Rivoluzione Francese tanto che Carlo X, una volta salito al trono nel 1825, fu quasi "obbligato" da consiglieri e cortigiani a rispolverare l'antico rito. Fu così che, a Reims, il sovrano toccò un centinaio di scrofolosi, pronunciando la fatidica formula: "Il re ti tocca, Dio ti guarisca". 
Clodoveo I riceve dallo Spirito Santo (colomba) il santo olio
È quasi superfluo sottolineare che tali miracolose guarigioni non siano mai avvenute e che gli effetti positivi erano dovuti esclusivamente alla generica denominazione di scrofole data indistintamente a problemi cutanei molto variabili tra loro. Non trattandosi quindi esclusivamente di scrofole ma anche di infezioni meno gravi, ne conseguiva che alcune, col tempo, recedevano, fornendo così l'opportunità di stabilire un rapporto diretto tra guarigione e tocco della mano del re: d'altro canto, tutti quelli che avevano interesse a diffondere la credenza, erano molto cauti nel precisare che il rito guaritore avrebbe dato il suo effetto lentamente nel corso del tempo, in modo tale da non creare, nella popolazione, troppe aspettative relative ad un'immediata efficacia del rituale.

19 febbraio, 2017

I Mercenari del Medioevo: Gli Almogaveri

Nel Medioevo ci furono periodi di guerra, ove molti eserciti ingaggiarono numerosi mercenari sia nei rispettivi paesi sia in quelli stranieri. Oggi parleremo dei mercenari Almogaveri, attivi in un contesto militare risalente al periodo d'oro tra il XIII e il XIV secolo (Reconquista Spagnola).
La parola Almogaveri deriva dall'arabo "al-mughawir", tradotto letteralmente come <il soldato che fa incursione in paese nemico>.  Di origine Aragonese-Catalana, gli Almogaveri erano soldati molto particolari, poiché privilegiavano la guerra di movimento e di sorpresa; assalivano il nemico all'improvviso, in modo tale da scompigliare facilmente il loro animo e le loro linee; una volta assalito si appropriavano di tutto ciò che potevano riportare indietro dalle scorrerie e dai raid.

Almogaveri verso Maiorca, XIV Sec.

Gli almogaveri erano armati alla leggera, con lancia, spada e pugnale; non possedevano cavalli, magari rubavano quelli di nemici all'occorrenza. Il loro aspetto era dei più inquietanti: erano piccoli di statura, vestiti rozzamente di pelli, sia d'estate che d'inverno, al punto da deludere le popolazioni di cui andavano in soccorso. Si differenziavano anche dagli altri mercenari, per il successo di questi che era costituito non solo dalla rapidità di azione, ma anche dalla robustezza fisica che faceva superare qualsiasi avversità; in più a questa erano unite forza e crudeltà, permettendo a pochi di loro di far fronte ad un numero superiore di avversari. Leggende e miti narravan che un Almogavero potesse, con sul colpo di fendente, tagliare in due sia il cavallo che il cavaliere.
La fortuna di questi mercenari inizio con Pietro III d'Aragona, che utilizzo gli Almogaveri contro Carlo d'Angiò per il possesso della Sicilia; poi con il trattato di pace firmato a Caltabellotta nel 1302 tra Angioini e Aragonesi, molti di questi mercenari vennero assoldati da Ruggero da Flor.

Battaglia per la Reconquista, Cantigas de S. Maria

Ruggero, ex cavaliere templare, abbandonò l'Ordine del Tempio durante la caduta di San Giovanni d'Acri nel 1291. Aveva riunito intorno a sé gli Almogaveri catalani, gente della Navarra, di Castiglia e Linguadoca, dando vita alla prima compagnia di ventura, che battezzò come la "Compagnia Catalana". Con la nascita della compagnia, Ruggero da Flor aiutò l'imperatore Andronico II Paleologo per difendere l'Asia Minore dall'invasione dei Selgiuchidi contro il popolo bizantino, dove sconfisse il popolo musulmano ad Aulax. Il potere di Ruggero da Flor crebbe notevolmente, fino al punto da destabilizzare il potere dell'imperatore bizantino stesso; così, nel 1305, Ruggero venne assassinato dal figlio di Andronico II Paleologo (Michele IX Paleologo). Perdendo un forte protettore, gli Almogaveri, si schierarono contro l'imperatore; decisero di devastare e conquistare Gallipol, in più distrussero buona parte dei dintorni di Costantinopoli, abbandonandosi a saccheggi e violenze senza tregua.

Pagina delle Cronache di Ramon Muntaner

Nel 1311, dopo aver ucciso in battaglia Gualtiero V di Brienne, si appropriarono del ducato di Atene, instaurandovi una repubblica militare che, sotto la sovranità nominale del Regno di Sicilia, ebbe vita fino al 1385. Infine, gli Almogaveri operarono anche in Italia, mettendosi al servizio di Roberto d'Angiò contro i Ghibellini toscani e partecipando alle lotte di fazione, specialmente quella tra Guelfi bianchi e Guelfi neri; a loro si attribuisce la morte di Corso Donati, capo dei Guelfi neri. Con la nascita di altre compagnie di ventura e col tempo, la concorrenza si fece molto spietata, la fama degli Almogaveri decadde lentamente fino a spegnersi.
Due cronisti Catalani ci hanno lasciato una descrizione di questi soldati: il primo è Bernat Desclot (XII secolo) autore della "Cronica del rey en pere e dels seus antecessors passats"; l'altro famoso cronista catalano fu Ramon Montaner (1265-1336), che scrisse la "Chronica, o descripció dels fets e hazanyes des inclyt Rey don Jaume primer rey d'Aragó...".
I brani citati sono tratti da "Cronache catalane del secolo XIII e XIV", Firenze 1844 volume I-II

17 febbraio, 2017

L'opera che osò toccare il cielo

Nella prima metà del quattrocento, una grande sfida ingegneristica coinvolse Firenze. L'opera più ardita mai tentata dall'uomo, fino a quel momento, stava per essere messa in atto. L'obiettivo era chiaro: superare in magnificenza tutte le altre chiese, dimostrare l'enorme potere conseguito dalla città, e creare un'icona che l'avrebbe resa celebre per sempre, nel mondo.
Venne bandito un concorso di idee per capire come procedere, ma un solo uomo, uno dei geni più grandi della storia italiana insieme a Leonardo e Michelangelo, riuscì a trovare l'idea vincente. Il suo nome era Filippo Brunelleschi, e questa è la storia di come venne eretta la cupola di Santa Maria del Fiore.

La gigantesca cupola che troneggia sulla città

Il duomo di Firenze è un'opera maestosa ed immensa, iniziata in pieno medioevo: grandi artisti, del calibro di Giotto, hanno contribuito alla sua costruzione. La fabbrica divenne, nel corso dei decenni, così grande, che nessuno aveva idea di come alzarne la cupola senza che essa crollasse sotto il suo stesso peso. Le architetture metalliche di dimensioni così grandi, relativamente più leggere e flessibili, erano ancora in là da divenire; la cupola in muratura più grande che si conoscesse, era quella del Pantheon a Roma, e non si aveva idea di come superare il problema. Così, per diverso tempo, la cattedrale rimase compiuta fino all'altezza del suo tamburo di forma ottagonale.
Come costruire le centine enormi necessarie per alzarla? E in che modo si poteva portare a compimento la costruzione della chiesa come era stata immaginata da Arnolfo di Cambio un secolo e mezzo prima?
Nel 1418, il concorso di idee che venne bandito, per vincere quella che sembrava una vera e propria sfida alle leggi della natura, portò a due vincitori: Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi.

Filippo Brunelleschi ritratto in un affresco, in Cappella Brancacci, da Masaccio

Architetto, ingegnere, scultore, matematico, orafo, scenografo. La mente di Brunelleschi era una fucina continua di idee: stilò dodici punti da seguire alla lettera, una volta che il cantiere fosse stato aperto, nel 1420; in base a questi punti, gli operai dovevano creare una piattaforma alla sommità del tamburo ottagonale, ed innalzare una serie di ponteggi in legno che avrebbero dovuto sorreggere la futura struttura della cupola durante la sua costruzione.

Schema dei ponteggi ideati da Brunelleschi

La cupola che si venne a creare con questo tipo di ponteggio, era comunque troppo bassa: le spinte laterali dovute al peso ed alla sua geometria, avrebbero frantumato il sottostante tamburo. C'era bisogno di controbilanciare il peso esterno e, allo stesso tempo, di proteggere la cupola interna dalle intemperie. Così ideò il sistema a doppia calotta. Il sistema della doppia calotta, oltre a distribuire meglio i pesi, razionalizzò la direzione delle spinte sui pilastri sottostanti, rendendo la cupola autoportante.

Il sistema a doppia calotta della cupola: la cupola interna è quella vera; quella esterna funziona da protezione e controbilanciamento, oltre a dare uno slancio, di gusto goticheggiante, verso l'alto all'intera struttura 
Ma un sistema del genere ancora non era sufficiente per tenere in piedi una struttura di questo tipo, fatta in muratura. Serviva un altra tecnica costruttiva che doveva distribuire il peso in maniera radiale verso il basso. Brunelleschi, per questo, troverà ispirazione studiando le rovine degli antichi romani. I romani, per poter far fronte ai danni prodotti dalle scosse sismiche, adottavano una disposizione dei mattoni delle loro murature di tipo obliquo, detta "opus reticulatum".

Opus reticulatum romano. La disposizione dei mattoni aiuta a scaricare il peso lateralmente e non verso il basso
Nell'opus reticulatum, il peso viene scaricato lateralmente, e non perpendicolarmente al terreno, dando così maggiore stabilità alla struttura. Brunelleschi, dunque, posizionò i mattoni della sua cupola a spina di pesce, in modo da riuscire a convogliare il peso obliquamente rispetto alla verticale.

Sezione ricostruita della cupola del Brunelleschi, con la disposizione dei mattoni che incentiva la dispersione obliqua dei carichi
Gli operai erano scettici su queste indicazioni, alcuni gli diedero del pazzo; ma Brunelleschi, dando queste indicazioni, riuscì ad innalzare la cupola molto oltre i tetti di Firenze, riuscì a raggiungere il cielo. Creò uno dei più grandi miracoli della storia dell'architettura, un miracolo che cambierà per sempre il modo di concepire e costruire gli edifici.

La cupola oggi
Con la cupola di Santa Maria del Fiore, terminata nel 1461, il Pantheon viene definitivamente superato e si apre una nuova era. Questa è una delle opere dell'uomo che ha fornito la spinta per passare dal medioevo all'età moderna, che avverrà, canonicamente, da lì a tre decenni con la scoperta delle Americhe. Tutt'oggi, questa cupola viene considerata ancora come una delle opere più importanti mai costruite in Europa in tutti i tempi.

Tutt'oggi, la statua di Brunelleschi, da piazza Duomo, scruta con aria arcigna ed interrogativa la sua opera, magari per trovare ancora qualche miglioria, o semplicemente per vigilare su di essa, uno dei più grandi capolavori della storia dell'uomo.

Piazza Duomo, Brunelleschi leva lo sguardo per osservare la sua cupola

15 febbraio, 2017

Il gioco degli scacchi nel Medioevo

In epoca medievale, i giochi con i dadi e successivamente quelli con le carte (non si sa con certezza quando le carte siano effettivamente approdate in Europa), erano considerati come passatempi da taverna legati alla fortuna e all'azzardo, legati a doppio filo col bere smodato, con le risse e le bestemmie. Gli scacchi, invece, godevano di ben altra considerazione, in quanto reputati dai predicatori come gioco d'ingegno, quindi meritevole di rispetto, una sorta di sottile e ricercato passatempo di sovrani e aristocratici.

Ebrei intenti a giocare a scacchi, dal Codice Alfonsino del 1283
Per risalire agli albori del gioco degli scacchi, bisogna guardare all'India del VI secolo; da lì si diffuse verso l'Oriente e, passando la Persia, approdò in Occidente. Durante il loro lungo percorso dall'Oriente verso l'Europa, gli scacchi furono oggetto di modifiche, alcune delle quali sostanziali. I pezzi corrispondenti al Re, al Cavallo e ai Pedoni rimasero invariati. L'arabo "Ualfil" (Elefante) divenne l'Alfiere in italiano; il "Rukh" arabo-persiano (Cammello) si tramutò nella Torre. Il Fers, il visir, il comandante dell'Oriente, cambiò addirittura sesso, divenendo la Regina. Le pedine medievali non erano libere di muoversi e nemmeno di attaccare da lontano: infatti, come avviene anche oggi, si spostavano mediante piccoli movimenti, in maniera speculare rispetto alle modalità di combattimento dell'epoca, consistenti sostanzialmente in duelli corpo a corpo.
Illustrazione tratta dal Ludus scacchorum, degli inizi del XIV secolo
Il domenicano Iacopo da Cessole, nel suo "Ludus scacchorum", dell'inizio del '300, adoperò gli scacchi per descrivere, metaforicamente, la società medievale: la scacchiera è la città in cui si spostano i rappresentanti delle classi sociali, con i loro pregi e difetti.
La sempre maggiore diffusione del gioco fece crescere il numero di appassionati, a proposito dei quali, c'è un curioso episodio da descrivere: una novella del Sacchetti racconta di un sacerdote, grande amante degli scacchi, che era solito vincere sempre contro un gentiluomo con il quale trascorreva il suo tempo. Un bel giorno però, finì con la casa bruciata, perché obbligando ogni volta i contadini a recarsi ad appurare la sua vittoria al suono della campana, nel momento in cui li chiamò allarmato, per avere un aiuto nello spegnere l'incendio, fu lasciato solo davanti alle fiamme. I fedeli, evidentemente stanchi di dover lasciare ogni volta il lavoro dei campi per soddisfare i capricci del sacerdote, credettero che i rintocchi della campana annunciassero, ancora una volta, lo scaccomatto.

Miniatura del codice Alfonsino, 1283
  Il gioco degli scacchi si diffuse talmente tanto e divenne così popolare, nel medioevo, da venir inciso su moltissimi cofanetti e copertine di specchi in avorio del XIV e XV secolo; i giocatori erano sempre sovrani, dame e cavalieri, cosa che lo ergeva sempre più a simbolo dell'aristocrazia. William Tronzo, nella sua esegesi, evidenziò che il gioco dei dadi, soggetto all'elemento fortuna, faceva esplodere la violenza delle risse; quello degli scacchi, che implicava riflessione e intelligenza, aveva al contrario solo risvolti benefici e positivi.

12 febbraio, 2017

Historie Medievali: Le Ricette della Tavola Rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi sono le seguenti:  "Zuppa di erbe alla valligiana (XV sec.)" e delle "Quaglie ripiene allo spiedo (XV ?)".
Pertanto se si volesse preparare una di queste ricette, sarebbe opportuno usare delle pentole prettamente di rame o terracotta, in modo tale da avere un sapore migliore rispetto alle normali batterie di pentole che usiamo oggi. Inoltre, anche gli utensili come forconi, schiumarole o cucchiai, dovrebbero essere possibilmente di legno.
In mancanza di utensili in legno, procedete con quelli odierni.


ZUPPA DI ERBE ALLA VALLIGIANA

Dosi: 4 persone
Categoria: Minestre e zuppe
Tempo di cottura: 20 minuti
Cucina: Piemontese

Ingredienti:
1lt di brodo di verdure e carne.
1Kg di erbe miste di stagione.
500 gr. di pane grosso tradizionale raffermo.
200 gr. di Toma (formaggio italiano piemontese) locale morbida e grassa.
50 gr. di Toma o altro formaggio da grattugia.
50 gr. di cipolla.
40 gr. di burro.
2 gr. di bacche di ginepro.
1 gr. di pepe nero.
1 gr. di noce moscata.

Procedimento:

Pulire e affettare la Toma, poi pulire, lavare e spezzettare grossolanamente le erbe (erbe selvatiche, costine, borragine, spinaci, scarola, foglie di vite, cipollotti, prezzemolo, menta ecc.). Portare ad ebollizione il brodo e sbollentare le erbe. Dopo aver effettuato le precedenti preparazioni, affettiamo il pane dello spessore di mezzo centimetro circa, sistemare nel tegame di terracotta e condirlo con pepe e noce moscata grattugiata. Pulire ed affettare finemente la cipolla e farla soffriggere in un tegame con il burro e alcune bacche di ginepro pestate; versare il tutto sul pane. Coprire con le erbe sbollentate alternate a fette sottili di toma; finire con le erbe.
Infine, ricoprire il tutto con il brodo, spolverare con il formaggio grattugiato e passare in forno possibilmente a legna; appena comincia a gratinare estrarre e servire.




QUAGLIE RIPIENE ALLO SPIEDO

Dosi: 4 persone.
Categoria: Selvaggina a piuma.
Tempo di cottura: 30-45 minuti.
Cucina: Piemontese.

Ingredienti:

4 Quaglie grosse.
100 gr. di lardo salato affettato.
100 gr.di brodo comune.
50 gr. di pane contadino raffermo.
40 gr. di pancetta.
40 gr. di uva passa.
40 gr. di mandorle pelate.
10 gr. di rosmarino.
5 gr. di salvia.
5 gr. di aglio.
2-3 gr.di spezie miste.
2 gr. di pepe nero.
Sale fino quanto basta.

Procedimento:

Fiammeggiare, eviscerare e lavare le quaglie con le loro frattaglie.
Insaporire l'interno di ogni quaglia con spezie e sale. In una terrina, ammollare il pane nel brodo, sbriciolandolo a mano e poi aggiungere l'uvetta.
Tritare la pancetta, aglio e frattaglie. Incorporare mandorle, pane,  trito di pancetta e spezie; controllare di gusto e farcire le quaglie.
Disporre le quaglie sulle fette di lardo allargate e avvolgerle una ad una.
Infilarle (non troppo strette) negli spiedi intercalandole con le erbe aromatiche, cuocere a fuoco moderato. A cottura ultimata sfilarle e servirle immediatamente con purea di ceci o fave, lenticchie, cavoli o altre verdure disponibili.
Inoltre se si desidera, la cottura può essere effettuata in forno, su teglia, con burro o strutto, ed erbe aromatiche.

10 febbraio, 2017

Maometto, parte seconda

Nell'anno 617, Maometto è costretto a lasciare il regno di Axum. Anche lì si è fatto troppi nemici, troppe persone che odiano il suo clan ed i suoi ideali. Ma di cosa tratta l'ideale di Maometto? Perché induce un rifiuto tanto viscerale da arrivare addirittura a perseguitare lui e coloro che lo seguono? Innanzitutto Maometto predicava l'esistenza di un unico Dio, allacciandosi così all'ebraismo e al cristianesimo; inoltre, voleva porre fine ad una serie di idolatrie che nascono sempre quando le religioni divengono di massa. La cultura religiosa araba del 600 d.C., come abbiamo detto nella prima parte, era politeista ed idolatra. Ma, oltre a ciò, era dedita all'abuso di alcool ed alla promiscuità sessuale, con ripercussioni negative sull'architettura sociale.

Maometto voleva porre un freno a tutto ciò. In un certo senso, c'è una forte somiglianza con la figura di Gesù, che lo stesso Maometto apprezza profondamente, riconoscendolo come profeta.

Maometto in una stampa del XVIII secolo

In quegli anni Maometto ha una nuova visione: viene preso da un angelo e sorvola la spianata del Tempio di Gerusalemme, dove gli verrà indicata la costruzione del tempio ultimo; sorvola l'inferno, e poi viene condotto da Adamo, Giovanni Battista, Gesù, Giuseppe, Aronne, Idris, Mosè ed Abramo. Tutti profeti delle due religioni monoteiste, che gli consegnano un messaggio di salvezza per l'umanità, per poi essere portato al cospetto di Dio. I grandi delle due religioni monoteiste, in pratica, affidano a Maometto il compito di mandare un messaggio all'umanità.

La cupola della roccia, il tempio ultimo profetizzato a Maometto dall'angelo della visione.

Da questi eventi ci si può rendere conto come le tre religioni monoteiste siano estremamente ed intimamente collegate fra loro. Se gli ebrei sono stati definiti, da un Papa passato, i fratelli maggiori dei cristiani, i musulmani possono essere tranquillamente definiti quelli minori.

Per la morte di diversi suoi cari, Maometto torna alla Mecca, e cerca di creare, attraverso la diplomazia ed il dialogo, un clima più disteso per tenere al sicuro i suoi seguaci da eventuali rappresaglie. Alla fine però, soltanto nella città di Medina, riesce a trovare diverse tribù che hanno dimestichezza col concetto di monoteismo, ed il messaggio di Maometto comincia a diffondersi con maggior successo.
I seguaci del profeta si diffondono per il medioriente; per contrastare la propagazione del messaggio, gli arabi politeisti tentano in tutti i modi di ucciderlo, esacerbando ulteriormente la situazione. La situazione si fa ancora più rovente quando gli ebrei non accettano il messaggio, in quanto Maometto non è ritenuto un discendente di Davide. Quando gli abitanti della Mecca requisiscono tutte le proprietà dei discepoli del profeta, chiamati musulmani, la situazione precipita del tutto e cominciano i conflitti armati.

Maometto a cavallo

I musulmani razziano le carovane della Mecca, sia per trovare di che mangiare, che per vendicarsi delle angherie subite dai meccani. Le continue razzie degenerano in una serie di battaglie che si susseguono fra il 624 ed il 627, e che indeboliscono progressivamente la potenza meccana, fino a disgregarla del tutto in favore dell'islam. Gli ebrei si schierano apertamente con i pagani della Mecca, e cercano più volte di catturare Maometto, ma vengono anch'essi sconfitti ed uccisi, mentre le donne ed i bambini vengono venduti come schiavi dai suoi seguaci. Nel 630, Maometto stesso marcia sulla Mecca e la conquista, per poi ritirarsi a Medina; mentre i suoi seguaci continuanoo ad espandersi verso nord, cercando di conquistare altri villaggi. Maometto muore due anni dopo, lasciando nove vedove ed una sola figlia viva.

Maometto sul letto di morte

Subito il profeta diviene la figura più amata ed apprezzata del mondo islamico, tanto da divenirne il principale rappresentante.

03 febbraio, 2017

Maometto, parte prima

Come può un orfano di padre e di madre, determinare, dal nulla, i destini del mondo medievale? C'è una persona che, nella storia, è stata in grado di farlo, stiamo parlando dell'uomo che ha gettato le basi della più giovane religione monoteista, Abū l-Qāsim Muḥammad ibn ʿAbd Allāh ibn ʿAbd al-Muṭṭalib al-Hāshimī, conosciuto come Maometto.

Maometto predicante. Miniatura conservata alla biblioteca nazionale di Parigi
Maometto nasce in un clan di mercanti della Mecca appartenente alla tribù dei  Banū Quraysh. Convenzionalmente, si ritiene sia nato nel 570 d.C. Orfano di padre e di madre fin dalla più tenera età, viene affidato ad un'altra tribù che, a differenza della sua di origine, pratica il nomadismo. In seguito viene affidato a suo nonno, con il quale conosce alcuni arabi che praticano una religione monoteista precedente a quella islamica. Maometto, come molti altri arabi di allora, si riteneva un discendente diretto di Ismaele, un figlio di Abramo. 

Miniatura mostrante la nascita di Maometto

Durante i suoi viaggi con il nonno, Maometto conosce un monaco eremita cristiano di nome Bahira. Bahira, in siriano, significa l'eletto; costui, osservando un neo fra le scapole del ragazzo, gli predice il suo destino di profeta per i popoli arabi. Oltre che dal nonno, il piccolo Maometto viene cresciuto da una schiava di origine etiope e da sua zia: con la prima avrà un legame molto forte, e sarà la prima persona a credere nel messaggio che un giorno rivelerà al mondo; anche l'affetto della zia avrà un ruolo importante nell'infanzia del futuro profeta, tanto che metterà lo stesso nome della zia a sua figlia.
La famiglia però, versa in cattive condizioni economiche, ragion per cui il giovane Maometto farà da agente ad una ricca signora per cercare di sbarcare il lunario. Maometto, lavorando come agente, si afferma, e diventa ricco e famoso; prende sotto la sua ala protettiva un ragazzo, Alì; viene riconosciuto come figura onesta e fidata, e di conseguenza viene amato da tutti. Nel 595 d.C., si sposa con una donna di vent'anni più grande, e riceve da lei quattro figlie e quindici figli.

Nel 605 d.C., venne affidato a Maometto il compito di ricollocare la pietra nera nel suo alloggio, detto Ka'ba, in modo da sedare eventuali dispute fra i clan, che volevano contendersi l'onore di ricollocare la pietra al suo posto. La pietra nera è quella che indica la rabbia di Dio nei confronti dei peccati degli uomini, e per questo è venerata in tutto il medio oriente.

Maometto ricolloca la pietra nera nella Ka'ba

Nel 610 d.C., la vita di Maometto cambia per sempre. L'uomo infatti, sostiene di aver avuto una rivelazione: Dio è unico ed indivisibile, bisogna meditare ed essere svincolati dai beni terreni. Dal 610 in poi, Maometto ed i suoi seguaci si ritirano periodicamente in una grotta, nei pressi della Mecca, per meditare. E durante una di queste meditazioni, gli appare l'arcangelo Gabriele che gli dice le seguenti parole: 

Leggi, in nome del tuo Signore, che ha creato 
ha creato l'uomo da un grumo di sangue! 
Leggi! Ché il tuo Signore è il Generosissimo, 
Colui che ha insegnato l’uso del calamo, 
ha insegnato all'uomo quello che non sapeva.

 Maometto crede di essere impazzito: cade in preda ad un intenso terrore, gli sembra che persino le rocce e gli alberi gli parlino. Esce di corsa dalla caverna e, guardando l'orizzonte, vede l'arcangelo spiegare le ali ed abbracciarlo tutto. Gabriele gli comunica che è stato scelto da Dio per essere il suo profeta.

L'arcangelo Gabriele visita Maometto, e gli rivela che è stato prescelto come profeta di Dio

Maometto inizialmente non lo accetta, crede di essere impazzito, ma la moglie crede in lui, e lo convince del contrario. Maometto intensifica le sue pratiche di meditazione, e l'arcangelo Gabriele torna nuovamente a parlargli, dicendogli che Dio non lo ha abbandonato. Maometto, negli anni successivi, farà di tutto per diffondere il messaggio ricevuto, ma non verrà creduto.
Sarà un califfo a far scrivere le sue parole in un libro, che verrà chiamato Corano e verrà diffuso dai soldati e dai mercanti in Asia, Africa e parte dell'Europa.
Come capita per chi condanna l'idolatria, Maometto ed i suoi pochi seguaci verranno perseguitati, in quanto nella penisola araba è ancora diffuso il politeismo: più il numero di seguaci crescerà, più il commercio degli idoli diverrà problematico. I mercanti cercheranno dunque di corrompere il profeta, offrendogli delle percentuali sulle vendite delle statuette sacre, ma lui rifiuterà sempre. Ciò comporterà la crescente ostilità verso lui ed i suoi seguaci, tanto che Maometto dovrà rifugiarsi dall'imperatore cristiano Aṣḥama ibn Abjar, del regno di Axum.

Cosa succederà a Maometto, ora che è al sicuro ad Axum? Come farà il profeta ad affermare il suo messaggio nel medioriente, così restio al cambiamento? Lo scopriremo nel prossimo articolo, in cui comprenderemo anche come nascerà e si affermerà l'Islam.

01 febbraio, 2017

La pratica dell'ordalia

L'ordalia (dal germanico antico "ordal",ovvero "giudizio di dio") era una pratica giuridica con cui l'innocenza o la colpevolezza dell'accusato, venivano accertate sottoponendo il malcapitato ad una prova dolorosa. L' imputato risultava innocente se, al completamento della prova, non riportava ferite o se le lesioni provocate, guarivano quasi subito.
Prima dell'inizio dell'ordalia del fuoco, tutti i partecipanti dovevano prendere parte a un rito religioso. Tale rituale poteva protrarsi anche per tre giorni, nel corso dei quali, gli accusati dovevano partecipare a preghiere, digiuni, sottoporsi ad esorcismi, ricevere svariate tipologie di benedizioni e prendere i sacramenti; soltanto dopo si dava inizio alla vera e propria ordalia che poteva avere diverse modalità di esecuzione.

L'ordalia del fuoco
Una di queste consisteva nel trasportare, da un punto prestabilito ad un altro, un pezzo di ferro incandescente, che poteva pesare tra i cinque etti e il chilo e mezzo. Questo era uno dei tipi di ordalia del fuoco. Un altro prevedeva il camminare a piedi nudi su dei carboni ardenti, talvolta anche con gli occhi bendati. Al termine della prova, le ferite venivano coperte e, dopo tre giorni, una giuria si accertava dello stato delle ustioni. Se le ferite non si rimarginavano, l'accusato veniva dichiarato colpevole, altrimenti si proclamava la sua innocenza.

"L'ordalia del fuoco" di Dieric Bouts il Vecchio
L'ordalia dell'acqua simboleggiava il diluvio dell'Antico Testamento. Così come il diluvio cacciò via i peccati, allo stesso modo l'acqua "purificava" l'anima della persona. Sempre dopo i canonici tre giorni di penitenze, l'accusato doveva immergere le mani in acqua bollente, talvolta fino ai polsi, in altri casi fino ai gomiti. Scaduti i soliti tre giorni, si valutavano le ferite e, di conseguenza, le eventuali colpe dell'imputato.

Domenico Ghirlandaio, Prova del fuoco davanti al sultano, 1485
Inoltre, vi era anche la pratica dell'ordalia dell'acqua fredda. Alla persona sotto accusa, venivano legati mani e piedi con una fune, in modo tale da non agevolare una posizione che consentisse di rimanere a galla, oppure gli si legava una pietra al collo, dopodiché si immergeva lo sventurato in acqua: se restava a galla, era sicuramente colpevole, in quanto l'acqua si "rifiutava" di accogliere un essere demoniaco; se andava a fondo invece, era innocente, magra consolazione, perché, ciò nonostante, la morte era quasi morte certa, in quanto non si faceva in tempo a salvarla dall'annegamento.
In Gran Bretagna poi, le donne accusate di stregoneria venivano solitamente legate ad un sedile, in modo tale da impedire qualunque movimento delle braccia, e gettate in uno stagno o in un luogo paludoso.
L'ordalia dell'acqua fredda
L'utilizzo delle pratiche ordaliche raggiunse il suo apice nell'alto Medioevo, al punto che, sul finire del primo millennio, questi rituali vennero affidati direttamente al clero locale.
Soltanto nel XIII secolo, esattamente nel 1210, si raggiunse una sorta di punto di rottura. L'occasione per porre fine a queste pratiche barbariche, si ebbe quando il vescovo di Strasburgo ordinò di sottoporre al giudizio per ordalia, un folto gruppo di eretici. Papa Innocenzo III accolse il ricorso di uno degli accusati, e mise definitivamente al bando l'utilizzo di queste pratiche.