30 settembre, 2017

La fine di un'era

In un precedente articolo abbiamo visto qual è stato il periodo in cui la penisola italiana ha toccato il fondo durante il Medioevo, ossia durante le Guerre Gotiche. Continuiamo a vedere come è proseguita la vicenda, e quali macerie ha lasciato sul nostro territorio.

Rappresentazione artistica della battaglia dei monti Lattari

Nel 552 dopo Cristo Narsete è di nuovo in Italia passando per la laguna veneta, in quanto i Franchi gli impediscono di passare via terra. In Umbria, dalle parti dell'odierna Gualdo Tadino, becca Totila ed il suo esercito, che dopo un'asprissima battaglia batte in ritirata. Totila morirà nei pressi di Caprara, e Narsete congedò i suoi mercenari di origine longobarda, in quanto si davano ad eccessivi saccheggi e stupri. Mentre i Bizantini riconquistano l'Italia centrale pezzo per pezzo, a Pavia, capitale degli Ostrogoti, viene eletto come re Teia. I barbari al servizio dei Bizantini, giunti a Roma, la saccheggiarono e la depredarono, gettando sulla città ulteriore devastazione. Alla notizia del nuovo saccheggio di Roma, Teia diede ordine di giustiziare i Patrizi bizantini nelle sue mani, come forma di rappresaglia.
Ma Narsete è stanco di questa guerra e vuole farla finita, quindi decide di puntare sulla roccaforte dei Goti, dove è custodito un importante tesoro del regno nemico: Cuma. Il re Teia, allarmato, raggiunge la Campania, ed incontra l'esercito Bizantino nella piana del Sarno: lo scontro finale sta per avere inizio. L'intercettamento dei rifornimenti dei Goti sul Sarno, costrinse questi ultimi a ripiegare sui monti Lattari, dove cominciò un'aspra battaglia che culminò con la capitolazione di Teia e con la fine del regno dei Goti. E' l'ottobre del 552 d.C.

Mosaico raffigurante Narsete, vincitore della guerra contro i Goti

Ma le vicende non finiscono qui: le ultime sacche di resistenza dei Goti mandano dei messaggi a Teodobaldo, re dei Franchi. Quest'ultimo manda in Italia i suoi generali Butilino e Leutari, che discendono la penisola. Narsete sale verso nord sperando di contrastarli, ma ferma la loro avanzata in pianura Padana; di qui si mise di stanza a Ravenna, dove decise di dirigersi verso Roma nel 554. Nel frattempo, i Franco alemanni tornarono a scendere in penisola: conquistarono diversi territori in Italia centrale, mentre Butilino, sbarcato nei pressi dello stretto di Messina, decise di risalire l'Italia meridionale per puntare in Campania. Nella piana del Volturno Narsete sconfisse i Franchi e, fra il 555 ed il 562, ripulì la penisola da tutte le sacche di resistenza rimaste. La Guerra Gotica era finita.

Impatto sull'Italia
La penisola usciva radicalmente cambiata dalla guerra: le città erano ormai devastate e parzialmente disabitate; in molti si erano rifugiati in campagna, in ville fortificate, oppure sulla cima delle colline, in case altrettanto fortificate, accelerando così un processo di ruralizzazione che porterà alla fine dell'immagine dell'età classica, facendo entrare definitivamente la penisola in un aspetto medievale. Peste e carestie fecero il resto: illuminante la testimonianza di Procopio, storico dell'epoca:

Passò il tempo e venne di nuovo l'estate. Nei campi il grano maturava, ma non più abbondante come negli anni precedenti. Non era stato seminato in solchi ben tracciati dagli aratri e lavorati dalla mano dell'uomo, ma sparso solo sulla superficie, e perciò la terra aveva potuto farne germogliare soltanto una piccola parte; siccome poi nessuno lo aveva mietuto, giunto a maturazione, era caduto a terra, e non era più nato niente. Questo era accaduto anche in Emilia; perciò gli abitanti di quella regione avevano lasciato le loro case ed erano trasmigrati nel Piceno, pensando che, siccome quella terra era sul mare, non dovesse soffrire una totale mancanza di viveri. Anche i tusci erano angustiati per la fame... e molti di essi, che vivevano sui monti, macinavano le ghiande delle querce come se fosse frumento, e mangiavano le pagnotte fatte con quella farina. Naturalmente moltissimi caddero vittime di ogni specie di malattie... Nel Piceno, si parla di non meno di 50.000 tra i contadini, che perirono di fame, e molti di più ancora furono nelle regioni a nord del golfo Ionico... Taluni, forzati dalla fame, si cibarono di carne umana. Si dice che due donne, in una località di campagna sopra la città di Rimini, mangiarono 17 uomini... Molte persone erano così indebolite dalla fame, che... si gettavano su di essa [sull'erba] con bramosia, chinandosi per strapparla da terra; ma siccome non riuscivano perché le forze le avevano completamente abbandonate, cadevano sull'erba con le mani tese, e lì perirono... non si accostava neppure un avvoltoio, perché non offrivano nulla di cui essi potevano cibarsi. Infatti tutta la carne... era stata ormai consumata dal digiuno. Così stavano le cose in conseguenza della carestia. 
 Le campagne abbandonate, videro il progredire dei boschi che ben presto avrebbero circondato gli sparuti centri urbani; la Chiesa, con Papa Pelagio, riuscì a trovare sostentamento grazie ai fondi dovuti alla confisca dei territori della Chiesa Ariana. Solo la Sicilia e Ravenna continuarono a prosperare nonostante i 25 anni di guerre continue. La fortissima pressione fiscale bizantina, dovuta al fatto che era strutturata sui sistemi ereditati dal vecchio Impero Romano, favorì i flussi migratori verso i territori Longobardi, aggravando ulteriormente la situazione demografica italiana. Nel 568 dopo Cristo furono i Longobardi stessi a dare il colpo di grazia ad una situazione martoriata, conquistando la penisola e sottraendo molti territori ai bizantini, come è possibile vedere nella mappa sottostante.

Territori conquistati dai Longobardi

Dopo questo evento, l'Italia non sarà mai più quella di prima; la quasi totalità di costruzioni di epoca romana resterà in rovina e l'impianto urbanistico di ciò che resta delle città tenderà a cambiare radicalmente. Ci vorranno diversi secoli prima che la penisola italiana ritrovi una sua stabilità, e torni ad essere un elemento di primo piano nello scenario politico europeo.

27 settembre, 2017

Great Battle of Historie Medievali: La Battaglia della Guazzera

La battaglia della Guazzera fu combattuta nel 1276 tra i Torriani (famiglia della nobiltà lombarda) e Visconti (antichissima famiglia nobiliare dell'Italia settentrionale). Il nome deriva dal torrente che attualmente segna il confine tra il comune di Ranco e quello di Ispra. Questa battaglia rientra tra le tante combattute da queste due fazioni durante la guerra civile che sconvolse il milanese, dopo l'elezione alla cattedra arcivescovile di Ottone Visconti.

Ispra oggi, molto probabilmente il paesaggio era simile al tempo della battaglia
La battaglia  va inserita in un contesto di più tentativi delle truppe dei banditi Visconti per aumentare la pressione sul confine occidentale del territorio milanese. I Visconti avevano raccolto a loro supporto alleati nel piemontese, da Ivrea, Vercelli, Biella, Novara; con queste forze puntavano a raggiungere Milano, varcando il Ticino. Lungo il cammino conquistarono la roccaforte di Angera, in modo tale da mostrare subito le intenzioni verso il nemico, che per di più serviva come luogo d'appoggio per organizzare al meglio le truppe. Con la presa della roccaforte i Torriani inviarono subito un contingente di cavalleria tedesca corazzata e ben addestrata, per assediare la rocca; il loro numero si aggirava intorno ai 500 cavalieri. L'assedio lo guidava Cassone Della Torre, figlio di Napo, Capo del Governo di Milano.
Dalla sponda piemontese del Lago Maggiore verso nord, nella zona del Seprio, sotto il controllo dei Visconti, sbarcò il generale Goffredo da Langosco che mosse immediatamente per sorprendere Cassone Della Torre e liberare Angera dall'assedio. L'accampamento torriano si trovava nella piana del Guazza.

Pianta del Lago Maggiore oggi, si possono vedere le città di Angera, Ispra, Ranco dove furono luoghi di passaggio per le truppe dei Visconti e dei Torriani
L'attacco a sorpresa funzionò: i lancieri dell'alleanza ribelle riuscirono ad attaccare la cavalleria tedesca, prima che si riorganizzasse per una carica devastante. Cassone Della Torre vide le sue truppe arrancare sotto l'attacco visconteo. Nel trambusto si accorse che il nemico era scoperto, cosa che il generale Goffredo aveva trascurato. Il suo contingente si stava assottigliando, perdendo compattezza man mano che inseguiva la cavalleria teutonica, pertanto non c'era nessuna copertura che proteggesse le spalle e i fianchi. Per Cassone si trattava solo di resistere fino all'arrivo dei rinforzi milanesi da sud portati dal padre Napo. Questa mossa Goffredo di Langosco non l'aveva prevista. Infatti, per un errore di valutazione così importante da parte di un veterano come il Conte di Langosco, le truppe dei Visconti finirono per essere accerchiate dal nemico e imprigionate nella palude della piana del Guazza, e furono alla fine massacrate brutalmente.
Tebaldo Visconti, nipote dell' arcivescovo Ottone, venne catturato insieme ad altri 34 nobili ufficiali. I superstiti fuggirono, lasciando Angera e Arona in mano ai Torriani. I prigionieri furono condotti a Gallarate per essere processati, con l'accusa di tradimento. Vennero riconosciuti colpevoli e messi a morte, le loro teste furono esposte sulle mura della città, mentre riguardo sorte del Conte Goffredo, si pensa che fu giustiziato con i prigionieri oppure ucciso sul campo di battaglia da Napo Della Torre in persona.

24 settembre, 2017

Giovanna II di Napoli, mangiatrice di uomini

Il 2 febbraio del 1435, moriva a Napoli Giovanna d’Angiò. Appartenente al ramo dei d’Angiò-Durazzo, la bella e intrigante nobildonna divenne regina di Napoli alla morte del fratello Ladislao, nel 1414, con il nome di Giovanna II. Seppe barcamenarsi tra Luigi III d’Angiò e Alfonso V d’Aragona, che alla fine prevalse nella sua successione al trono di Partenope.
Giovanna era nata a Zara, sulla costa dalmata del mar Adriatico, il 25 giugno del 1373. Innumerevoli furono i suoi amanti e, per la tradizione popolare, si trasformò in una sorta di mantide che si sbarazzava degli spasimanti (spesso scelti fra i giovani popolani di bell’aspetto), dopo folli notti d’amore, facendoli sparire attraverso mortali trabocchetti.

Giovanna II di Napoli
Per secoli si è narrato, infatti, che la lussuriosa regina disponesse, all'interno di Castel Nuovo (il Maschio Angioino), di una botola segreta. Gli amanti, una volta soddisfatte le sue voglie, venivano scaraventati in questo pozzo, dove venivano divorati da un famelico coccodrillo che, stando alle voci popolari, la bella sovrana si era portata dietro dall'Africa fin dentro i sotterranei del maniero.
Storia quasi surreale, che si affianca a quella secondo cui la regina fosse stata artefice della distruzione del borgo pugliese di Satriano, soltanto perché gli abitanti di questo piccolo centro di origine longobarda avevano osato rapire una sua dama di corte. In realtà c'è un’altra versione della vicenda, in cui si narra che la distruzione del villaggio fosse stata decisa per il rifiuto di un giovane baronetto del posto a corrispondere le grazie amorose di Giovanna.

Giovanna II con il secondo marito Giacomo II di Borbone
Forse proprio perché funeste e inquietanti, questa ed altre leggende non hanno fatto altro che accrescere la popolarità e la curiosità anche verso Giovanna I (Napoli, ca. 1327 – Muro Lucano, 12 maggio 1382), tant'è vero che, spesso, le vicende legate alle due regine vengono associate e confuse. La certezza è che entrambe furono chiamate a governare un regno al centro di diverse contese in un periodo storico fra i più difficili e tormentati della storia di Napoli.
La tomba di Giovanna II d'Angiò-Durazzo è situata all'interno della monumentale basilica della Santissima Annunziata Maggiore di Napoli, che fa parte di un più vasto complesso, costituito in origine, oltre che dalla chiesa, anche da un convento, da un ospedale, da un ospizio per i trovatelli (i cosiddetti "esposti") e da un "ricovero" per le ragazze povere oppure prive di famiglia.

22 settembre, 2017

Il momento più buio

Si vive spesso il preconcetto del Medioevo come periodo buio. Nei nostri articoli, abbiamo spesso cercato di dimostrare che quest'era è stata pregna di avvenimenti, di scoperte, dinamica. Ma allora qual è stato uno dei momenti più bui di questa lunga era? Certamente, nel momento in cui l'Impero Romano viene meno come grande forza regolatrice, c'è un periodo di instabilità che porta ad una depressione economica e culturale e, di conseguenza, ad un cambio radicale del mondo così com'era conosciuto fino a quel momento.
Uno degli eventi che ha portato l'Europa a vivere un momento buio della sua storia, è indubbiamente la guerra greco-gotica.

Vitige assedia Castel Sant'Angelo a Roma

Gli Ostrogoti avevano in mano l'Italia, i Vandali l'Africa. A Giustiniano, imperatore dell'Impero Romano d'Oriente, non andava per niente bene il fatto che i territori dell'Impero d'Occidente fossero ormai in mano ai barbari; ragion per cui cominciò un ambizioso piano di riconquista. Strappata l'Africa settentrionale dai Vandali dunque, Giustiniano si accinge a riprendere i territori dell'ex capitale dell'antico Impero.

Le campagne avvenute durante la guerra Gotica. All'inizio della guerra, l'Italia è totalmente occupata dagli Ostrogoti

Ma vediamo come andarono le cose.
Anno 535 dopo Cristo: il generale bizantino Belisario, dall'Africa, dove ha combattuto i Vandali, sbarca in Sicilia e comincia ad avanzare  nell'isola, nel tentativo di riconquistarla. Belisario è a capo di 7200 cavalieri e 3000 fanti. Nel frattempo, il generale bizantino Mundo, sempre per conto di Giustiniano, si occupa di riconquistare le coste della Dalmazia. In un anno la Sicilia viene riconquistata, e Teodato, re degli Ostrogoti, decide di cederla ai bizantini. Il re sarebbe stato disposto a cedere l'intera penisola in cambio di una congrua pensione da parte dei Bizantini, ma la morte del generale Mundo in Dalmazia, gli fa pensare ad una possibilità di vittoria; di conseguenza rivede i suoi piani.

Bassorilievo, conservato a Siracusa, rappresentante il generale Belisario, protagonista delle guerre Gotiche.

Nel 536 dopo Cristo, Belisario attraversa lo stretto di Messina e si dirige verso Napoli, che raggiunge senza incontrare alcuna resistenza. L'assedio di Napoli fu lungo ed estenuante, in quanto le mura erano possenti e ben difese; ma alla fine i Bizantini riuscirono ad entrare in città attraverso l'acquedotto, compiendo una strage fermata tardi poi, dal generale stesso, tanto è vero che la città, in seguito, dovette essere ripopolata da africani, siciliani ed altri abitanti dell'Italia meridionale. Il re Teodato non fece assolutamente nulla, e per tale ragione gli Ostrogoti lo detronizzarono e lo uccisero, eleggendo al suo posto Vitige. Belisario non trovò problemi nel conquistare Roma, dove venne accolto come un liberatore. Fece portare a Giustiniano le chiavi della città, segno che ormai l'ex capitale era di nuovo parte dell'Impero, ma sapeva che avrebbe avuto a che fare con Vitige. E presto i Goti cominciarono l'assedio di Roma: fame e carestia opprimettero la città; fino a quando Belisario non mandò un suo generale alla conquista di Rimini, rimasta sguarnita dall'esercito avversario. Essendo molto, troppo vicina alla capitale Ravenna, Vitige tolse l'assedio e tornò indietro.

Basilica di San Vitale: ritratto dell'imperatore Giustiniano

Nel 538 fu il turno dell'Italia settentrionale, dove si arrivò fino alla conquista di Milano, che però finirà sotto assedio da parte dei Goti. Inoltre, un nuovo generale fa il suo ingresso in campo: Narsete, mentre i Burgundi vengono in aiuto di Vitige, mandati dal re dei Franchi Teodeberto I. Narsete entra in contrasto con Belisario, e l'esercito finisce con lo spaccarsi, rendendo difficoltosa la riconquista dell'Italia. Infatti, l'esercito diviso si concentra sull'Emilia, in modo da avvicinarsi a Ravenna; mentre Milano finisce per essere riconquistata dai Goti e messa a ferro e fuoco, finendo devastata.
Vedendo la situazione caotica, i franchi ne approfittano per tentare di conquistare l'Italia: rapiscono e uccidono le donne ed i bambini goti presso Pavia, distruggono Genova e mettono in rotta il loro esercito, ma vengono fermati da un'epidemia di dissenteria che li costringe a tornare al di la delle Alpi. I goti si arrendono a Belisario, gli consegnano Vitige, che viene mandato da Giustiniano a Costantinopoli, ma Belisario stesso non accetta di divenire il loro nuovo re. Anche Belisario torna a Costantinopoli, ormai convinto che l'Italia sia stata totalmente riconquistata, ma nel caos politico che regna fra i Goti, sale come sovrano Totila.

Ritratto rinascimentale di Totila, nuovo sovrano degli Ostrogoti

Con una serie di riforme agrarie, si accattivò i favori dei latifondisti patrizi, favorevoli all'Impero Bizantino; così cominciò la sua lenta riconquista, arrivando a conquistare quasi tutta l'Italia peninsulare. Belisario, nel 544 dopo Cristo, tornò da Costantinopoli e tentò di fermarlo, ma era senza uomini o soldi, e così si arrivò ad uno stallo nel corso di una guerra che ormai riguardava l'intera penisola italiana. Totila mise sotto assedio Roma; il generale bizantino posto a sua difesa spremette il popolo vendendo le razioni di cibo a prezzi elevatissimi, e questo comportò lo spopolamento quasi totale della città. La città venne presa dai Goti, ma non venne tenuta a lungo; ragion per cui, approfittando dell'assenza di Belisario dall'Italia, nel 550 tentò un nuovo assedio.

Porta San Paolo a Roma

I Goti entrarono in città, aiutati da alcuni traditori dei Bizantini; la misero a ferro e fuoco, uccidendo quasi tutti gli abitanti rimasti. Molti soldati si rifugiarono nel mausoleo di Adriano, l'attuale castel Sant'Angelo, e alla fine i Bizantini accettarono di entrare nel suo esercito. Statue e monumenti della città erano andati distrutti; la popolazione, da 100 mila abitanti, passò a circa 30 mila. Totila, vistosi rifiutare una proposta di pace da Giustiniano, assediò Civitavecchia , Taranto e Rimini. Nel 549, Giustiniano lanciò una nuova campagna per l'ennesima riconquista dell'ormai martoriata penisola, ma questo sarà argomento del prossimo articolo, in cui tratteremo dell'ultima campagna italiana dei Bizantini, dell'arrivo dei longobardi e delle conseguenze devastanti di questa guerra. Per quest'ultimo punto, basti sapere che la popolazione italiana era ormai decimata, le sue città più importanti rase al suolo ed i sopravvissuti ridotti alla fame e alla miseria più nera.

Questa guerra pone la parola fine all'immagine dell'Italia classica e getta le basi per la nascita del mondo medievale, che sarà l'immagine caratterizzante del Bel Paese per quasi un millennio.

16 settembre, 2017

Il castello del Buonconsiglio

In un post precedente abbiamo visto come l'Alto Adige, per via della sua posizione strategica, fosse disseminato di castelli. In Trentino invece, quando il Sacro Romano Impero affidò questo territorio ai vescovi di Trento, fra le tante rocche che costellano la regione, fu eretta un'imponente fortezza ai margini orientali della città capoluogo, su di un dosso che venne denominato Malconsey.

Castello del Buonconsiglio: a sinistra emerge l'imponente mole del Castello Vecchio; al centro e a destra si estende il Magno Palazzo, ampliamento rinascimentale della struttura.

Ad est di Trento, nel XIII secolo, venne dunque edificato, sull'altura di Malconsey, a ridosso delle mura, un castello imponente, compatto, dall'alta torre cilindrica che dominava l'intera città. Dato il toponimo negativo, già nell'anno 1300 si decise di cambiare tale nome in "Bonconsilii", dall'accezione certamente più positiva. Lo stile architettonico adottato è quello romanico: il castello è infatti compatto, tozzo, dalle finestre piccole e poste in alto. Il torrione circolare si ergeva imponente su questa prima struttura. Già fra il XIV ed il XV secolo, il castello viene modificato da due principi vescovi: il primo, Giorgio di Liechtenstein, collegò il castello con la vicina Torre Aquila (nella foto in alto si trova sull'estrema destra), creando un corridoio e ornando la torre con degli affreschi famosi.

Torre Aquila, con cui è stato collegato il castello

Il ciclo di affreschi che fece aggiungere, si chiama "ciclo dei mesi", ed è uno degli esempi di affresco gotico più famosi. Gli affreschi sono uno spaccato della vita trentina nel succedersi delle stagioni, e di seguito vi riportiamo alcuni esempi di mesi mostrati. Purtroppo manca il mese di Marzo, perduto in un incendio.

Ciclo dei mesi: Gennaio, notare il clima rigido ed i vestiti pesanti, oltre la scena ludica delle persone che si tirano palle di neve

Ciclo dei mesi: maggio, il fiorire della primavera, con la fioritura della natura

Ciclo dei mesi: agosto, con la raccolta dei frutti della natura al culmine dell'estate
Ciclo dei mesi: novembre, con una scena di transumanza in primo piano

Il principe Vescovo Giovanni IV Hiderbach invece, dotò il castello di una merlatura ghibellina e di una loggia gotica in stile veneziano, conferendo così al castello l'aspetto attuale.

Aspetto attuale del castello vecchio: è visibile la merlatura ghibellina e la loggia in stile gotico veneziano

Nel 1500, il castello venne ampliato con l'aggiunta di una nuova struttura, il Magno Palazzo, che sarà destinato a dimora dei futuri principi vescovi. Finemente affrescato e di imponenti dimensioni, copre quasi tutta la distanza fra il Castello Vecchio e la torre Aquila, consentendo così al Buonconsiglio di divenire il castello più grande ed imponente dell'arco alpino.
Il castello sarà sede dei vescovi fino al 1796, quando le truppe napoleoniche li cacceranno, annetteranno il Trentino al Tirolo e lo renderanno una caserma ed una sede di rappresentanza. Nel 1916, durante la prima guerra mondiale, fu adibito a tribunale; attualmente è un museo, che valorizza questa importante costruzione del territorio trentino.

Primo piano del Magno palazzo.

Giardini interni

14 settembre, 2017

I Normanni di Normandia

La data ufficiale della fondazione del ducato di Normandia è il 911 d.C.. In quell'anno, per porre fine ai continui assalti vichinghi sulle coste della Francia settentrionale, Carlo il Semplice, re dei Franchi occidentali, stipulò con Rollone (capo militare di un noto gruppo di vichinghi) un patto noto come il trattato di St. Clair sur Epte. Con questo accordo, Carlo il Semplice donava a Rollone un territorio che comprendeva l'attuale zona di Caux e le contee di Rouen, Evreux e Lisieux, zone anarchiche dove non vigeva un inquadramento politico. In cambio Rollone prometteva solennemente di battezzarsi, con tutto il suo seguito, al Cristianesimo. Grazie alla testimonianza di uno storiografo normanno, Dudon de Saint Quentin, sappiamo che Rollone, diventato duca di Normandia in seguito a questa cessione territoriale, mantenne il ducato in piena autonomia rispetto alla monarchia franca, senza sussistenza di rapporto di vassallaggio.

Rollone
I primi gruppi di normanni che si insediarono in Normandia erano prettamente Danesi, mentre il loro capo Rollone era di origine norvegese. Il punto di insediamento inizialmente fu lungo la costa, nella parte inferiore della valle della Senna; dopo circa mezzo secolo, riuscirono ad estendere il proprio controllo su tutto il territorio, attraverso un efficace rete di relazioni di vassallaggio rigide, migliorando quelle precedenti carolinge. La potenza della Normandia, al tempo di Rollone, fu ottenuta grazie ai duchi che la governavano in modo ottimale: infatti riuscirono ad intensificare la fitta rete di relazioni vassallatiche, in grado di procurare loro un'ampia e fedelissima clientela aristocratica; inoltre, i duchi seppero stabilire un forte controllo sulla Chiesa: il duca nominava e investiva i vescovi, che erano anche suoi vassalli.

La Normandia nel X e XI secolo
I duchi fondarono abbazie, con gli abati che erano anch'essi sotto il controllo del potere centrale. La chiesa però non fu solo uno strumento di governo nelle mani del duca. Il cristianesimo, per la società normanna, rappresentò un elemento fondamentale per la coesione nazionale; pertanto in tutto il ducato si ergevano numerose chiese, ma furono anche ristrutturate quelle già presenti: basta ricordare l'abbazia di Mont St. Michel, che divenne un luogo di culto per i Normanni.
L'abilità che caratterizzò questo popolo, fu la guerra: fin dagli albori, avevano sempre amato l'arte bellica, che fu uno dei maggiori punti di forza per la loro espansione. A tal proposito, si annovera una composizione scritta risalente al XII secolo di Bertrand de Born, un trovatore provenzale menzionato anche da Dante come "cantore delle armi", per capire chi erano i Normanni: "Io amo il vivace periodo pasquale, che da alla luce foglie e fiori...Mi piace però anche vedere, tra i prati, le tende e i padiglioni sparsi e mi dà gioia vedere, allineati sul campo, i cavalieri e i cavalli nello schieramento di battaglia... Non trovo alcun piacere nel cibo o nel vino o nel sonno, come sentire il grido di 'Orsù, orsù!' da entrambi gli schieramenti, il nitrire dei cavalli che hanno perso i loro cavalieri e le grida di 'Aiuto, aiuto!' nel vedere uomini grandi e piccoli scendere sull'erba oltre i fossati e nel guardare finalmente i morti, con i monconi delle lance ancora conficcati nei loro fianchi...".

Normanni che assaltano una palizzata Sassone, Arazzo di Bayeux
I Normanni svilupparono la cavalleria europea con diverse innovazioni: l'equipaggiamento dei cavalieri venne perfezionato con una cotta d'arme lunga, che si estendeva fin sotto al ginocchio, e con un lungo scudo a mandorla, chiamato in seguito scudo normanno. Introdussero gli speroni, che erano stati un po' dimenticati nei secoli precedenti.
Tutto ciò portò ad una forte crescita economica e demografica, testimoniato dallo sviluppo di molti centri abitati, di fiere e di mercati in tutta la Normandia. 

12 settembre, 2017

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:

BOCCONCINI DI VITELLA ALLA BIRRA

Ingredienti:

Vitello
farina
trito di varie spezie (alloro, noce moscata, chiodi di garofano, salvia, rosmarino, timo)
birra cruda (non pastorizzata)
sedano
scalogno
carota.

Procedimento
Tagliare la vitella grossolanamente e passarla nel trito di spezie (precedentemente preparato) e poi nella farina. In un tegame in coccio mettere olio extravergine di oliva e far rosolare i bocconi di carne. Togliere i bocconi e adagiarli su un piatto, nello stesso tegame far rosolare sedano , carota e scalogno tagliati grossolanamente.
Quando saranno a giusta cottura aggiungere i bocconi di carne, salare e pepare , aggiungere la birra e fatelo cuocere , per circa un'ora, facendo attenzione che non si asciughi troppo, una volta cotto lasciarlo riposare per un 10 minuti e servire.


POLENTA DI GRANO SARACENO SPEZIATA

Ingredienti:

1,5 litri di acqua
260 gr di farina di grano saraceno
n.8 bacche di ginepro
n.1 anice stellato
n.40 grani di coriandolo
n.5 chiodi di garofano
sale q.b.

Procedimento
Mettere l’acqua fredda in un paiolo, immergere le spezie, debitamente messe in un sacchetto, e metterle sul fuoco fino ad ebollizione.
Aggiungere sale e togliere il sacchetto delle spezie; versare a pioggia la farina mescolando in continuazione, cuocere per 50 minuti.
II risultato sarà un composto morbido.
A cottura ultimata versare su un tagliere e servire.

10 settembre, 2017

I castelli altoatesini

Le Alpi: una catena insormontabile di imponenti montagne, che da sempre ha separato la penisola Italiana dal resto del continente europeo. Chi le ha viste dal vivo, di certo si sarà reso conto dell'importanza geografica di questa imponente muraglia. I romani, ad esempio, avevano questa difesa naturale contro i popoli barbari; lo stesso Annibale, quando le attraversò con il suo esercito, fece un'impresa che è rimasta nella storia ed è divenuta leggenda. Questo ci fa capire quanto questa immensa muraglia naturale sia impenetrabile e difficile da oltrepassare. Ma se io avessi un varco, un punto in cui poter oltrepassare agevolmente la barriera che mi separa le assolate terre italiche dal profondo nord continentale, non farei di tutto per accaparrarmelo e metterci le mie vedette, i miei castelli, le mie guardie? Questo varco esiste, e nel medioevo, per via della rilevanza strategica del posto, è stato letteralmente costellato di Castelli. Questo varco è il Brennero, ed oggi passeremo in rassegna i numerosi forti che spuntano come funghi per questa profonda vallata.

Castel Tasso, nei pressi di Vipiteno (Bolzano)

L'alto Adige, che ha il pregio di avere il passo più facilmente accessibile delle Alpi, fu presto colonizzato dai romani che ci lasciarono la loro impronta; poi gli Ostrogoti, seguiti dai Longobardi, i Franchi ed i Bavari a più riprese, si contesero la regione, fino a quando non cadde sotto il controllo del Sacro Romano Impero, che affidò questo punto strategico ai vescovi di Trento e Bressanone, che tennero il territorio fino al 1803.
Come abbiamo detto, essendo questo un varco quasi obbligato per passare dai territori germanici a quelli della penisola italiana, fu letteralmente costellato di castelli. Passiamone in rassegna qualcuno, con la speranza di dare un suggerimento utile per una piacevole passeggiata nella storia.

Degli ottocento e più castelli che si trovano in Alto Adige, vi mostriamo:

Castello di Salorno, al confine con la provincia di Trento.

Castello di Salorno

La bellezza di questo castello è che è letteralmente il continuo di uno sperone di roccia, di conseguenza è ben integrato nel circostante panorama; si trova al confine fra la provincia di Trento e quella di Bolzano. Si hanno notizie del castello fin dal 1150; passato prima nelle mani di Mainardo di Tirolo-Gorizia e poi agli Asburgo nel XV Sec..
Si raggiunge attraverso un suggestivo sentiero, detto Sentiero delle Visioni, in venti minuti dall'abitato di Salorno. Visitabile fra aprile ed ottobre nei week end, oltre che nelle festività. Il castello è imponente, con il mastio merlato e le sottostanti torri cilindriche.

Visione dal basso del castello

Castel Chiaro, a sud di Bolzano.

La collina di Castel Chiaro avvolta dalle nubi
E' un rudere di castello che sorge in piena val d'Adige, la cui costruzione è cominciata prima del 1200. Il monte su cui sorge, detto Monte di Mezzo, in quanto in mezzo a due vallate, è piena di resti di fortificazioni di epoca romana, a testimonianza dell'importanza strategica di questo isolato rilievo montuoso.

Mura interne del castello

Al castello è legata la leggenda della nascita del vicino lago di Caldaro; notevole la presenza di un muro di cinta rotondo intorno alla struttura, e la presenza dei resti di alcuni edifici abitabili al suo interno.

Castel d'Appiano, ad ovest di Bolzano.

Castel d'Appiano

Sorge su di una collina che domina placidi e gradevoli vigneti: è presente ancora la merlatura, il mastio è ben conservato, e le fortificazioni alla base sono ancora visibili. Essendo alla confluenza delle vallate dell'Adige e dell'Isarco, è una delle costruzioni difensive più importante del Sud Tirolo. Sede dei conti d'Appiano, ha la caratteristica del mastio pentagonale, presenta una cappella con affreschi, in stile romanico, e l'entrata è piuttosto agevole grazie all'ausilio di un sentiero ben tenuto.

Castel Tasso, a sud di Vipiteno

Castel Tasso

Coperto da tetti, caratteristica tipica dei castelli del nord Italia, sorge sopra una ripida collina difficilmente conquistabile. Esiste da XII Secolo, ed è considerato uno dei castelli più importanti dell'Alto Adige, in quanto mai conquistato e mai devastato. E' presente una piccola cappella, in cui sono state rinvenute otto bare in legno, oggi conservate nel museo archeologico dell'Alto Adige a Bolzano.
All'interno di castel Tasso si possono visitare ben 10 locali in perfetto stato di conservazione, tra le quali ricordiamo: una grande cucina duecentesca con un camino aperto, la vecchia torre d'abitazione, una prigione oscura profonda 5 metri e la "Sala verde", con decorazioni dal caratteristico colore omonimo. Da Pasqua ai primi di novembre si effettuano visite guidate.

Sala verde di Castel Tasso

06 settembre, 2017

La Metallurgia nel Medioevo

Durante il medioevo, sapienti fabbri lavoravano il ferro per costruire meravigliose spade e armi bianche da utilizzare in guerra; ma come venivano forgiate queste armi?
Nel basso medioevo e anche durante l'alto medioevo, la qualità di acciaio utilizzato per fabbricare armi ed armature era di tipo "al carbonio", cioè una lega di ferro e carbonio, dove la quantità di quest'ultimo elemento era inferiore al 2.1%; infatti, oltre questo valore, le proprietà del materiale cambiano e si parla di ghisa. Gli acciai al carbonio si dividono in acciai dolci, con <1% di carbonio e acciai duri con tenore di carbonio >1%; in base alla differenza meccanica, i due acciai si dividono in: acciai dolci molto duttili e malleabili, la cui lavorazione è molto più facile ed hanno un ottima resistenza meccanica a trazione e compressione, essendo molto più resilienti; gli acciai duri invece, non sono molto resilienti e quindi possono spezzarsi facilmente, ma nel compenso sono molto più duri superficialmente e si temprano molto bene, cosa che li rende difficili da lavorare.

Iconografia medievale di un fabbro a lavoro e degli acquirenti
Quindi un acciaio duro era poco adatto a forgiare armi bianche, motivo per il quale si sceglieva un acciaio dolce, ma con un tenore di carbonio non alto. Al tempo, non si era in grado di determinare quanto tenore di carbonio fosse sufficiente da utilizzare durante la lavorazione; la lega la si otteneva da antenati di altoforni, in cui i mantici erano azionati da mulini o addirittura a mano, pertanto il ferro fuso veniva fatto colare in modo che entrasse a contatto con il carbonio e ne sciogliesse una parte, integrandola nella struttura una volta raffreddato. Da ciò si ricavava un acciaio o la ghisa.
La lega ottenuta veniva arroventata insieme a barre di ferro dolce in modo da avvolgerle tra di loro creando un treccia; con questo mix la treccia veniva ribattuta in modo da far saldare assieme i due materiali (tecnica chiamata bollitura), dando la forma desiderata. La battitura richiedeva ore di lavoro pesante, si ribatteva e lo si riscaldava fino a far saldare i materiali insieme dandogli la forma, ed eliminandone le impurità. Con questa procedura il materiale acquisiva robustezza e flessibilità. 

Fabbri a lavoro, da un manoscritto medievale
Le caratteristiche della flessibilità e della robustezza, erano conferite proprio dalla non perfetta omogeneità della lega. Difatti, il mix ottenuto dai due materiali con l'aggiunta di ferro dolce e dalla frequente battitura, rendevano questo materiale adatto alla forgiatura di armi bianche. I costi delle armi erano elevati, proprio perché la lavorazione era lunga e tutta fatta a mano; i materiali utilizzati non erano facilmente reperibili ed avevano un costo. Infatti, coloro che avevano la fortuna di possedere una spada, erano quasi sicuramente di alto lignaggio. Soltanto col tempo, il fabbro iniziò a produrre spade anche di media o bassa qualità.
Successivamente, la crescita dei commerci con l'oriente, la massiccia ricerca di cave per ogni tipo di industria e le guerre che caratterizzarono questo periodo, resero le armi di differente qualità artigianale dei veri e propri capolavori rifiniti nei minimi particolari.

Spada di Carlo Magno, Museo del Louvre

04 settembre, 2017

I missi dominici

Nell'impero carolingio e nel Sacro Romano Impero i missi dominici erano dei funzionari che venivano inviati dall'imperatore, come suoi rappresentanti, nelle diverse regioni dell'impero. Erano generalmente scelti in coppia, un ecclesiastico (vescovo o abate) e un laico (conte o duca), selezionati, generalmente, tra i componenti della corte imperiale, ai quali veniva affidato il compito di visitare una determinata circoscrizione dell'impero.
In ogni luogo che toccavano, i missi dovevano organizzare un'assemblea di tutti gli uomini liberi, nel corso della quale si giurava solennemente fedeltà all'imperatore, venivano pubblicati i capitolari e si raccoglievano le lamentele sull'operato dei funzionari imperiali.

Carlo Magno affida gli incarichi ai missi dominici inviandoli nelle diverse regioni dell'Impero
I missi, inoltre, si occupavano di una serie di importanti attività, quali:
  • presiedere i processi per i reati più gravi;
  • nominare gli scabini;
  • svolgere indagini sulla riscossione delle imposte, sulla circolazione di moneta falsa, sulla manutenzione delle strade, sulla conservazione delle proprietà imperiali e sulla gestione delle chiese;
  • vigilare sull'azione dei funzionari imperiali (tra i quali erano ancora compresi i conti e i duchi), con la possibilità di poterli rimuovere dai loro incarichi;
  • controllare il clero e l'osservanza dei precetti religiosi (anche da parte dei laici);
  • raccogliere le implorazioni delle vedove e degli orfani;
  • assegnare ordini a privati, funzionari pubblici e a membri della chiesa (vescovi inclusi), i quali, in caso di inadempienza, comportavano l'applicazione di sanzioni pecuniarie, in virtù del banno regio.
L'imperatore e i missi dominici in una miniatura medievale
Occasionalmente utilizzati dai suoi predecessori, ma ufficialmente istituiti da Carlo Magno con un capitolare dell'802, i missi avevano il compito di garantire un efficace controllo dell'autorità centrale su tutto il territorio imperiale. Tuttavia, con la decadenza dell'impero, la loro azione finì col rivelarsi sempre meno efficace, soprattutto perché, a partire dal regno di Ludovico il Pio, finirono per essere selezionati all'interno della stessa circoscrizione in cui avrebbero dovuto espletare le loro funzioni, rendendoli, in questo modo, molto più vicini agli interessi della nobiltà locale che a quelli dell'autorità centrale. Possiamo così parlare di uno dei primi casi documentati, di conflitto d'interessi, nella storia.
I missi dominici scomparvero definitivamente di scena verso la fine del IX secolo in Francia e Germania, mentre, in Italia, furono accantonati nel secolo successivo.

02 settembre, 2017

Il mondo rupestre della Cappadocia

L'Anatolia, antico nome della Turchia, ospita, nella sua area centrale, una regione chiamata Cappadocia. La Cappadocia sembra un mondo alieno rispetto al nostro, formato da spettacolari formazioni geologiche, dei pinnacoli rocciosi alti fino a quaranta metri, chiamati camini delle fate. In questo luogo, al confine fra la realtà ed un romanzo fantastico, hanno trovato rifugio, nel medioevo, diversi gruppi di cristiani. Essi infatti, hanno approfittato dell'isolamento e della distanza dalla capitale Costantinopoli, per poter praticare il loro credo, al riparo dai Musulmani.


I camini delle fate

Come si può vedere dall'immagine, l'ambiente è degno di un libro fantasy: esso nasce perché 60 milioni di anni fa si alzò una catena montuosa ricca di burroni, la catena del Tauro; questi burroni, circa 10 milioni di anni fa, furono riempiti da lave e ceneri vulcaniche, trasformando i monti in un gigantesco altopiano; l'erosione poi, portò a scolpire e modellare queste imponenti colonne di pietra che, infine, generarono questo paesaggio surreale.

Fin dall'antichità, la Cappadocia fu abitata, basti pensare che le prime incisioni rupestri risalgono a sei millenni prima della nascita di Cristo; le varie civiltà, assiri, ittiti, persiani, greci e romani, lasciarono tracce del loro passaggio. Poi venne il periodo bizantino, durante il quale furono costruiti una serie di monasteri, soprattutto sotto l'incoraggiamento dell'Impero Romano d'Oriente. Nella città di Goreme, ad esempio, ne sorgono di diversi.

Panorama della città medievale di Goreme

Il più scenografico dei monasteri è la chiesa oscura, finemente affrescata. Le decorazioni sono rimaste intatte, in quanto tutte queste chiese sono state costruite in roccia, lontano dalla luce solare; di conseguenza, i pigmenti si sono conservati in modo perfetto.

Il sontuoso interno della chiesa oscura

Ovviamente, le decorazioni avevano l'intento di istruire il fedele analfabeta sulle vite e le vicende dei protagonisti della Bibbia, assurgendo ad un ruolo prettamente istruttivo. Durante l'iconoclastia, molti affreschi di queste chiese scavate nella roccia furono cancellati.
Molte cittadine erano letteralmente costruite sotto terra, come quella di Derinkuyu.

Derinkuuyu, città costruita totalmente sottoterra

Fu quindi con il verificarsi delle Crociate che queste zone vennero conosciute anche dai cristiani d'occidente. Essi poterono così allargare i loro orizzonti, apprezzando ciò che di buono poteva offrire una cultura differente, dal punto di vista architettonico e ingegneristico.
Nel 1453, la penisola anatolica passa dalle mani Bizantine a quelle Selgiuchide: già nei tre secoli precedenti erano riusciti a penetrare in Cappadocia, a seguito delle alterne vicende che videro confrontarsi il mondo Cristiano con quello Islamico; dalla Cappadocia, i Selgiuchidi si espansero fino a prendere l'intero territorio bizantino, ma lasciarono comunque intatte molte chiese rupestri della regione.

Castello di Nevesehir

Ai giorni nostri, la Cappadocia è meta turistica rinomata, ricca di testimonianze legate al primo cristianesimo ed al cristianesimo medievale, oltre alle testimonianze archeologiche appartenenti ad epoche più antiche.