27 febbraio, 2019

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che oggi vi proponiamo, sono le seguenti:


OMELETTE DI ARANCE

Ingredienti:
6 uova;
2 arance; 
1 limone; 
2 cucchiai di zucchero; 
2 cucchiai d'olio d'oliva; 
sale.

Preparazione:
Procedere come per una semplice omelette, sbattendo le uova e aggiungendovi lo zucchero, un pizzico di sale, il succo delle arance e del limone spremuti. Cuocere in una padella in olio d'oliva. Servire tiepida.
Poiché nel Medioevo le arance erano amare, si consiglia di mischiare arance e limoni. L'acidità del limone e lo zucchero delle arance impediscono alle uova di rapprendersi, per cui si ottiene una crema.


ZUCCHE FRITTE

Ingredienti (per 6 persone):
Una zucca da 1 kg.;
farina; 
1 cucchiaio di semi di finocchio pestati; 
1 fetta di pane casereccio; 
2 spicchi d’aglio; 
1 bustina di zafferano; 
1 bicchiere di agresto (oppure metà di aceto balsamico e metà di aceto di vino); 
olio extravergine d'oliva; 
pepe e sale.

Preparazione:
Sbucciare la zucca, togliere i semi, tagliarla a fette spesse due millimetri, che farete scottare per due minuti in acqua salata bollente. Scolare le fette e metterle ad asciugare su un panno; passarle quindi nella farina pigiando in modo che aderisca bene alle fette.
Tritare l'aglio e il pane, aggiungendo i semi di finocchio e lo zafferano in polvere, miscelando il tutto con l'aceto; risulterà così una salsa piuttosto liquida. 
In una padella versare l'olio d'oliva in abbondanza e farlo scaldare fino a che, immergendo una briciola di pane, non la si vedrà soffriggere. Friggere così le fette di zucca da ambo le parti fino a quando risulteranno dorate e croccanti; scolare l’olio in eccesso e salarle. Disporre le fette in un piatto e coprirle con la salsa all'aceto; lasciarle in infusione, non in frigorifero, per due o tre ore. Prima di servirle, spolverizzatele di pepe. Questo è un piatto che risulta essere buono anche il giorno dopo.

25 febbraio, 2019

La prima arma da fuoco portatile medievale: Lo Schioppo

Non si sa ancora precisamente quando si diffuse nel Medioevo quest'arma portatile, chiamata Schioppo. Alcuni manoscritti e iconografie medievali, ci indicano pressappoco che, durante il XIV secolo, si ebbe una prima diffusione di quest'arma nel continente europeo, ma gli ultimi studi collocano molto probabilmente questa creazione prima del 1300. Unica certezza è quella che i primi uomini delle Milizie cittadine italiane, intorno alla metà del XIV secolo, ne fecero uso; utilizzo che poi, dall'Italia, si diffuse nelle Fiandre e in Inghilterra intorno al 1300.

Schioppettiere dà fuoco alla miccia del suo schioppo (XVI secolo)

Lo Schioppo è l'antenato dell'archibugio, che si svilupperà intorno alla seconda metà del XV secolo. Nel corso del Quattrocento, soprattutto durante gli assedi, i servigi degli schioppettieri (ormai artiglieri specializzati) erano usati in maniera consueta e, mentre il settore siderurgico iniziò a perfezionare sempre di più quest'arma, i materiali iniziarono a diversificarsi: dallo schioppo fatto in bronzo, si passò a quello costruito in ferro, molto più resistente, meno pesante e con la riduzione delle pareti di canna e della camera di scoppio, migliorie che ne facilitarono la sua portabilità. Con lo scoppio si pensò di creare altre armi da guerra, come il "Cannone ad Organo" e il "Lanciafiamme", che già fu sperimentato due secoli prima col "Fuoco Greco"(Historie Medievali: Il Fuoco Greco); parallelamente si sperimentava un'arma molto più efficace contro la cavalleria pesante.

Schioppo del 1380-1400 circa

Schioppo del 1380

Vediamo le caratteristiche tecniche dello Schioppo: un peso che oscillava tra i 2 kg fino ad un massimo di 15 kg; la lunghezza variava da uno fino un massimo di 2,6 m; la bocca da fuoco aveva un diametro di circa 19 cm, fino a un massimo di 60 cm; il calibro andava dai 12 ai 36 mm; le munizioni erano realizzate con piccole palle di ferro aventi un peso di circa 25 gr. ognuna con azionamento ad avancarica. Si pensa che la cadenza di tiro fosse di 1 colpo al minuto, con un tiro utile intorno ai 100 m, distanza su cui potenzialmente creava più danni, mentre la gittata massima doveva essere di circa 300 m. Lo Schioppo fu realizzato come arma a colpo singolo, ma abbiamo esempi europei conservati in alcuni musei d'Europa dove si può vedere che, alla bocca, vi sono presenti dieci canne. Questo consentiva di sparare 10 colpi in una sola tornata, probabilmente di dimensioni minori.
La parabola discendente dello schioppo, in Europa, cominciò e si concluse ai primordi del XVI secolo, quando venne soppiantato da pezzi di artiglieria portatile più precisi come il "Falconetto" e il più noto "Archibugio".

Schioppo a 10 canne montati alla bocca

22 febbraio, 2019

Proposte di Lettura: Medioevo sul naso




Chiara Frugoni, storica italiana specializzata nel Medioevo, ci racconta, col suo libro, come occhiali, bottoni, anestetici, scacchi, vetri alle finestre, numeri arabi, banche, bussole ed altre invenzioni, abbiano rivoluzionato lo stile di vita del mondo occidentale.
Medioevo sul naso è un libro splendido, che risponde a tante curiosità implicite o esplicite poste dalla nostra esperienza quotidiana fatta di oggetti, usanze, modi di dire.
Si tratta di un libro di facile lettura, accessibile a tutti e che mostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, un'era  come quella medievale abbia radicalmente cambiato il mondo. Un libro interessante per quelle che sono tutte le curiosità su ciò che è stato del periodo di cui ci occupiamo.

20 febbraio, 2019

Antonello da Messina

Antonello da Messina (1430 ca-1479) è stato un singolare artista, il cui grande merito è stato di saper precorrere i tempi, arrivando a sintetizzare il Rinascimento italiano con le altre innovative tendenze pittoriche europee, in particolare con la pittura fiamminga. Nativo di Messina, svolse il suo apprendistato presso il pittore napoletano, Colantonio. All'epoca, Napoli iniziava ad aprirsi al Rinascimento italiano grazie all'opera di numerosi scultori, tra i quali sono da annoverare DonatelloLuciano Laurana e molti altri. Nel campo pittorico le tendenze erano ancora quelle di derivazione provenzali e fiamminghe. E presso il ColantonioAntonello da Messina ricevette una formazione in cui le componenti nordiche prevalevano su quelle italiane.

Ritratto d'uomo (forse autoritratto), Londra, National Gallery
Dopo essere tornato nella sua città natale, Antonello intraprese altri viaggi nel nord Italia, in particolare a Venezia, dove la sua presenza influenzò gli inizi del Rinascimento veneziano. In questo suo girovagare, ebbe modo di conoscere la pittura di Piero della Francesca, la cui opera ebbe un determinante peso sulla pittura di Antonello.

Crocifissione di Sibiu

Secondo la tradizione, Antonello fu il primo pittore italiano ad usare la pittura ad olio, proprio per la sua conoscenza dei fiamminghi. E dai fiamminghi, l'artista siciliano prese anche un'altra tendenza: quella di realizzare i ritratti a tre quarti, a differenza dei pittori italiani che, in quegli anni, prediligevano il ritratto nettamente di profilo. Ma c'è di più: dai fiamminghi, Antonello fece sua l'attenzione per la luce. 

Annunziata, custodita a  Palermo, nel Palazzo Abatellis

In altre parole fu un artista straordinario, proprio per la sua capacità pionieristiche, che lo portarono sintetizzare quelle che poi sarebbero diventate le maggiori novità pittoriche del secolo successivo: la costruzione volumetrica e prospettica degli italiani, con la capacità di rendere gli effetti atmosferici di luce e colore dei fiamminghi.
Ma il caso di Antonello da Messina rimane unico e isolato, in quanto la sua attività non riuscì a far emergere una scuola pittorica né in Italia meridionale, né tantomeno nel resto della penisola.

15 febbraio, 2019

Gli tsunami di Stromboli

Francesco Petrarca, durante il suo soggiorno a Napoli, scrisse di uno tsunami che ne devastò totalmente il porto, uccidendo un numero considerevole di persone. Orbene, il 24 gennaio di quest'anno, un team di archeologi e vulcanologi dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ha pubblicato un articolo in cui è riuscito a ricostruire l'origine di questo tsunami e di altri due. Più discipline insieme dunque, sono riuscite a ricostruire fatti risalenti al Medioevo, e la notizia ha fatto il giro delle principali testate giornalistiche nei giorni passati. Vediamo insieme come hanno fatto.

L'isola di Stromboli

Perché un'immagine di Stromboli? Perché gli tsunami in questione partirono, secondo gli autori della ricerca, da quest'isola. Le investigazioni sono state portate avanti nel corso di alcuni scavi archeologici effettuati nell'abitato di Stromboli, situato a nord est dell'isola. Si tratta di quattro trincee, realizzate a ridosso dell'abitato, in cui sono stati scoperti i resti di antichi insediamenti basso medievali. Si è scoperto che l'isola era densamente abitata e che, dopo la prima metà del XIV secolo, venne improvvisamente abbandonata.
Gli archeologi hanno quindi scavato in corrispondenza dei resti di queste antiche località, le suddette trincee per circa un metro e mezzo di profondità. Ciò che ne è uscito, è stato estremamente interessante: i vulcanologi che hanno esaminato le trincee, hanno infatti notato che sono presenti tre sottili strati, i cui depositi sono ascrivibili al passaggio di onde marine anomale, cioè tsunami.

L'immagine dell'articolo scientifico che mostra i depositi di tsunami: le foto A, B e C si riferiscono a tre trincee diverse; D invece è un dettaglio dello tsunami più recente. UTd, ITd ed LTd sono le sigle che si riferiscono ai tre tsunami rilevati; T1 e T2 sono i depositi riferiti a due grosse eruzioni dello Stromboli avvenute all'epoca dei due suddetti tsunami.

Leggendo la didascalia dell'immagine è possibile notare che i depositi delle eruzioni dello Stromboli sono molto vicini a quelli degli tsunami; si può ipotizzare dunque una relazione fra eruzioni e maremoti.
Gli esami archeologici e vulcanologici hanno evidenziato che questi tre tsunami risalgono tutti al periodo medievale: in particolare, uno potrebbe essere proprio lo tsunami descritto da Petrarca, quello del 1343.
A rafforzare tale ipotesi, un altro scavo effettuato sull'isola, ha fatto emergere una chiesa collassata sotto il peso del materiale da caduta di un'eruzione. La cartografia mostra la pianta di quest'ultima e la presenza di siti funerari.


Pianta e sezione dell'area della chiesa (visibile in grigio), in rosso uno scheletro con tomba annessa

Le analisi archeologiche sui materiali e sulle monete, nonché le datazioni vulcanologiche sui prodotti vulcanici, hanno rilevato che l'eruzione che ha distrutto il sito è avvenuta nella prima metà del XIV secolo. Anche in questo sito sono presenti le tracce di suddetto tsunami.
I dati così raccolti fanno ritenere che probabilmente una forte eruzione abbia portato al collasso di un settore di Stromboli, chiamato Sciara del Fuoco, e che questa enorme frana abbia generato l'immenso tsunami che ha dapprima colpito l'isola, e poi ha viaggiato per 200 km colpendo i porti di Amalfi e Napoli. Le datazioni al carbonio 14 inoltre fanno ipotizzare probabile, come data, il 1343.

Ancora una volta le scienze, unite insieme, hanno cercato di mettere un tassello in più nella costruzione del grande mosaico del passato, segno che soltanto con l'unione di più discipline è possibile ricostruire gli avvenimenti della storia umana.

13 febbraio, 2019

Great Battles of Historie medievali: la Battaglia di Versinicia

La battaglia di Versinicia (o Versinikia) fu combattuta tra bizantini e bulgari, il 22 giugno dell'813, nei pressi di Adrianopoli.
La battaglia rappresentò una netta sconfitta dei bizantini, che permise alle forze bulgare di dilagare nei territori imperiali, saccheggiando le provincie danubiane, fino ad arrivare a Costantinopoli.

Il khan Krum prepara le sue truppe alla guerra (sopra),
lo stesso fa l'imperatore bizantino Michele I Rangabe (sotto)

L'imperatore bizantino Michele I Rangabe organizzò una campagna per cacciare i bulgari dal territorio dell'impero, con un esercito che aveva tra i 60.000 e i 80.000 soldati; con essi marciò verso Adrianopoli. A Versinicia, nei pressi della città verso cui l'armata era diretta, Michele I incontrò l'esercito bulgaro, che era tre volte più piccolo del proprio ed era guidato da Krum, sovrano dei bulgari. Lo schieramento bizantino era suddiviso in tre parti: a destra c'era il generale Leone, a capo delle truppe arruolate in Asia Minore, al centro l'imperatore Michele con le guardie imperiali, e a sinistra il generale Giovanni Aplakes, con le truppe arruolate in Macedonia.

Monumento a Krum nei pressi del castello di Misionis

La battaglia verteva nettamente a favore dei bizantini, tant'è vero che i bulgari abbozzarono un primo tentativo di fuga, ma la situazione si capovolse improvvisamente, poiché le truppe di Leone disertarono proprio nel momento in cui i bizantini erano all'inseguimento dei bulgari, andando via dal campo di battaglia e lasciando Leone con il suo stato maggiore. Il khan dei bulgari, Krum, rimase stupito dell'abbandono dal campo di battaglia da parte delle truppe di Leone, quindi ordinò ai suoi uomini di fermare la ritirata e di scontrarsi con le truppe rimaste fedeli a Michele che, da inseguitori, si trovarono ad essere inseguiti. Furono così massacrati tutti i macedoni, l'ala sinistra dello schieramento bizantino, comandata da Giovanni Aplakes.

Sconfitta dell'imperatore bizantino Michele I Rangabe, nella battaglia di Versinicia,
 in una miniatura del XIV secolo della Cronaca di Costantino Manasse
Le truppe di Leone avevano agito in questo modo per un ordine di Leone stesso, che voleva usurpare il trono dei basileis, ma senza macchiarsi l'onore, ossia scappando dal campo di battaglia, perché i bizantini non avrebbero mai accettato come imperatore un traditore.
Al termine della cruenta battaglia, le vittime furono innumerevoli nelle fila dei bizantini, senza contare almeno 10.000 uomini catturati, mentre è sconosciuto il numero dei caduti tra le fila bulgare.

11 febbraio, 2019

Il sostegno economico durante le Crociate

Durante le crociate il sostegno economico doveva essere la base principale per chi partiva alla volta dell'intrepido viaggio verso terre lontane. Oggi vi parleremo dell'impegno economico sostenuto da un crociato prima di partire per l'avventuroso pellegrinaggio.

Il peso economico della partenza di un crociato ricade inizialmente sul crociato stesso, tranne che egli non accompagni il suo signore, che lo prende a suo carico. È un onere piuttosto forte: nel 1096 si ritiene sia pari a 4 o 5 volte il reddito annuale di un cavaliere. Per poterlo sostenere, le famiglie chiedono prestiti, fanno debiti, impegnano terre o le vendono, oppure rinunciano alle "esazioni" e tasse sulle terre della Chiesa, che i signori laici rivendicano per sé. Alcuni documenti di viaggio ci offrono in proposito molto testimonianze. L'impegno di terre, che è spesso una vendita dissimulata, in favore del signore o dei conventi legati alla famiglia, contribuisce ad incrementare la proprietà signorile ed ecclesiastica, ne approfittarono anche i re. Un esempio da ricordare: nel 1101, Arpino di Bourges vende il suo viscontado a Filippo I re di Francia, che in tal modo estende il suo dominio sulle regioni meridionali al di là dalla Loira.

La presa di Gerusalemme,1099

Anche alcuni conventi, appunto, beneficiano di questo: infatti nel 1096, Goffredo di Buglione vende le sue terre al vescovo di Liegi, che si procura la somma necessaria all'acquisto vendendo a sua volta i gioielli dei reliquiari della sua diocesi. Questo avventato sostegno economico da parte dei crociati della prima ora è tanto più arduo, in quanto viene preceduto, soprattutto in Francia, da un lungo periodo di cattive annate a causa della siccità, e col prezzo delle derrate alimentari che cala per i numerosi passaggi di proprietà. Questo non significa che qualche "povero cavaliere" non sia partito, poiché c'era la possibilità di essere a carico di un feudatario o di un amico più ricco. Nella prima spedizione crociata di Pietro l'Eremita, alcuni cavalieri molto poveri e parecchi fanti dell'esercito, si sono potuti avvalere di collette, e come abbiamo visto, hanno fatto ricorso all'intimidazione e alle rapine. Un minimo di organizzazione comincia ad esserci durante la seconda crociata, quando il papa esorta le chiese a concedere prestiti ai crociati nel caso che questi non abbiano ottenuto la sovvenzione necessaria dei loro signori. Se ne avvalgono gli stessi re, che aiutano poi i loro vassalli.

Pietro l'Eremita mostra  ai crociati la via per Gerusalemme.
 Manoscritto pergamenaceo "Roman du Chevalier du Cygne" (1270 circa).

Luigi VII, ad esempio, riceve uno donativo di 400 marchi d'argento dal monastero di Fleury-sur-Loire. Nel 1166 Luigi VII e Enrico II impongono una tassa sulle ricchezze, che preannuncia la decima saladina, riscossa nel 1188, quando il re di Francia e il re d'Inghilterra aderiscono alla crociata insieme a Filippo di Fiandra; vedremo che verrà fortemente contestata in Francia come in Inghilterra, al punto che Filippo Augusto si impegna a non rinnovarla più.
Nel 1184 Papa Lucio III chiede un aiuto economico a quanti non partono per la crociata, in cambio di una riduzione di penitenza (i poveri se la cavano recitando le preghiere). In quello stesso anno, Enrico II e Filippo Augusto decidono di imporre, in favore della crociata, una decima decennale al loro clero, tranne che ai cistercensi e ai certosini, che contribuiscono con una "offerta volontaria":  il clero protesta vivamente. Alla fine del XII secolo e inizio XIII, la decima subisce moltissime variazioni volute, sia dalla chiesa che dal re di Francia, poi tese a stabilizzarsi verso la fine della XIII secolo. Re e principi non tardano ad arrogarsi il diritto di riscuotere da sé queste decime, che rendono davvero tanto, e che vengono destinate ad altro. È un esempio che sarà seguito dai papi: Gregorio IX destina alla guerra contro Federico II una parte della decima riscossa per la crociata contro gli albigesi, che già si poteva considerare un'aberrazione. Un altro modo per procurarsi danaro sono le collette, e ancora più le commutazioni del voto, come abbiamo visto.

Catari espulsi da Carcassonne nel 1209 durante la Crociata Albigese.
Manoscritto "Grandes Chroniques de France", 1415 circa

Nel 1215, nel IV Concilio Lateranense, Innocenzo III chiede ai principi che non partono per la crociata, di assumersi l'onere di fornire soldati per un periodo di 3 anni. Nel 1235 e nel 1274 i papi hanno tentato di istituire una specie di contributo di un soldato a settimana da parte di ogni persona che non fosse partita per la crociata, con la concessione di una indulgenza di 2 anni. Un contributo che avrebbe procurato una somma elevatissima, che però non è mai stato riscosso. Nel 1248 Luigi il Santo si occupa personalmente del sostegno economico della crociata. Aveva già ottenuto dal Concilio di Lione nel 1245, di poter riscuotere per 3 anni la decima sul clero. Si ritiene che così facendo, la Chiesa di Francia abbia concorso alla spesa della crociata di Luigi il Santo per i due terzi (circa 500.000 tornesi, cioè l'equivalente di 6 anni di reddito). A questo contributo del clero dobbiamo aggiungere il ricavato dei beni confiscati agli eretici, le somme di denaro estorte agli ebrei ed altri contributi più o meno volontari. Potendo contare su una somma ingente, Luigi il Santo riesce a prestare danaro ai principi, a suo fratello Alfonso, o a Edoardo d'Inghilterra, a sovvenire ai bisogni di numerosi vassalli e cavalieri, e a garantire l'approvvigionamento dei crociati di stanza a Cipro.


08 febbraio, 2019

La Geografia dell'Oceano Atlantico

Come ben sappiamo, Cristoforo Colombo arrivò nel 1492 sulle coste americane, convinto di essere arrivato in estremo Oriente. In realtà, all'epoca, nessuno sapeva di quel continente che si frapponeva fra Europa ed Asia: si era convinti della sfericità della Terra, ma non ci si immaginava che sarebbe stato possibile intraprendere un viaggio talmente lungo da riuscire a raggiungere l'Asia, senza passare dalla via della Seta. Colombo attraversò l'Atlantico con l'idea di aprire questa rotta. Ma come lo si immaginava l'Oceano Atlantico nel Medioevo?
Una serie di mappe ci aiutano a capire qual era l'idea più comune di questo pezzo di mondo all'epoca. La prima che vi presentiamo è quella disegnata da Paolo Toscanelli.

Mappa disegnata da Toscanelli nel 1474

Mentre ad Est si notano la Spagna, la Francia e l'arcipelago britannico, con a Sud la costa Africana, ad ovest non abbiamo l'America, bensì la costa asiatica, o come all'epoca si chiamava, le Indie, con il Catai ed il Cipango, corrispondenti, rispettivamente alle odierne Cina e Giappone.
Ma quanto lontano era, per Toscanelli, la costa asiatica con le sue isole? Per capire le distanze disegnate in mappa, possiamo sovrapporre il continente americano e vedere dove si colloca precisamente rispetto a quanto illustrato.

Rielaborazione della mappa di Toscanelli: è visibile la collocazione del continente americano, tenendo conto della posizione e delle dimensioni di quello europeo

Come si può vedere, il Continente americano, rispetto al Cipango ed il Catai, è molto più avanzato verso l'Europa e quindi più vicino. Questa era una delle principali motivazioni sullo scetticismo concernente il viaggio di Cristoforo Colombo: si riteneva infatti che l'Asia fosse troppo lontana per essere raggiunta via Atlantico. Ad onor del vero, Colombo, nell'attraversare l'Oceano, nei pressi delle Antille aveva quasi terminato le provviste, e la sua ciurma era sull'orlo della rivolta. Ciò ci fa pensare che questa critica sull'errata stima delle distanze fra i due continenti, non fosse poi tanto campata in aria.

Paolo Dal Pozzo Toscanelli era un matematico e cartografo fiorentino nato nel 1397.

Bassorilievo di Toscanelli

Era giunto a questa mappa, la cui originale è andata purtroppo perduta, perché era stato riscoperto da poco il Trattato di Geografia di Tolomeo. L'idea che all'epoca la Terra non fosse considerata piatta ma sferica, è avvalorata ancor di più dal fatto che Toscanelli collocò questa mappa dell'Atlantico in un planisfero, perpetuando l'errore commesso dallo stesso Tolomeo e sottostimando, arrivando a dimezzarla, la reale distanza fra il continente asiatico e quello europeo.

Toscanelli era un fervente sostenitore della via atlantica come strada più rapida per raggiungere le Indie, tanto è vero che scrisse anche una lettera al Re Alfonso V del Portogallo, in cui spiegava ed argomentava questa tesi. Lettera che poi verrà usata anche da Cristoforo Colombo per convincere i sovrani a finanziare la sua impresa.

06 febbraio, 2019

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che oggi vi proponiamo, sono le seguenti:


AMBROGINO DI POLLO CON SPEZIE E FRUTTA DOLCE

Ingredienti:
1 pollo tagliato a pezzi;
80 grammi di lardo pestato;
2 cipolle dorate;
una decina di prugne;
una decina di datteri;
3 fette di pane;
2 bicchieri di vino bianco;
tre cucchiai di aceto bianco;
un bicchiere di brodo;
cannella a pezzetti;
3 chiodi di garofano e una spolverata di noce moscata;
latte di mandorla con 50 gr. di mandorle e mezzo litro di acqua tiepida.

Procedimento
La preparazione è complessa, ma merita. Rosolare il pollo nel lardo insieme alle cipolle. Quando il pollo è imbiondito, salare e aggiungere il latte di mandorle, metà del vino, il brodo, la cannella, il garofano e fare sobbollire per mezz'ora.
A parte, preparare sul fuoco una salsa non troppo densa utilizzando il vino rimanente, l'aceto, la mollica del pane abbrustolito, i datteri, le prugne senza nocciolo e la noce moscata.
A pollo cotto, sistemare le prugne e i datteri a corona nel piatto di portata; appoggiare il pollo al centro e versare la seconda preparazione sulla prima.


MACCHERONI DEL PAESE DI BENGODI

Ingredienti (per 4 persone):
200 gr. di farina bianca;
100 gr. di semolino macinato sottile;
5 uova;
1 litro di brodo di pollo e manzo (indispensabile);
100 gr. di formaggio grana grattugiato;
50 gr. di burro;
sale q.b.

Preparazione della pasta:
Setacciare insieme la farina e il semolino. Metterli a fontana, aggiungere le uova, il sale e ottenere un impasto non troppo duro. Nel caso, aggiungere altra farina o acqua (tutto dipende dalla grossezza
delle uova e dalla "forza" della farina).
Ridurre l'impasto in cordoni, tagliare dei pezzi grandi quanto una castagna  e modellarli sul rovescio della grattugia, ottenendo degli gnocchi a forma di conchiglia. Se piacciono, ricorrere agli gnocchi freschi venduti in buste: questi prodotti industriali, che si valgono più di semola e farina che di patate, sono i più "vicini" alla ricetta di quattrocento anni fa.

Procedimento
Mettere sul fuoco, in una pentola larga, il brodo: deve essere quanto più ricco è possibile e persino grasso, visto che deve insaporire gli gnocchi. Quando il brodo bolle, calarvi, un po' alla volta, gli gnocchi. Toglierli, con il mestolo bucato, appena salgono a galla e disporli in un piatto da portata ben caldo, cospargendoli, di volta in volta, con il formaggio grattugiato, e nient'altro. Solo al momento di servire, cospargere il piatto con il burro fuso.
Servire caldissimi. Osserviamo, incidentalmente, che tutte le paste al burro sono migliori se si condiscono prima con il solo formaggio, poi con il burro, sciolto o anche in pezzetti.

01 febbraio, 2019

Le vette dell'arte medievale: la Basilica di Santa Caterina d'Alessandria a Galatina

I grandi cicli di affreschi medievali sono qualcosa di fantastico: pensati per essere come dei veri e propri libri, ideati per poter essere "letti" dalla popolazione analfabeta, hanno tappezzato l'Italia rendendola una nazione dal patrimonio artistico inestimabile. Uno di questi meravigliosi cicli di affreschi è a Galatina, in provincia di Lecce, nella basilica di Santa Caterina d'Alessandria.

La navata centrale della basilica

Realizzati fra il 1369 ed il 1391 per volontà di Raimondello Orsini del Balzo, venne costruito per conservare una reliquia di Santa Caterina, preso dal suddetto nobile durante una crociata dove si è spinto fino al monte Sinai. La chiesa è un misto fra romanico e gotico; all'interno è divisa in tre navate totalmente affrescate. Gli affreschi risalgono al XV secolo, in quanto quelli originali non piacquero alla nuova committente, Maria d'Enghien. La nobildonna, così, convocò maestranze di scuola giottesca e senese, oltre ad un certo Francesco d'Arezzo, che ha messo la sua firma su alcune delle scene. Alcune fonti affermano che la vastità dei cicli pittorici è seconda solo a quella della basilica di San Francesco in Assisi.

La vivacità dei colori

L'intero ciclo di affreschi si sviluppa da sinistra a destra, in senso rotatorio e si presenta sicuramente più interessante nella navata centrale. Lungo le pareti della prima campata e in controfacciata sono affrescate le Scene dell'Apocalisse, che costituiscono il ciclo più vasto di tutta la chiesa. Esse introducono la narrazione nelle vele della prima campata, evocando i temi più importanti e le principali allegorie dell'Apocalisse di Giovanni. Nella seconda campata sono affrescate le Storie della Genesi, sulle due pareti laterali, e nella volta, i Sette Sacramenti. Nella terza, sono rappresentate le Gerarchie Angeliche nella volta, mentre le Storie della Vita di Cristo, sulle pareti. A santa Caterina d'Alessandria e alla sua vita è dedicato, sulle pareti del presbiterio, un ciclo di diciassette affreschi, mentre nella volta sono affrescati gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa. Nel coro, che non rappresenta nessun tipo di decorazione ad eccezione di una serie di stemmi gentilizi, s'innalza il cenotafio di Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, mentre quello di Raimondello è ubicato sul lato sinistro dell'altare maggiore, nel presbiterio. Sia il ciclo pittorico della navata centrale che le Storie della Vergine nella navata destra furono commissionati da Maria d'Enghien e pertanto sono databili fra il 1416 e il 1443, anno di morte della principessa.

La navata laterale

Questa chiesa è indubbiamente meritevole di una visita, e dato che si è prossimi al week end, può essere un interessante spunto per un'escursione fuori porta.


Particolari