03 aprile, 2017

Il knattleikr, lo sport dei Vichinghi

In un precedente articolo, ci siamo occupati di uno sport considerato una sorta di antenato del calcio moderno, la soule, praticato nel nord della Francia ed in Cornovaglia, in epoca medievale. Oggi invece, andremo a trattare quello che era lo sport (anch'esso da valutare come precursore del calcio odierno) praticato da quel grande popolo del nord Europa che erano i Vichinghi. Ebbene, anche essi, che non erano costantemente impegnati a compiere scorrerie e ad ubriacarsi di idromele, giocavano a palla, nell’estremo Nord dell’Europa, ovvero in Islanda, Scandinavia e Danimarca. Più precisamente gli uomini, giovani e adulti, praticavano il knattleikr: di poche parole per indole, i Vichinghi non hanno lasciato grandi descrizioni e testimonianze di questo sport, ma da alcune saghe nordiche si è evinto che era un gioco in cui gli atleti, divisi in due squadre, con un proprio capitano, si contendevano una palla dura e pesante.

Incisione del 1763 di Hans Egede raffigurante giochi con la palla dalla Description et Histoire naturelle du Groenland
Chiaramente, lo scopo del gioco era riuscire a portare la palla all'altezza dell'estremità del campo avversario, a mani nude o colpendola con un bastone. Il gioco era regolato da un dettagliato codice che prevedeva possibili falli e infrazioni: come per la soule, non era però sanzionato il contatto fisico con l’avversario, anzi, lo scontro era basilare per la competizione stessa e nelle lotte che si ingaggiavano sul terreno, prevalevano la forza e l'esperienza. Oltre alla violenza fisica, fatta di pugni e placcaggi, la "battaglia" sul campo era condita anche da una discreta dose di violenza verbale, costituita principalmente da espressioni colorite: urla di guerra e minacce accentuavano il parapiglia sul terreno di gioco e l’intimidazione era una potente arma da adoperare contro gli avversari, almeno quanto la sopraffazione fisica.

Altra incisione dalla Description et Histoire naturelle du Groenland di Hans Egede
Per giocare, si adottava una vestiario apposito, antenato delle moderne divise sportive.Questi match potevano protrarsi dalla mattina fino a notte fonda, in tornei che duravano anche intere settimane, coinvolgendo clan provenienti anche da territori molto lontani. Il pubblico, solitamente numeroso, partecipava in maniera attiva con invettive e incitamenti, posizionandosi ai margini del terreno di gioco, accuratamente delimitato. A seconda della stagione, il knattleikr si disputava su campi in erba o sul ghiaccio; nel qual caso, i Vichinghi cospargevano le suole dei loro stivali di bitume o di sabbia, in modo tale da assicurarsi una maggiore aderenza al suolo.

Il knattleikr oggi
Tuttavia, erba o ghiaccio poco importava. Il terreno di gioco era l'ultimo dei pensieri per gli atleti: era il knattleikr stesso a essere fondato su durezza e violenza, senza la benché minima esclusione di colpi, al punto tale che anche la legislazione dell’epoca cercò di muoversi nella direzione della salvaguardia dell’incolumità dei partecipanti: un codice del XII secolo (il Grágás) prevedeva che ciascun partecipante al gioco era libero di abbandonare il campo in qualunque momento. Possiamo comunque presumere che questa possibilità sia stata presa raramente in considerazione, in quanto uscire dal gioco, per un vichingo, orgoglioso e fiero, dovesse rappresentare una sconfitta soprattutto per l'onore, oltre che per il corpo.

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