31 ottobre, 2018

The Great Battles of Historie Medievali: la Battaglia di Nocera

La Battaglia di Nocera fu una delle più importanti combattute da Ruggero II di Sicilia,  ma fu soprattutto una delle sue peggiori sconfitte, insieme alla Battaglia di Rignano, entrambe subite per mano del conte Rainulfo di Alife.

La locazione della Battaglia di Nocera
Nel 1132, il ribelle Rainulfo aveva radunato grandi forze con il suo alleato, il principe di Capua Roberto II. La città di Benevento, nonostante fosse usualmente fedele a Ruggero, si consegnò nelle mani dei ribelli che si erano ammassati alle sue porte.
Ruggero fece tornare indietro il suo esercito e si diresse verso Nocera, la più grande città fortificata del principe di Capua, oltre a Capua stessa. La ritirata sugli Appennini fu straordinariamente rapida, ma i ribelli si mossero altrettanto velocemente in modo da incontrare l'esercito reale a Nocera. Ruggero distrusse l'unico ponte che attraversava il fiume Sarno ma i ribelli, con rapidità altrettanto straordinaria, costruirono un ponte di fortuna, e mossero verso l'assediata Nocera.
Ruggero tolse il suo assedio all'arrivo dell'esercito ribelle, quindi Rainulfo inviò 250 cavalieri verso le mura della città per distrarre una parte delle truppe reali. Roberto di Capua si mise a capo dell'ala sinistra,  Rainulfo di quella destra divisa in tre colonne. Gli schieramenti contavano qualche migliaio di unità a testa.

Illustrazione di Nocera all'epoca della battaglia
Il 24 luglio, una domenica, Ruggero diede inizio allo scontro caricando i cavalieri del principe. Le truppe reali risultarono vittoriose e la fanteria di Capua si ritirò sul ponte improvvisato, che crollò. Ruggero ordinò quindi una seconda carica, che inizialmente ebbe successo, ma Rainulfo si unì al combattimento con 500 uomini, colpendo il fianco di Ruggero, ed i realisti cominciarono a cedere.
Prima che potessero arrivare rinforzi, Rainulfo gettò nella mischia, prima la sua ala destra e poi quella sinistra, e a quel punto le truppe reali crollarono. Ruggero stesso cercò di incoraggiare i suoi, ma ormai la disfatta era inevitabile e il re fu costretto a fuggire, con quattro cavalieri, verso Salerno. La vittoria dei ribelli fu totale.
Settecento cavalieri e ventiquattro baroni lealisti furono catturati. Sia i cronachisti simpatizzanti per i ribelli, come Falcone Beneventano, che quelli realisti, come Enrico, vescovo di Sant'Agata, sono concordi nel dire che il bottino fu immenso, al punto da comprendere persino la bolla dell'antipapa Anacleto II, con la quale Ruggero era stato investito del titolo di re.

Schema della battaglia di Nocera


29 ottobre, 2018

Proposte di lettura: I Vichinghi

Oggi Historie Medievali torna con la sua rubrica "Proposte di lettura".
Prenderemo in esame un testo molto importante sui vichinghi dell'autore Gwyn Jones.
Il libro è scritto in maniera molto accurata e dettagliata, anche se spesso assume un tono molto tecnico sull'argomento storico. L'autore descrive le leggendarie imprese di questo popolo, dalla preistoria fino al 1070 circa, attraverso i trionfi di Canuto e le avventurose conquiste di Erik il RossoGwyn Jones ci fa rivivere in queste 350 e più pagine, la straordinaria epopea dei popoli vichinghi di Danimarca, Svezia e Norvegia, predoni dei mari del nord Europa, ma anche coraggiosi e infaticabili esploratori nel risalire il corso dei fiumi russi, e nell'avventurarsi attraverso le terre vergini dell'Islanda, Groenlandia e America.


Il testo
L'autore è professore di lingua e letteratura inglese all'Università di Aberystwyth nel Galles, presidente della Viking Society for Northern Research, ed altre opere scritte di suo pugno sono: Racconti popolari e leggende scandinave, Erik il Rosso e altre saghe islandesi, la saga Atlantica del Nord. Il testo è arricchito sulla base di fondamentali reperti archeologici e di documenti letterari; viene ricostruita la particolare dimensione sociale del popolo vichingo, del quale vengono esaminate le brillanti realizzazioni nel commercio e nella colonizzazione d'oltremare, troppo spesso oscurate dalla preoccupazione di esaltare gli effetti distruttivi dell' invasione vichinga nell'Europa occidentale.  Anche se il testo è scritto in maniera molto dettagliata e tecnica sull'argomento storico, è ricco di numerose descrizioni di scavi archeologici e di notevoli documentazioni di carattere storiografico. Un libro che uno storico deve assolutamente avere all'interno della sua biblioteca personale, essendo uno dei più ricchi e importanti nell'ambito vichingo.

27 ottobre, 2018

Itinerari medievali - Erice

Panorama di Erice

Esiste una città, abbarbicata sulla vetta di una montagna siciliana, che vale la pena di essere vista. Alle porte di Trapani infatti, si erge imponente una montagna, il monte Erice, su cui a 750 metri di quota, sorge l'omonima cittadina.

Salendo da Trapani, si arriva dinanzi all'omonima porta (Porta Trapani) che, con le mura ciclopiche, difendeva l'abitato dagli assalti da valle. Superata la porta, ci si trova dinanzi ad un dedalo di stradine e case rimaste ferme, nell'architettura, all'epoca medievale. Si svolta subito a sinistra, dove un piccolo vicolo ci conduce dinanzi alla prima tappa del nostro itinerario: il duomo dell'Assunta.

Duomo dell'Assunta

Caratteristica è la torre campanaria con bifore e merlatura sul tetto: inizialmente serviva come torre di avvistamento all'epoca dei Vespri Siciliani. Costruito su di un tempio romano, il duomo è in stile gotico trecentesco; molto bello il pronao con archi ogivali. L'interno è a tre navate, e nonostante le decorazioni aggiunte in epoche successive, è ancora evidente l'impianto di natura gotica della chiesa.

Tetto della navata centrale, composto da archi a sesto acuto. Da notare le bifore che si aprono sulle pareti laterali

Ritornando sulla strada precedente, che è via Vittorio Emanuele, e poi svoltando a destra in via Albertina degli Abbati, si arriva alla chiesa di San Giuliano.

Facciata della chiesa

La chiesa è antichissima: risale infatti al 1070, costruita per volere di Ruggero il Normanno; essa ospitava le assemblee cittadine; fu chiusa per un crollo nel secolo scorso, e riaperta dopo grandi restauri soltanto nel 2005. L'assenza di decorazione, comunque, permette di apprezzare in pieno lo stile romanico della struttura, in quanto si leggono le tipiche caratteristiche di questo stile: mura possenti e spesse, finestre minute, pilastri doppi e, di conseguenza, un ambiente piuttosto oscuro, illuminato dalla sola luce artificiale, oltre agli archi a tutto sesto.

Chiesa di San Giuliano

Continuando sulla strada, si supera il centro cittadino e si arriva al castello del Balio.

Castello del Balio

Il castello è parte di un complesso in cui è inclusa anche un'altra fortezza di cui parleremo a breve. Si tratta di un mastio circondato da mura e torri merlate di forma quadrata. Le torri, in rovina, sono state ristrutturate nella seconda metà del XIX secolo dal conte Pepoli, e fanno parte del vicino castello normanno di Venere, che domina la montagna e tutta la vallata circostante.

Il castello di Venere è la fortezza normanna in cui risiedeva il signore di Erice, e si trova poco oltre le torri del Balio. Risalente al XII secolo, esso è costruito sulle rovine di un tempio di epoca fenicia.

La rocca del castello di Venere, sulla vetta della montagna

Il castello si chiama così perché il tempio fenicio poi venne dedicato a Venere, e molti dei materiali da costruzione della rocca vennero ricavati proprio da questo luogo sacro di epoca romana. Il castello era collegato al resto della vetta da un ponte levatoio, successivamente sostituito dall'attuale gradinata. La facciata, volta ad occidente, è sovrastata da merli ghibellini, e il muro del complesso segue, con rientranze e sporgenze, il contorno della rupe. È osservabile l'imboccatura di una galleria segreta, che era sotterranea rispetto agli edifici scomparsi e conduceva fuori dal castello. Nella ripida parete rocciosa, a tramontana, si innalza un muro, attribuito al personaggio mitologico Dedalo, composto di dodici filari orizzontali di pietre pulitamente squadrate e sovrapposte ad opus rectum.

In sintesi, Erice è un piacevole luogo dove trascorrere una giornata alla scoperta delle bellezze siciliane di epoca medievale.

24 ottobre, 2018

Il soldo

Qualche giorno fa ci siamo occupati di una delle più importanti valute medievali, il fiorino. Oggi vi parleremo di una valuta che ha avuto altrettanta diffusione in ambito europeo, il soldo.
Emessa per la prima volta nel dodicesimo secolo dall'imperatore Enrico VI a Milano, il soldo, moneta d'argento, è una delle più comuni dell'epoca medievale. Il suo nome deriva da solidus, (solidus nummus, cioè fatto tutto dello stesso materiale), moneta tardo romana o bizantina introdotta da Costantino I, e usata in tutto l'Impero Romano d'Oriente fino al X secolo, in sostituzione dell'aureo. Il soldo è anche alla base di altre denominazioni monetarie, come lo scellino o il francese "sou". Etimologicamente, è una moneta importante perché, col tempo, è quasi passato a indicare il denaro per antonomasia, e infatti si diceva che mercenari e militari prezzolati venissero "assoldati"; ancora oggi la paga del soldato tedesco si chiama "Sold".

Un soldo della Patria del Friuli, Ludovico di Teck (1412-1420)

Il soldo, fuori dall'Italia, si era già diffuso con la monetazione carolingia: nel sistema istituito da Carlo Magno, infatti, il denaro era la dodicesima parte proprio del soldo, che a sua volta, era pari a un ventesimo della lira. Il soldo, in quanto moneta vera e propria, si diffuse notevolmente nel quattordicesimo e quindicesimo secolo, soprattutto - ma non solo - tra le Repubbliche marinare. Venne coniato a Genova e a Venezia, a partire da Francesco Dandolo. In particolare, nella città lagunare, il soldo rimase per secoli una moneta di grande importanza, tanto che ancora nel diciannovesimo secolo, sotto la dominazione austriaca, venivano coniati soldi, anche se ormai erano realizzati in rame (destino che toccò anche al soldo fiorentino dopo il conio in biglione, lega di argento e rame) e pesavano poco più di tre grammi.

Soldo con l'effige di Francesco Dandolo che prega san Marco

Con Napoleone e la sua riforma monetaria, il soldo divenne pari a cinque centesimi; come nella monetazione carolingia, venti soldi equivalevano a una lira. Fino a pochissimi anni fa il "soldo" era il nome colloquiale con cui venivano indicate anche in Italia, le monete comuni da cinque centesimi.

19 ottobre, 2018

Il monachesimo

Il monaco, letteralmente la persona solitaria.

Si tratta di persone che hanno rinunciato a tutte le mondanità e ai piaceri della vita per dedicarsi a pieno, anima e corpo, alla spiritualità. Dal termine si evince come si siano letteralmente distaccati dalla società, differenziandosi così da coloro che amministrano i sacramenti alle comunità di fedeli. I monaci esistono in tutte le religioni, fin dalle epoche più antiche. Vediamo insieme, nel Medioevo chi erano e quali sono state le vicende più importanti che li hanno visti protagonisti, in Europa.

San Benedetto dipinto da Mantegna, uno dei monaci più famosi della storia

Il monachesimo, in Europa, comincia ad affermarsi già al tramonto dell'Impero Romano d'Occidente, fra il IV ed il VIII Secolo dopo Cristo. Il movimento nasce per via della crisi e del disfacimento dell'Impero, in quanto si cercano nella spiritualità quei punti di riferimento che le istituzioni non riescono più a dare. È un fenomeno che arriva dal Medio Oriente, da aree dove il monachesimo veniva già praticato da millenni: ad esempio gli asceti che vivevano nel deserto, venivano chiamati Eremiti.
Perché un numero sempre maggiore di fedeli scelse la strada della solitudine? Innanzitutto per avvicinarsi a Dio, inseguendo lo stile di vita di Gesù Cristo, attraverso una vita di silenzio e preghiera e correggendo le proprie imperfezioni con la penitenza. È uno stile di vita ispirato da diversi personaggi della Bibbia, come Elia, San Giovanni Battista, o Gesù nel suo vagare nel deserto per 40 giorni.
Diffusero il monachesimo personaggi come Girolamo a Roma, Agostino in Africa, Severino nel Norico, Paolino a Nola; Martino e Giovanni Cassiano nella Gallia si fecero promotori dell'ideale monastico (sull'esempio di quello orientale) e monasteri famosi sorsero nel V secolo a Tours e ad Arles, ad opera dei vescovi Cesario e Aureliano.
Cassiodoro, il ministro di Teodorico, fallita la sua politica di fusione tra Romani e Goti, abbandonò la corte gotica, si rifugiò nei suoi possedimenti nella natia Calabria e, verso il 554, fondò un monastero a Vivarium, in cui trascorse gli ultimi anni della sua vita.
Ciò che parte come libertà individuale del monaco, ben presto però viene regolarizzato: innanzitutto i monaci che sceglievano di riunirsi in vita comunitaria nei monasteri, si davano delle regole, e fra le più famose si ricordano quelle di San Benedetto da Norcia, sintetizzabile con "Ora et Labora".

Abbazia di Montecassino, uno dei monasteri più famosi del Medioevo

San Benedetto, fra il V ed il VI Secolo dopo Cristo, rivoluzionò letteralmente il monachesimo: la cultura del lavoro e dello studio divennero un pilastro portante, dando il via ad uno stile di vita che non era fatto solo di distacco e contemplazione. Così, mentre il mondo occidentale era sconvolto dalle invasioni barbariche, i monasteri benedettini creavano un nuovo tipo di società basata, anziché sul concetto romano della proprietà privata, su quello cristiano della solidarietà collettiva. I monaci coltivavano le terre circostanti al monastero, o almeno le facevano coltivare dai propri coloni, difendendole dall'abbandono e dall'inselvatichimento. Attorno a loro si raggruppavano, in cerca di protezione, famiglie coloniche, che trovavano rifugio all'ombra del monastero, che diventa così il centro di un piccolo mondo economico auto-sufficiente; anche i prodotti artigianali o industriali necessari alla sua esistenza venivano prodotti al suo interno da monaci o da servi ministeriales, dipendenti dal monastero. Il sovrappiù della produzione veniva posto in vendita; così, non di rado, attorno al monastero sorgeva anche un centro di scambi commerciali, un mercato, una fiera.

Una pagina della regola di San Benedetto, scritta a Montecassino nel XI Secolo

Inoltre sarà proprio grazie alla grande cultura sviluppata dai monaci che sarà possibile copiare la gran parte dei testi classici greci e romani, salvandoli così dall'oblio: infatti è grazie all'immenso e colossale lavoro di copiatura se oggi abbiamo una corposa letteratura greca e latina, oltre che i testi dei filosofi classici, su cui si è costruito dapprima il pensiero medievale, e poi quello moderno. I monaci amanuensi, coloro che ricopiavano tali opere facendo spesso un lavoro poderoso, erano lavoratori instancabili.
Grazie a questo immenso lavoro, sia di tipo culturale che commerciale, i monaci riescono a diventare una componente importantissima del clero, uno dei tre mondi caratterizzanti il Medioevo. Tutt'oggi il monachesimo sopravvive ancora, segno evidente che nell'uomo, a volte, esiste la necessità di isolarsi in una vita di contemplazione ed ascetismo, al fine di giungere ad un contatto con il Divino.

17 ottobre, 2018

Il fiorino

Il fiorino è stata una delle monete d'oro più celebri del Medioevo ed è legata indissolubilmente alla città di Firenze. Coniata per la prima volta nel tredicesimo secolo, nei secoli successivi si diffuse come moneta di scambio preferita in Europa.

Il Fiorino d'oro, l'euro del Medioevo
L'oro puro, a 24 carati, necessario per il conio dei fiorini – così chiamati per l'immagine del giglio, simbolo della città di Firenze, sul dritto della moneta – venne procurato grazie ai fiorenti scambi commerciali con il Nord Africa ed il Medio Oriente. Il fiorino era una moneta assai preziosa proprio in virtù del pregiatissimo materiale con cui veniva coniata, e pertanto aveva un potere d'acquisto molto alto; per questo veniva divisa in sottomultipli di minor valore, come il fiorino d'argento (la cui valutazione mutò col tempo, passando dal ventesimo di fiorino d'oro degli esordi alla sua centocinquantesima parte) o il fiorino di rame, ancora meno pregiato, secondo uno schema che ricordava quello lira-soldo-denaro della monetazione carolingia. Il fiorino di rame venne chiamato anche "fiorino nero" per la colorazione che tendeva ad assumere col tempo, mentre il grosso o popolino (del valore di 1/10 di fiorino d'oro) era coniato con argento di 958 e 2/3 su 1000, che divenne poi lo standard per monete e lavori generici d'argenteria.

Fiorino d'argento o Popolino
Il fiorino rimase in vigore per molti anni, tanto da essere battuto ancora al tempo di Leopoldo II di Lorena, dopo il Congresso di Vienna (1815). La moneta si era diffusa in tutta Italia (Lucca, Milano, Stato pontificio, ducato di Savoia) e in Europa, a partire dalle zecche di Polonia, d'Ungheria (dove ancora oggi è la valuta locale) e soprattutto in Germania centro-meridionale: Francoforte, Baden-Wurttemberg, Baviera, Austria, Province Unite, dove rimase moneta ufficiale fino all'unità tedesca nel 1870. Il fiorino è stato anche la moneta ufficiale olandese fino all'introduzione dell'euro nel 2002.

14 ottobre, 2018

Le origini dell'Arabia Preislamica

Oggi vi parleremo delle origini dell'Arabia preislamica, tema poco trattato ma di importanza fondamentale per capire meglio come mai nella fase del grande movimento delle Crociate, al termine dell'XI secolo, i territori del Medioriente non fossero uniti per contrastare l'invasione dell'Occidente.
La maggior parte del territorio della penisola arabica era costituita da aree desertiche ed era abitata da popolazioni nomadi, i Beduini Arabi, la cui attività principale consisteva nello scortare le carovane di mercanti lungo la pericolosa attraversata del deserto. I Beduini, per sopravvivere, si spostavano a dorso di cammello da un'oasi all'altra, dove vivevano piccoli nuclei sedentari che fornivano loro i prodotti di prima necessità, tra cui grano, vestiti e armi; in cambio, i nomadi offrivano agli agricoltori sedentari protezione contro altri gruppi di nomadi delle aree limitrofe.

L'Arabia prima della diffusione dell'Islam

In una tale realtà l'organizzazione sociale e politica era poco sviluppata e generalmente si limitava alla divisione in tribù, guidate da un capo eletto dagli anziani. Ogni tribù costituiva un nucleo piuttosto chiuso, all'interno del quale vigeva una forte solidarietà. Un'organizzazione sociale di questo genere favoriva la coesistenza di molteplici clan, quasi sempre in lotta fra loro. Ogni tribù inoltre, aveva divinità proprie ed anche veri e propri piccoli santuari, che a volte diventavano dei luoghi di incontro intertribale, dove si intrecciavano le pratiche religiose e commerciali. Uno dei centri che divennero un punto di riferimento importante per la maggior parte delle tribù, fu la Mecca. Qui, un oligarchia di famiglie appartenenti alle tribù dei Quraysh seppe creare una perfetta integrazione tra interessi religiosi e interessi economici. La Mecca, infatti, oltre a vantare una fortunata posizione di crocevia commerciale, era sede di uno dei più importanti culti dell'Arabia preislamica, quello della "Pietra Nera". La pietra nera (in realtà un meteorite) era un idolo venerato da molte tribù.

La Kaaba alla Mecca

Essa, secondo le tradizioni ebraiche, era stata inviata dall'Arcangelo Gabriele a Ismaele e a suo padre Abramo, mentre erano impegnati nella costruzione di un santuario (la Kaaba, "il cubo") nel luogo in cui il Dio biblico aveva fatto zampillare una sorgente d'acqua fresca per dissetare Ismaele e la madre Agar, ripudiata da Abramo, mentre vagavano per il deserto. La pietra fu dunque inserita da Ismaele nell'angolo sud-orientale del santuario, e da quel momento la Kaaba cominciò ad assumere grande importanza, tanto da divenire un punto di riferimento per molte tribù. Alla Kaaba, oltre alla Pietra Nera, si veneravano circa 300 idoli diversi, che i custodi del tempio avevano raccolto negli anni. Infatti, tra questi idoli, godeva particolare prestigio il Dio Hubal, il quale per il gran numero di devoti che annoverava, venne chiamato Allah, "il Dio". La Mecca è l'esempio più chiaro del processo evolutivo al quale stava andando in contro l'Arabia. Infatti, attraverso lo sviluppo di centri allo stesso tempo religiosi e commerciali, andavano attenuandosi le chiusure tribali che avevano caratterizzato il paese fino a quel momento, e cominciavano a farsi sentire gli effetti di una certa evoluzione in senso unitario, sia in campo politico sia in campo religioso.

La Pietra Nera incastrata in un angolo della Kaaba
Il profeta Maometto diede grande impulso a questo semplice orientamento. Per concludere, ricordiamo che grazie alla predicazione del profeta Maometto (567 o 572-632) si mise in moto un grande processo unitario in campo religioso e politico, che innescò una destabilizzazione senza precedenti, dell'assetto politico del Mediterraneo. Tutte le invasioni subite fino ad allora dagli imperi d'Oriente e d'Occidente, infatti, si erano risolte con un'integrazione, anzi, talvolta con totale assorbimento degli invasori nella religione e nella cultura locali. Il vecchio mondo romano-bizantino, invece, non fu in grado di inglobare questa nuova civiltà, che mantenne la sua originalità, contribuendo, in particolar modo nei secoli XI e XII, al rinnovamento della cultura occidentale in campo filosofico e scientifico.

13 ottobre, 2018

L'inquisizione medievale

Inquisizione. Termine derivante dal latino "Inquiere", ossia "Investigare". Quest'istituzione ecclesiastica, nata nel Basso Medioevo, ha terrorizzato migliaia di persone nel corso della storia, accusate dei crimini più vari legati a pratiche opposte alla dottrina della Chiesa: eretici; pagani battezzati, ma che continuano a professare la loro religione originaria; coloro che praticavano malefici e sortilegi; cristiani apostati. Questi erano i principali soggetti che l'Inquisizione perseguiva.

Papa Alessandro III

L'inquisizione nasce così: nel 1179 il concilio Lateranense III, indetto da papa Alessandro III, stabilì regole precise tese a evitare ulteriori scismi, dopo che a Roma si erano susseguiti un numero considerevole di antipapi. Tra gli altri provvedimenti che stabilivano regole, ad esempio, per la validità dell'elezione papale e per la disciplina dei provvedimenti adottati dagli antipapi, il canone 27 dettava regole chiare per contrastare l'eresia.
Il principio, assolutamente nuovo nella storia del Cristianesimo, fu che la Chiesa riconosceva l'utilità delle leggi dei principi e delle punizioni corporali nella lotta contro l'eresia. I Catari, inoltre, accusati di eresia, venivano messi sullo stesso piano delle bande brigantesche che infestavano l'Europa in quel momento e, sia contro gli uni, che contro gli altri, veniva bandita una vera e propria crociata.

Miniatura di Papa Gregorio IX

Nel 1231 papa Gregorio IX affidò il compito dell'Inquisizione a dei giudici nominati e inviati da lui stesso che avevano, tra l'altro, il potere di deporre il vescovo qualora avessero riscontrato inefficienze nel suo operato (sembra che alcuni vescovi fossero sospettati essi stessi di eresia). Dato che l'ufficio di Inquisitore era ricoperto dai legati del Papa, da questo momento, e per tutto il Medioevo, si parla di Inquisizione legatina o pontificia. L'incarico di giudice inquisitore fu inizialmente affidato a membri dell'ordine cistercense e poi a frati Domenicani e Francescani.
La procedura inquisitoria era la seguente:

Inchiesta
L'inquisitore, giunto in un luogo in cui si sospettava abitassero eretici, si presentava al vescovo locale. Con il permesso di quest'ultimo convocava il popolo, davanti al quale teneva una predica in cui esponeva il punto di vista della Chiesa sui contenuti della fede ritenuti confusi in quell'ambiente, quindi passava a mostrare la falsità delle proposizioni eretiche lì sostenute.
A questo punto pubblicava due diversi editti: quello di grazia con cui si concedeva, appunto, la grazia a chi si fosse spontaneamente denunciato all'inquisitore entro un determinato lasso di tempo (in genere dai 15 ai 30 giorni), e l'editto di fede, con cui si obbligava chiunque fosse a conoscenza dell'esistenza di un eretico, a denunciarlo all'inquisitore, pena essere considerato correo.
Chi era sospettato di eresia, ma non si presentava all'inquisitore, era oggetto di una citazione individuale per il tramite del curato del luogo (era l'inizio del processo a suo carico). Chi si rifiutava di comparire, veniva scomunicato.

Processo
L'imputato veniva arrestato, ma non necessariamente trascorreva in prigione tutto il tempo del processo. Poteva infatti essere rilasciato sulla parola, su cauzione, avvalersi di testimoni a garanzia che si sarebbe presentati all'inquisitore. L'imputato non aveva il diritto di conoscere né i capi d'accusa né i testimoni contro di lui fino a processo iniziato, tuttavia aveva il diritto di stilare un elenco di nomi di persone che, secondo lui, avrebbero potuto volere il suo male.
Se sulla lista così compilata comparivano gli accusatori, il processo veniva sospeso, l'imputato rilasciato e all'accusatore veniva inflitta la pena prevista per quella tipologia di reato. A dibattimento iniziato gli imputati potevano ancora ricusare i testimoni, se avessero dimostrato che questi avevano motivo di essere malevoli nei loro confronti.
A sua volta l'inquisitore non poteva giudicare un imputato, se costui in passato gli avesse nociuto. All'accusato venivano sequestrati tutti i beni, sia per provvedere alle spese del processo, sia per l'eventuale mantenimento in carcere dello stesso accusato.
Il processo si componeva di una serie di interrogatori in cui l'imputato si limitava a rispondere alle domande del giudice; non esistevano controinterrogatori.
L'imputato aveva un avvocato difensore, il cui compito era assisterlo nelle questioni procedurali e, diversamente da oggi, convincerlo della sua colpevolezza e pentirsi.

Penitenze e pene

Giovanna D'Arco sul rogo

Chi si presentava all'inquisitore entro il termine previsto dall'editto di grazia veniva in genere condannato a un pellegrinaggio.
Per chi invece arrivava al processo, si profilavano due strade diverse:
  • Se confessava durante gli interrogatori, veniva perdonato e gli si infliggevano penitenze, in genere recite di preghiere per un certo periodo di tempo, pellegrinaggi, offerte per i poveri. Un'altra punizione tipica era portare signa super vestem (cioè dei simboli di stoffa cuciti sopra i vestiti): gli eretici mitre e rose gialle, i sacrileghi delle ostie, i falsi accusatori due lingue di panno rosso, simbolo della doppiezza.
  • Quando invece l'eretico persisteva nella sua posizione, allora l'inquisitore dichiarava la propria incapacità e lo affidava ai giudici dei tribunali civili.
In questo caso la condanna poteva essere la privazione della libertà per un certo periodo di tempo, la fustigazione pubblica, la confisca dei beni o, nei casi più gravi, la pena di morte.
La prigione era di due tipi: il muro largo, da scontare a casa propria o all'interno di un monastero o di un convento e il muro stretto, cioè la reclusione nel senso moderno del termine. I prigionieri potevano ricevere visite, ma il muro stretto poteva essere mutato in carcer strictissimus (carcere duro) eil condannato messo in pace, espressione forbita per indicare che veniva messo in catene a pane e acqua e privato di ogni contatto.

Pronuncia del giudizio
La pronuncia era pubblica. Le sentenze erano pronunciate in una cerimonia ufficiale, alla presenza delle autorità civili e religiose. Questa cerimonia aveva la funzione di evidenziare, simbolicamente, la restaurazione dell'equilibrio sociale e religioso e il ritorno dell'eretico in seno alla Chiesa. Era dunque un atto di fede pubblico, cioè il significato letterale dell'espressione autodafé.
La cerimonia prevedeva un sermone dell'inquisitore, chiamato sermo generalis (sermone generale). Le autorità civili presenti giuravano fedeltà alla Chiesa e s'impegnavano a prestare la loro assistenza nella lotta contro l'eresia.
Subito dopo c'era la lettura del verdetto, cioè, come si è visto sopra, a seconda dei casi: assoluzione, penitenze, pene corporali o addirittura la pena di morte. In quest'ultimo caso l'inquisitore pronunciava la formula solenne: "Cum ecclesia ultra non habeat quod faciat pro suis demeritis contra ipsum, idcirco, eundum reliquimus brachio et judicio saeculari", che significa: "Dato che la Chiesa non riesce a fare altro per i suoi demeriti contro costui, perciò, lo lasciamo al braccio e al giudizio secolari".
Così terminava il processo.

10 ottobre, 2018

Historie medievali: le ricette della tavola rotonda

Le ricette che vi proponiamo oggi, sono le seguenti:


BOURBELIER DI CINGHIALE

Ingredienti:
2 kg di carne di cinghiale per arrosto;
0,5 l. di vino rosso di buona qualità;
 0,5 l. di aceto di vino di buona qualità; 
0,25 l. di agresto;
60 gr. di pane arrostito; 
1 cucchiaino di zenzero in polvere;
1 cucchiaino di cannella in polvere;
qualche chiodo di garofano; 
10-12 gr. di sale grosso; 
1 rametto di rosmarino.

Procedimento
Prepariamo la salsa per bagnare l’arrosto mescolando il vino, l'aceto, l'agresto, il sale e le spezie. Mettiamoci a bagno il pane e quando si sarà gonfiato, schiacciamolo con la forchetta lavorando per bene fino ad ottenere un composto omogeneo.
Sbollentiamo la carne e togliamola dall'acqua non appena avrà cambiato colore. Mettiamo in forno già caldo su una griglia posta su una leccarda.
Lasciamo cuocere per 20-25 minuti ogni mezzo chilo di carne. Bagniamo spesso l'arrosto con la salsa speziata, usando come pennello un rametto di rosmarino.
A cottura ultimata versiamo il resto della salsa sull'arrosto. Togliamo la leccarda dal forno e versiamo la salsa in una salsiera, la quale verrà servita insieme all'arrosto. Se la salsa fosse troppo ristretta, possiamo mettere la leccarda sul fuoco e deglassarla con un po' di acqua, raschiando il fondo di cottura. Otteniamo così un bel sugo colorato che dovremo assaggiare prima di portare in tavola, per aggiustare eventualmente il condimento.


ZUPPA DI FARRO E LENTICCHIE

Ingredienti:
Mezza tazza di lenticchie secche e mezza tazza di farro (leggete sul pacchetto se ci vuole ammollo o no);
3 tazze di acqua; 
1 foglia di alloro; 
1 cipolla;
olio evo (se volete darle un tocco più rustico usate dello strutto o del lardo); 
sale e pepe.

Procedimento
Mettete la pignatta o fagioliera sul fuoco a scaldare con un po' d'olio.
Tritare una cipolla e metterla a rosolare. Nel frattempo sciacquare bene farro e lenticchie sotto l'acqua corrente, dandogli poi una passata con acqua calda. Aggiungere i legumi nella pentola insieme alle tre tazze di acqua calda e la foglia di alloro (è importante non aggiungere mai ingredienti troppo freddi nella pentola di terracotta, anche perchè ci metterebbe molto a prendere calore). Coprire e fare cuocere, seguendo le indicazioni del pacchetto dei legumi. Salare solo verso fine cottura per evitare di far indurire i legumi.
Una volta cotta, servire la zuppa possibilmente in ciotole di terracotta per ricreare un'atmosfera tipicamente medievale, con un giro di olio a crudo e una spolverata di pepe, accompagnata magari da qualche fetta di pane appena sfornato.

05 ottobre, 2018

Salimbene da Parma

Il 9 ottobre del 1221 nasce a Parma, Salimbene de Adam, frate minore francescano, storico e scrittore. Perché ne parliamo oggi sul nostro blog? Beh, grazie a Salimbene abbiamo una delle fonti storiche più interessanti che ci racconta la realtà del XIII Secolo.

Incisione raffigurante Salimbene

Salimbene nasce nei pressi del battistero; è figlio di un potente cavaliere di Parma, e contro la volontà del padre, decide di vestire gli abiti Francescani. Il padre vede la scelta del figlio come uno smacco, tanto è vero che alla fine verrà ripudiato. Salimbene, dal 1238, comincerà a vagare tra i conventi di Ferrara, Firenze, Ravenna, Reggio Emilia, Lucca e la stessa Parma. Studia tutti i testi che riesce a trovare in tali conventi, divenendo un letterato di prim'ordine. Arriverà addirittura ad incontrare l'Imperatore Federico II.
Da Parma, assediata ancora dalle forze imperiali, nel 1247, fu mandato in Francia a studiare. Durante il viaggio si fermò a Lione, sede della corte pontificia, dove incontrò Innocenzo IV. In Francia fece anche la conoscenza di fra' Ugo da Digne, noto gioachimita, che lo avvicinò alla dottrina dell'abate calabrese Gioacchino da Fiore. Rientrato in Italia, gli fu assegnata la sede di Ferrara, dove rimase per sette anni.
Questi incontri e queste esperienze, spinsero Salimbene a prenderne nota in una sorta di diario, che passerà alla storia con il nome di Cronica.

L'immagine dei due tomi della Cronica dà l'idea della poderosa opera fatta da Salimbene. Una vera e propria miniera di dati per capire un'epoca in cui i testi scritti erano cosa assai rara

L'opera di Salimbene tratta di una cronaca della vita religiosa e politica italiana dei 120 anni che vanno dal 1168 al 1287. È scritta con uno stile molto personale, dal quale traspaiono le caratteristiche di un autore complesso e multiforme: colto e vicino al volgo, spirituale e focoso, attento alla storia e cultore della Bibbia. Diversi dettagli rivelano le sue conoscenze contadine: ad esempio la calura che danneggia il frumento, o i frutti dei mandorli in Provenza, quando a Genova stanno ancora fiorendo.
È un'opera tanto viva quanto storicamente importante: restituisce in modo vivido il flagello delle guerre nello scontro tra Chiesa ed Impero, tratteggia le figure di papi e cardinali come di donne e popolani, mendicanti e profeti, tutti visti da lui in prima persona.
Quest'opera è anche la principale fonte per costruire la biografia del suo autore, il quale, in essa, parla con dovizia di particolari della propria vita e delle opere da lui scritte, che tuttavia non ci sono giunte.
L'opera segue comunque una politica antimperiale: in molti passaggi Federico II viene dipinto come un uomo avaro, attaccato al denaro e bramoso delle ricchezze della chiesa; anche se non mancano passaggi in cui l'Imperatore viene visto come un uomo affascinante, conosciuto e stimato, indicando quanto la sua figura sia stata carismatica in questo periodo storico.

In sintesi, Salimbene è uno dei testimoni del XIII Secolo, l'uomo che ha consentito di ricostruire le vicende storiche italiane di questa frazione di tempo, uomo colto e, forse, troppo poco conosciuto.

03 ottobre, 2018

L'arazzo nel medioevo

L'arazzo è una grande rappresentazione tessile destinata a coprire le pareti, di origine antichissima, anche se fu soltanto con il Medioevo che si poté assistere ad una loro capillare diffusione. Nelle fredde sale dei castelli in pietra dell'Alto Medioevo, infatti, gli arazzi non svolgevano soltanto una funzione decorativa, ma servivano anche a portare isolamento termico nelle stagioni più fredde. Inoltre, per il loro trasporto, erano molto più pratici di pannelli, trittici o altre forme d'arte dell'epoca; infatti, malgrado il peso tutt'altro che irrilevante, era comunque sufficiente arrotolarli su sé stessi per poterli trasportare da un luogo all'altro senza difficoltà.

Arazzo di Bayeux - Guglielmo il Conquistatore si fa riconoscere dai suoi uomini
La conservazione degli arazzi era un problema legato alla natura delle fibre che venivano utilizzate per il tessuto (lana, cotone, lino e così via); inoltre, i disegni erano spesso molto complessi, con una grande quantità di dettagli resi vivi, di sovente, da un ordito di fili molto sottili. 
Le Fiandre e la Francia furono il luogo d'elezione dell'arazzo, tanto che lo stesso termine deriva da "Arras", uno dei centri più importanti per questa forma d'artigianato. Altre città di fondamentale importanza erano ParigiAubussonTournaiBruxellesAudenardeGeraardsbergen, (Grammont), EnghienBeauvais.

Arazzi medievali al castello di Angers
Per realizzare un arazzo ci si basava su un "cartone" preparatorio, e questo tipo di opera raggiunse un tale apprezzamento, che spesso grandissimi artisti ne furono autori: tra questi anche Raffaello, Rubens, Goya, e in età più recente Picasso e Mirò. I soggetti degli arazzi erano e sono molto vari, da quelli sacri per le chiese a quelli celebrativi e naturalistici (come scene di caccia o pastorali) per i castelli e i palazzi. Oltre all' "Arazzo di Bayeux", che è probabilmente il più celebre del medioevo, anche il ciclo di sei arazzi dedicato a "La dama e l'unicorno", sono assolutamente da segnalare, in quanto vetta massima dell'arazzeria fiamminga.
Esistono vari telai costruiti per produrre arazzi, divisi tra quelli ad alto liccio e quelli a basso liccio. Completano l'equipaggiamento il cartone, le navettine, i brocci, il pettinino, il pettine, lo specchio con manico per controllare la buona riuscita del lavoro, le forbici, un arcolaio o bobinatrice.

01 ottobre, 2018

I Vespri Siciliani

Il quadro storico della Sicilia, verso la fine del XIII, secolo era critico a causa di una generalizzata riduzione della libertà baronali e soprattutto di una forte ed opprimente politica fiscale. A quel tempo l'isola era fedelissima roccaforte Sveva; nonostante, dopo la morte di Corradino di Svevia, avesse resistito per alcuni anni, alla fine del XIII secolo divenne bersaglio della rappresaglia angioina di Carlo I d'Angiò.
Gli Angiò si mostrarono insensibili a qualunque richiesta di ammorbidimento ed applicarono un grosso fiscalismo praticando usurpazioni, soprusi e violenze. I nobili siciliani cercarono di dissuadere gli Angiò dalle loro mire espansionistiche, chiedendo aiuto a Pietro III d'Aragona e all'Imperatore bizantino Michele VIII Paleologo, il quale era già in contrasto con Carlo I d'Angiò; a costoro, si aggiunse anche la mediazione di Papa Niccolò III.

La morte di Drouet trafitto dalla spada, dipinto di Francesco Hayez, 1846

La sera del lunedì di Pasqua del 30 marzo 1282, scoppiò a Palermo una forte rivolta che prese il nome di "Vespri Siciliani", dall'ora in cui questa si innescò. La cronaca del tempo vuole che un soldato francese, di nome Drouet, nell'atto di perquisire una donna palermitana sul piazzale della chiesa del Santo Spirito, le avesse mancato di rispetto; a difesa di sua moglie lo sposo riuscì a sottrarre la spada al soldato francese e a ucciderlo. Questo gesto provocò la ribellione di quanti avessero assistito sul piazzale della chiesa del Santo Spirito.
In realtà questo non fu che un pretesto per dare il via a una ribellione che, in breve tempo, coinvolse tutta l'isola, e che nasceva da un profondo malcontento nei confronti della dominazione degli angioini, che come abbiamo detto, erano facili a violenze, soprusi e ingiustizie. L'insurrezione si tramutò ben presto in una guerra vera e propria. Carlo I d'Angiò, cercò allora di occupare Messina, ma dovette abbandonare il progetto a causa dell'arrivo delle truppe aragonesi di Pietro III d'Aragona, chiamate in aiuto dai siciliani.

Pietro III d'Aragona sbarca a Trapani, manoscritto della biblioteca Vaticana

A capo dell'esercito aragonese, vi era Pietro III d'Aragona, figlio di Giacomo I d'Aragona, nonché marito di Costanza, figlia di Manfredi, che in virtù di questa parentela, si ergeva a difensore dell'antica tradizione Sveva. Giunto trionfalmente a Palermo, antica capitale del Regno, il 4 settembre dello stesso anno venne incoronato re, ma i guai per Carlo I d'Angiò non erano ancora finiti. Il 5 giugno 1284 infatti fu sconfitto nel Golfo di Napoli dall'ammiraglio siciliano Ruggero di Lauria, nel corso di una memorabile battaglia navale. La disfatta fu pesantissima, se si considera che venne catturato lo stesso principe ereditario angioino, Carlo lo zoppo. In cambio della liberazione del figlio di Carlo I, i siciliani pretesero e ottenere la liberazione di Beatrice, figlia di Manfredi, che era stata fatta prigioniera subito dopo la sconfitta di Benevento e che, per ben 22 anni, era stata rinchiusa a Castel dell'Ovo a Napoli.

Ruggero di Lauria cattura Carlo lo zoppo durante la Battaglia del Golfo di Napoli, dipinto di Ramòn Tusquets, 1885

Il 7 gennaio 1285 schiacciato dagli eventi, Carlo I D'Angiò moriva a Foggia, lasciando all'erede Carlo II, il gravoso compito di proseguire la lotta contro gli aragonesi. Ebbe inizio nel frattempo, quasi un ventennale periodo di guerre fra angioini e aragonesi per il possesso dell'isola siciliana, con la sola Pace di Caltabellotta come momento di tregua. Fu il primo accordo ufficiale di pace firmato il 31 agosto 1302, nel castello della cittadina siciliana fra Carlo di Valois, capitano generale di Carlo II D'Angiò, e Federico III d'Aragona. 
Tale trattato concluse quella che viene indicata come la prima fase dei Vespri Siciliani. La seconda fase della contesa riprese nel 1313 e durò fino al 1372, quando si chiuse con il Trattato di Avignone.