L'iconoclastia
L'immagine è un elemento potentissimo: plasma le idee, stimola la fantasia umana; il cervello umano è abituato a pensare per immagini. Ecco allora che arrivano periodi storici dove le immagini divengono pericolose: se un oggetto può veicolare il divino o il potere politico, allora distruggerlo significa compiere un atto di "esorcismo" o di rivoluzione.
Fra l'VIII ed il XI secolo, l'Impero Bizantino fu spaccato in due. Da una parte avevamo gli iconoclasti, sostenuti da imperatori come Leone III, convinti che venerare le immagini fosse idolatria. Pensavano che Dio, essendo infinito, non potesse essere "intrappolato" nel perimetro di un quadro. Dall'altra parte gli iconoduli, invece, sostenitori delle icone, guidati da figure come Giovanni Damasceno, erano convinti che l'icona non fosse l'oggetto del culto, ma una "finestra sul divino".
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| Costantino V ordina la distruzione delle icone |
Il figlio di Leone III, Costantino V, sarà un convinto iconoclasta, e nell'VIII secolo riuscirà nel suo intento di denudare le chiese delle immagini sacre, ritenute pericolosi oggetti di idolatria. Gli iconoduli, nonostante il sostegno del popolo e dei monaci, avranno la peggio.
Dopo decenni di distruzione, verso la fine dell'VIII secolo, Irene, reggente di Costantino VI, convocò il secondo concilio di Nicea in cui si stabilì una distinzione filosofica cruciale: le immagini non andavano "adorate" (culto riservato solo a Dio, detto latrìa), ma potevano essere "venerate" (proskýnesis). Le icone tornarono nelle chiese; tuttavia, questa fu solo una tregua: nell'813 d.C. l'iconoclastia esplose di nuovo con l'imperatore Leone V, dando inizio a una "seconda fase".
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| Solidi bizantini con l'effigie di Irene |
Bisognerà attendere all'incirca 30 anni per porre fine al culto iconoclasta nell'impero Bizantino. L'imperatrice Teodora, vedova dell'ultimo imperatore iconoclasta Teofilo, alla morte del marito assunse la reggenza per il figlio Michele III e decise di chiudere la questione una volta per tutte. Nel'843 Teodora convocò un sinodo a Costantinopoli che riaffermò la validità del Concilio di Nicea II e depose il patriarca iconoclasta Giovanni VII Grammatico, sostituendolo con Metodio I, un sostenitore delle icone. Così, l'11 marzo 843, nella prima domenica di Quaresima, una solenne processione riportò le icone nella basilica di Santa Sofia a Costantinopoli.
Infine, sempre nell'843, papa Gregorio IV abolirà definitivamente l'iconoclastia, affermando così l'importanza dell'immagine nella fede cristiana.
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| Papa Gregorio IV |
Gli iconoclasti persero la battaglia perché il popolo amava le icone, erano la "Bibbia dei poveri" e rendevano la fede tangibile; l'iconoclastia, dunque, era percepita come una dottrina d'élite. I monasteri, inoltre, erano i principali centri di produzione di icone e resistettero strenuamente, diventando focolai di opposizione politica. Infine l'Impero combatteva contro l'espansione araba, l'unità interna era vitale; reintrodurre le icone serviva a compattare la società bizantina.



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