Le mutilazioni politiche bizantine

Nel corso della vita dell'Impero Bizantino (trattato in questo articolo: Impero Bizantino )  c'è stata una pratica fondamentale nello stabilire gli equilibri politici interni. Si tratta di una pratica cruenta, spesso usata per punire i criminali, ma utile anche per menomare gli avversari politici: stiamo parlando della mutilazione.

Accecamento di Leone Foca il Vecchio
 
La mutilazione dei rivali politici da parte dell'imperatore era considerata un modo efficace per eliminare dalla linea di successione una persona che era vista come una minaccia. Gli uomini castrati, ad esempio, non erano visti come una minaccia, poiché non importava quanto potere avessero, in quanto non potevano in ogni caso salire al trono; numerosi eunuchi furono quindi insediati in uffici importanti della corte e nell'amministrazione bizantina. 
Nella cultura bizantina, l'imperatore era un riflesso dell'autorità celeste. Poiché Dio era perfetto, anche l'imperatore doveva essere senza macchia; qualsiasi mutilazione, in particolare le ferite facciali, avrebbe escluso un individuo dal prendere il trono. Un'eccezione fu Giustiniano II (ὁ Ῥινότμητος, "il naso a fessura"), a cui fu tagliato il naso quando fu deposto nel 695: infatti i rivoltosi, con il supporto del patriarca e di una grande folla, inveendo contro l'Imperatore, catturarono e condussero Giustiniano II all'ippodromo, dove venne deposto e privato del naso. Nonostante ciò, fu di nuovo in grado di diventare imperatore nel 705. Rompendo la tradizione che impediva l'incoronazione di chi portasse mutilazioni fisiche, Giustiniano indossò un naso d'oro e riprese il diadema imperiale.

Mosaico di Giustiniano II

L'idea dell'accecamento come punizione per i rivali politici traditori, invece, fu stabilita nel 705, anche se l'imperatore Foca la usò pure durante il suo dominio, diventando una pratica comune da Eraclio I in poi. La castrazione come punizione per i rivali politici venne utilizzata molto tempo dopo, diventando popolare nel X e XI secolo. Un esempio è quello di Basilio Parakimomènia, figlio illegittimo dell'imperatore Romano I Lecapeno, che fu castrato da giovane. Egli guadagnò abbastanza potere per diventare parakoimomenos (posizione di eminenza nella corte bizantina riservata agli eunuchi) e per essere un efficace primo ministro con tre imperatori successivi, essendo impossibilitato ad assumere il trono da solo in quanto mutilato ed incapace di poter avere figli. L'ultimo a usare questo metodo volontariamente fu Michele VIII Paleologo, anche se alcuni dei suoi successori furono costretti a riutilizzarlo dai sultani ottomani.
Oltre all'accecamento, alla castrazione e all'asportazione del naso, ci sono stati anche casi di mutilazione degli arti e della lingua, come è successo all'Imperatore Teodoro nel 637 e all'Imperatrice Martina nel 641, prima di essere esiliata a Rodi.

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