La ruota della fortuna

Immaginate di vivere in un mondo dove un re, nel giro di una notte, può ritrovarsi a dormire nel fango e un mendicante può svegliarsi cavaliere. Per gli uomini del Medioevo questa non era finzione, ma la pura e cruda realtà di tutti i giorni. Se oggi parliamo di "ruota della fortuna" pensando soprattutto a un quiz televisivo o alla fortuna in senso generico, per un uomo del Trecento questa espressione evocava un'immagine vivida, potente e decisamente inquietante. Era il meme culturale più famoso dell'epoca, il modo in cui la società spiegava l'imprevedibilità della vita.

Una personificazione della fortuna fa girare la sua ruota


Il successo di questa metafora si deve soprattutto a un bestseller medievale: il De consolatione philosophiae di Severino Boezio. Scritto in una cella frigorifera mentre l'autore aspettava di essere giustiziato, il libro descrive la Fortuna come una donna capricciosa che si diverte a far girare una ruota verticosa. Boezio lasciò in eredità ai secoli successivi un concetto chiave: l'unica vera costante della Fortuna è la sua totale incoerenza. Se smettesse di girare e di fare danni, semplicemente non sarebbe più la Fortuna.
Nelle miniature dei manoscritti e sui muri delle cattedrali, i miniatori e gli scalpellini medievali traducevano questa idea in un disegno precisissimo, quasi una striscia a fumetti ante litteram. Attorno alla ruota giravano quattro personaggi che rappresentavano le quattro fasi del potere. A sinistra, un uomo si aggrappava alla ruota gridando Regnabo (Regnerò), pieno di speranze. In cima, seduto sul trono con la corona in testa, c'era il re che proclamava fiero Regno (Io regno), ignaro che l'apice della salita è anche l'inizio della discesa. A destra, un poveraccio scivolava verso il basso perdendo la corona e mormorando Regnavi (Ho regnato). Infine, sul fondo, una figura schiacciata nel fango chiudeva il ciclo con un desolato Sum sine regno (Sono senza regno). Era un promemoria spietato per i potenti del tempo: il successo è solo un affitto a breve termine.


La ruota della fortuna all'interno dei Carmina Burana


Ma come faceva la Chiesa a digerire l'idea di una divinità pagana e cieca che decideva il destino degli uomini a casaccio? La teologia medievale risolse il problema con un colpo di genio filosofico: arruolò la Fortuna come dipendente di Dio. Pensatori come Dante Alighieri la spiegarono come una sorta di "ministra provvidenziale". La Fortuna fa girare la ruota non per cattiveria, ma per eseguire un piano superiore che gli umani non possono comprendere. Se oggi perdi tutto, non è sfortuna cieca: è Dio che ti sta ricordando che i beni materiali sono illusioni effimere e che dovresti concentrarti sulla salvezza dell'anima, l'unica cosa che non può essere travolta dagli ingranaggi del destino.
Questa ossessione per la ruota che gira pervase tutta la cultura pop del Medioevo. La troviamo nei canti goliardici dei Carmina Burana, dove i chierici vaganti si disperavano per i suoi colpi bassi, ma la troviamo anche sull'esterno delle grandi chiese gotiche, dove i rosoni in pietra ricordavano ai fedeli che la gloria del mondo passa in un lampo. In un'epoca in cui una carestia, una faida politica o un'epidemia potevano azzerare la vita di chiunque da un momento all'altro, la Ruota della Fortuna era lo scudo mentale perfetto: dava un senso logico al caos quotidiano, ricordando a tutti che l'unica mossa vincente era non legarsi troppo ai beni di questo mondo.

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